… e, stupore, sono tornate… Le rondini, che lo scorso anno, e l’anno prima ancora, si erano ben guardate dal fermarsi sui nostri giardini… così ben curati, così ben disinfettati e disinfestati… così muti di insetti e lombrichi ben bene avvelenati… Quest’anno che il giardiniere s’è distratto, o che sui disinfestanti si è dovuto alla fine un pò risparmiare, rieccole… stridono, garriscono, sguazzano in voli d’arcate… e le sento, all’alba, ridendo giocare…
gerani…
Sono esplosi, sul limite del balcone, gonfi di corolle… rosse… e corolle rosa, striate di sottili venuzze appena appena più cupe. Fiori di petali, pieni e morbidi, e foglie vestite di velluto… Come s’è potuto vivere, tutti questi anni, senza gerani, sul limite del balcone…
Cuccioli caldi…
“Papi, vedo tutto grigio”, dice mio fratello. Ma non ottiene alcun risultato. Papà deve essere davvero stanco. Di solito ascolta quel che gli dice il suo cocco… Ma oggi non gli dà retta, forse anche lui pensa, che si auno scherzo, una di quelle cose dei bambini piccoli, che quando si mettono in testa una cosa, poi fargli cambiare idea è un’impresa…
Pensieri di Arturo, voce narrante di “Luce dei miei occhi”, libro. edito da Einaudi ragazzi, e scritto da Zita Dazzi, che è giornalista e scrittrice, e questo suo bel racconto ruota tutto intorno alla strana cecità di Giovanni, fratellino di Arturo, una strada malattia, non facile da individuare e sulla quale i medici si interrogheranno… E’ una cecità che va e viene, forse è anche un non voler vedere istintivo del bambino le cose che non vanno in casa… Il rapporto fra i genitori in crisi, i continui litigi percepiti dietro le porte chiuse, i fine settimana con papà, senza la mamma, con una scusa o l’altra rimasta a casa… I primi episodi di cecità temporanea sono brevi, ma poi il buio sembra non voler andar via… ed è così che Giovanni si difende e a suo modo chiede aiuto ai grandi, anche se l’aiuto più utile, quello in qualche modo alla fine anche risolutivo, sarà il fratello Arturo, già adolescente, a darglielo. Nel racconto la prima cosa che balza agli occhi è il diverso comportamento di fronte alla malattia improvvisa di bambini e adulti. La reazione dei genitori è spaventata e disperata, e nonostante le resistenze è un po’così anche per Arturo, che è già adolescente… (…)
per pensarci un po’ su…
“La comprensione non è altro che una serie di fraintendimenti“.
Una breve osservazione, da “La ragazza dello Sputnik”, di Murakami Haruki. Pensandoci un po’ su… guardandosi intorno, e guardando dentro di sé…. D’altra parte… “mi perdoni, signora, ma quando uno è colpito da una pistola, sanguina”
Dannati giapponesi…
Sbiruline e dintorni…
“Non devi avere paura. Vedi, nella testa ci sono tanti fili e ognuno serve per fare qualcosa: giocare, parlare, dormire, pensare… Poi ogni tanto può capitare, o almeno è così che succede a me, che uno di questi fili inizi a tremare, come se fosse stato toccato da un fulmine, da una scossa elettrica….”
e così, con garbo, viene raccontata l’epilessia, in “Sara e le sbiruline di Emily”, un racconto scritto da Rachele Giacalone, che è al suo primo, e forse almeno per ora unico racconto per bambini, anche perché questo racconto è nato intanto per la sua bambina… e per riportare la serenità in famiglia dopo che alla sua bambina più grande era stata diagnosticata una forma di epilessia. Insomma, Rachele Giacalone è una mamma… una mamma che ha cercato le parole giuste. Si è accorta, ci spiega, che le informazioni mediche che aveva raccolto, erano troppo distanti per “arrivare” a un bambino… Ha cercato allora le parole delle fiabe… E le ha trovate nella sua infanzia di bambina fortunata, un’infanzia affollata di fiabe… (…)
L’amico di Mizù…
“In paese lo chiamavano tutti bambino, anche se aveva quasi quarant’anni. Ma era rimasto bambino dentro, nel modo di pensare e parlare, nell’allegria ingenua con cui guardava il mondo, nella svagatezza delle sue giornate. E anche nel desiderio infantile di rendersi utile, di dimostrare quel che sapeva fare, cioè raccogliere legna nel bosco, sbrigare piccole commissioni…..”
E Bambino è protagonista de “L’amico di Mizù” , edito da Notes, l’autrice Margherita Oggero. Questo è il suo primo Giallo per bambini, e proprio due ragazzini sono gli altri due protagonisti… alle prese con un omicidio e forse più in generale con il mondo dei grandi… E il tema della disabilità, della diversità in generale, è una delle chiavi di lettura del racconto, proprio attraverso la figura dell’uomo che tutti chiamano Bambino, e che solo i bambini che anagraficamente davvero lo sono, riescono ad avvicinarsi a lui senza timori o pregiudizi… Questo adulto rimasto bambino dentro… scrive Oggero, “come quasi tutti i bambini gli piaceva inventare storie avventurose e poi raccontarle a chiunque volesse ascoltarle…”. Oggero scrive racconti, scrive fiabe. Le fiabe… con il loro bagaglio anche fantastico di streghe, nani, orchi, sono il primo viatico che, a saperlo leggere, noi riceviamo per incontrare e confrontarci con la diversità. E dal mondo interiore di Bambino nasce Mizù , un leone fantastico, timido e vegetariano… e che nessuno vede…. l’anima profonda, insomma, di Bambino. Che come tutti i bambini, anagraficamente intendo, costruisce l’immagine di un amico- gemello da portare dentro di sé. Lorenzo e Clara , loro sì, anagraficamente bambini, sono il pubblico che ascolta le sue storie… Bambino viene ucciso, per via di un biglietto del superenalotto che avrebbe vinto. Sullo sfondo un piccolo paese, un paese come tanti, dove viene sospettato dell’omicidio chi è straniero: lavoratori di passaggio… una famiglia che pochi conoscono… anche questa in fondo è una delle nostre malattie… cercare il male fuori di noi…e questo libro sa bene insegnarlo. Non sveliamo il finale, diciamo solo che saranno i due ragazzini in qualche modo a far arrivare alla soluzione del giallo… Morale della fiaba? Guardandosi intorno, guardandosi dentro.. il diverso non è mai cosa a noi tanto estranea…
Buona Pasqua…
E la sveglia questa mattina arriva con la notizia di un uomo, morto all’alba di ieri per infarto nella sua cella, nel carcere di Genova Marassi, che condivideva con altre persone. Veniva dal Marocco. Era in carcere per spaccio di sostanze stupefacenti.
Una notizia, che arriva accompagnata dal commento di Roberto Martinelli, che è segretario generale aggiunto del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE, la prima e più rappresentativa organizzazione dei Baschi Azzurri. Un commento che parla dell’esasperante sovraffollamento delle carceri. Parla, ad esempio, proprio di Marassi, dove “alla data del 31 marzo scorso, c’erano 820 detenuti stipati in celle realizzate per ospitarne 450” e fra l’atro con oltre 130 Agenti di Polizia Penitenziaria in meno rispetto agli organici previsti. “A poco o nulla è servita ad oggi la legge approvata sulla detenzione domiciliare, la legge 199 del novembre 2010 (improvvidamente definita ‘svuota carceri’), che consente di scontare ai domiciliari pene detentive non superiori a un anno, oggi elevati a diciotto mesi dal recente provvedimento del Governo in materia penitenziaria. Ma rispetto all’indulto che fece uscire complessivamente e quasi subito circa 35mila persone detenute, ad oggi con la legge sulla detenzione domiciliare sono uscite poco più di 5mila persone dalle oltre 200 carceri italiane”. Che ci si dia da fare, e con urgenza, ancora si chiede… “per una nuova politica della pena, che ‘ripensi’ organicamente il carcere e l’Istituzione penitenziaria…. , che preveda circuiti penitenziari differenziati a seconda del tipo di reato commesso ed un maggiore ricorso alle misure alternative per quei reati di minor allarme sociale con contestuale impiego in lavori di pubblica utilità…
con un pensiero, all’inutilità del carcere…. l’augurio di buona Pasqua a tutti…
Lettera aperta…
Arriva, dal Carcere di Spoleto, una lettera aperta a Gesù, di Carmelo Musumeci, finepenamai. Invito alla lettura, con tanti auguri di buona Pasqua a tutti…..
“Gesù, sono ancora io, il Senza Dio, quello dell’altra volta, scusa se ti rompo le palle anche per la Pasqua di quest’anno, ma non so con chi parlare. E a volte bisogna provare a fare qualcosa, qualsiasi cosa, anche quello di parlare con un Dio che non credi che esista. Gesù, con la pena dell’ergastolo ostativo questa società dimostra di essere peggiore del criminale che condanna e sotto un certo punto di vista lo giustifica del male che ha fatto, perché come si può pretendere di migliorare una persona che sa che non uscirà più dal carcere? Gesù, a forza di dire che gli ergastolani ostativi sono uomini ombra, oggi per tutto il giorno mi sono sentito unombra in una cella ed ho pensato che l’infelicità è l’unica cosa che mi è rimasta. Gesù, devi sapere che il nostro è il mondo più triste e noioso dell’universo perché questa non è vita vera, ci assomiglia, ma non lo è, perché vivi senza esistere e pensi che tutto quello che un uomo ombra fa non sia reale. Gesù, lo sai anche tu, il bene e il male convivono nell’uomo, sta alla società tirare fuori uno o l’altro, per questo molti criminali si sentono più buoni delle persone perbene. Gesù, diventare “buoni” è bello, ma fa male, e non ti nascondo che ero più felice quando ero “cattivo”. Gesù, non è giusto farci sopravvivere senza ammazzarci, non è questa la maniera di fare giustizia e, se i buoni sono così cattivi che preferiscono tenerci in vita murati vivi, pensaci tu a farci morire. (…)
Una dannata suora…
Forse aveva proprio ragione lui, l’ufficiale degli interrogatori, a chiamarla stizzito: “dannata suora!”. Osservando il ritratto del suo viso mite, gli occhi rivolti all’obiettivo senza guardarlo, lo sguardo che rimanda ad un altrove al quale lei sembra sorridere con un appena accennato compiacimento. Come chi sa qual è la strada… Un viso cui il tempo non sembra aver tolto nulla della sfrontata, sorridente fermezza che faceva strillare al suo carceriere, esausto: “Via! in gabbia!” Sì, anche da giovane, è facile immaginarla, con quell’aria da “dannata suora”, e ancora, forse, aveva ragione lui, l’ufficiale inquirente, che vedendola andare via, trasferita dopo la condanna nel carcere di Svaty Jan Pod Skalou (San Giovanni sotto la Roccia), le dice: “Sarà triste qui senza di lei. Mi ero abituato a lei…” Jana. Il nome con il quale Antonie Hofmanova ha scelto di narrare la storia dei suoi anni di prigionia, nella Cecoslovacchia dell’era comunista... Antonie Hofmanová, Tonicka il suo carezzevole diminutivo, era un’infermiera e apparteneva all’Ordine Francescano Secolare, cattolica dissidente, e per la sua attività di proselitismo condannata a sei anni di prigione, che in questo libro vengono raccontati. Un piccolo tassello, forse, nella storia di un mondo dove gli anni ‘50, quando a neppure 30 anni Antonie Hofmanova venne arrestata, coincidono con la fase finale dello stalinismo, anni che videro l’irrigidimento burocratico e politico nei confronti dei paesi subalterni all’Unione Sovietica, dove in breve tempo venne ferocemente estirpato il relativo pluralismo dei partiti che pure si erano prima formati, ridimensionato e ridefinito il ruolo delle organizzazione di massa, sociali e culturali, neutralizzate le istituzioni religiose. Ma questo “piccolo tassello” che è il diario di sei anni di vita della Hofmanova, apre a una riflessione davvero profonda, e quanto mai attuale, sul senso della prigionia e della libertà.
Un racconto che è storia di prigioni, certo, nelle quali fin dalla prima pagina ci fa sentire chiusi dentro. Ricordandoci qual è la voce del carcere: versi selvaggi che sono sferragliare di chiavi e chiavistelli e tonfi di grate. L’unico rumore, a scandire il tempo nel tempo senza tempo delle prigioni di tutto il mondo e di tutti i tempi. Ed è rumore che, dalla prima pagina, già agghiaccia. Eppure, oltre la paura, il fetore e l’umido delle celle, il fraseggio rude e rozzo degli interrogatori, gli abiti tristi, le inimmaginabili privazioni e l’orrore della vita primitiva a cui il carcere costringe, dove neppure è permesso leggere, questo libro ci regala, cogliendoci di sorpresa, un racconto di libertà. (…)
Fantasmi….
L’ultima notte che mi è venuto a trovare, era ancora sera. L’ora che si esce a passeggio sul corso grande della città. E siamo definitivamente insieme, con tutto il peso della gioia e del dolore. Lui è alto alto, troppo alto e indifeso, che io devo coprirlo con il mio braccio, perché qualcosa, che non capisco cosa sia ma so esserci, nel colpirlo non lo ferisca. E lui, docile, così alto alto, riesce a rincantucciarsi sotto il mio braccio. Indossa ancora un abito nero, ma di lieve trascuratezza, che non gli appartiene. Con altri amici che non riconosco ma so di conoscere, entriamo a visitare una vecchia chiesa, ed è lui che si fa scuro in volto, perché c’è qualcosa nell’aria che non va. E’ molto, molto preoccupato. E leggo la paura che si fa incubo nei suoi occhi puntati verso l’alto. A guardare lampadari, lassù sotto la volta, che sono candelieri di fiamma viva, ma le fiammelle delle candele accese sono piegate verso sinistra, e a sinistra flettono i bracci dei candelabri, come spinti da soffio invisibile che pieghi il metallo. Di presenze paurose… che quando, per fuggirle, svegliandomi, apro gli occhi, sono ancora accanto a me…