Pensiero di fine ottobre. Ce lo regala lo scrittore tedesco Jean Paul.
“Il ricordo, l’unico paradiso dal quale non possiamo venire cacciati”
Tragicamente vero. Tragicamente bello.
Pensiero di fine ottobre. Ce lo regala lo scrittore tedesco Jean Paul.
“Il ricordo, l’unico paradiso dal quale non possiamo venire cacciati”
Tragicamente vero. Tragicamente bello.
Tredici anni. Erano almeno tredici anni che viveva lì. In una vecchia automobile parcheggiata in via Emanuele Filiberto. Sulla destra. Pochi metri prima dello sbocco sulla piazza. Piazza San Giovanni. Qualche mese fa sembrava avesse cambiato automobile. Una più piccolina. Comunque vecchia. Comunque ferma. E chissà come riusciva a dormire… chissà se dormiva davvero, rannicchiato sul sedile anteriore. Tredici anni… e chissà quale piena aveva stravolto lo scorrere del fiume della sua vita… per abbandonarlo lì, sulla riva perduta di quel marciapiede. Dove giorno dopo giorno, mattina dopo mattina, negli ultimi tempi appariva sempre più stanco, sempre più curvo e smagrito. Chissà quali pensieri hanno accompagnato quella sua vita disperata e sola…. E ostinata. Scandita dal tempo della sopravvivenza. Quale buio feroce intorno a lui… eppure quale forza inerte se per tredici anni è sopravvissuto a notti gelate d’inverno, a notti senza respiro d’estate… a pasti consumati in fretta, seduto sul sedile davanti, a pomeriggi vuoti di nulla… o pieni di chissà quali conti sulla sua vita… Passando, infinite volte me lo sono chiesta e infinite volte avrei voluto chiedere, avvicinarmi, forse… Ma bisogna avere coraggio, anche per questo… (…)
Che cosa pensa una farfalla.
“Molti amano gli animali,/ c’è chi ama il cane/ c’è chi ama i cavalli / c’è chi ama i gatti/ c’è perfino chi ama gli asini/ io amo le farfalle.// Che cosa pensa una farfalla?/ Quando, dopo essere stata costretta a strisciare,/ si mette a volare? // Che cosa pensa una farfalla?/ Quando, dopo essere stato brutta e sformata, bella è diventata?/ Che cosa pensa una farfalla?// Che cosa pensa una farfalla?/ Forse non può pensare / può solo volare. / Forse non può pensare / perché non si può ammirare / non può dire sono bella / come una stella / non può dire ora so ballare, / volare, danzare,/ prima potevo solo strisciare. // Che cosa pensa una farfalla?
Io non so volare / ballare, danzare, / non so neppure camminare./ Un giorno mi sveglierò / e ballare potrò, / come una farfalla danzerò / e allora saprò / cosa pensa una farfalla.
Poesia di Mara, che adesso non c’è più… raccolta, insieme a tante altre poesie scritte dai ragazzi disabili incontrati nella sua vita nella scuola e per la scuola, da Giovanna Cantoni, che è stata Ispettore della Pubblica Istruzione, e da sempre si è occupata dei ragazzi disabili e della loro vita nelle scuole. Storia di Mara, e delle sue poesie leggere… forse insegnano che quando si è giovani si spera sempre, comunque e nonostante tutto, che i sogni e i desideri non muoiono…cosa che noi adulti troppo spesso dimentichiamo. Storia di Mara, che adesso non c’è più, e che chi l’ha conosciuta ricorda quanto era innamorata della vita… nonostante tutto... Questa poesiaè tratta dal suo diario, diario segreto che la mamma hatrovato alcuni mesi dopo la sua morte… un diario zeppo zeppo di appunti, ritagli di giornali, foto dei suoi eroi, poesie dei suoi poeti preferiti, e poesie che le componeva… varrebbe la pena di leggerle tutte… Storia di Mara, e di tanti altri ancora, da leggere in filigrana, nella trasparenza delle righe delle loro poesie. Tutte raccolte nel libro di Giovanna Cantoni, Poesie dalle scuole, Alberto Perdisa Editore.
Ritornando, da un incontro al Teatro Valle (teatro occupato dai “lavoratori dello spettacolo)… un incontro per parlare di informazione e di bavagli. Il giorno dopo la grande manifestazione che ha invaso Roma per parlare di diritti e di economia e di futuri possibili… voci ahimé soffocate da gesti e parole scomposte che hanno occupato la scena… Introdotto, l’incontro, da Stefano Rodotà… che si leva severo sopra il coro confuso delle opinioni e dei commenti, e del chiacchiericcio intorno ai buoni e ai cattivi, e quel che è stato e quel che non è stato, e quel che conta e quello che non conta… si leva severo, Rodotà, per dire che si prende il diritto di non fare distinguo… che no, che non è il momento… che è il momento piuttosto di ricordare tutte le volte che, nella nostra storia, il cammino delle idee è stato fermato dalla violenza… quali, quante volte… negli anni appena dietro l’angolo… guardandosi appena alle spalle…
Dalla riva del mare… dove Anna Maria, Anna Maria Scollo, che abita a Catania, si affaccia, ogni mattina per respirare…. la storia della vita di chi vive e convive con una malattia che pochi conoscono… ma che non è affatto rara… MCS una patologia non riconosciuta dal nostro sistema sanitario, che si sviluppa in seguito ad una esposizione a sostanze tossiche, che a loro volta producono sensibilizzazione ad altre sostanze chimiche… dalla riva della solitudine e del silenzio, dunque, storia di Anna Maria, che, senza risparmiarsi, racconta…
“Il primo malessere l’ho avuto che era quasi Natale, nel 2000. Lavoravo presso una serigrafia pubblicitaria, stampavo articoli promozionali, a contatto con vernici, solventi, sostanze al cloro, colla spray. C’è molto lavoro con le feste.Sto malissimo, ho uno svenimento, cado a terra, perdo coscienza. In ospedale dico di lavorare a contatto con sostanze tossiche, ma mi rispondono che la situazione è compatibile con il lavoro. Ma ogni volta che mi reco al lavoro sto peggio. Perdo anche il bambino che aspettavo… Due giorni prima al lavoro avevo usato una vernice contenente piombo; solo dopo l’aborto ho letto sull’etichetta che “ il prodotto nuoce gravemente alla salute dei bimbi non nati…” La conservo ancora quell’etichetta. Inizia un turbinio di visite, analisi… Se anche un solo medico mi avesse fatto la giusta diagnosi, non sarei peggiorata.
I sintomi peggiorano, perdo sangue da mucose, ….. si acutizza l’olfatto, sto sempre peggio quando uso i prodotti al lavoro e non posso più andare a lavorare. Comincio a star male anche con i prodotti di uso comune, saponi ,deodoranti, detersivi, chiedo a mio marito di non usare più il dopobarba …, chiedo a mia figlia di non truccarsi, non posso più uscire di casa, gli odori mi perseguitano, mi chiedo e chiedo a mio marito se sto per diventare pazza, se quegli odori ormai insopportabili li sento solo io, se mi crede che li sento… Mi salva dal baratro con poche parole:“Certo che ti credo, tu sei sempre la stessa, ti è successo qualcosa”. (…)
e da Roberto Papetti, mastro giocattolaio, ci arriva questo segnavento… che sa di acqua, di aria, di vento e di terra, terra preziosa come uno scrigno di schegge di conchiglie… Grazie a Papetti che sa… Sa come giocare e far vivere i pensieri e i sogni che compongono la vita che cresce. Perché è nel suo laboratorio, ci ha confidato, che entra il mondo… così, quasi distrattamente, camuffato da piccole cose di tutti i giorni… pezzi di legno, tappi, biglie, bottiglie, fili di spago, mulinelli d’acqua, ali di vento. E lì insegna ai bambini, ma anche a chiunque lo voglia, come riappropriarsi del mondo, riscrivendolo in piccoli -grandi giochi e giocattoli da restituire alla vita. Favole? Niente affatto. Guardate bene questo pesce. Guizzato fuori dall’acqua per indicare la via. Seguitemi, dice, … e seguite, seguite la voce del vento… arriva fin laggiù, vedete? , sul confine della linea dell’orizzonte, nel punto in cui quel promontorio si tuffa nel mare… ci vedremo lì, questa sera… se vorrete ascoltare, le storie, che per voi, ho raccolto nel mare….
Qualche giorno fa, sul trenino che da Roma porta sulla Flaminia… Ad una delle fermate, sette -otto dalla partenza, c’è anche una scuola… Il giorno dopo la morte di Steve Jobs… due ragazzini, forse tredici, forse quttordici anni, lì a parlare fitti fitti della sua morte, un pò stupiti, un pò spaventati, come parlassero di un amico, del quale sembravano davvero sapere molto… come di uno di famiglia insomma. Poi, a un tratto, il loro pensiero va al “morire”. Era diventato tanto ricco, dice uno di loro… tanto ricco e i soldi non gli sono bastati per un pezzo di corpo nuovo, dice l’altro… Silenzio, fra una frase e l’altra. Un silenzio che sembra risucchiare i loro giovani pensieri. Già, non gli sono bastati, riprende il primo… ma forse, aggiunge dopo un attimo, forse non avrà voluto altri tormenti… Forse… Ripensando, a quei due ragazzini lì a discutere seri, come due piccoli uomini, prima di entrare a scuola… quale pensiero della vita e della morte, e di quale vita e di quale morte, a bussare, di primo mattino, sulla soglia delle loro giovani menti…
Io non parlo, io non vedo, io non sento. E’ questo che lo Stato vuole da te? Una scimmietta…?
A discutere di intercettazioni, mentre nell’Italia della crisi si muore per un lavoro da 4 euro l’ora… mentre Moody’s declassa…
“Siamo ad un passo dall’apertura di una procedura d’infrazione contro l’Italia per violazione della direttiva 89/391/CEE sulla sicurezza sul lavoro”. Il messaggio arriva, sul tramonto di questa domenica d’autunno senza autunno, da Marco Bazzoni, rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, che giorno dopo giorno continua la sua battaglia di denunce circostanziate sulle condizioni della sicurezza ( o insicurezza?) sul lavoro; sulle cause, legislative ed economiche. Sulle centinaia e centinaia di vite che ogni anno vengono sacrificate sull’altare del diodenaro…
Pensiero d’inizio d’ottobre. Ce lo regala, con un ricordo, Gabriella La Rovere. Che, nelle ore della notte o di primo mattino (dipende!), leggendo, riflettendo, studiando, ha ritrovato uno scritto di Enrico Micheli, psicologo scomparso nel 2008 per un incidente in montagna, che ha avuto la fortuna di incontrare. Quello che segue, dice, sembra un testamento morale
“Alcuni basta ed un desiderio. Basta con l’organizzazione rissosa, approssimativa, accademica e corporativa delle conoscenze teoriche degli operatori del settore, per cui ciò che è cognitivo non può essere comportamentale, ciò che è relazionale non può essere cognitivo, e via dicendo in un eterno gioco che non permette di trasformare le conoscenze in abilità. Basta con i miti sulla scientificità, gli esami clinici e strumentali a cui si affida più di ciò che possono dare, cicli di terapie e riabilitazioni che si ripetono in una specie di eterno ritorno lasciando i soggetti, bambini e famiglie, spossessati del loro sapere e deprivati delle loro energie. Basta con la trascuratezza, che invece riserviamo all’organizzazione degli ambienti di vita e di lavoro, alla preparazione, alla formazione e al sostegno dei protagonisti coinvolti. Infine un desiderio: è il momento di raccogliere ciò che sappiamo e provare ad apprendere l’arte che da questo sapere deriva, dare mani, cuore e cervello al nostro sistema di conoscenze”.
Quanto ancora, dice Gabriella e noi con lei, ancora c’è da fare…