Ricordate “La stanza dei pesci”, racconto di rara forza di Flora Tommaseo? E “Una via d’uscita”? La straordinaria esperienza dell’Ospedale Psichiatrico di Belo Horizonte, narrata insieme a proposte e riflessioni a proposito di pericolosità sociale e misure di sicurezza da Virgilio de Mattos… E “Marco Cavallo”? La vera storia che ha cambiato il modo di essere del teatro e della cura, nelle parole di Giuliano Scabia… Ne abbiamo parlato in queste pagine e altrove, insieme agli altri preziosi testi raccolti nella collana “180- Archivio critico della salute mentale”, delle edizioni Alpfabeta Verlag… Bene, a Peppe dell’Acqua, che ne è direttore, è stato assegnato il premio Nonino 2014. Premio per un impegno lungo una vita… Insieme agli auguri, un pensiero e un grazie a Peppe dell’Acqua, psichiatra che, come si legge nella motivazione del premio, “fin dai primi tempi ha combattuto accanto a Franco Basaglia la lunga e difficile battaglia che ha portato alla trasformazione e alla chiusura degli ospedali psichiatrici, riforma fondamentale per la difesa di elementari diritti umani di persone per molto tempo ignorate o respinte nella loro sofferenza”. Peppe dell’Acqua è anche scrittore, autore di saggi scientifici sul disagio mentale, ma anche di racconti che sanno essere nello stesso tempo documento clinico e narrazione di vite difficili. Un impegno e una battaglia che continua anche al fianco degli autori della sua bella e sempre sorprendente collana. Che per prima abbiamo voluto ricordare perché l’invito è ad andare a leggerli, questi scritti, e magari andare ad ascoltarlo di persona, dell’Acqua, negli incontri sulla salute mentale che infaticabile segue qua e là per le strade d’Italia, e non solo… Vale la pena, ascoltare le parole di una passione mai paga… E’ quello, vi assicuro, che nella vita e nelle persone fa la differenza… Per la cronaca, la cerimonia di consegna del premio avverrà a Udine il 25 gennaio prossimo. La giuria presieduta dal premio Nobel per la Letteratura 2001 V.S.Naipaul. Ad applaudire in prima fila, immaginiamo, Marco Cavallo…
Con gli auguri di Marco Cavallo…
Del suicidio in carcere…
Francesco Scarcella, di 42 anni, originario di Castellamonte. Si è impiccato alla grata del bagno della cella con un sacchetto di cellophane attorcigliato e fatto passare attraverso le sbarre. Il primo suicida di quest’anno. Era in carcere per estorsione, a Ivrea. Il primo suicida dell’anno che a volte non vale neanche la pena di un nome e cognome. Ho dovuto scorrere molte pagine di molti siti “d’informazione”, prima di trovare qualcuno che ritenesse di dover farne il nome… Uccidendolo, non finiremo mai di ripeterlo, per la seconda volta. Perché non c’è nulla di peggio che scomparire nell’indistinto… Un pensiero, a Francesco Scarcella, con questa poesia: “Posso immaginarmelo/ tranquillamente crepato nel cuore / squassato nell’animo e tremante / davanti a tanto ferro grigio. //Posso credermelo ormai sfibrato / davanti a quelle regole diaboliche/che non aiutano nessuno/ …ed anzi spesso inducono / ad “infernali pratiche”. //Posso senza sforzo alcuno immaginare/ quella molle / morta corda / animarsi di colpo / “stiracchiaaarsi” / tirarsi sempre più / fin sulla barba / e poi oscillare fino a fermarsi…// Povero Nazareno! / Forse non riuscirà più a difendersi / ed ha scambiato il suo ultimo / tenue filo di speranza /con una robusta corda / da collo”. (…)
Senza indignazione
Dopo le immagini giunte a noi dal Centro di Lampedusa… mi sarebbe stato difficile trovare le parole… che sentissi giuste, che non fossero retorica dell’indignazione, che a volte è l’altra faccia della nostra imbarazzata e imbarazzante pocrisia. Ma oggi posso sciogliere il silenzio, nelle parole di Andrea Segre, documentarista, regista ( Io sono LI, ricordate?) di raffinata scrittura, di profonda e mai distratta voglia e capacità di conoscenza. Insomma, uno dei registi più interessanti del panorama italiano contemporaneo… Invito a leggere, sfida alle nostre pigrizie e prigioni mentali, dal suo sito http://andreasegre.blogspot.it
“Senza alcuna retorica e con molta chiarezza. Le immagini che negli ultimi giorni abbiamo visto del Centro di Lampedusa e dei CIE non devono e non possono indignare nessuno. Nessuno tranne chi ha voluto e vuole far finta di non sapere e di non capire. Innanzitutto dividiamo le due storie, che per comodità o ignoranza molti giornalisti hanno preferito tenere insieme. Da una parte i Centri di Accoglienza, suddivisi in Prima Accoglienza e Accoglienza per Richiesta Asilo, dall’altra i Centri di Identificazione ed Espulsione. I primi, quelli di accoglienza, in Italia sono gestiti nella grandissima maggioranza dei casi da organizzazioni e da personale privi di preparazione, di sensibilità e di cultura dell’accoglienza. Sono o cooperative o corpi militari o civili dello Stato normalmente utilizzati in contesti di conflitto e di crisi. Nelle cooperative lavorano operatori spesso senza alcuna preparazione o tutt’al più provenienti da esperienze di servizio sociale all’antica, caritatevole, assistenzialista e verticistica. (…)
Pensiero di Natale…
Un pensiero… con gli occhi miti di questo bue e di questo asinello, che Arnolfo di Cambio scolpì per il primo presepe della storia fatto di statue. Ci guarda ancora, stupito, il bue. Sorride ancora, dolcissimo e tenero, l’asinello, come l’attesa non fosse mai stata tradita… Buon Natale a tutti.

Urla
Prima di iniziare a leggere, l’invito è a fermarsi qualche secondo in più sull’immagine di copertina. Sulla maschera di creta, che sembra testa d’uomo, che non ha occhi, ma due buchi neri, come buco nero è la bocca spalancata. Per un urlo che non ha voce, che si ferma strozzato in gola. E’ lo stesso volto delle anime ( le avete mai incontrate?) non ancora del tutto morte, che si fermano per qualche tempo, fra il tempo della vita finita e il tempo dell’aldilà, a passeggiare nei meandri della nostra cattiva coscienza. Sì che le abbiamo tutti incontrate, quelle anime, nelle notti più inquiete… e qualcuna magari l’abbiamo anche riconosciuta, per questo abbiamo timore a parlarne… Un muto urlante volto di creta, plasmato da Carmelo Musumeci, che ben introduce nel mondo dei morti viventi: gli ergastolani ostativi. Come Carmelo, appunto, dalla cui parte ho già scelto di stare. Carmelo Musumeci, che frequento ormai da qualche anno. Per quanto e per come si possa frequentare una persona in carcere. Poco, fisicamente molto poco, sì… ma c’è una conoscenza che passa attraverso scambi, che sono lettere, biglietti, cartoline e pagine e pagine di scritti che sono il diario dei lunghi anni da recluso fuori dal mondo. Carmelo Musumeci, ergastolano ostativo, uomo ombra.(…)
La marcia di Natale
A Pompei fin verso la fine degli anni Settanta veniva allestito il Presepe dei figli dei carcerati, una struttura sotterranea e labirintica, dove in molte scene c’erano solo suppellettili e strumenti di lavoro, sedie, forni, cesti, botti, sacchi di farina… dove la presenza dei soli oggetti della realtà quotidiana e l’assenza di personaggi creava un senso di inquietante disagio. Bene ce lo racconta Roberto De Simone nelle sue pagine sul presepe napoletano, che della vita (e della morte che nella vita siamo così bravi a portare) tutto ci narra. Per quel cenno sotterraneo, che ricorda chi è in carcere, non c’è più spazio nei nostri presepi, un po’ meno ricchi di simbologie e verità. Ma la brutta verità del carcere rimane, nelle sue peggiori articolazioni ed espressioni, e per ricordarlo il 25 ci sarà la marcia per l’amnistia, voluta dai Radicali, ma che giorno dopo giorno va affollandosi di “parteciperò”. Parteciperò anch’io, magari dietro lo striscione contro l’ergastolo di quelli della Comunità Papa Giovanni XXIII, e con un “voto” in più, perché se l’affollamento delle nostre carceri è una “prepotente urgenza”, e ben venga il decreto del governo, oggi il rischio è che questo lasci in ombra altri, altrettanto gravi, momenti critici della pena e della sua esecuzione. Mi riferisco non solo all’ergastolo (…)
Se questo è un uomo…
Se un dibattito si aprisse, nel cuore della sinistra, a proposito di pene e della sua esecuzione, e sulla giustizia che veramente vogliamo… A cominciare da questo intervento di Mario Spada da comune-info.net
“Qualche bambino potrebbe scrivere a Babbo Natale : “ per Natale vorrei vedere mio nonno ma sta chiuso in una gabbia . Perché non vai a prenderlo con la slitta e lo porti da me?” Ma non credo che questa lettera sarà mai scritta perché è consuetudine nascondere ai bambini le colpe dei grandi, perché il nonno non uscirà mai dalla gabbia, perché Babbo Natale non si occupa dei cattivi. Il nonno è “cattivo per sempre”, un mafioso, o un camorrista, o un sequestratore sardo, arrestato 30 anni fa e chiuso in un carcere senza alcuna speranza di uscirne perché sottoposto al regime del cosiddetto carcere ostativo, non può fruire dei benefici di cui qualunque ergastolano può godere . La colpa è di non essere un collaboratore di giustizia e la condanna è quella di “essere murato vivo”. Può capitare a chiunque, come è successo per caso a me, (…)
Autismi…
Leggendo leggendo sembra sia tutto così semplice da capire… il ragionare di Jason Blake, ragazzino autistico alle prese con il mondo dei neurotipici, che poi saremmo tutti noi altri che autistici non siamo. Divertente persino, il linguaggio di Jason, come lo sa essere l’intelligenza che con una naturalezza alla quale non sembriamo più abituati svela le nostre ambiguità… e a queste ci inchioda. E’ questa forse la cosa che più colpisce nel romanzo di Nora Raleigh Baskin, “Tutt’altro che tipico”, edito da Uovonero. La storia di Jason che dal suo mondo ci guarda, mentre la sua vita è tutto un difendersi da questi noi altri neurotipici che proprio non vogliamo capire… Ma è lui a fare lo sforzo di raccontarsi, come dichiara dalla prima pagina, nella nostra lingua, “nella vostra lingua” dice. E ci riesce benissimo, serissimamente giocando con le parole, come scritte, pronunciandole, sulla superficie di uno specchio, per meglio guardarle, scomporle, riappropriarsene, usarle per noi. Così Jason ci racconta delle sue mani che sfarfallano, di quando c’è il volto di una persona che dovrebbe conoscere ma la cui faccia assomiglia a tante facce che si assomigliano “ e quindi le metto tutte insieme”, degli occhi che non guardano negli occhi dell’altro, “ma non per questo significa che non ascolti”, perché i volti distraggono… e allora come è possibile “ascoltare tutte quelle parole quando devi pensare a tutta questa roba” ( come mi guarda, perché mi guarda, cosa dicono quegli occhi…).(…)
La memoria dell’oggi…
Un invito, a leggere “Cronache da un manicomio criminale”, di Dario Stefano dell’Aquila e Antonio Esposito. Un libro tutto cucito intorno ad uno straordinario documento che viene per la prima volta pubblicato integralmente: il memoriale scritto nel 1974 da un internato del manicomio criminale di Aversa, Aldo Trivini. Un documento sconvolgente, che denuncia abusi, violenze, morti, dal quale è poi scaturito un processo che svelò tremende realtà, e che qui viene ricostruito per poi ripercorrere l’intero percorso che arriva fino ad oggi, a realtà ancora tanto uguali a quelle di quarant’anni fa, ancora troppo spesso ben serrate dietro le mura di quelli che oggi sono chiamati Ospedali psichiatrici giudiziari. Di cui in fondo tutto si sapeva e si sa. Fino alle ultime pubbliche denunce, mentre ancora si consumano tragedie che non si vogliono vedere. Un testo importante, questo di Dell’Aquila ed Esposito, soprattutto per il lavoro di recupero e custodia della memoria. Ascoltate la voce di Trivini, che a tratti sembra arrivare con toni di meccanica, surreale pacatezza, che è forse l’unico tono possibile per pronunciare l’ordinaria disumanità delle cose. “Il manicomio giudiziario di Aversa è un complesso formato da circa dieci edifici, i quali sono numerati da uno a dieci: primo reparto, secondo reparto, e così via…”, esordisce il memoriale. Ordinaria disumanità e ordinaria illegalità soprattutto… (…)
Ancora Africa…
Tornando, da una festa dedicata all’Africa. Se ne esce un po’ storditi, e mettere in fila le emozioni non è facile. A cominciare dalla sorpresa di un coro di bambini neri e bianchi, per la cronaca il coro delle comunità africane e delle Voci bianche dell’Accademia, insieme. Centoventi? centotrenta? All’inizio tutti composti e in ordine: i neri a sinistra e i bianchi a destra, in canti alternati… Ad affollare fitti fitti il palco della sala Santa Cecilia dell’Auditorium romano. A guidarli, accanto ai loro maestri, le voci di Badara Seck, griot, e Gabin Dabiré, maestro di mbira, insomma la kalimba ( Kalimba, kalimba de luna… ricordate Tony Esposito?), e ancora, che sul palco proprio non c’era più spazio, i musicisti del PMCE, il Parco della Musica Contemporanea Ensemble, come dire, archi tastiere e percussioni … che tutti andrebbero citati facendo i nomi e i cognomi (ma ho perso il foglio del programma e mi si perdonerà…)
Magia delle danze africane, della musica di Dumisani Maraire e di Kevin Volans, del timbro delle voci di Seck e Dabiré….(…)