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    Sull’autobus….

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    Tornando a casa. Sull’autobus. Il venerdì sera. La folla, un pò stanca, di sempre. Le parole, le attese, i bisbigli… Quelli che hanno trovato posto, quelli che stanno in piedi… E il piccolo parapiglia di sempre alle fermate, quando le porte si aprono e qualcuno deve scendere e qualcuno deve salire…. C’è un uomo, dall’aria tranquilla, fermo giusto sul limite della porta. E’ un pò infagotttato, ha due grandi buste poggiate in terra, la barba sale e pepe e gli occhi azzurri. Tranquilli e un pò persi… Sorride appena appena. Sorride anche quando una signora con malgarbo gli dice che, insomma!, che si facesse più in là, che la gente deve scendere e lui e i suoi pacchi danno fastidio!…  L’uomo non si scompone, neppure si inquieta. Solo, appena appena sorridendo, dice che è lì sulla porta perché sta aspettando sua moglie… e lì deve restare perché, spiega gentile, quando lei viene alla fermata, lui è lì pronto per aiutarla a salire. Se dovesse arrivare… se dovesse salire… E i suoi occhi gentili sembrano ancora più azzurri. E ancora sorride nel vuoto, a quella donna che sicuramente vede nel suo orizzonte, e che un giorno, lei riconoscendolo e lui sentendosi riconosciuto, avrà bisogno di lui, che l’aiuti a salire sull’autobus, come solo sa fare un gentiluomo d’altri tempi…

    Sguardi

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    Un racconto, di Matteo Sartore, che è un invito, a guardarsi intorno, a liberare sguardi… anche solo sul tavolo accanto… e scoprire sentimenti inaspettati. Un invito all’attenzione, a non essere sempre così distratti, così inutilmente concentrati a correre, avanti e indietro, avanti e indietro lungo la riva della nostra fretta…

    “Non ti sono mai piaciuti i ristoranti affollati. Rumore di piatti e bicchieri, confusione, camerieri affrettati e scortesi. Tutto ti annoia e innervosisce. Le chiacchiere degli amici non aiutano. Così inizi a guardarti intorno. Al tavolo vicino al tuo c’è una famigliafelice. Padre e madre giovani. Due gemelle che avranno sì e no sette anni e un altro bambino un po’ più grande, con una strana maglietta blu, sembra un pigiama. Ha una sedia diversa dalle altre, grande, nera e con le ruote. Non è composto. La testa è reclinata, come se ascoltasse qualcosa che sente solo lui. Non guarda in giro, è come se non avesse niente da vedere. A te sembra che gli occhi non esprimano nulla, che siano vuoti. La madre si alza e gli allaccia un tovagliolo al collo, preparandosi ad imboccarlo. Il gesto sembra abituale, come versare dell’acqua. Gli occhi del bambino prendono vita e si fissano in quelli della madre. La testa non si muove e sul suo viso si forma il sorriso più bello che tu abbia mai visto. Guarda la madre ed è felice. C’è qualcosa di diretto ed importante tra di loro, una cosa che condividono. Come se si sostenessero a vicenda. Il bambino sorride ancora ed è riconoscente nell’unico modo in cui è capace. La madre gli pulisce il viso, lo accarezza e lo bacia piano in fronte. Sorride anche lei. Tu ti commuovi perché capisci quanto il loro amore sia semplice e diretto, mentre tu analizzi tutto allo stremo, non ti fidi, vuoi certezze. A volte però le certezze arrivano se non le cerchi. A volte amare qualcuno, a dispetto delle difficoltà, è l’unica cosa che ti rende felice”

    Le immagini… non nascono mai dal nulla, e quelle di questo dolcissimo racconto Matteo Sartori se l’è portate dentro per anni… dopo l’incontro di questi sguardi, al tavolo di una sala di ristorante. Sguardi che, ci ha detto, in quel momento gli hanno indicato la via… Ora, fra una corsa e l’altra per il suo lavoro che lo porta in giro qua e là anche per il mondo, ha trovato il tempo per dare il suo tempo a chi sa accontentarsi davvero di poco. Di un momento di compagnia. Delle parole dell’amicizia. Di silenzi, anche, profondi come attimi di verità. E quel che ne riceve, dice, è impagabile…

    Un invito…

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    Danziamo, danziamo, altrimenti siamo perduti... invito, di Pina Bausch, che percorre come un brivido coreografie come voli, battiti d’ali, compulsioni, della vita, della terra. Nel film che Wenders le ha dedicato. Commovente dono d’amore di rara bellezza…

    e una domanda, pensandoci e ripensandoci: quando è stata l’ultima volta che, davvero, davvero, abbiamo, sollevandoci da terra, danzato…..?

    Passioni…

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    “In quel che di più alto accoglie in sé lo spirito / sempre s’insinua più estranea materia. / Quando si giunge ai beni di questa terra, allora / il bene più grande si nomina inganno e pazzia. / Quelle passioni alte che ci hanno dato vita, / di pietra si fanno nel caos del mondo”.

    Leggendo, di Faust e delle sue passioni. ( Goethe, Faust, a cura di Franco Fortini )

    Celle…

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    Ancora, dalla riva buia di cui nessuno parla. Da Marassi, carcere di Genova. Un detenuto ha fatto causa, per la cella troppo piccola e affollata nella quale è costretto a vivere. Il Magistrato di Sorveglianza giudica ‘illegittime’ le condizioni detentive e ‘richiama’ il penitenziario. Questo è il documento che ci arriva da Roberto Martinelli, segretario aggiunto del SAPPE, il sindacato di polizia penitenziaria. E volentieri pubblichiamo…

    “E’ stato in una cella del carcere genovese di Marassi, destinata ad ospitare 4 detenuti, sistematicamente con non meno di 6 ristretti, fino ad arrivare ad un massimo di 9 ‘coinquilini’. Per questo è ricorso al Magistrato di Sorveglianza di Genova che ha intimato alla Direzione del carcere della Valbisagno, uno dei penitenziari più affollati d’Italia con più di 800 detenuti presenti a fronte dei circa 450 posti letto regolamentari, di evitare, nel futuro, a condizioni detentive di sovraffollamento, anche alla luce della decisione della Corte di Giustizia europea che, nel luglio 2009, aveva già sancito il diritto dei detenuti a vivere in spazi adeguati (liquidando un cospicuo risarcimento a un uomo vissuto in una cella di 3 metri quadrati). A ricorrere alla Magistratura di Sorveglianza è stato un italiano tossicodipendente di circa 50 anni, per 7 mesi detenuto a Marassi. “L’ordinanza della Magistratura di Sorveglianza di Genova” commenta Roberto Martinelli, segretario generale aggiunto del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE, la prima e più rappresentativa organizzazione dei Baschi Azzurri “punta clamorosamente l’indice sul grave sovraffollamento penitenziario. Pur riconoscendo soddisfacenti le condizioni strutturali della struttura detentiva della Valbisagno e dei servizi disponibili, sottolinea l’illegittimità delle condizioni detentive derivanti dal perdurante sovraffollamento  e dal fatto che il ricorrente, tossicodipendente sottoposto a terapia, ha condiviso la cella con altre 7 persone per più di 20 ore al giorno. E’ evidente che l’Amministrazione penitenziaria dovrà rispettare l’Ordinanza della Magistratura di Sorveglianza di Genova, ma se all’orizzonte non si vede alcun concreto provvedimento di contrasto al sovraffollamento in carcere mi pare sarà impresa quasi impossibile osservarla”. (…)

    Una partita di pallone

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    Dal carcere di Spoleto, arriva questa cronaca. Ce la manda Carmelo Musumeci, ergastolano finepenamai.

    Alcuni vivono per la politica,  molti della politica (Max Weber)

    “Sabato 29 ottobre del 2011 dentro l’Assassino dei Sogni (il carcere come lo chiamo io) di Massima Sicurezza di Spoleto per la prima volta in assoluto c’è stata una partita di calcio tra una squadra composta da ergastolani ostativi ( cattivi, i colpevoli per sempre) e una composta da dirigenti e militanti del partito di Rifondazione Comunista, da associazioni mutualistiche, politiche e culturali e da lavoratori in lotta della Fiat di Pomigliano. Per gli ergastolani ostativi tutti i giorni sono uguali, rotondi e vuoti, ma oggi è stata una giornata diversa da tutte le altre. Mi sono svegliato presto, ero preoccupato per il tempo e subito ho guardato fra le sbarre il cielo per vedere se pioveva o se era nuvoloso. Quando ho visto che la giornata non era troppo bella, ma neppure troppo brutta  per non poter giocare la partita, ho tirato un grosso respiro di sollievo. All’apertura delle celle sono andato dal dentista e poi subito di corsa al campo sportivo del carcere. Erano già tutti lì prima di me, gli operai cassaintegrati di Pomigliano, Giovanni Russo Spena (ex senatore della Repubblica) Mario Pontillo, Giuliano Capecci dell’Associazione Liberarsi, (un fratello adottivo che mi segue  da venti anni) Nadia e Giuseppe della Comunità Papa Giovanni XXIII ( due angeli fra molti diavoli rossi) e tanti altri che io non ricordo i nomi  ma il mio cuore ricorda bene i loro visi e i loro meravigliosi sorrisi. Ho iniziato a salutare e abbracciare tutti e subito vengo a sapere che il Ministro di Giustizia ci ha vietato le riprese televisive, ci ha autorizzato solo di fare una foto di gruppo. Peccato, ma non fa nulla, non mi arrabbio, non voglio rovinarmi la gioia di questa giornata (…)

    Deserti…

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    Leggendo, di una mostra a Parigi. “Topografie di guerra”. Architetture del conflitto. Come garritte. Come cicatrici. Come deserti. Cartografie, che indagano quel che resta. E prima che il desiderio di andare a vedere anneghi nell’impossibilità, al momento, del viaggio, il pensiero ritorna alle tracce delle offese delle guerre. Tracce che per sempre urlano nei vuoti delle case distrutte, dai tetti senza tetto delle chiese, dalle strade senza più strade delle città… E le mura morte… e le cose che non ci sono più… Ed è inutile tapparsi le orecchie… E’ tutto ancora lì. A contorcersi nel fuoco e nel fumo… Perché anche le mura, fatte del sangue e della carne… E sono sangue e carne e anima di chi le ha costruite. Le mille città, devastati scenari delle ultime cento guerre. Le città… Dio ha fatto il primo giardino, Caino la prima città ( chi l’ha detto?). E ancora le pugnala e si pugnala, se distruggendole è l’uomo che distrugge, mortifica, schiaffeggia, uccide… Le cose… bisognerebbe avere più rispetto delle cose e dell’anima che vi è dentro. Pensieri così… di un venerdì che muore… risvegliati da un titolo. E un consiglio: andare a rileggere i testi delle lezioni tenute nel 1997 a Zurigo da W.G.Sebald, sulle bombe che piovvero sulle città tedesche nella seconda guerra mondiale. 1943 e dintorni. Sono parte di un volume: Storia naturale della distruzione, edito da Adelphi.

    Fate, Elfi, dove siete?

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    “… Ed ecco che arrivano fate ed Elfi, creati da Madre Natura per rimettere le cose a posto… mentre Spazio e Tempo divennero adulti, e tutto si sistemò. Sembrava dunque tutto in ordine, quando un giorno il principe degli Elfi arrivò tutto trafelato al cospetto di Madre Natura: “Ho visto un essere mai visto prima! Cammina come noi su due piedi, dietro di lui sua moglie e i suoi cuccioli, intreccia canestri, si costruisce capanne, raccoglie frutti, bacche e semi e… uccide! Sì, uccide gli animali della foresta e mangia i pesci del fiume! Accende fuochi e combatte i suoi simili, li deruba, persino!” E Madre Natura: “E’ l’uomo! E’ arrivato”. Dal racconto che Marco Bruno ha scritto per i suoi alunni… Eco di un racconto delle mille e una Notte, dove si legge che la terra e gli animali tremarono il giorno in cui Dio creò l’uomo. Immagine folgorante, e noi oggi sappiamo quanto di profetico è dentro quelle visione… (…)

    Poesie dalle scuole

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    E sono piaciute davvero molto le poesie dei ragazzi di Giovanna Cantoni… il sogno di Davide… lo scrutare, nella mente di una farfalla, di Mara, … Lauretta Chiarini, che è autrice di  racconti per bambini, ha scritto per dire che sono parole che non è possibile commentare… parole così, si può solo ascoltarle, leggerle e rileggerle… e allora ecco ancora, “Non” di Rachele.

    “Non scrivo / Non parlo/ Non cammino / Non canto / Non chatto / Ma sogno/ E vivo./// Non scrivo / Non parlo/ Non cammino / Non canto / Non chatto / Ma amo / Sogno e sono viva./// Non scrivo / Non parlo/ Non cammino / Non canto / Non chatto /  Non amo / Non sogno / Sono viva / E SOLA”.

    Poesia di Rachele,che Giovanna Cantoni ha incontrato in una classe dove gli alunni imparavano a utilizzare il computer… Poesia di Rachele, che non sa parlare, ma a suo modo porgendo quelle righe composte al computer le ha sussurrato: davvero ti piace?

    E Lisa, che scrive: “C’era una bambina / Piccolina / Era molto bella / E un po’ grassottella. / Non aveva le gambine. /Ma solo due ruotine. / Correva qua e là / E batteva tutti in velocità./// Un giorno s’innamorò / E le sue gambe cercò / E non le trovò./// Andò dalla fata Ditiramba: / “Fata, per favore, mi dai una gamba?” / “Non te la do / Perché non ce l’ho”. ///Andò dalla fata Tricolore: / “Fata, fammi passare l’amore”. / “L’amore passa solo con la fata Dolore”./ Andò dalla fata Dolore: / “Bella fata, mi fai passare l’amore?” ///“L’amore è già passato / Perché lui se ne è andato / A cercare una bambina / Senza ruotine, / Ma con due belle gambine”/// (…)

    per ricordare Pasolini…

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    Per ricordare Pasolini… oggi che ancora nel ricordo muore. Ascoltando, mentre parla di un libro di duemila anni fa, cosa che lo “seccava molto”, se così gli sembrava di essere poeta ermetico…. mentre lavorava la suo “Vangelo secondo Matteo”. Ascoltando ancora le sue profetiche parole…

    “Ho letto per la quinta o sesta volta in queste ultime settimane, il Vangelo secondo Matteo. (…) Seguendo le “accelerazioni stilistiche” di Matteo alla lettera, la funzionalità barbarico-pratica del suo racconto, l’abolizione dei tempi cronologici, i salti ellittici della storia con dentro le “sproporzioni” delle stasi didascaliche ( lo stupendo, interminabile discorso della montagna), la figura di Cristo dovrebbe avere, alla fine, la stessa violenza di una resistenza: qualcosa che contraddica radicalmente la vita come si sta configurando all’uomo moderno, la sua grigia orgia di cinismo, ironia, brutalità pratica, compromesso, conformismo, glorificazione della propria identità nei connotati della massa, odio per ogni diversità, rancore teologico senza religione”. Pier paoloPasolini, Il Giorno, 6 marzo 1963

    Guardandosi un pò intorno, nella grigia orgia di cinismo …