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    Il freddo di questa notte…

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    Lorenza Mori l’ho incontrata un anno fa, nel corso della presentazione di un libro in un locale della biblioteca d’Arezzo. Il breve tempo di un saluto, di cogliere un sorriso gentile, e di avere fra le mani questo suo libro. E’ il freddo di questa notte. Bel titolo, almeno di quelli che a me piacciono molto, che è anche incipit del capitolo dove inizia il racconto profondo, titolo che invita e induce a fermarci, ad apprestarci ad ascoltare, come al richiamo del c’era una volta… Tanto che avevo iniziato a leggere appena salita sul treno per tornare. Ma poi, forse l’ora tarda, la stanchezza, e poi la notte, e poi le cose del giorno dopo, e del giorno dopo ancora… insomma, a quell’inizio m’ero fermata. Insomma, forse un po’ di resistenza l’avevo opposta, e ho continuato a opporla, a quella copertina che per quasi un anno a tratti tornava a galla fra i libri accanto, sul comodino. Succede. Ma poi, tre giorni fa, come il brivido di un vento, il freddo di quella notte mi ha preso nel suo vortice, e non mi ha lasciato tregua, fino alla fine della narrazione. Un racconto nel racconto, nato dall’incontro di due donne che scoprono di avere in comune legami che risalgono al tempo della guerra. Un racconto che apre le pagine di un diario, che è un viaggio  dentro l’anima, a tratti gelata dal complesso e problematico rapporto con la madre, (…)

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    Un pensiero che non riesco a trattenere. L’incontro-accordo ( o cosa volete che sia) fra Berlusconi è Renzi, sancisce il fatto che quetso paese è definitivamente fondato sull’illegalità. Con buona pace di quanto si cerca di fare per arginarla…

    Il viaggio di Marco

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    Marco è stato un ragazzo buono, gentile, altruista. Che ha amato tanto e tanto è stato amato. Così ce ne accenna Lauretta Chiarini ( ne abbiamo parlato, l’autrice del delizioso Giardino di Brigitta...), che per ricordare questo ragazzo la cui corsa verso la vita si è fermata sulla strada di una vacanza, in un giorno d’estate dello scorso anno, ha ricucito quel filo spezzato con un altro gentile racconto: Il viaggio di Marco. Intorno al protagonista, che di Marco ha la giovinezza, la bellezza, la generosità, Lauretta Chiarini disegna un mondo fantastico, inquieto e lunare, pauroso e tenero, come accade nei sogni. E il nostro Marco si trova scalzato nello spazio del tempo di “fra cent’anni”, dove aiuta una banda di ragazzini a vincere la partita che salverà loro la vita. Ma non vi ho levato, svelando il finale, il piacere della lettura, che rimane intatto, come quando si leggono favole già conosciute e sempre le si rileggerebbe. E anche perché il finale “vero”, sottolinea l’autrice, è quello che ognuno di voi vorrà darvi. De Il giardino di Brigitta, il viaggio di Marco ha lo stesso lieve incanto. Ricordate? Il giardino dove fra alberi e uccelli e siepi Brigitta coltiva fiori straordinari, dove coltiva, soprattutto, la speranza.  Ed è successo che proprio leggendo questo racconto la zia e la mamma di Marco, Marco Pietrobono, vi hanno trovato l’indicazione di una strada da seguire, il suggerimento che anche dal dolore può nascere una nuova speranza: se Brigitta alla fine parte per le vie del mondo per insegnare a coltivare i suoi fiori dove la speranza sembra sconfitta da guerra e cattiverie, perché non penare anche loro a qualcosa da costruire, a qualcuno da aiutare, nel ricordo di Marco?(…)

    Con gli auguri di Marco Cavallo…

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    Ricordate “La stanza dei pesci”, racconto di rara forza di Flora Tommaseo? E “Una via d’uscita”? La straordinaria esperienza dell’Ospedale Psichiatrico di Belo Horizonte, narrata insieme a proposte e riflessioni a proposito di pericolosità sociale e misure di sicurezza da Virgilio de Mattos… E “Marco Cavallo”? La vera storia che ha cambiato il modo di essere del teatro e della cura, nelle parole di Giuliano Scabia… Ne abbiamo parlato in queste pagine e altrove, insieme agli altri preziosi testi raccolti nella collana “180- Archivio critico della salute mentale”, delle edizioni Alpfabeta Verlag… Bene, a Peppe dell’Acqua, che ne è direttore, è stato assegnato il premio Nonino 2014. Premio per un impegno lungo una vita…  Insieme agli auguri, un pensiero e un grazie a Peppe dell’Acqua, psichiatra che, come si legge nella motivazione del premio, “fin dai primi tempi ha combattuto accanto a Franco Basaglia la lunga e difficile battaglia che ha portato alla trasformazione e alla chiusura degli ospedali psichiatrici, riforma fondamentale per la difesa di elementari diritti umani di persone per molto tempo ignorate o respinte nella loro sofferenza”. Peppe dell’Acqua è anche scrittore, autore di saggi scientifici sul disagio mentale, ma anche di racconti che sanno essere nello stesso tempo documento clinico e narrazione di vite difficili. Un impegno e una battaglia che continua anche al fianco degli autori della sua bella e sempre sorprendente collana. Che per prima abbiamo voluto ricordare perché l’invito è ad andare a leggerli, questi scritti, e magari andare ad ascoltarlo di persona, dell’Acqua, negli incontri sulla salute mentale che infaticabile segue qua e là per le strade d’Italia, e non solo… Vale la pena, ascoltare le parole di una passione mai paga… E’ quello, vi assicuro, che nella vita e nelle persone fa la differenza… Per la cronaca, la cerimonia di consegna del premio avverrà a Udine il 25 gennaio prossimo. La giuria presieduta dal premio Nobel per la Letteratura 2001 V.S.Naipaul. Ad applaudire in prima fila, immaginiamo, Marco Cavallo…

    Del suicidio in carcere…

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    Francesco Scarcella, di 42 anni, originario di Castellamonte. Si è impiccato alla grata del bagno della cella con un sacchetto di cellophane attorcigliato e fatto passare attraverso le sbarre. Il primo suicida di quest’anno. Era in carcere per estorsione, a Ivrea. Il primo suicida dell’anno che a volte non vale neanche la pena di un nome e cognome. Ho dovuto scorrere molte pagine di molti siti “d’informazione”, prima di trovare qualcuno che ritenesse di dover farne il nome… Uccidendolo, non finiremo mai di ripeterlo, per la seconda volta. Perché non c’è nulla di peggio che scomparire  nell’indistinto… Un pensiero, a Francesco Scarcella, con questa poesia:  “Posso immaginarmelo/ tranquillamente crepato nel cuore / squassato nell’animo e tremante / davanti a tanto ferro grigio. //Posso credermelo ormai sfibrato / davanti a quelle regole diaboliche/che non aiutano nessuno/ …ed anzi spesso inducono / ad “infernali pratiche”. //Posso senza sforzo alcuno immaginare/ quella molle / morta corda / animarsi di colpo / “stiracchiaaarsi” / tirarsi sempre più / fin sulla barba / e poi oscillare fino a fermarsi…// Povero Nazareno! / Forse non riuscirà più a difendersi / ed ha scambiato il suo ultimo / tenue filo di speranza /con una robusta corda / da collo”. (…)

    Senza indignazione

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    Dopo le immagini giunte a noi dal Centro di Lampedusa… mi sarebbe stato difficile trovare le parole… che sentissi giuste, che non fossero retorica dell’indignazione, che a volte è l’altra faccia della nostra imbarazzata e imbarazzante pocrisia. Ma oggi posso sciogliere il silenzio, nelle parole di Andrea Segre, documentarista, regista ( Io sono LI, ricordate?) di raffinata scrittura, di profonda e mai distratta voglia e capacità di conoscenza. Insomma, uno dei registi più interessanti del panorama italiano contemporaneo… Invito a leggere, sfida alle nostre pigrizie e prigioni mentali, dal suo sito  http://andreasegre.blogspot.it

    “Senza alcuna retorica e con molta chiarezza. Le immagini che negli ultimi giorni abbiamo visto del Centro di Lampedusa e dei CIE non devono e non possono indignare nessuno. Nessuno tranne chi ha voluto e vuole far finta di non sapere e di non capire. Innanzitutto dividiamo le due storie, che per comodità o ignoranza molti giornalisti hanno preferito tenere insieme. Da una parte i Centri di Accoglienza, suddivisi in Prima Accoglienza e Accoglienza per Richiesta Asilo, dall’altra i Centri di Identificazione ed Espulsione.   I primi, quelli di accoglienza, in Italia sono gestiti nella grandissima maggioranza dei casi da organizzazioni e da personale privi di preparazione, di sensibilità e di cultura dell’accoglienza. Sono o cooperative o corpi militari o civili dello Stato normalmente utilizzati in contesti di conflitto e di crisi. Nelle cooperative lavorano operatori spesso senza alcuna preparazione o tutt’al più provenienti da esperienze di servizio sociale all’antica, caritatevole,  assistenzialista e verticistica. (…)

    Pensiero di Natale…

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    Un pensiero… con gli occhi miti di questo bue e di questo asinello, che Arnolfo di Cambio scolpì per il primo presepe della storia fatto di statue. Ci guarda ancora, stupito, il bue. Sorride ancora, dolcissimo e tenero, l’asinello, come l’attesa non fosse mai stata tradita… Buon Natale a tutti.

    Urla

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    Prima di iniziare a leggere, l’invito è a fermarsi qualche secondo in più sull’immagine di copertina. Sulla maschera di creta, che sembra testa d’uomo, che non ha occhi, ma due buchi neri, come buco nero è la bocca spalancata. Per un urlo che non ha voce, che si ferma strozzato in gola. E’ lo stesso  volto delle anime ( le avete mai incontrate?) non ancora del tutto morte, che si fermano per qualche tempo, fra il tempo della vita finita e il tempo dell’aldilà, a passeggiare nei meandri della nostra cattiva coscienza. Sì che le abbiamo tutti incontrate, quelle anime, nelle notti più inquiete… e qualcuna magari l’abbiamo anche riconosciuta, per questo abbiamo timore a parlarne… Un muto urlante volto di creta, plasmato da Carmelo Musumeci, che ben introduce nel mondo dei morti viventi: gli ergastolani ostativi. Come Carmelo, appunto, dalla cui parte ho già scelto di stare. Carmelo Musumeci, che frequento ormai da qualche anno. Per quanto e per come si possa frequentare una persona in carcere. Poco, fisicamente molto poco, sì… ma c’è una conoscenza che passa attraverso scambi, che sono lettere, biglietti, cartoline e pagine e pagine di scritti che sono il diario dei lunghi anni da recluso fuori dal mondo. Carmelo Musumeci, ergastolano ostativo, uomo ombra.(…)

    La marcia di Natale

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    A Pompei fin verso la fine degli anni Settanta veniva allestito il Presepe dei figli dei carcerati, una struttura sotterranea e labirintica, dove in molte scene c’erano solo suppellettili e strumenti di lavoro, sedie, forni, cesti, botti, sacchi di farina… dove la presenza dei soli oggetti della realtà quotidiana e l’assenza di personaggi creava un senso di inquietante disagio. Bene ce lo racconta Roberto De Simone nelle sue pagine sul presepe napoletano, che della vita (e della morte che nella vita siamo così bravi a portare) tutto ci narra.  Per quel cenno sotterraneo, che ricorda chi è in carcere, non c’è più spazio nei nostri presepi, un po’ meno ricchi di simbologie e verità. Ma la brutta verità del carcere rimane, nelle sue peggiori articolazioni ed espressioni, e per ricordarlo il 25 ci sarà la marcia per l’amnistia, voluta dai Radicali, ma che giorno dopo giorno va affollandosi di “parteciperò”. Parteciperò anch’io, magari dietro lo striscione contro l’ergastolo di quelli della Comunità Papa Giovanni XXIII, e con un “voto” in più, perché se l’affollamento delle nostre carceri è una “prepotente urgenza”, e ben venga il decreto del governo, oggi il rischio è che questo lasci in ombra altri, altrettanto gravi, momenti critici della pena e della sua esecuzione. Mi riferisco non solo all’ergastolo (…)

    Se questo è un uomo…

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    Se un dibattito si aprisse, nel cuore della sinistra, a proposito di pene e della sua esecuzione, e sulla giustizia che veramente vogliamo… A cominciare da questo intervento di Mario Spada  da  comune-info.net

    “Qualche bambino potrebbe scrivere a Babbo Natale : “ per Natale vorrei vedere mio nonno ma sta chiuso in una gabbia . Perché non vai a prenderlo con la slitta e lo porti da me?” Ma non credo che questa lettera sarà mai scritta perché è consuetudine nascondere ai bambini le colpe dei grandi, perché il nonno non uscirà mai dalla gabbia, perché Babbo Natale non si occupa  dei cattivi. Il nonno è  “cattivo per sempre”, un mafioso,  o un camorrista, o un sequestratore sardo, arrestato 30 anni fa e chiuso in un carcere senza alcuna speranza di uscirne perché sottoposto al regime del cosiddetto carcere ostativo,  non può fruire dei benefici di cui qualunque  ergastolano  può godere . La colpa è  di non essere un collaboratore di giustizia e la condanna è quella di “essere murato vivo”. Può capitare a chiunque, come è successo per caso a me, (…)