A ridosso dell’anno che muore, un viaggio nel luogo dove i vecchi sono mandati a morire. Che non è, ahiloro, la montagna e l’albero dove popoli antichi lasciavano che i loro vecchi andassero a ricongiungersi con l’anima della terra… Perché i vecchi del nostro tempo non vorrebbero affatto lasciare il loro orizzonte quotidiano… perché sanno, i vecchi del nostro tempo, che il luogo dove vanno ad essere rinchiusi, non sarà mai luogo di comunione, piuttosto di frattura definitiva con il respiro del mondo.
“Se ci entri da adulto, la prima volta ti colpisce perché non avevi mai visto prima, tutti insieme, tanti vecchi. Sono in prevalenza donne, e tutte così diverse tra loro: persino i capelli imbiancati hanno diverse sfumature…(…) Tanti occhi ti guardano incuriositi quando ti vedono. Altri rimangono semichiusi o scrutano il vuoto… (…) Verrebbe la pena chiedersi perché chiamiamo “casa” un luogo che non è casa, e “di riposo” un luogo dove la sveglia suona alle sei del mattino….” . Le prime immagini di “Vecchi da morire”, edito da Stampalternativa. L’autrice è Silvina Petterino, che è infermiera e ha voluto raccontare in un libro denso di emozioni cos’è la vita nelle case di riposo. Un libro dove la parola che più torna è “solitudine”, perché non c’è struttura, lei scrive, per quanto efficiente che possa restituire a un anziano il senso dell’appartenenza. Cosa può fare un’infermiera, che capisca questo? Da sola nulla, risponde Petterino. Ma insieme agli altri sì… insieme agli altri infermieri si può costruire un rapporto che non sia fatto solo di cura, organizazzione, medicine, ma di ascolto, attenzione e rispetto. (…)
Un pensiero, dal libro di Adriana Zarri, “L’eremo non è un guscio di lumaca“, che mi ricorda, inviandomelo, Gabriella. Insieme a questo suo pensiero che condivido e rigiro, per una riflessione natalizia…
“Caro Ninni, grazie per averci dato la tua amicizia, in tutto questo tempo ci hai insegnato tanto, forse non siamo stati in grado di apprendere di piu’. Sono passati tre anni… veloci come un attimo di vento che in un attimo ti scompiglia i capelli e subito dopo è già lontano, ad accarezzare qualcos’altro
“Come mi duole la testa, madre, dentro di me qualcosa resiste a scendere ancora una volta in quelle grotte, negli inferi, nell’Ade, dove fin dai tempi antichi si muore e si rinasce, dove con l’humus dei morti si cuoce ciò che è vivo, dalle Madri dunque, dalla dea della morte, all’indietro. Ma che significa avanti, che significa indietro”…
il caso… proprio oggi arriva questa riflessione di Pasquale, che volentieri pubblico…