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    skiantos…

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    Un pensiero, per Freak Antoni, cantante e paroliere degli Skiantos, con la pennellata di un ricordo, che mi manda Daniela Morandini…

    “Era un ragazzo molto serio, Robertino, col viso minuto e i capelli ricci. Elaborava la sua poetica demenziale, mentre si laureava al Dams con Gianni Celati: una tesi sui Beatles. Lo chiamai dalla radio, Punto Radio, la mattina dell’8 dicembre del 1980. Avevano ammazzato una leggenda. Cinque colpi di pistola e John Lennon moriva davanti alla sua casa a Manhattan. Roberto dormiva. Mi disse di non prenderlo in giro. Gli rilessi l’agenzia. Anch’io facevo fatica a capire come si potesse sparare a un mito. Ma bisognava andare in onda. E lui comincoò a parlare, a spiegare che anche le utopie possono essere assassinate. L’aveva capito prima degli altri…”

     

    Vite ostative… la storia di Pasquale..

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    Nella pagina delle “lettere ostative” della rivista “Una città” compare questo mese la lettera di Pasquale Zagari, dal carcere di Opera, che è fratello Giuseppe Zagari, che ho incontrato nel carcere di Padova… negli occhi lo strazio per l’ingiustizia subita dal fratello, uno sguardo impossibile da dimenticare … Lo scrito di Pasquale, ecco:

    “Mi chiamo Pasquale Zagari, sono detenuto presso il carcere di Opera dopo aver espiato parte della pena in regime speciale di 41 bis. Attualmente mi trovo in regime di Alta Sicurezza dove ho appena finito di scontare l’isolamento diurno di un anno. Ho l’età anagrafica di 50 anni e posso dire che il più della mia vita l’ho trascorsa da detenuto in quanto in detenzione continua dal 1988. La mia condizione è resa ancora più dura e terribile perché tutto ciò che sto passando è immeritato e privo di significato. Questo mio scritto, forse, serve più a me stesso, ha certamente un effetto catartico perché mi fa ricordare chi sono e per cosa non devo mai smettere di credere, con la speranza che prima o poi questo incubo possa finalmente terminare. Nelle mie condizioni di recluso, molto spesso, (…)

    4 poeti per 4 paesi…

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    Un invito, giovedì 13, alle 19,30, al numero 90 di piazza Navona. Alla libreria spagnola. Per incontrare i poeti ispanoamericani di Gattomerlino Edizioni.

    4 poeti per 4 paesi. Intanto i nomi: Rolando Kattan, dell’Honduras, Janet Nunez, colombiana, Leonardo Garet, Uruguay, e il messicano Marco A.Campos. A parlarne il poeta Carlo Bordini, Martha Canfield, poeta e traduttrice, che fra l’altro insegna lingua e letteratura latino ispanica a Firenze, e Piera Mattei, che della Gattomerlino è fondatrice, curatrice… l’anima insomma. Piera Mattei, che è poeta, critico, e ha tradotto autori come Cesar Vallejo, Emily Bronte, Emily Dickinson… e che qui mi piace ricordare come la fatina a cui ho pensato la prima volta che l’ho vista, Piera. Minuta e cortese, d’una cortesia profonda d’altri tempi. Dalla voce sommessa e delicata, quasi un filo, ma di parole profonde e attente. Per seguire tracce e intrecci di vita. Un segugio, sulle tracce della poesia. Che acciuffa camminando fra i sentieri del mondo per poi restituircene la voce… soprattutto nuove voci internazionali. Autori, dice, che aiutano a uscire dal circolo della poesia italiana, che spesso fatica a confrontarsi con il mondo. Una buona occasione per farlo, dunque, questo 13 febbraio, con gli ultimi autori tradotti e accolti dalla casa editrice, Gattomerlino.

    Ascoltateli dunque. Nell’incontro, la lettura di pagine (…)

    La strada per la scuola

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    A proposito di Rom, ecco…il racconto, amaro e lieve, di Lauretta Chiarini.

    “La strada per la scuola si apriva davanti ai suoi occhi. Polverosa e dissestata, poche case grigie, la strada curvava a sinistra a ridosso di un campo di sterpaglie, per poi proseguire diritta per diverse centinaia di metri. Allo sguardo gitano di Lidja era una bella via, nonostante quelle brutte scritte sui muri. Via gli zingari dal nostro paese. Fino a ieri, Lidja percorreva quella strada per andare e tornare dalla scuola all’accampamento dove viveva con la sua famiglia. Le piaceva camminare la mattina presto, con i quaderni in una mano e la penna nell’altra. Raramente incontrava i compagni di classe, perché si avviava molto prima del necessario. Forse non voleva che vedessero da dove veniva; non avrebbe saputo dirlo con esattezza, ma le piaceva farsi trovare già davanti al cancello quando arrivavano gli altri. “Tu sei una zingara?” le aveva chiesto il primo giorno di scuola Andrea.

    A proposito di Rom…

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    A proposito di Rom… l’Associazione 21 luglio, che dei diritti dei Rom e Sinti in Italia si occupa, soprattutto attraverso la tutela dei diritti dei bambini, denuncia lo sgombero forzato di 20 famiglie Rom dall’insediamneto informale di via Belmonte Castello, alla periferia Est di Roma. Fra loro 40 i bambini. Dopo aver subito altri sgomberi, vivano lì da circa un anno. Avevano iniziato, racconta l’Associazione, un percorso positivo di inclusione sociale. Che significa anche che una decina quei bambini frequentavano la scuola, che adesso non potranno più frequentare. Come si sgombera un campo Rom lo sappiamo tutti, e questa mattina, nella Roma del “nuovo” sindaco, le cose non  si sono svolte in maniera diversa da tante già denunciate durante la precedente amministrazione. Ma si sa, il consenso va curato… non importa che, come sottolineano quelli di “21 luglio”, ancora una volta siano stati violati diritti umani… , che non sono state rispettate le garanzie procedurali previste dal Comitato Internazionale sui Diritti Economici, Socilai e Culturali.. che significa che le persone non sono state avvisate in tempi congrui… che non sono state valutate adeguate alternative… insomma la solita brutta storia: significa che (…)

    Il sogno di vivere… forse

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    Oggi, giorno della Memoria, ripropongo la lettura di un libro che sembra struggere fin dal titolo. Forse sogno di vivere. E dal sottotitolo. Una bambina rom a Bergen-Belsen. A proposito di rom, e di memorie a volte rimosse…  Rievocata, la bambina che è stata, da Cenija Stojka, cinquant’anni dopo. Ritrovando le parole della bambina di allora. Le parole dello stupore di fronte a una quotidianità fatta di violenze, di fame, di tormento, di immagini di morte che non si posso immaginare. Stupore rimasto intatto, cinquant’anni dopo, e non c’è traccia, nel racconto, di odio. Semplicemente un narrare lucido e ostinato, per chiedersi e chiedere, ancora: come è stato possibile? E testimoniare la volontà di vita. Pagine di una cantatrice, (…)

    Ritorni…

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    Questa è una nota molto, molto personale. Su via dei Tigli, dove la strada si allarga in uno spiazzo, ci sono alcune panchine appoggiate al bordo di una bassa siepe… L’avevo notato da tempo, seduto sulla panchina di centro. Un vecchio. Dismesso mi viene da dire. Con una lunga barba grigia, in un cappottone enorme a chiudere il suo enorme corpo. Spesso piuttosto sbrindellato e sporco, e con una scia di puzza un pò intorno. A  volte ordinato come rimesso a nuovo, come capita quando qualcuno i barboni ha cura di ripulirli. Anche se in silenzio, sembra avere confidenza con i luoghi e la gente del posto. A volte scompare dalla panchina per comparire al un tavolino di bar più in là sulla via. E sempre legge… libri, giornali soprattutto, con aria assorta e compresa, a capo chino, che è difficile guardarlo bene in viso. Ma un giorno, (…)

    Il freddo di questa notte…

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    Lorenza Mori l’ho incontrata un anno fa, nel corso della presentazione di un libro in un locale della biblioteca d’Arezzo. Il breve tempo di un saluto, di cogliere un sorriso gentile, e di avere fra le mani questo suo libro. E’ il freddo di questa notte. Bel titolo, almeno di quelli che a me piacciono molto, che è anche incipit del capitolo dove inizia il racconto profondo, titolo che invita e induce a fermarci, ad apprestarci ad ascoltare, come al richiamo del c’era una volta… Tanto che avevo iniziato a leggere appena salita sul treno per tornare. Ma poi, forse l’ora tarda, la stanchezza, e poi la notte, e poi le cose del giorno dopo, e del giorno dopo ancora… insomma, a quell’inizio m’ero fermata. Insomma, forse un po’ di resistenza l’avevo opposta, e ho continuato a opporla, a quella copertina che per quasi un anno a tratti tornava a galla fra i libri accanto, sul comodino. Succede. Ma poi, tre giorni fa, come il brivido di un vento, il freddo di quella notte mi ha preso nel suo vortice, e non mi ha lasciato tregua, fino alla fine della narrazione. Un racconto nel racconto, nato dall’incontro di due donne che scoprono di avere in comune legami che risalgono al tempo della guerra. Un racconto che apre le pagine di un diario, che è un viaggio  dentro l’anima, a tratti gelata dal complesso e problematico rapporto con la madre, (…)

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    Un pensiero che non riesco a trattenere. L’incontro-accordo ( o cosa volete che sia) fra Berlusconi è Renzi, sancisce il fatto che quetso paese è definitivamente fondato sull’illegalità. Con buona pace di quanto si cerca di fare per arginarla…

    Il viaggio di Marco

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    Marco è stato un ragazzo buono, gentile, altruista. Che ha amato tanto e tanto è stato amato. Così ce ne accenna Lauretta Chiarini ( ne abbiamo parlato, l’autrice del delizioso Giardino di Brigitta...), che per ricordare questo ragazzo la cui corsa verso la vita si è fermata sulla strada di una vacanza, in un giorno d’estate dello scorso anno, ha ricucito quel filo spezzato con un altro gentile racconto: Il viaggio di Marco. Intorno al protagonista, che di Marco ha la giovinezza, la bellezza, la generosità, Lauretta Chiarini disegna un mondo fantastico, inquieto e lunare, pauroso e tenero, come accade nei sogni. E il nostro Marco si trova scalzato nello spazio del tempo di “fra cent’anni”, dove aiuta una banda di ragazzini a vincere la partita che salverà loro la vita. Ma non vi ho levato, svelando il finale, il piacere della lettura, che rimane intatto, come quando si leggono favole già conosciute e sempre le si rileggerebbe. E anche perché il finale “vero”, sottolinea l’autrice, è quello che ognuno di voi vorrà darvi. De Il giardino di Brigitta, il viaggio di Marco ha lo stesso lieve incanto. Ricordate? Il giardino dove fra alberi e uccelli e siepi Brigitta coltiva fiori straordinari, dove coltiva, soprattutto, la speranza.  Ed è successo che proprio leggendo questo racconto la zia e la mamma di Marco, Marco Pietrobono, vi hanno trovato l’indicazione di una strada da seguire, il suggerimento che anche dal dolore può nascere una nuova speranza: se Brigitta alla fine parte per le vie del mondo per insegnare a coltivare i suoi fiori dove la speranza sembra sconfitta da guerra e cattiverie, perché non penare anche loro a qualcosa da costruire, a qualcuno da aiutare, nel ricordo di Marco?(…)