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    La baracca degli angeli

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    “Vorrei entrare in una sala piena di gente e vorrei che nessuno si accorgesse di me. Vorrei che la gente per strada non mi guardasse come un marziano, ma come se fossi un bambino come gli altri, perché anche la mia mamma mi ha detto che sono un bambino come gli altri”…  “non riesco a immaginare il mondo che vorrei.. vorrei non dover pensare al futuro insieme ala mia malattia” …  “Nel mio mondo ideale vorrei che tutti potessero uscire di qui. Oppure rimanervi, ma da bimbi sani”…
    Fabio, Marta, Giovanni, e i loro sogni… sono alcune delle immagini più belle e toccanti della  “baracca degli angeli”. La baracca degli angeli, che è un libro scritto da Roberto Gatti, che e’ manager di un grande gruppo bancario e,  fra le altre tante cose, ruolo che svolge da volontario, è  consigliere d’amministrazione della fondazione Don Gnocchi. Un  libro per parlare del dolore innocente, del dolore dei bambini… e di una figura, quella di don Gnocchi, che tanto sembra aver affascinato Gatti. Che del sacerdote imprenditore ci regala soprattutto la figura dell’uomo che, alla fine della guerra, ha voluto fare qualcosa per i figli dei suoi alpini, quelli che nel conflitto aveva visto morire. I bambini che pure la guerra aveva straziato nel corpo e nell’anima, lasciandoli orfani, lasciandoli mutilati. Per loro, Don Gnocchi ha cercato di costruire un presente e un futuro, sostituendo, surrogando, dice Gatti, la famiglia che non c’era più, aitandoli ma anche cercando di guarirli. (…)

    Un pensiero arbitrario…

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    Ecco, l’integrazione si è compiuta… Più che con le parole e le buone intenzioni, più che con la conoscenza, cercata magari attraverso il sapore dolciastro dei nidi di rondine e degli involtini primavera, magari sull’onda sinuosa della musica delle feste… , si è compiuta con lo spietato omicidio di una bambina e di suo padre, nel negozio del quartiere romano di Torpignattara che l’uomo gestiva. Un uomo e la sua bammbina che erano cinesi. Ma erano, soprattutto, un pezzo di questa città, nelle sue maglie, nel bene e nel male, come tutti, imbrigliati… Benvenuti, tutti, nell’anno del Dragone demoniaco guardiano di tesori nascosti…

    Buon anno!

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    Ancora in tempo per gli auguri di buon anno. Con le parole di un ergastolano, Carmelo Musumeci, che dal carcere di Spoleto, spesso su queste pagine si affaccia.

    Buon anno ai prigionieri e a tutti i prigionieri di se stessi;
    buon anno agli uomini in nero del ministero d’ingiustizia che gestiscono le persone senza essere persone;
    buon anno ai giudici che pretendono di giudicare senza essere giudicati;
    buon anno a tutti gli innocenti, pure ai colpevoli e a quei colpevoli di essere innocenti;
    buon anno alle guardie carcerarie sperando che si ricordino che per gestire le persone bisogna essere persone;
    buon anno ai forcaioli purchè si ricordino che il carcere è come un’autostrada e ci potrebbero passare pure loro;
    buon anno a quelli che sono morti per essere vivi ed a quelli che tentano di essere vivi per non morire;
    buon anno a quelli che non sono buoni per andare in paradiso e ai cattivi che non hanno paura di andare all’inferno;
    buon anno a tutti quelli che soffrono, piangono, ridono e sono felici, ai pazzi ed ai normali che fanno i pazzi per non impazzire;
    buon anno a quelli che hanno speranza, a quelli che l’hanno persa e a quelli che si illudono e sognano e a quelli che non reggono il peso della prigione e della sofferenza;
    buon anno a tutti i prigionieri del mondo, pure a quelli di Guantanamo;
    buon anno a tutti quelli che si sono tolti la vita in carcere;
    buon anno a quelli che si sentono piccoli perché solo così si può essere grandi;
    buon anno a quelli che credono che la verità non è che un aspetto della verità;
    buon anno a quelli che credono che il giudizio per essere giusto dovrebbe tener conto non soltanto del male che uno ha fatto ma anche del bene che farà, non solo della sua capacità di delinquere ma anche della sua capacità di redimersi;
    buon anno a quelli che sono solo ciò che sono, che non si piegano alle ingiustizie e non si rassegnano;
    buon anno anche ai deboli che sono forti perché non lo nascondono;
    buon anno a quelli che fanno il male così pienamente e allegramente come quando devono punire i prigionieri;
    buon anno a tutte le vittime dei prigionieri e quindi ai prigionieri vittime di se stessi e della società;
    buon anno ai nostri aguzzini che non ci fanno capire dove abbiamo sbagliato ma ci puniscono solo perché abbiamo sbagliato;
    buon anno a quelli che capiscano la giustizia vivendo l’ingiustizia fra le mura di un carcere;
    buon anno a tutti i prigionieri che pure in catene pensano da uomini liberi;
    buon anno anche a dio sperando che la smetta di essere dio;
    buon anno ai deboli, ai derelitti, agli ultimi e ai potenti, ai poveri, ai ricchi che sono poveri, a tutti noi che siamo, a quelli che non ci sono più.

    Carmelo Musumeci

    Insomma, buon anno a tutti

     

    Pensiero di Natale…

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    Buongiorno Gesù, sono Madonna! Una bambina rom incarcerata insieme alla mamma. Sicuramente ti ricordi di me, vero? Ho lo stesso nome della tua mammina e sono certa che stai vedendo tutto quello che ci stanno facendo, anzi credo che conosci bene questa storia perché hanno perseguitato anche te da piccolo. Non sappiamo più cosa dobbiamo fare per aiutare le nostre mamme. Nel bel mezzo della notte mi sveglio piangendo e sentendo la nostalgia della nonna e dei miei nove fratellini. Caro Gesù, noi sappiamo che le nostre mamme hanno sbagliato, ma noi cos’abbiamo fatto? Perché non abbiamo il diritto di giocare con gli altri bambini?  Perché non possiamo giocare con la neve e aiutare le nostre mamme a preparare l’albero di Natale, e poi come farà Babbo Natale a lasciarci i regali, se alla finestra ci sono le sbarre e non hanno ancora messo a posto il camino? Lo sai Gesù?! Io, Christian, Giosuè e Kimberly abbiamo deciso di fare come gli adulti, lo sciopero del pianto e se nessuno ci ascolta, o fanno finta di non sentirci, Kimberly, che è la più alta di noi, dipingerà le cabine degli agenti e tutte le mura del corridoio con i colori del Natale.

    Un brano tratto da “Passeggiando con Amanda” di Florisbela Inocencio de Jesus. Gabriella non ha potuto fare a meno di mandarmelo e io non ho potuto fare a meno di pubblicarlo… Buona continuazione di feste a tutti…

    Vecchi da morire

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    A ridosso dell’anno che muore, un viaggio nel luogo dove i vecchi sono mandati a morire. Che non è, ahiloro, la montagna e l’albero dove popoli antichi lasciavano che i loro vecchi andassero a ricongiungersi con l’anima della terra… Perché i vecchi del nostro tempo non vorrebbero affatto lasciare il loro orizzonte quotidiano… perché sanno, i vecchi del nostro tempo,  che il luogo dove vanno ad essere rinchiusi, non sarà mai luogo di comunione, piuttosto di frattura definitiva con il respiro del mondo.

    Se ci entri da adulto, la prima volta ti colpisce perché non avevi mai visto prima, tutti insieme, tanti vecchi. Sono in prevalenza donne, e tutte così diverse tra loro: persino i capelli imbiancati hanno diverse sfumature…(…) Tanti occhi ti guardano incuriositi quando ti vedono. Altri rimangono semichiusi o scrutano il vuoto… (…) Verrebbe la pena chiedersi perché chiamiamo “casa” un luogo che non è casa, e “di riposo” un luogo dove la sveglia suona alle sei del mattino….” . Le prime immagini di “Vecchi da morire”, edito da Stampalternativa. L’autrice è Silvina Petterino, che è infermiera e ha voluto raccontare in un libro denso di emozioni cos’è la vita nelle case di riposo. Un libro dove la parola che più torna è “solitudine”, perché non c’è struttura, lei scrive, per quanto efficiente che possa restituire a un anziano il senso dell’appartenenza. Cosa può fare un’infermiera, che capisca questo? Da sola nulla, risponde Petterino. Ma insieme agli altri sì… insieme agli altri infermieri si può costruire un rapporto che non sia fatto solo di cura, organizazzione, medicine, ma di ascolto, attenzione e rispetto. (…)

    Tempo d’avvento…

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    “Non voglio coltivare lo spirito d’indipendenza; non voglio coltivare quell’orrore del debito che era tipico del galantuomo ottocentesco, positivista e sufficiente, che riteneva di non dover nulla a nessuno e traduceva, in una norma d’onore economico, il proprio orgoglio e la propria cecità. Io so di dover tutto a tutti: a cominciare da Dio e dal sangue e dal latte di mia madre, per finire con l’aria che respiro (…) So bene di dover tutto a tutti e non mi voglio “sdebitare”. Quando qualcuno mi fa un dono e non vuole il “ricambio”, lo accetto, perché neanche a me piace di “ricambiare”, quasi a ristabilire parità improponibili. Io accetto il dono e resto in debito. E se poi, a mia volta, posso fargli un regalo, è un regalo e non una restituzione, un pareggio di conti. “Così – gli dico – io resto in debito; e mi piace; adesso sei in debito anche tu. Non siamo in pari: siamo entrambi reciprocamente debitori; e possiamo dir grazie “

     

    Un pensiero, dal libro di Adriana Zarri, “L’eremo non è un guscio di lumaca“, che mi ricorda, inviandomelo, Gabriella. Insieme a questo suo pensiero che condivido e rigiro, per una riflessione natalizia

     

    “Questo brano, dal libro della Zarri che mi hai consigliato, credo che si sposi bene con il periodo natalizio e con la smania di contraccambiare sempre in termini di esagerazione. Ho ricevuto un fiore, ricambio con un mazzo enorme per dimostrare, in maniera più o meno inconscia, che “posso”. Confesso che sono caduta anch’io in questa trappola consumistica, ma fortunatamente l’aver perso ogni bene materiale mi ha fatto scoprire il piacere delle piccole cose”.

     

    Povera bambina…

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    Ripensando, alla ragazza di Torino che ha accusato due rom di uno stupro inesistente…

    Un pensiero, ancora, ai rom, e alla loro vita in fuga. Ma un pensiero, oggi, anche a lei… povera bambina. Povera bambina, che dice “per me la verginità è un valore”. Povera bambina, che chissà cosa le hanno insegnato a casa, cosa le ha detto la mamma, cosa il papà, cosa il fratello. Povera bambina, che chissà cosa”non” le hanno detto la mamma, il papà, il fratello. Quali i pensieri e le parole, se non essere più vergine fa tanta paura… Quali i silenzi… Tanta paura da temere che glielo si legga in volto… tanta paura da cercare subito una bugia, un colpevole che la scusi, che scusi il suo desiderio, per un attimo, fatale”, più forte di quel suo ormai inutile “valore”. Povera bambina, e povero il suo mondo e i suoi pensieri… la miseria cattiva della vita che cresce intorno a lei e in lei. Che cresce intorno a tutti noi e dentro ciascuno di noi.

    Casa dolce casa…

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    Casa dolce casa.

    I bambini zingari vivono nelle baracche, mentre io vorrei che avessero delle case, case dolci case. // Che avessero un divano, una televisione affacciata sul mondo ed una radio oer sentire che la guerra è finita. // Perché noi abbiamo una casa e loro no? Io vorrei che avessero una casa con un camino, che possa riscaldare il loro cuore immenso.

    Alessandro Rezk.

    Un testo, dall’opera collettiva in questi giorni al Quirinale composta, per la mostra “Noi, Italia”, dalle persone (disabili) che frequentano i laboratori artistici di Sant’Egidio.

    a proposito di raid, a proposito di delirii, a proposito di Torino e di fanciulle spaventate, di accuse bugiarde, pescate nell’anima buia di questa terra…

    Underground…

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    Sottoterra, ancora andando, al mattino quasi presto. Il giorno dell’Immacolata, in metropolitana alle settemmezza del mattino. Alle settemmezza del mattino, sottoterra, un giorno di festa, quasi solo volti colorati. Per lo più del Bangladesh, Indiani, cinesi, e qualche nero d’Africa. Un ragazzo sperduto con troller, un maturo signore con troller, una ragazza un pò assonnata, e i loro visi scoloriti, sparsi qua e là in mezzo a tutte le sfumature del bruno e del giallo. Un cinese sul sedile di fronte sembra dormire. Con la testa reclinata sulla spalla. Sembra dormire e sembra sognare. O forse non dorme, ma è lì piuttosto a trattenere un sogno, perché non fugga via. Strizza le palpebre come a metterlo bene a fuoco, quel sogno che forse sta già sfumando nella nebbia del giorno. E ancora sorride. Di piacere e di dolcezza. Sorride, di piacere e di dolcezza, anche quando li riapre, gli occhi. E chissà cosa ancora vede, intorno a lui… Accanto c’è un ragazzo nero d’Africa che dorme disteso. Occupando tutti e quattro i posti della fila. E il suo sonno è così profondo, che chissà non sia questo suo un viaggio infinito, avanti e indietro, avanti e indietro su un vagone di metropolitana. Ha le scarpe color argento. E mi piace pensare, abbia passato la notte danzando…

    Un mondo a parte

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    Caro Ninni, grazie per averci dato la tua amicizia, in tutto questo tempo ci hai insegnato tanto, forse non siamo stati in grado di apprendere di piu’. Sono passati tre anni… veloci come un attimo di vento che in un attimo ti scompiglia i capelli e subito dopo è già lontano, ad accarezzare qualcos’altro con un soffio leggero… Ma i ricordi ci sono ancora, nessuno li porta via…”.  Un brano, dalla lettera di una compagna di classe di Ninni, al termine della terza media. E i tre anni di scuola media di Ninni, che e’ un ragazzino autistico, tessono la trama di “Un mondo a parte”, pubblicato da Arkadia, e scritto da Bruno Furcas che da tempo si occupa del recupero di adolescenti con diverse problematiche. Una storia vera, che narra il percorso anche difficile di un bambino che nei primi anni di scuola ha avuto una davvero brutta esperienza, fatta di rifiuti e incomprensione. Di cattiveria, anche. Ed è storia che purtoppo spesso ricorre. Ninni, ha ricevuto una brutta accoglienza nelle scuole elementari, e colpisce la durezza e la brutalita’ delle situazioni descritte. Anche il primo impatto nelle scuole medie non e’ stato semplicissimo, perche’ come si legge nel libro, Ninni e’ “uno sbriciolature di lezioni frontali, irrompe nella tranquillita’ di un istituto come uno tsunami”.  Ma quello che Furcas vuole raccontare e’ la bella esperienza di una scuola che ha saputo accogliere questo tsunami. Come? Costruendo, spiega, un percorso che è riuscito a coinvolgere tutti: insegnanti, di sostegno e non, assistenti, i compagni di scuola. E c’è Fabio, che segue Ninni in questo suo percorso. Fabio che in realtà è l’autore del libro, questo Fabio/ Furcas che spiega subito ai compagni di scuola:  “Ninni non è un pacco. E’ un ragazzo come voi, ma molto più complesso. L’unica cosa che dovete chiedervi è come potrò essere utile per lui, e poi, se volete, potete anche domandarvi : in che modo lui sarà utile per noi?“. Ed è straordinario  come reagiscono i ragazzi… (…)