Ancora un pensiero per Lucio Dalla. Una riflessione, dopo che Lucia Annunziata, giornalista che conduce un programma televisivo la domenica pomeriggio, dallo scranno del suo studio ha ritenuto di dover violare la riservatezza che Dalla aveva sempre mantenuto sulla sua vita privata. “Scatolone delle figurine”, definisce così la TV Daniela Morandini, che ci manda queste righe, e che di Bologna, e non solo, ci regala questa istantanea…
“Luciodalla –lo si chiamava così, tutto attaccato, era un po’ come le due torri. E’ impossibile pensare a Bologna senza l’Asinelli e la Garisenda. E’ impossibile pensare a Bologna senza quell’uomo, irriverente e garbato, che cantava come un sax e che meriterebbe un posto nell’elogio della bruttezza di Umberto Eco. Luciodalla ha accompagnato un po’ tutti: benpensanti, tanti; uomini d’apparato, molti; compagni, quasi tutti, forse; quelli che stavano con Guccini, in fondo, pochi. Ma nessuno si era mai occupato più di tanto dei suoi fidanzati o delle sue fidanzate. Quando Luciodalla se ne è andato, forse tra i fili di una radio, Bologna, con gli occhi rossi, ancora una volta, è scesa in piazza con il decoro di chi si congeda da un pezzo di se stesso. C’erano tanti telefonini al passare di quella bara, ma nessun compiacimento davanti alle telecamere. Eppure, quel 4 marzo, lo scatolone delle figurine ha voluto sfondare quella porta che Luciodalla aveva preferito tenere chiusa. Ha voluto sbirciare dove a nessuno era importato entrare. Ha dato un altro schiaffo osceno ad un’altra vedova, davanti al suo morto“
“Quando hai un fratello matto riconosci qualche spicchio della sua follia nei tuoi comportamenti, così
Aveva detto Kafka, che un libro doveva avere l’effetto “di un colpo d’ascia sul lago gelato della mia anima”… più o meno la ricordo così… e questo pensiero mi si è piazzato nel cervello leggendo, fin dalle prime pagine, il libro di Carla Melazzini, “Insegnare al principe di Danimarca“. Forse all’inizio non ho sentito il rumore ghiaccio di un unico, definitivo colpo d’ascia, ma sicuramente il tamburellare di tante, incessanti picconate, come colpi, di calma furiosa, determinati, ad aprire crepe sul muro asciutto dell’indifferenza. E un colpo dopo l’altro, un colpo dopo l’altro … le brevi storie di Antonio, Enzo, Totore… e tutti gli altri ragazzi del Progetto Chance, di cui Carla Melazzini credo fosse l’anima. Il Progetto Chance, che voleva prendersi cura dei ragazzi delle periferie, e delle periferie delle loro anime. Ed è sicuramente quello che è stato fatto. A Napoli e dintorni. Ecco… era solo un pensiero urgente, dopo appena qualche decina di pagine… subito colpita dal racconto dei gesti, dei silenzi, delle afasìe, anzi, che una donna del nord ( Carla Melazzini era della Valtellina) riesce con sorprendente naturalezza a restituirci nel narrare le periferie del sud… e tutta questa sua nuova gente…
Un cuore di neve, per gli auguri a Barbi, da Carmelo Musumeci, dal carcere di Spoleto. Ascoltate, la lettera di un ergastolano…
I giardini. Luoghi privilegiati di fiabe e racconti, un lembo di terra da far fiorire… sembra qualcosa di irrinunciabile, un pensiero che ci portiamo dentro… dal tempo del Paradiso Terrestre, il primo giardino, che appartiene alla fiaba più antica… Anche se poi è arrivato Caino. E ha costruito la prima città… Ma ancora l’invito, è a godere di un giardino… Questo che fiorisce nel racconto di Lauretta Chiarini.