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    Per ricordare…

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    “Come mi duole la testa, madre, dentro di me qualcosa resiste a scendere ancora una volta in quelle grotte, negli inferi, nell’Ade, dove fin dai tempi antichi si muore e si rinasce, dove con l’humus dei morti si cuoce ciò che è vivo, dalle Madri dunque, dalla dea della morte, all’indietro. Ma che significa avanti, che significa indietro”

    Per ricordare Christa Wolf, morta ieri. Le parole della sua Medea. Che da qualche parte del libro che non trovo dice, o ricorda qualcuno, la madre forse, le abbia detto, che prima di ucciderla, per ucciderla, avrebbero dovuto uccidere il suo orgoglio… e immagine più bella non riesco a trovare di donna…

    Non chiamatele più morti bianche

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    Le parole… bisognerebbe maneggiarle con più rispetto, le parole… Per questo ho firmato, condividendolo, questo appello, e un invito a firmarlo…

    “Vorremmo rivolgere un appello al mondo dell’informazione: non chiamate più le morti sul lavoro con il termine “morti bianche” e “tragica fatalità”. Sono due termini che ci offendono, e offendono in particolar modo i familiari e la memoria dei morti sul lavoro. Queste morti non  sono mai dovute al fato o al destino cieco e beffardo, ma perché, in molti luoghi di lavoro, non vengono rispettate neanche le minime norme per la sicurezza sul lavoro. Queste non sono “morti bianche”, quasi fossero candide, immacolate, innocenti, ma sono morti sporche, anzi sporchissime!!!! In queste morti c’è sempre un responsabile, a volte più diuno. E’ anche partendo dal linguaggio che si combatte una battaglia di prevenzione e per la sicurezza. E chiediamo ai mezzi di comunicazione anche di tornare ad accendere i riflettori su  questo bollettino di guerra quotidiano. Affinché il tragico contatore dei morti, degli infortunati, degli invalidi si possa finalmente arrestare”.

    Primi firmatari: Marco Bazzoni, Stefano Corradino, Giuseppe Giulietti.

    http://www.articolo21.org/104/appello/non-chiamatele-piu-morti-bianche.html

    e buon dicembre a tutti…


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    il caso… proprio oggi arriva questa riflessione di Pasquale, che volentieri pubblico…

    “Passeggiando colgo al volo una domanda di un bambino di circa 6 anni al padre che lo tiene per mano: “papà cos’è una lingua biforcuta?”. Non riesco a cogliere la risposta del padre e mi domando quale può essere stata. Riferita alle caratteristiche di certi rettili o di certi uomini?  Può darsi che la domanda del bambino nasca dalla visione di qualche film western nel quale un indiano accusa con disprezzo un bianco yankee di avere la lingua biforcuta. Per gli indiani d’America la lingua biforcuta indicava la doppiezza dei bianchi che ingannavano, promettevano pace e facevano la guerra. Quando l’epiteto era rivolto ad un uomo della tribù stava a significare il tradimento dei valori costitutivi della comunità e del linguaggio comune che non ammetteva equivoci: un albero è un albero, un guerriero un guerriero, un bisonte è un bisonte. Non era contemplato un doppio registro di idee, sentimenti, valori. L’unico altro registro era quello dei sogni che ispirava pensieri ed azioni. Gli indiani d’America sono stati sconfitti, ha vinto la lingua biforcuta della società moderna. Il potere, la democrazia, i rapporti sociali e spesso anche quelli personali si muovono sul doppio registro,  si reggono sulla doppiezza di valori formali ai quali raramente corrispondono valori reali.

    Questa è la civiltà che ha vinto. Forse ci siamo persi qualcosa.”

    Quali pesi, quali misure…

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    Dichiarazioni a confronto. Oggi, alla notizia di Lucio Magri, andato a morire in una clinica svizzera, scegliendoselo da solo il tempo e il modo della sua morte. Oggi che “Sulla tristissima vicenda di Lucio Magri, tutti farebbero bene a stendere un ‘pietoso velo’  fatto di silenzio”. Parola di Maurizio Ronconi, esponente umbro dell’Udc. Che pure, in altri tempi e per “altro caso”, dichiarò e dichiarò: “Per Eluana si ricorra immediatamente al ricovero coatto, facendola finita con i bizantinismi e le lungaggini dei procedimenti legislativi”.

    Ancora, spulciando fra frasi di ieri e di oggi: “Quello che abbiamo saputo sulla morte di Lucio Magri esprime una vicenda di straordinaria drammaticità che ha tutto il nostro rispetto anche se l’esistenza di cliniche per la buona morte fa venire i brividi”. Fabrizio Cicchitto, PdL, che in altri tempi, e sempre per quell’altro caso, dichiarò: “E’ evidente che è un’operazione tipica della cultura della morte. Per cortesia, non parliamo di laicismo. Purtroppo si tratta di ben altro e molto peggio”.

    Quando e per chi il rispetto, quando e per chi i pietosi veli, quando e quali le vicende di straordinaria drammaticità

    Sull’autobus….

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    Tornando a casa. Sull’autobus. Il venerdì sera. La folla, un pò stanca, di sempre. Le parole, le attese, i bisbigli… Quelli che hanno trovato posto, quelli che stanno in piedi… E il piccolo parapiglia di sempre alle fermate, quando le porte si aprono e qualcuno deve scendere e qualcuno deve salire…. C’è un uomo, dall’aria tranquilla, fermo giusto sul limite della porta. E’ un pò infagotttato, ha due grandi buste poggiate in terra, la barba sale e pepe e gli occhi azzurri. Tranquilli e un pò persi… Sorride appena appena. Sorride anche quando una signora con malgarbo gli dice che, insomma!, che si facesse più in là, che la gente deve scendere e lui e i suoi pacchi danno fastidio!…  L’uomo non si scompone, neppure si inquieta. Solo, appena appena sorridendo, dice che è lì sulla porta perché sta aspettando sua moglie… e lì deve restare perché, spiega gentile, quando lei viene alla fermata, lui è lì pronto per aiutarla a salire. Se dovesse arrivare… se dovesse salire… E i suoi occhi gentili sembrano ancora più azzurri. E ancora sorride nel vuoto, a quella donna che sicuramente vede nel suo orizzonte, e che un giorno, lei riconoscendolo e lui sentendosi riconosciuto, avrà bisogno di lui, che l’aiuti a salire sull’autobus, come solo sa fare un gentiluomo d’altri tempi…

    Sguardi

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    Un racconto, di Matteo Sartore, che è un invito, a guardarsi intorno, a liberare sguardi… anche solo sul tavolo accanto… e scoprire sentimenti inaspettati. Un invito all’attenzione, a non essere sempre così distratti, così inutilmente concentrati a correre, avanti e indietro, avanti e indietro lungo la riva della nostra fretta…

    “Non ti sono mai piaciuti i ristoranti affollati. Rumore di piatti e bicchieri, confusione, camerieri affrettati e scortesi. Tutto ti annoia e innervosisce. Le chiacchiere degli amici non aiutano. Così inizi a guardarti intorno. Al tavolo vicino al tuo c’è una famigliafelice. Padre e madre giovani. Due gemelle che avranno sì e no sette anni e un altro bambino un po’ più grande, con una strana maglietta blu, sembra un pigiama. Ha una sedia diversa dalle altre, grande, nera e con le ruote. Non è composto. La testa è reclinata, come se ascoltasse qualcosa che sente solo lui. Non guarda in giro, è come se non avesse niente da vedere. A te sembra che gli occhi non esprimano nulla, che siano vuoti. La madre si alza e gli allaccia un tovagliolo al collo, preparandosi ad imboccarlo. Il gesto sembra abituale, come versare dell’acqua. Gli occhi del bambino prendono vita e si fissano in quelli della madre. La testa non si muove e sul suo viso si forma il sorriso più bello che tu abbia mai visto. Guarda la madre ed è felice. C’è qualcosa di diretto ed importante tra di loro, una cosa che condividono. Come se si sostenessero a vicenda. Il bambino sorride ancora ed è riconoscente nell’unico modo in cui è capace. La madre gli pulisce il viso, lo accarezza e lo bacia piano in fronte. Sorride anche lei. Tu ti commuovi perché capisci quanto il loro amore sia semplice e diretto, mentre tu analizzi tutto allo stremo, non ti fidi, vuoi certezze. A volte però le certezze arrivano se non le cerchi. A volte amare qualcuno, a dispetto delle difficoltà, è l’unica cosa che ti rende felice”

    Le immagini… non nascono mai dal nulla, e quelle di questo dolcissimo racconto Matteo Sartori se l’è portate dentro per anni… dopo l’incontro di questi sguardi, al tavolo di una sala di ristorante. Sguardi che, ci ha detto, in quel momento gli hanno indicato la via… Ora, fra una corsa e l’altra per il suo lavoro che lo porta in giro qua e là anche per il mondo, ha trovato il tempo per dare il suo tempo a chi sa accontentarsi davvero di poco. Di un momento di compagnia. Delle parole dell’amicizia. Di silenzi, anche, profondi come attimi di verità. E quel che ne riceve, dice, è impagabile…

    Un invito…

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    Danziamo, danziamo, altrimenti siamo perduti... invito, di Pina Bausch, che percorre come un brivido coreografie come voli, battiti d’ali, compulsioni, della vita, della terra. Nel film che Wenders le ha dedicato. Commovente dono d’amore di rara bellezza…

    e una domanda, pensandoci e ripensandoci: quando è stata l’ultima volta che, davvero, davvero, abbiamo, sollevandoci da terra, danzato…..?

    Passioni…

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    “In quel che di più alto accoglie in sé lo spirito / sempre s’insinua più estranea materia. / Quando si giunge ai beni di questa terra, allora / il bene più grande si nomina inganno e pazzia. / Quelle passioni alte che ci hanno dato vita, / di pietra si fanno nel caos del mondo”.

    Leggendo, di Faust e delle sue passioni. ( Goethe, Faust, a cura di Franco Fortini )

    Celle…

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    Ancora, dalla riva buia di cui nessuno parla. Da Marassi, carcere di Genova. Un detenuto ha fatto causa, per la cella troppo piccola e affollata nella quale è costretto a vivere. Il Magistrato di Sorveglianza giudica ‘illegittime’ le condizioni detentive e ‘richiama’ il penitenziario. Questo è il documento che ci arriva da Roberto Martinelli, segretario aggiunto del SAPPE, il sindacato di polizia penitenziaria. E volentieri pubblichiamo…

    “E’ stato in una cella del carcere genovese di Marassi, destinata ad ospitare 4 detenuti, sistematicamente con non meno di 6 ristretti, fino ad arrivare ad un massimo di 9 ‘coinquilini’. Per questo è ricorso al Magistrato di Sorveglianza di Genova che ha intimato alla Direzione del carcere della Valbisagno, uno dei penitenziari più affollati d’Italia con più di 800 detenuti presenti a fronte dei circa 450 posti letto regolamentari, di evitare, nel futuro, a condizioni detentive di sovraffollamento, anche alla luce della decisione della Corte di Giustizia europea che, nel luglio 2009, aveva già sancito il diritto dei detenuti a vivere in spazi adeguati (liquidando un cospicuo risarcimento a un uomo vissuto in una cella di 3 metri quadrati). A ricorrere alla Magistratura di Sorveglianza è stato un italiano tossicodipendente di circa 50 anni, per 7 mesi detenuto a Marassi. “L’ordinanza della Magistratura di Sorveglianza di Genova” commenta Roberto Martinelli, segretario generale aggiunto del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE, la prima e più rappresentativa organizzazione dei Baschi Azzurri “punta clamorosamente l’indice sul grave sovraffollamento penitenziario. Pur riconoscendo soddisfacenti le condizioni strutturali della struttura detentiva della Valbisagno e dei servizi disponibili, sottolinea l’illegittimità delle condizioni detentive derivanti dal perdurante sovraffollamento  e dal fatto che il ricorrente, tossicodipendente sottoposto a terapia, ha condiviso la cella con altre 7 persone per più di 20 ore al giorno. E’ evidente che l’Amministrazione penitenziaria dovrà rispettare l’Ordinanza della Magistratura di Sorveglianza di Genova, ma se all’orizzonte non si vede alcun concreto provvedimento di contrasto al sovraffollamento in carcere mi pare sarà impresa quasi impossibile osservarla”. (…)

    Una partita di pallone

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    Dal carcere di Spoleto, arriva questa cronaca. Ce la manda Carmelo Musumeci, ergastolano finepenamai.

    Alcuni vivono per la politica,  molti della politica (Max Weber)

    “Sabato 29 ottobre del 2011 dentro l’Assassino dei Sogni (il carcere come lo chiamo io) di Massima Sicurezza di Spoleto per la prima volta in assoluto c’è stata una partita di calcio tra una squadra composta da ergastolani ostativi ( cattivi, i colpevoli per sempre) e una composta da dirigenti e militanti del partito di Rifondazione Comunista, da associazioni mutualistiche, politiche e culturali e da lavoratori in lotta della Fiat di Pomigliano. Per gli ergastolani ostativi tutti i giorni sono uguali, rotondi e vuoti, ma oggi è stata una giornata diversa da tutte le altre. Mi sono svegliato presto, ero preoccupato per il tempo e subito ho guardato fra le sbarre il cielo per vedere se pioveva o se era nuvoloso. Quando ho visto che la giornata non era troppo bella, ma neppure troppo brutta  per non poter giocare la partita, ho tirato un grosso respiro di sollievo. All’apertura delle celle sono andato dal dentista e poi subito di corsa al campo sportivo del carcere. Erano già tutti lì prima di me, gli operai cassaintegrati di Pomigliano, Giovanni Russo Spena (ex senatore della Repubblica) Mario Pontillo, Giuliano Capecci dell’Associazione Liberarsi, (un fratello adottivo che mi segue  da venti anni) Nadia e Giuseppe della Comunità Papa Giovanni XXIII ( due angeli fra molti diavoli rossi) e tanti altri che io non ricordo i nomi  ma il mio cuore ricorda bene i loro visi e i loro meravigliosi sorrisi. Ho iniziato a salutare e abbracciare tutti e subito vengo a sapere che il Ministro di Giustizia ci ha vietato le riprese televisive, ci ha autorizzato solo di fare una foto di gruppo. Peccato, ma non fa nulla, non mi arrabbio, non voglio rovinarmi la gioia di questa giornata (…)