Leggendo leggendo sembra sia tutto così semplice da capire… il ragionare di Jason Blake, ragazzino autistico alle prese con il mondo dei neurotipici, che poi saremmo tutti noi altri che autistici non siamo. Divertente persino, il linguaggio di Jason, come lo sa essere l’intelligenza che con una naturalezza alla quale non sembriamo più abituati svela le nostre ambiguità… e a queste ci inchioda. E’ questa forse la cosa che più colpisce nel romanzo di Nora Raleigh Baskin, “Tutt’altro che tipico”, edito da Uovonero. La storia di Jason che dal suo mondo ci guarda, mentre la sua vita è tutto un difendersi da questi noi altri neurotipici che proprio non vogliamo capire… Ma è lui a fare lo sforzo di raccontarsi, come dichiara dalla prima pagina, nella nostra lingua, “nella vostra lingua” dice. E ci riesce benissimo, serissimamente giocando con le parole, come scritte, pronunciandole, sulla superficie di uno specchio, per meglio guardarle, scomporle, riappropriarsene, usarle per noi. Così Jason ci racconta delle sue mani che sfarfallano, di quando c’è il volto di una persona che dovrebbe conoscere ma la cui faccia assomiglia a tante facce che si assomigliano “ e quindi le metto tutte insieme”, degli occhi che non guardano negli occhi dell’altro, “ma non per questo significa che non ascolti”, perché i volti distraggono… e allora come è possibile “ascoltare tutte quelle parole quando devi pensare a tutta questa roba” ( come mi guarda, perché mi guarda, cosa dicono quegli occhi…).(…)
Autismi…
La memoria dell’oggi…
Un invito, a leggere “Cronache da un manicomio criminale”, di Dario Stefano dell’Aquila e Antonio Esposito. Un libro tutto cucito intorno ad uno straordinario documento che viene per la prima volta pubblicato integralmente: il memoriale scritto nel 1974 da un internato del manicomio criminale di Aversa, Aldo Trivini. Un documento sconvolgente, che denuncia abusi, violenze, morti, dal quale è poi scaturito un processo che svelò tremende realtà, e che qui viene ricostruito per poi ripercorrere l’intero percorso che arriva fino ad oggi, a realtà ancora tanto uguali a quelle di quarant’anni fa, ancora troppo spesso ben serrate dietro le mura di quelli che oggi sono chiamati Ospedali psichiatrici giudiziari. Di cui in fondo tutto si sapeva e si sa. Fino alle ultime pubbliche denunce, mentre ancora si consumano tragedie che non si vogliono vedere. Un testo importante, questo di Dell’Aquila ed Esposito, soprattutto per il lavoro di recupero e custodia della memoria. Ascoltate la voce di Trivini, che a tratti sembra arrivare con toni di meccanica, surreale pacatezza, che è forse l’unico tono possibile per pronunciare l’ordinaria disumanità delle cose. “Il manicomio giudiziario di Aversa è un complesso formato da circa dieci edifici, i quali sono numerati da uno a dieci: primo reparto, secondo reparto, e così via…”, esordisce il memoriale. Ordinaria disumanità e ordinaria illegalità soprattutto… (…)
Ancora Africa…
Tornando, da una festa dedicata all’Africa. Se ne esce un po’ storditi, e mettere in fila le emozioni non è facile. A cominciare dalla sorpresa di un coro di bambini neri e bianchi, per la cronaca il coro delle comunità africane e delle Voci bianche dell’Accademia, insieme. Centoventi? centotrenta? All’inizio tutti composti e in ordine: i neri a sinistra e i bianchi a destra, in canti alternati… Ad affollare fitti fitti il palco della sala Santa Cecilia dell’Auditorium romano. A guidarli, accanto ai loro maestri, le voci di Badara Seck, griot, e Gabin Dabiré, maestro di mbira, insomma la kalimba ( Kalimba, kalimba de luna… ricordate Tony Esposito?), e ancora, che sul palco proprio non c’era più spazio, i musicisti del PMCE, il Parco della Musica Contemporanea Ensemble, come dire, archi tastiere e percussioni … che tutti andrebbero citati facendo i nomi e i cognomi (ma ho perso il foglio del programma e mi si perdonerà…)
Magia delle danze africane, della musica di Dumisani Maraire e di Kevin Volans, del timbro delle voci di Seck e Dabiré….(…)
Pensando a Mandela
Pensando a Mandela, mi piace pensarlo accompagnato dal canto di Miriam Makeba… morta, nel nostro paese, nella serata di un concerto, a testimoniare la libertà . Ascoltate… Malaika, nakupenda Malaika / Malaika, nakupenda Malaika / Ningekuoa mali we, ningekuoa dada / Nashindwa na mali sina we, Ningekuoa Malaika / Nashindwa na mali sina we, Ningekuoa Malaika // Pesa zasumbua roho yangu / Pesa zasumbua roho yangu / Nami nifanyeje, kijana mwenzio / Nashindwa na mali sina we Ningekuoa Malaika / Nashindwa na mali sina we Ningekuoa Malaika // Kidege, hukuwaza kidege / Kidege, hukuwaza kidege /Ningekuoa mali we, ningekuoa dada / Nashindwa na mali sina, we Ningekuoa Malaika / Nashindwa na mali sina, we Ningekuoa Malaika
Angelo mio…
Ascoltando, in via dei Tigli…
Le mura che sul nostro viale s’affacciano pulsano di voci, sapete… Ascoltate questa, che arriva sussurrata dal carcere di Opera, a Milano. E’ quella di Alfredo Sole che ci narra una storiella di stampo medievale, pericolosa, sottolinea, per quei tempi… Dunque.
Dio creò il Paradiso e gli angeli, ma questi si rivelarono non di poco stress per un dio che doveva continuamente intervenire su tutti i problemi che creavano. Così decise per rilassarsi di creare un posto lontano dal paradiso, un posto dove poter trascorrere il tempo da solo, lontano da quelle pesti. Creò la Terra, un giardino tutto per lui. Ci prese gusto e sempre più spesso si assentava dal paradiso. Gli angeli si insospettirono e uno di loro lo seguì. Nascosto sopra una nuvola spiava Dio. La Terra era un vero giardino, ed era tempo di frutti di bosco. Dio si mise a mangiarli, ne mangiò così tanti da venirgli il mal di stomaco e, visto che credeva di essere solo, si lasciò andare a qualche scorreggia. L’angelo che spiava si mise a ridere e mentre rideva Dio ne fece una così grossa che gli uscì fuori un essere: il diavolo. (…)
In via dei Tigli…
Una pagina scritta col sangue. Con le immagini di un corpo marchiato con sangue e lividi come di carne morta che affiora sulla pelle… Ci vuole stomaco, sì, molto, ma l’invito è andarle a guardare, le foto di Federico Perna, morto tre giorni fa a Poggioreale, a 34 anni. La madre ne ha autorizzato la pubblicazione. Morto per “tortura di stato”, accusa. E non a torto, viene da pensare, se il suo Federico da tempo stava male. Storia di ordinaria tossicodipendenza, viene da pensare, se per chi si avvia su quel percorso è così facile entrare nel circuito impazzito delle nostre legali nefandezze: mesi e anni di carcere sballottato da un istituto all’altro, per cumulo di vari, piccoli reati, non era un santo, piccola criminalità, si dice… Tossicodipendente, ammalato, epatite C che diventa cirrosi epatica, molto debilitato… comunque in carcere. Da dove non può uscire, si legge da qualche parte, per “pericolosità sociale commessa allo stato psicologico”, anche in considerazione del fatto che “aveva rifiutato il ricovero”. Ma poi si legge anche di medici, di due delle carceri dalle quali era passato, che ne avevano chiesto il ricovero in un centro clinico… e poi le lettere alla madre “mi menano le guardie”… e poi gli ultimi giorni a sputare sangue… insomma i dettagli sono tutti su internet, basta digitare il suo nome. Ma soprattutto sfogliate quelle foto, ingranditele, guardatele, perché le parole davanti a quelle immagini sono nulla. (…)
Copertine…
Copertine… quante ciascuno di noi porta impresse nella memoria, citazioni di percorsi dell’anima mai dimenticati. E per chi davanti a una bella copertina sa ancora incantarsi, prima ancora di sfogliare le pagine del libro, per chi le copertine sa ancora “riconoscere” e amare, un invito: a partecipare alla prima edizione del Premio Cover Più. Per concorrere a designare la copertina più bella, la più affascinante, quella che più cattura. Un premio per valorizzare l’idea e l’impatto grafico e che vuole anche dare spazio ai giovani per mettersi in luce agli occhi del panorama editoriale. Il via all’iscrizione è partito a metà novembre… per tempi e modi, date un’occhiata a www.premiocoverpiu.it.
Cover Più, insomma, che conta di diventare un riconoscimento nazionale nel campo dell’illustrazione e della grafica, mentre il sito stesso del concorso già d’ora si offre come punto d’incontro per chi lavora nel settore. Ed è solo un’inizio: gli organizzatori stanno già lavorando per valicare i confini del nostro paese, e accreditare il concorso a livello europeo e internazionale. Ancora una nota: il progetto nasce da un’idea di Rino Ruscio, che è art director e consulente grafico editoriale , (in collaborazione dell’Associazione Consulenti Pubblicitari Italiani) che ci spiega come questo premio voglia sottolineare l’importanza di “vestire” un libro o una pubblicazione con un “abito” grafico che sappia raccontare con un’immagine il contenuto, ma soprattutto riesca ad attrarre e a sedurre. E che se il compito di tradurre in immagine i contenuti spetta al professionista della grafica, a questo però non sempre vengono riconosciuti l’impegno, la creatività e la capacità di realizzare un “vestito” su misura per l’opera editoriale. Eppure, quante copertine hanno reso riconoscibili e uniche collane storiche della cultura italiana?
Negro, un colpevole perfetto…
Vi ricordate di Roverto Cobertera, l’uomo di colore con doppia cittadinanza domenicana e statunitense condannato all’ergastolo? Un negro, nsomma, un colpevole perfetto… Ne avevamo parlato qualche mese fa, al primo appuntamento in via dei Tigli. Come è andata a finire? Lascio la penna a Biagio Campailla e Carmelo Musumeci della Redazione di “Ristretti Orizzonti”, dal carcere Due Palalzzi, a Padova.
“… Per dimostrare la sua innocenza la scorsa estate Roverto aveva portato avanti uno sciopero della fame per due mesi e mezzo e per le sue condizioni di salute era stato ricoverato all’ospedale per ben due volte. Per lui la Redazione di “Ristretti Orizzonti” aveva lanciato un appello esortandolo a interrompere il digiuno e chiedendo al Presidente della Camera dei deputati di intervenire in tal senso. Tempo fa, dopo che ci aveva confidato che voleva iniziare di nuovo lo sciopero della fame per riaffermare la sua innocenza gli avevamo detto: “Roverto, se sei innocente, vale solo per te, per noi e per chi ti crede. A molti là fuori non interessa sapere se tu sei innocente. Gli basta sapere che non eri uno stinco di santo, oltretutto sei pure negro. Ai buoni basta poco per farti sparire dalla società. E lui scrollando la testa con tristezza ci aveva risposto: (…)
una prigione lunga trentatré anni…
Tornando, dal carcere di Spoleto, dopo aver rivisto con Mario Trudu le ultime pagine della sua autobiografia… con nelle orecchie e negli occhi ancora quell’ultima frase, che è possibile risposta a domande sul senso della pena.. o almeno invito a provare a immedesimarsi… prima di decidere se è giusto che un uomo, quasiasi sia il reato che abbia commesso, debba rimanere inchiodato al momento della condanna… anticipando le ultime parole del libro che verrà … “Questo libro l’ho scritto fra il 2000 e il 2002, in quegli anni avevo tanto da lamentarmi, ma oggi siamo al 15 novembre del 2013 e ancora mi tengono chiuso in quel carcere “buono “ di Spoleto. Sono sequestrato in mano di questo mostro disumano dal maggio 1979, trentatré anni, lascio a voi immaginare… dove vi trovavate nel 1979? cosa facevate? solamente tornando indietro con la mente potete riuscire a capire quanto sono lunghi trentaquattro anni”.
Cosa facevate nel 1979?
Io ci sarò
Io ci sarò, un libro che in Via dei Tigli immagino possa sentirsi un po’ come a casa, perché è storia di un viaggio che spezza le catene del timore e della rassegnazione. Storia di Ezio, ragazzo “speciale”, e della sua famiglia felicemente imperfetta, raccontata da mamma Letizia. Letizia Nucciotti, che per Stampalternativa ha scritto due libri di cucina che proprio solo libri di cucina non sono, pagine direi piuttosto di alchimie di vita, e che qui si dichiara felicissima “dell’essere riconosciuta non perché barista, veterinaria, o autrice di un paio di libri di cucina, ma essenzialmente perché mamma di Ezio”, in un mondo dove la diversità è un marchio non facile da portare in giro, e spesso diventa prigione, magari prima ancora di sbattere contro i muri che noi altri ci affrettiamo a costruirvi intorno. Insomma… la prima cosa che ti fa venire voglia di tenere fra le mani questo libro e riprenderlo ancora e ancora è il disegno in copertina. Ed Ezio, l’Eziolino che Io ci sarò, è tutto lì. In quella casa-casa grande e rassicurante come un seno o un ventre di madre. Le cui mura sono zeppe zeppe di finestre e porte. Finestre e porte serrate come occhi chiusi, e pure con occhi qua e là in trasparenza che sbirciano stupiti, incerti e pure desiderosi di spalancarsi sul mondo. E il mondo intorno è un esercito infinito di insetti che sono forse coccinelle, tutte insieme in marcia a riempire la terra e il cielo, e anch’esse con occhi stupiti e un po’ persi ci guardano. Poi, superata l’ipnosi, qualcuna di quelle porticine si apre ed ecco: quadri che spuntano qua e là nel percorso dalla nascita di questo bambino speciale via via fino all’oggi, ma senza rispettare cronologie, e anche per questo spesso sorprendono. Insomma, nessuno si aspetti una biografia o un saggio o un manuale,(…)