La prima notte che è comparso era sera. Era venuto a prendermi in abito quasi da sera. Nero e di eleganza discreta. Anch’io lo ero. Intendo vestita con un abito quasi da sera, e di discreta eleganza. Indossavo un tubino, nero. Modello Audrey Hepburn, in Colazione da Tiffany, per intenderci. O quasi. E lui era bello, e giovane e magro. Come quando, un quarto di secolo fa o forse più, era bello, e giovane e magro. E bello forse lo è sempre rimasto. Sorrideva gentile, e insieme ci siamo incamminati verso la festa… Ne ero veramente appagata e felice. E in quelle stesse ore è andato a trovare quell’altro nostro amico. Sì, era proprio quella medesima notte: indossava lo stesso abito nero. Ed era bello, giovane e magro. Come quando, un quarto di secolo fa o forse più, era bello, giovane e magro. Anche allora, un quarto di secolo fa, vestiva spesso di nera, discreta eleganza…
E un altro giorno è andato…
Arriva in libreria un nuovo libro di Guccini, “IL dizionario delle cose perdute” ( acc… e c’era proprio bisogno che rinvangasse…?) e sul libro arriva questo pensiero di Daniela Morandini. Come dire, Bologna e dintorni…
“Se c’è una cosa che si può rimproverare a Guccini, è di aver fatto rimpiangere il tempo andato anche a chi, in quegli anni, il tempo non sapeva ancora cosa fosse. “Vedi cara –ammoniva con quella sua erre anarchica -, è difficile spiegare, è difficile capire, se non hai capito già…”. E allora calava lo sconforto. Ora, con il “Dizionario delle cose perdute”, Guccini ricorda ancora. La copertina è potente. E’ uguale, più grande, ad un pacchetto di Nazionali senza filtro, quello verde col veliero: un simbolo quasi come la falce e il martello ( simboli, perché, allora, i loghi non c’erano). Perché “abbiamo fumato di tutto (o quasi tutto, sia chiaro)” – ammette Guccini, e snocciola quell’archeologia di piccole cose che, dalla via Emilia, sarebbe arrivata al West. Come le siringhe di vetro, grosse, con l’ago di ferro, da bollire ogni volta in una scatoletta di alluminio. Poi “ si ricorreva ad una conoscente, ad una vicina di casa che sapeva fare le punture”: Già, era così e faceva male. E i pennini delle elementari dove sono finiti? C’era il “gobbino”, piccolo, nervoso. La “torre”, che ricordava vagamente la Tour Eiffel. La “manina”, a forma, appunto, di mano chiusa, con l’indice puntato, alla quale nessuno associava significati volgari. E il telefono nero, attaccato al muro, in ingresso. E la mamma che, quando voleva fare due chiacchiere, prendeva la sedia. Torna in mente anche quella “pulce“ che speravamo di avere scordato. “Era un gioco da bambine di solito regalatoti da vecchie zie zitelle – ricorda con precisione Guccini-. Consisteva nel far salire un dischetto di plastica sopra l’altro, cliccandolo con una sbarretta oblunga. Una noia mortale. Ma piaceva appunto alle bambine, le quali oggi, da ex bambine, si illuminano ancora d’immenso al ricordo e fanno – ah sì, la pulce, clic- e torna in me il malcelato maschilismo di allora”. E che dire poi del dentifricio? Per il tubetto di una volta, che si arrotolava come quello di un pittore, sarebbe anche disposto a pagare qualcosa in più. Guccini scrive e ride. E ridiamo anche noi. E, questa volta, ci si rende conto, veramente, che un altro giorno è andato.”
Un albero caduto
Forse anche per quell’albero mi ero convinta a venire ad abitare in questa casa. Un grande alloro… altissimo, che saliva con i rami in alto, più in alto del limite delle mie finestre. E grondava di foglie e di nidi, e la primavera espodeva in grappoli di infiorescenze, gialle e bianche… E tutto sembrava un immenso giardino, perché l’albero era talmente grande e alto e folto, da nascondere alla vista l’alto caseggiato, che appena si intravedeva, lì dietro, oltre la sua chioma… Poi, qualche anno fa, alcuni suoi rami hanno iniziato ad ammalarsi. Con le foglie affollate di minuscole conchigliette, che a staccarle erano minuscole gocce di sangue, che proprio sembravano succhiate dalla linfa della pianta. Ed è venuto un giardinere e ha spogliato l’alloro di tutti, ma proprio tutti i suoi rami. Quasi sembrava ne sarebbe morto. Ma piano piano, sono nate nuove foglie e nuovi rami, sono passate altre stagioni e l’alloro ha ripreso forza e bellezza, e ancora si è popolato di nidi, e la sua voce è diventata canto di uccelli. Ma giusto quando era tornato ad essere più alto delle mie finestre, qualcuno forse ha deciso che andava sfoltito… e ancora una mattina affacciandomi il mio sguardo è caduto nel vuoto di rami mozzati… e solo, di fronte, l’intonaco slabbrato del triste retro di caseggiati e il reticolato di finestre squadrate come gabbie… Giù in basso, l’alloro di nuovo amputato, triste e muto come un funerale… Eppure non si è arreso. (…)
Il cammino di Marcella
“Ci contiamo, manca Marcella, la mia figlia di 8 anni. Sull’asfalto non c’è, capiamo che è stata sbalzata dall’auto, ed è probabilmente là, 28 metri più sotto. Poliziotti, Vigili del Fuoco Croce Rossa e automobilisti di passaggio scendono a cercarla senza trovarla. Dopo trenta minuti dico a voce alta: Se la troviamo vado a Lourdes. Ci vado a piedi..”
Marcella poi è stata trovata. In condizioni, sembrava, disperate… era stato chiesto ai genitori l’autorizzazione, persino, all’espianto degli organi. Ma Marcella, poi ce l’ha fatta, anche se non ha potuto più camminare. E, anni dopo, la mamma di Marcella, Anna Rastello, ha tenuto fede alla promessa. E “Il cammino di Marcella” è il racconto di quel viaggio, a piedi fino a Lourdes. E’ il racconto anche di quei primi terribili momenti, dei primi, difficili tempi, quando, scrive Rastello, “non tutti hanno più camminato con noi”, e non è del viaggio verso Lourdes che parla… C’è chi si è allontanato perché “non riesco a vedere un bambino che soffre”, come ha detto qualche amico… e questo , anche , è molto doloroso. (….)
Lo scatolone delle figurine
Ancora un pensiero per Lucio Dalla. Una riflessione, dopo che Lucia Annunziata, giornalista che conduce un programma televisivo la domenica pomeriggio, dallo scranno del suo studio ha ritenuto di dover violare la riservatezza che Dalla aveva sempre mantenuto sulla sua vita privata. “Scatolone delle figurine”, definisce così la TV Daniela Morandini, che ci manda queste righe, e che di Bologna, e non solo, ci regala questa istantanea…
“Luciodalla –lo si chiamava così, tutto attaccato, era un po’ come le due torri. E’ impossibile pensare a Bologna senza l’Asinelli e la Garisenda. E’ impossibile pensare a Bologna senza quell’uomo, irriverente e garbato, che cantava come un sax e che meriterebbe un posto nell’elogio della bruttezza di Umberto Eco. Luciodalla ha accompagnato un po’ tutti: benpensanti, tanti; uomini d’apparato, molti; compagni, quasi tutti, forse; quelli che stavano con Guccini, in fondo, pochi. Ma nessuno si era mai occupato più di tanto dei suoi fidanzati o delle sue fidanzate. Quando Luciodalla se ne è andato, forse tra i fili di una radio, Bologna, con gli occhi rossi, ancora una volta, è scesa in piazza con il decoro di chi si congeda da un pezzo di se stesso. C’erano tanti telefonini al passare di quella bara, ma nessun compiacimento davanti alle telecamere. Eppure, quel 4 marzo, lo scatolone delle figurine ha voluto sfondare quella porta che Luciodalla aveva preferito tenere chiusa. Ha voluto sbirciare dove a nessuno era importato entrare. Ha dato un altro schiaffo osceno ad un’altra vedova, davanti al suo morto“
Il bambino con le braccia larghe
“Quando hai un fratello matto riconosci qualche spicchio della sua follia nei tuoi comportamenti, così come lui cerca disperatamente la sua normalità nei tuoi. L’unica cosa di realmente, profondamente diverso fra lui e me è sempre stato il volume della sua sofferenza, che forse è l’unico aspetto davvero riconoscibile della follia..”
e di follia parla, “Il bambino con le braccia larghe”, libro edito da Ediesse, e scritto da Carlo Gnetti… che è giornalista, che ha voluto raccontare la storia di Paolo… suo fratello… Quando parliamo di malattie, disabilità, fisiche o mentali, subito pensiamo alla sofferenza dei genitori, quasi mai si pensa ai fratelli… eppure … cosa succede a un fratello quando la malattia irrompe in casa…. Cosa succede, quando ad ammalarsi è un fratello che è anche compagno di giochi, con il quale tante e tante sono le esperienze condivise, in famiglia e non, dall’infanzia alla prima adolescenza, fino a quando la malattia appunto irrompe in casa e i percorsi si dividono. Si dividono ma, Gnetti lo spiega bene, il legame mai si spezza, anzi forse in qualche modo proprio dalla malattia viene cementato se per tutta la vita, ci dice, ha continuato a riconoscere in lui qualcosa di sé e sempre l’uno per l’altro sono stati riferimento certo. Il libro ha un incipit fulminante… “il giorno in cui mi accorsi che Paolo camminava tenendo le braccia larghe, staccate dal corpo, rimasi più che altro sorpreso… non capivo se era un nuovo gioco o qualcosa di più misterioso…” e inizia un percorso nel buio, … anche perché all’inizio la malattia arriva di soppiatto, non è subito riconoscibile, diventa altalena fra malattia e normalità, malattia e normalità…e tanto, tanto dolore… (…)
La casa in riva al mare
“Dalla sua cella lui vedeva solo il mare, /ed una casa bianca in mezzo al blu / e una donna si affacciava Maria, /è il nome che le dava lui… // Alla mattina lei apriva la finestra / e lui pensava quella è casa mia / tu sarai la mia compagna Maria, / una speranza e una follia…”
E il ricordo di Lucio Dalla, passa, per noi, attraverso il sogno di questa follia. La follia del sogno dell’ergastolano di una delle sue canzoni più …. e non trovo aggettivi, che ancora ascoltandola oggi muove al pianto… Oggi, che appena ieri ancora qualcuno si è impiccato in una cella, perché i sogni non sempre bastano. Era un giovane di poco più di trent’anni. Si è impiccato alle sbarre della sua cella nel Reparto Isolamento Sud del carcere di Palermo Pagliarelli. Ha fatto in fretta un salto, all’ultimo verso dell’ultima strofa …
“e poi fu solo in mezzo al blu…“
Principi di Danimarca…
Aveva detto Kafka, che un libro doveva avere l’effetto “di un colpo d’ascia sul lago gelato della mia anima”… più o meno la ricordo così… e questo pensiero mi si è piazzato nel cervello leggendo, fin dalle prime pagine, il libro di Carla Melazzini, “Insegnare al principe di Danimarca“. Forse all’inizio non ho sentito il rumore ghiaccio di un unico, definitivo colpo d’ascia, ma sicuramente il tamburellare di tante, incessanti picconate, come colpi, di calma furiosa, determinati, ad aprire crepe sul muro asciutto dell’indifferenza. E un colpo dopo l’altro, un colpo dopo l’altro … le brevi storie di Antonio, Enzo, Totore… e tutti gli altri ragazzi del Progetto Chance, di cui Carla Melazzini credo fosse l’anima. Il Progetto Chance, che voleva prendersi cura dei ragazzi delle periferie, e delle periferie delle loro anime. Ed è sicuramente quello che è stato fatto. A Napoli e dintorni. Ecco… era solo un pensiero urgente, dopo appena qualche decina di pagine… subito colpita dal racconto dei gesti, dei silenzi, delle afasìe, anzi, che una donna del nord ( Carla Melazzini era della Valtellina) riesce con sorprendente naturalezza a restituirci nel narrare le periferie del sud… e tutta questa sua nuova gente…
Morire di carcere
Di carcere si muore. Si muore e ci si suicida. 66 detenuti solo lo scorso anno. E di carcere può morire anche chi ci lavora. Riceviamo da Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, e invitiamo a leggere…
La notizia di oggi. Polizia Penitenziaria, ancora un suicidio tra le fila del Personale: Ispettore della Banda Musicale del Corpo si toglie la vita in provincia di Caserta.
“Siamo sgomenti e sconvolti. A 48 ore dal suicidio, a Formia, di un Assistente Capo di Polizia penitenziaria in servizio presso il carcere di Roma Rebibbia, abbiamo appreso di un altro suicidio di un appartenente al Corpo di Polizia Penitenziaria. P.M., 41 anni, sposato e con due figli, musicista della Banda musicale del Corpo di Polizia Penitenziaria si è tolto la vita questa mattina nella sua abitazione di Carano di Sessa Aurunca mediante impiccamento. Non sono ancora chiare le ragioni che hanno spinto l’uomo a compiere il gesto estremo. Siamo impietriti per questa nuova immane tragedia, anche perchè avviene a poche ore dal suicidio di un altro collega a Forma e a pochi mesi dalla tragica morte di altri appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria in servizio ad Avellino, Mamone Lodè, Caltagirone, Viterbo, Torino e Roma. Oggi piangiamo la vittima di un’altra tragedia che ha sconvolto i Baschi Azzurri, nell’indifferenza assoluta e colpevole dell’Amministrazione Penitenziaria che continua a sottovalutare questa grave realtà. Noi ci stringiamo con tutto l’affetto e la solidarietà possibili al dolore indescrivibile della moglie, dei figli, dei familiari, degli amici, dei colleghi.
… e adesso
e adesso che è il disgelo… che a passi sempre più lunghi il giorno si allunga per correre ad afferrare il tempo della luce e del calore… che qua e là spuntano mimose… che si avvicina il tempo dei lillà e il tempo crudele d’aprile…
stavano così bene al caldo … le sopite radici…