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    Lo scatolone delle figurine

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    Ancora un pensiero per Lucio Dalla. Una riflessione, dopo che Lucia Annunziata, giornalista che conduce un programma televisivo la domenica pomeriggio, dallo scranno del suo studio ha ritenuto di dover violare la riservatezza che Dalla aveva sempre mantenuto sulla sua vita privata. “Scatolone delle figurine”, definisce così la TV Daniela Morandini, che ci manda queste righe, e che di Bologna, e non solo, ci regala questa istantanea…

    Luciodalla –lo si chiamava così, tutto attaccato, era un po’ come le due torri. E’ impossibile pensare a Bologna senza l’Asinelli e la Garisenda. E’ impossibile pensare a Bologna senza quell’uomo, irriverente e garbato, che cantava come un sax e che  meriterebbe un posto nell’elogio della bruttezza di Umberto Eco. Luciodalla ha  accompagnato un po’ tutti: benpensanti, tanti; uomini d’apparato, molti; compagni, quasi tutti, forse; quelli che stavano con Guccini, in fondo, pochi. Ma nessuno si era mai occupato più di tanto dei suoi fidanzati o delle sue fidanzate. Quando Luciodalla se ne è andato, forse tra i fili di una radio, Bologna, con gli occhi rossi, ancora una volta, è scesa in piazza con il decoro di chi si congeda da un pezzo di se stesso. C’erano tanti telefonini al passare di quella bara, ma nessun compiacimento davanti alle telecamere. Eppure, quel 4 marzo, lo scatolone delle figurine ha voluto  sfondare quella porta che Luciodalla aveva preferito tenere chiusa. Ha voluto sbirciare dove a nessuno era importato entrare. Ha dato un altro schiaffo osceno ad un’altra vedova, davanti al suo morto

     

     

    Il bambino con le braccia larghe

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    Quando hai un fratello matto riconosci qualche spicchio della sua follia nei tuoi comportamenti, così  come lui cerca disperatamente la sua normalità nei tuoi. L’unica cosa di realmente, profondamente diverso fra lui e me è sempre stato il volume della sua sofferenza, che forse è l’unico aspetto davvero riconoscibile della follia..”

    e di follia parla, “Il bambino con le braccia larghe”, libro edito da Ediesse, e scritto da Carlo Gnetti… che è giornalista, che ha voluto raccontare la storia di Paolo… suo fratello… Quando parliamo di malattie, disabilità, fisiche o mentali, subito pensiamo alla sofferenza dei genitori, quasi mai si pensa ai fratelli… eppure … cosa succede a un fratello quando la malattia irrompe in casa…. Cosa succede, quando ad ammalarsi è un fratello che è anche compagno di giochi, con il quale tante e tante sono le esperienze condivise, in famiglia e non, dall’infanzia alla prima adolescenza, fino a quando la malattia appunto irrompe in casa e i percorsi si dividono. Si dividono ma, Gnetti lo spiega bene, il legame mai si spezza, anzi forse in qualche modo proprio dalla malattia viene cementato se per tutta la vita, ci dice, ha continuato a riconoscere in lui qualcosa di sé e sempre l’uno per l’altro sono stati riferimento certo. Il libro ha un incipit fulminante… “il giorno in cui mi accorsi che Paolo camminava tenendo le braccia larghe, staccate dal corpo, rimasi più che altro sorpreso…  non capivo se era un nuovo gioco o qualcosa di più misterioso…”  e inizia un percorso nel buio, … anche perché all’inizio la malattia arriva di soppiatto, non è subito riconoscibile, diventa altalena fra malattia e normalità, malattia e normalità…e tanto, tanto dolore… (…) 

    La casa in riva al mare

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    Dalla sua cella lui vedeva solo il mare, /ed una casa bianca in mezzo al blu / e una donna si affacciava Maria, /è il nome che le dava lui… // Alla mattina lei apriva la finestra / e lui pensava quella è casa mia / tu sarai la mia compagna Maria, / una speranza e una follia…”

    E il ricordo di Lucio Dalla, passa, per noi, attraverso il sogno di questa follia. La follia del sogno dell’ergastolano di una delle sue canzoni più …. e non trovo aggettivi, che ancora ascoltandola oggi muove al pianto… Oggi, che appena ieri ancora qualcuno si è impiccato in una cella, perché i sogni non sempre bastano. Era un giovane di poco più di trent’anni. Si è impiccato alle sbarre della sua cella nel Reparto Isolamento Sud del carcere di Palermo Pagliarelli. Ha fatto in fretta un salto, all’ultimo verso dell’ultima strofa …

    e poi fu solo in mezzo al blu…

    Principi di Danimarca…

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    Aveva detto Kafka, che un libro doveva avere l’effetto “di un colpo d’ascia sul lago gelato della mia anima”…  più o meno la ricordo così… e questo pensiero mi si è piazzato nel cervello leggendo, fin dalle prime pagine, il libro di Carla Melazzini, “Insegnare al principe di Danimarca“. Forse all’inizio non ho sentito il rumore ghiaccio di un unico, definitivo colpo d’ascia, ma sicuramente il tamburellare di tante, incessanti picconate, come colpi, di calma furiosa, determinati, ad aprire crepe sul muro asciutto dell’indifferenza. E un colpo dopo l’altro, un colpo dopo l’altro … le brevi storie di Antonio, Enzo, Totore… e tutti gli altri ragazzi del Progetto Chance, di cui Carla Melazzini credo fosse l’anima. Il Progetto Chance, che voleva prendersi cura dei ragazzi delle periferie, e delle periferie delle loro anime. Ed è sicuramente quello che è stato fatto. A Napoli e dintorni. Ecco… era solo un pensiero urgente, dopo appena qualche decina di pagine… subito colpita dal racconto dei gesti, dei silenzi, delle afasìe, anzi, che una donna del nord ( Carla Melazzini era della Valtellina) riesce con sorprendente naturalezza a restituirci nel narrare le periferie del sud… e tutta questa sua nuova gente…

    Morire di carcere

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     Di carcere si muore.  Si muore e ci si suicida. 66 detenuti solo lo scorso anno. E di carcere può morire anche chi ci lavora. Riceviamo da Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, e invitiamo a leggere…

    La notizia di oggi. Polizia Penitenziaria, ancora un suicidio tra le fila del Personale: Ispettore della Banda Musicale del Corpo si toglie la vita in provincia di Caserta.

    “Siamo sgomenti e sconvolti. A 48 ore dal suicidio, a Formia, di un Assistente Capo di Polizia penitenziaria in servizio presso il carcere di Roma Rebibbia, abbiamo appreso di un altro suicidio di un appartenente al Corpo di Polizia Penitenziaria. P.M., 41 anni, sposato e con due figli, musicista della Banda musicale del Corpo di Polizia Penitenziaria si è tolto la vita questa mattina nella sua abitazione di Carano di Sessa Aurunca mediante impiccamento. Non sono ancora chiare le ragioni che hanno spinto l’uomo a compiere il gesto estremo. Siamo impietriti per questa nuova immane tragedia, anche perchè avviene a poche ore dal suicidio di un altro collega a Forma e a pochi mesi dalla tragica morte di altri appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria in servizio ad Avellino, Mamone Lodè, Caltagirone, Viterbo, Torino e Roma. Oggi piangiamo la vittima di un’altra tragedia che ha sconvolto i Baschi Azzurri, nell’indifferenza assoluta e colpevole dell’Amministrazione Penitenziaria che continua a sottovalutare questa grave realtà. Noi ci stringiamo con tutto l’affetto e la solidarietà possibili al dolore indescrivibile della moglie, dei figli, dei familiari, degli amici, dei colleghi.

    … e adesso

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    e adesso che è il disgelo… che a passi sempre più lunghi il giorno si allunga per correre ad afferrare il tempo della luce e del calore… che qua e là spuntano mimose… che si avvicina il tempo dei lillà e il tempo crudele d’aprile…

    stavano così bene al caldo … le sopite radici…

    Cuore di neve

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    Un cuore di neve, per gli auguri a Barbi, da Carmelo Musumeci, dal carcere di Spoleto. Ascoltate, la lettera di un ergastolano…

    “Buon compleanno figlia dell’uomo ombra, in questi anni le lacrime versate per te sono state le più belle. Spesso il tuo amore è più forte di me, della malinconia, della tristezza e della sofferenza. Amore Bello, perdonami se non sono stato il padre che avrei voluto essere. Buon compleanno figlia dell’uomo ombra, tutte le notti il mio cuore, seppur coperto da sbarre, inferriate e cemento armato, scappa da me e dalla mia cella per venirti a trovare. Molti uomini ombra pensano spesso alla morte perché è la loro unica via di fuga, io piuttosto penso a te, perché sei la mia ragione di vita. Tesoro, perdonami se non sono stato un padre come tutti gli altri. Buon compleanno figlia dell’uomo ombra, il tuo amore mi ha sempre dato la forza di combattere e di non arrendermi. Il mio mondo e il mio futuro stanno scomparendo insieme alla mia vita, eppure io ti amo come il primo giorno che mi hanno portato via da te. Barbi, perdonami se sei cresciuta senza di me accanto. Buon compleanno figlia dell’uomo ombra, molti ergastolani hanno bisogno della speranza per vivere, io invece ho solo bisogno del tuo amore. Per resistere all’Assassino dei Sogni e per soffrire di meno molti uomini ombra cercano di dimenticare quello che erano, io invece per resistere cerco di ricordarmi che ero un uomo libero. Figlia mia, perdonami se sono più di venti anni che non riesco a darti il bacio della buona notte. Buon compleanno figlia dell’uomo ombra, oggi ho afferrato con le mani le sbarre della mia cella, le ho strette forte, mentre il mio cuore provava inutilmente a spezzarle. Vita mia, perdonami se non riuscirò mai a uscire. E grazie di esserti tatuata: “Divisi da sempre, uniti dall’anima”.

    Il mio cuore ti ama, io pure.

    Tuo papà.

    Carcere Spoleto,  Febbraio 2012

     

    Il giardino di Brigitta

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    I giardini. Luoghi privilegiati di fiabe e racconti, un lembo di terra da far fiorire… sembra qualcosa di irrinunciabile, un pensiero che ci portiamo dentro… dal tempo del Paradiso Terrestre, il primo giardino, che appartiene alla fiaba più antica…  Anche se poi è arrivato Caino. E ha costruito la prima città… Ma ancora l’invito, è a godere di un giardino… Questo che fiorisce nel racconto di Lauretta Chiarini.

    “Non troppo vicino, ma nemmeno molto lontano da qui, c’era la casa di Brigitta.
    La costruzione di per sé non era niente di speciale: una casa come tante, di mattoni rossi e con un grande portico ombreggiato.
    Quello che era a dir poco spettacolare, era il giardino.
    Nei dintorni non cresceva niente del genere: cipressi, querce e grandi faggi proteggevano, dall’alto delle loro fronde, un giardino dalle fioriture fantastiche. Farfalle e uccelli d’ogni tipo, svolazzavano rendendo quel giardino un posto da favola.
    Del resto Brigitta non si sarebbe accontentata di niente di meno. Era ormai avanti con gli anni, ma vivace e attiva come una giovinetta.
    Tutti quelli che abitavano nelle vicinanze, la ritenevano una vecchietta stravagante dato che la vedevano spesso a comprare terriccio e concime oppure a cercare riviste di giardinaggio, tosaerba, bulbi o vasi, ma non la incontravano mai al cinema o dalla parrucchiera.
    Iolanda, una sua anziana vicina di casa, tutta dedita ai suoi tre gatti e ai quattro nipoti, un giorno la fermò davanti al negozio di prodotti agricoli.
    “Salve, Brigitta! Sempre indaffarata col suo giardino, eh? Mi piacerebbe vederlo, ma da fuori la sua bella siepe nasconde le fioriture… Eppure il profumo che si sente lascia credere che lei coltivi qualcosa di speciale…”
    Brigitta le sorrise, affabile: “Beh, sì. In effetti… io coltivo la speranza…” (…)

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    … e così gli ho regalato quel gattino con in testa un’aiuolina di non-ti-scordar-di-me color rosso pallido, quasi rosa… avete presente i gattini con in testa cespuglietti di non-ti-scordar-di-me..? … era bellissimo…!

    Pensiero d’inizio febbraio..

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    Pancia che ha fame grida, strepita, si lamenta.

    Pancia che ha fame d’amore è muta

    Leggendo Guido Ceronetti. Come sempre fulminante. Da “Insetti senza frontiere”. Spietato vagabondare, fra le pieghe della vita e della morte, del Filosofo Ignoto.