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    Quel bambino di vetro…

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    “Caro diario, quando arrivasti eri un regalo come gli altri, non mi aspettavo da te nessun tipo di consolazione. Eri una delle tante cose che chi viene in visita a mia madre porta a me. No! Tu da subito fosti addirittura di meno: un pacchettino colorato nella borsa della signora Eloisa. Un libro, pensai contento quando ti vidi, un libro d’avventura magari, sperai, temendo come al solito, con una parte di me, che tu fossi semplicemente una scatola di biscotti. E invece eri ancora di meno. Eri un quaderno vuoto”.

    Ma questo quaderno vuoto si riempie presto del racconto di un anno molto importante della vita di Pino, bambino di vetro, e “Il bambino di vetro ” è il titolo del libro scritto da Fabrizio Silei, pubblicato da Einaudi ragazzi. Ma chi è questo bambino di vetro? E’ quel bambino, spiega Silei, che appartiene all’infanzia di ciascuno di noi… quel bambino che vedevamo sempre dietro i vetri della finestra delle sua stanza, della sua casa, e mai abbiamo incontrato, mai è sceso a giocare con noi, e noi mai abbiamo saputo perché. Immagina ora, Silei, che quel bambino sia un bambino malato. La malattia di Pino, si intuisce, è l’emofilia, malattia che però non viene mai citata, perché Silei in realtà vuole parlare anche di qualcos’altro che pure considera un male del nostro tempo, la fine delle infanzie libere e un pò scapestrate di noi ex ragazzi, oggi quarantenni e più. Infanzie e adolescenze libere che non esistono più.

    Dell’arte medieval-contemporanea…

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    Ricevo da Alessandro Errico questa riflessione, e questa foto, che volentieri  pubblico.

    Confetto Basiliano (o dell’arte medieval-contemporanea).
    “Mi trovavo a Bruxelles quando un social network mi avvertì di una novità ineffabile: a Sannicola (Le), la Chiesa di San Mauro, gioiello artistico dell’anno Mille (un “unicum” in Puglia per i suoi 60 affreschi conservati alle pareti) era stata tinteggiata col colore di un’alba brillante. Un rosa visibile anche da Gallipoli. Dal mare. E anch’io da lontano potevo vivere quella sensazione di stranissimo nonsenso. Di inadeguatezza. Di dubbio. Di ricerca di un significato. Di un significante o più. Quella chiesa che aveva visto combattere politici, uomini di cultura e semplici cittadini amanti della propria terra, era diventato un confetto rosa, partorito dalla bomboniera di una sorta di stupideria incomprensibile. Un concetto che univa l’arte medievale a quella contemporanea senza rivendicazione alcuna? Atto goliardico in attesa della celebrazione massmediatica? Passatempo pernicioso o ripicca per il pregio del costituendo “Parco delle Rupi di San Mauro” che avrebbe impedito la colata di cemento turistico a pochi passi dal mare? Domande che s’inchiodavano a chilometri di distanze. Poteva il tempo di quelle pietre unire passato e presente in un’icona retropop? C’era da rimanere immobili ad osservare lo sfregio. La dissacrazione di un luogo fatto di silenzi e tramonti in faccia allo Ionio. Quel rosa come sangue andato a male. Come un taglio di sensi in una lacerazione di simboli.  Il definitivo può lasciare terreno al temporaneo?”

    Il definitivo e il temporaneo… pensandoci un pò su… ma non sembra un  trucco fotografico? La svista di un pittore? Il gioco di un Dio annoiato?

    Ricordi…

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    Parlando, di Alzheimer e di terapie… dell’Arte Terapia che, smuovendo quanto nel profondo è rimasto nell’animo di chi sembra appartenere già a un altro mondo, riallaccia fili di relazioni, relazioni con il sé, che sembrava perduto, relazioni con il mondo, che ancora intorno può accogliere… Leggendo della terapia della danza e della musica, del suono che smuove, come l’aratro sotto le zolle di terra dura, le emozioni del cuore… Accade, facendo ascoltare ai malati la musica della gioventù, quasi richiamo del tempo in cui si era giovani e forti e comunque belli…. Per caso ascoltavo, leggendo di queste storie, un vecchio, vecchissimo Battisti, quello di Balla Linda e di Una lira…  e il passato è tornato… squarciando le crepe della terra pur dura dell’animo… sciogliendola, nel pianto…

    Sull’autobus

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    Sull’autobus, nel tardo pomeriggio di metà settembre. Attraversando Roma, dal centro al centro, comunque prigionieri dentro le mura… e la periferia è lontana… C’è piuttosto ressa, qualcuno spinge, qualcuno ride, qualcuno di nuovo sale. Ed esplode un urlo, di fastidio, di rabbia, di chi quasi, sentendosi soffocare, sta per scoppiare. Ed è voce di donna, che reclama il suo diritto di “fare quello che le pare”, che rimprovera, accusa, si difende da qualcuno. Che non è alcuno delle persone che, appena scostandosi, la guardano un pò spaventati o non la guardano quasi ostentando di non vederla, di non sentire le sue parole feroci. Urla, quella donna, contro qualcuno che è il fantasma della sua ossessione, che magari è stato l’ossessione della sua vita, o che ossessione della sua vita lo è ancora, e che magari sa, che incontrerà, appena scesa dall’autobus. Intorno, più avanti, qualcuno sorride, qualcuno sospira… la vita, sa essere davvero dura… Accanto alla porta c’è un uomo, un anziano signore che duetta con un giovane straniero, dalla pelle orientale, profondo Oriente, sembra… e gli dice, l’anziano al giovane, che sicuramente lui non ne sa nulla di “bunga bunga”, benché, gli spiega, sia pratica che chi ci governa ha appreso da gente colorata come lui… il giovane, che sa che il suo colore appartiene ad altre latitudini, quasi ride, del riso timido di chi si schernisce e lascia che l’altro continui con le sue cronache di un paese malato, o meglio, della malattia di chi lo governa, il paese dove le correnti della vita lo hanno portato infine ad approdare… e chissà quale sarà qui il suo futuro… chissà quale il suo presente. Il presente… il presente e l’immediato futuro, su cui scuote la testa la signora seduta accanto. Sfogliando le pagine di un quotidiano, mormorando di conti e sacrifici, mentre sulle pagine del giornale, che mostra sventolandole nell’aria, infuriano cronache di sconsiderate volgarità… Più avanti, dietro due giovani ragazze vestite per la sera della festa, si intravede un vecchio malandato. Dorme riverso sul finestrino, e a tratti oscilla e sembra sia lì lì quasi per cadere in terra, ma neppure raddrizzandosi riapre gli occhi, e chissà se si sveglierà alla fermata giusta. E chissà se ha una fermata giusta dove fermarsi… Ah, gli autobus… bisognerebbe su di loro attraversare le città, almeno a sera, almeno tornando a casa… per sapere davvero del paese in cui viviamo…

    il tempo breve…

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    Per il tempo breve della fretta… solo una frase, rimasta impigliata fre le pieghe del respiro di questa settimana furiosa… “L’amore… quel che si paga per non aver saputo vivere da soli”, o qualcosa di molto simile, firmato Marguerite Yourcenar.

    Fototessere

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    Leggendo, di fotografia nella lunga detenzione, dalla tesi di laurea di Matteo Guidi, sociologo. Dal racconto di un ergastolano: “Ho scelto io la posizione, seduto sull’erba con le gambe incrociate, per l’occasione indossai una maglietta con su scritto: l’uomo non è il suo errore… Dopo una settimana in una busta chiusa mi fu consegnata la tanto sospirata foto. Non volevo vederla per paura di vedere ancora una volta un estraneo, non volevo vederla, poi l’amico che avrebbe fatto il calendario me la chiese, bèh, a quel punto non potevo fare altro, ho aperto la busta, ed ecco spuntare il solito ergastolano che non mi somiglia per niente… sullo sfondo della foto qualcosa di carino però si vedeva: l’erba e un piccolo alberello poi tagliato per motivi di sicurezza”. Leggendo, di prigionie e spazi di libertà…

    Per salutare settembre

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    Un saluto, al mese di settembre, con questa foto, scelta fra quelle che il National Geographic invita a usare come desktop… Tre scimmiette, che sembrano disegnare danzando ricami nell’aria. La scimmia… con tutti i suoi molteplici, contraddittori eppure omogenei significati che nel tempo e nella storia dei popoli ha simboleggiato.  Fra tutti ci piace e scegliamo quel suo attegiamento, vicino eppure lontano, che sa della saggezza del distacco e nello stesso tempo vi traspare, neanche poi tanto celata, la derisione di noi uomini e della nostra illusione di saggezza… Forse per questo, pur spiandoci curiose, ancora sembrano sussurrate “non vedo, non sento, non parlo“… e forse a volte è meglio così… Ah, le scimmie! Simbolo, anche, dell’attività dell’ inconscio, “malefiche come le streghe, benefiche come le fate” … e,  ancora, torna la notte, che si riempie di ululati di cani e soffi di scimmie, soffi di corno e canti di mantra, sprazzi di fuochi e campane lontane…

     

    Pensiero di fine agosto

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    Liberta’, dunque, ancora….

    “… Eppure la parola liberta’ ha un’etimologia sorprendentemente diversa da questo coacervo di individualismo, sovranita’, autonomia: viene dall’indoeuropeo leudho, che ha tra i suoi significati quello di ‘popolo, gente’. L’inglese free, ‘libero’, ha poi la stessa radice dell’indoeuropeo priyos, ‘amato, caro, familiare’: qualcosa di ben diverso dalla piega individualistica , difensiva, dallo slegame, dall’esenzione, dall’esonero, che sembrano per noi inevitabilmente connessi all’idea di liberta’.” da Eroi della liberta’, di Laura Bazzicalupo, ed. Il Mulino, libro che s’invita caldamente a leggere…

    A proposito del concerto negato….

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    Il Corriere dell’Umbria ha pubblicato nei giorni scorsi la lettera denuncia di Gabriella La Rovere che raccontava le difficoltà di due ragazze disabili nel trovare un posto “non  mortificante”, per assistere al concerto che Renzo Arbore terrà a Todi. E si rivolgeva ad Arbore, da sempre sensibile ai problemi della disabilità. La risposta è venuta: “Provvederò a riservare loro due posti in prima fila” ha assicurato Arbore. “Coscienti della nostra fortuna, i ragazzi sfortunati, per noi della musica, sono i prediletti”. Buon concerto, dunque, a Benedetta e alla sua amica!

    eppure…

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    Eppure… “L’uomo è un prigioniero che non ha il diritto di aprire la porta della sua prigione e fuggire”. Parola di Platone (Fedone)