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    Home Blog Pagina 113

    … suoni

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    … ascoltando, salire dal vicolo (si dice vicolo? anche a queste latitudini?) un canto di pianto… è voce di ragazzo… è canto di fado… e suono pizzicato di chitarra… Senza avere il coraggio di affacciarmi e scrutare nella penombra, che è quasi sera… ma, s’immagina benissimo, sarà magro, come la sua voce, forte e sottile… che canta di mare e di amore e di qualcosa che sa di casa e di qualcosa che non c’è più…, e ora è tumulto e ora supplica e preghiera sommessa… Lo spagnolo… non è forse lingua, ha detto qualcuno, per parlare con Dio? E chissà chi piange, e chissà chi e cosa, cantando, prova a evocare…  e ora, a un tratto, il ritmo è sussulti di colpi battuti sulla cassa della chitarra… un tumulto e poi si acquieta per riprendere poi il lamento… Non si ferma, questa voce di ragazzo e il vicolo ( sì, questa sera qui dietro c’è un vicolo, anche a queste latitudini) si riempie delle immagini strazianti che nel buio disegna questo suo solitario canto smarrito…

    … e pentimenti

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    Continua il professor Ferraro….

    “Anche Carmelo sentì questa esigenza. Mi sorprese quel giorno quando mi consegnò il testo del respingimento della sua richiesta di permesso. Vi erano elencate tutte le sue vicende giudiziarie. C’era anche il rilievo che non si era fatto pentito di giustizia ovvero collaboratore di giustizia. Strano ancora, viene da scrivere, non si usa l’espressione “pentito”, ma quella di “collaboratore di giustizia”. Evidente. Non si tratta di pentimento, come possiamo intenderlo nella sua parola, perché “collaboratore di giustizia” è chi porta notizia delle colpe di altri, di quanto altri stanno tramando o abbiano tramato. È difficile sentire la parola “pentimento” portata all’uso dello scambio di prigione. Che sia l’uno o l’altro il termine farsi pentito o collaboratore di giustizia in questi termini espone la Giustizia, sul piano sociale almeno, a un paradosso, che è di fatto una contraddizione che ne mina la funzione. Nello scambio di libertà, conseguente al pentitismo, può accadere di dar corso a ingiustizie intollerabili sul piano sociale. La Giustizia in questi casi non si può confondere e appiattire sul dettato giuridico del Diritto. Non c’è giustizia senza restituzione sociale, senza un reinserimento nella comunità che porti a una riconciliazione e una restituzioni. Con pentitismo di giustizia si resta, purtroppo, su uno scambio di guerra”.

    Confessioni

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    Rileggendo da “Urla a bassa voce”, la postfazione di Giuseppe Ferraro, che insegna Filosofia della Morale all’Università di Napoli, e carceri e carcerati frequenta per insegnare loro filosofia. A proposito di confessioni e pentimenti…

    “In carcere capii che cos’è la confessione. Avevo letto tante volte i libri di Agostino, le Confessioni. Ne ho più di un’edizione tra i miei libri. Confesso, è il caso di scrivere, che non ne avevo compreso il senso fino a quando non mi trovai di fronte Giuseppe. Mi chiese un colloquio personale, fuori del gruppo di classe del corso di filosofia che teniamo nel corso dell’anno. Non chiedo mai, che cosa e perché ha portato in carcere chi trovo in carcere. Giuseppe volle quel colloquio. Mi racconto tutto quello che lo aveva portato in carcere, quanto aveva fatto e cosa sentiva di essere allora e nel momento in cui mi parlava. Non gli avevo chiesto niente, mi disse tutto di se stesso. Capii allora il senso della confessione. Giuseppe doveva dirmi tutto quello che era stato per stare in una relazione di amicizia vera, per consegnarsi a quel che rappresentavo come regola di una relazione di verità. Non poteva nascondermi nulla, confessarsi equivale a liberarsi e consegnarsi a un’espressione della regola di giustizia che si esprimeva in una relazione di amicizia. Senza interesse. Di verità. Di esposizione. Sarebbe poi stato a me mantenere quella regola di relazione senza infrangerla perché esclusiva solo a chi è puro e senza peccati, mi viene da scrivere. Capii allora perché Agostino scrisse le Confessioni, per consegnarsi alla regola di relazione della sua esperienza religiosa ovvero della sua “che si può tradurre solo con confessione aperta di un legame, di un rilegarsi. Quasi, mi permetto la suggestione, di rilegarsi come rilegato è un libro che è scritto rispettando un ordine di discorso che chiunque può apertamente leggere e capire, rifiutandolo o sentendolo come proprio. Giuseppe, strano caso, ha poi scritto un libro”.

    Lillà…

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    Andando, in visita in un ospedale… un mercoledì e poi il giovedì e poi il venerdì… Facendosi strada fra il brulicare di persone che si agitano fra i banchetti e i baracchini, e i bar e le edicole, e i venditori di mazzetti di fiori e quant’altro, del suq che sembra diventato il marciapiede tutto intorno all’ingresso. E anche varcato il cancello e seguendo i viali, dribblando il via vai scomposto di persone, personale medico e non medico, professori e assistenti, medici e infermieri, docenti e studenti, e familiari sparsi senza apparente ( e forse reale) ordine né disciplina… e piccioni, cornacchie, e un gatto stanco addormentato sulla soglia di un padiglione… Quale stupore piombare la domenica nel silenzio di un vuoto assoluto, quando, chissà, avevo immaginato di trovare nugoli di familiari, e bambini e, magari, palloncini colorati… Così, per allietare la tristezza di chi sempre aspetta qualcuno che venga in visita… perché ancora più triste di qualsiasi altro giorno è il giorno di festa in ospedale…  Ma già, che stupida… E’ domenica per tutti. Per gli edicolanti, i baristi, i venditori di cianfrusaglie… è domenica per gli studenti, i medici, gli infermieri… è domenica anche per i parenti… Rimangono i degenti, un pò più tristi del solito, un pò più soli del solito, avvolti da un mesto silenzio che, solo, più in là, rompe qualche cornacchia. Non c’è neanche quel piccolo omino che mercoledì, giovedì, venerdì, aveva tentato di vendermi un mazzetto di fiori del colore dei lillà, che lillà non erano… Peccato, proprio domenica, che avevo deciso di acquistarne almeno uno… Per fortuna, è poi già lunedì, e poi martedì… e rispuntano mazzetti di fiori del colore dei lillà, che lillà ancora non sono…

    L’inivito di don Luigi Ciotti

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    Urla a bassa voce. La prefazione di don Luigi Ciotti

    “Urla a bassa voce, con le sue voci dal buio, è un libro importante e necessario. Ci costringe ad aprire gli occhi di fronte a una realtà che non ci piace. Ci obbliga  a conoscere ciò che non vorremmo sapere, realtà che vorremmo tenere distanti dalla nostra vita e che – di fatto – ci riguardano. Urla a bassa voce è anche un libro di non facile lettura perché  documenta e informa anche su che cosa significa – per il nostro ordinamento – “ergastolo ostativo”. Il termine, di per sé duro e respingente, significa che qualsiasi riduzione di pena decisa dalla legge per chi è in carcere, è negata a chi vive la condizione dell’ergastolo. Per chi è condannato all’ergastolo – detto in altri termini – non ci sono benefici di legge possibili sulla pena.  Vale a dire che l’ergastolo è totale, effettivo e senza termine.

    Non è “una” facile lettura perché in contesti di reati, di delitti, di difesa sociale e di torti subiti…,  non è possibile attivare il pensiero semplice. Le ragioni (sacrosante e legittime) di chi dal delitto è stato ferito nella vita e negli affetti non possono essere negate, così come non  può essere dimenticato che ci è chiesto di muoverci nella direzione di una giustizia che sappia riparare, essendo in realtà impossibilita a risarcire davvero, poiché alla perdita di un bene supremo qual è la vita non c’è rimedio possibile.

    Impedire alla giustizia di diventare vendetta è la vera sfida a cui siamo chiamati. Impedire che la giustizia “chiuda” chi ha sbagliato  nel suo errore (e gli neghi le possibilità del cambiamento) è l’altra faccia della stessa medaglia.(…)

    A Gerusalemme

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    … e con grande tristezza, per quella terra dove avrebbe voluto andare a chiudere i suoi giorni. La terra verso la quale non riesco a non pensare si sia già incamminato. Perché ognuno, so, arriva nell’aldilà che si è costruito. Sia pure questo, solo pensiero di terre di mezzo in attesa di ritornare al niente o al tutto nel quale si è creduto. Non conosco i tempi del procedere quando leggeri del corpo, ma chissà…. forse è già sul limite della valle di pietra e di pietre. Ai piedi delle mura colore di terra e sabbia, ma che al tramonto bruciano come oro rosso. O forse le ha già attraversate, quelle mura, passando per la porta dei Leoni, per riaffacciarsi al suq, a barattare, magari, con gioia sommessa, quel suo primo bastone che lì aveva comprato…

    Tutto è cominciato…

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    Due anni fa neppure sapevo di che si trattasse. Tutto è cominciato curando, sull’argomento, una puntata di una trasmissione di Radio Uno cui collaboro, “La radio ne parla”. Ho ancora la scaletta: e tra parentesi Nadia Bizzotto, responsabile della Casa di Accoglienza della Comunità Giovanni XXIII di Bevagna, alle porte di Perugia. Nadia… tutto è cominciato con lei, che da anni di questi detenuti si occupa, e con il suo ostinato inviarmi “lettere dal carcere”. Lettere, appelli, comunicati, soprattutto di Carmelo Musumeci, che da tempo cerca di sfondare il muro della nostra indifferenza, scrivendo, scrivendo, scrivendo. Un giorno gli ho scritto io. Parole timide, imbarazzate forse, perché (avete mai provato?) non è facile trovare le parole per chi sai da anni e anni pensi abbia un orizzonte totalmente chiuso. Cosa gli dici? Parole di speranza? ( ridicolo! ) di condivisione? ( ridicolo, io non sto dentro e presumo mai ci sarò) , di consolazione ( e di cosa? saprebbe di pietismo), dell’ultimo film? dell’ultima cena con amici? Bèh, sì, puoi mandare qualche libro e poi discutere di quello… Ma Musumeci questo orizzonte si ostina a non volerlo chiuso per sempre ed era stata sua l’idea di raccogliere interventi di ergastolani nella sua condizione per farne poi un libro. E ha chiesto a me di curarlo, questo libro… ecco tutto è cominciato così. Con un gran timore davanti a una valanga di parole, che all’inizio sembravano incomprensibili… ma poi il libro è nato.  Il libro è nato, ma soprattutto ora so. (…)

    un sogno

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    un sogno, piuttosto frammento di un incubo, a ridosso dell’alba. Tornando, nel sogno, da una passeggiata fra sapori e strade e immagini antiche e nuove… , preparandosi al sonno dopo una serata appagata di gioia… qualcosa arriva dal buio, di là dal limite del balcone, dove è comparsa, a chiudere il passaggio sul fuori, una rete metallica che mai c’era stata. E il buio si condensa in suono cattivo, che è raspo, che è ruggito, che è gola arsa, di altro buio, affamata… e svegliarsi su un’alba di fuoco… e chiedersi dal buio del profondo di quale prigione è arrivato quel grido…

    Una piccola anticipazione, per provare a spiegare..

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    Una piccola anticipazione, per chiarire, l’introduzione al primo capitolo di “Urla a bassa voce” :

    “Le norme, le loro modifiche, si inseguono, si sovrappongono. Quello che oggi viene definito “ergastolo ostativo” non è una pena prevista dal codice, ma il risultato di meccanismo che deriva dall’intreccio delle leggi nate per combattere mafia e criminalità organizzata. Il reato di associazione di tipo mafioso è stato introdotto per la prima volta dopo l’omicidio del generale Dalla Chiesa, avvenuto nel settembre del’82, con l’articolo 416 bis del codice penale cui qui si fa spesso riferimento. Ma passano gli anni, e il fenomeno mafioso sembra inarginabile. Fra la primavera e l’estate del 1992 vengono uccisi i giudici Falcone e Borsellino e gli uomini della loro scorta. Con Falcone muore anche la moglie Francesca Morvillo. Anche sull’onda emotiva provocata da queste stragi, e per favorire la “collaborazione” delle persone arrestate, è stato creato un regime di carcerazione differenziato, ed introdotta l’altra norma “chiave” di cui qui si parla, il 4 bis della legge sul trattamento penitenziario. Questa norma esclude la concessione dei benefici previsti dalla legge Gozzini e delle misure alternative al carcere per le persone condannate per i reati di stampo mafioso, come anche per il sequestro di persona a scopo di estorsione, a meno che non si collabori con la giustizia. Il non aver collaborato con la giustizia diventa quindi in qualche modo pregiudiziale, “ostativo” dunque, all’ottenimento di qualsiasi beneficio, anche dopo anni e anni di carcerazione. Questo vale, nel caso, anche per chi non è condannato all’ergastolo. Ma per un ergastolano diventa di fatto un “fine pena mai”.(…)

    underground…

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    Ripropongo un racconto accolto, con mio grande piacere, fra i Racconti nella Rete per quest’edizione 2012. In attesa della manifestazione, a Lucca, il 13 e il 14 ottobre… Diario del viaggio in metropolitana, che ogni mattina porta dalla stazione vicino casa a quella che sbuca nel quartiere dov’è l’ufficio di un possibile lavoro, nella capitale. Il percorso sotterraneo fra San Giovanni e Prati si compie in un pugno di minuti, ma è un tempo profondo quanto lo spazio infinito del pensiero e del desiderio, che trasforma il tempo del viaggio in una breve e pur densa osservazione nel mondo affollato e mesto e iroso e paziente del popolo della metropolitana. Per chi come la voce narrante ha una certa predilezione per i percorsi sotterranei delle metropolitane c’è spazio, fra la calca dei corpi, i disguidi, le veloci immagini di stazioni in corsa, per l’incontro di sguardi che alludono ad avventure che forse sono solo sogno, e forse no.    Underground, dunque.

    “Mi piace. Non c’è che dire. E’ la parte del mio andare che mi piace di più. Comincia nel momento in cui la luce inquinata del giorno vira nel tranquillo pallore del primo tratto del sottopassaggio. Dopo la discesa di appena dodici gradini e la breve galleria a destra. Altri sette gradini e poi subito ti avvolge l’aria calda di terra e umido e fatica di corpi, a tratti trapunta di un lieve fetore di plastica appena bruciata. La respiro a pieni polmoni. Mi piace lasciarmi invadere da questo odore che stordisce un po’ e conduce, quasi in stato di lieve incoscienza, al rullo della scala mobile. Che si muove lenta, lunghissima e indifferente. Mentre oltre le teste e i corpi che all’unisono scivolano verso il basso, come in un lento zoomare si avvicina la piattaforma che porta ai treni. Ed è lì che finalmente si apre lo spazio del tempo che scorre certo e lento lungo il binario sotterraneo…. (…)