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    fiori di cactus

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    (… ) D’altra parte Maritè mi aveva avvertito che i fiori di cactus sbocciano la sera e sono già morti la mattina seguente. Poi per un anno intero, o più, non ricordo quanto, le loro piante possono offrire solo spine sterili. Non mi aveva spiegato ( se mai un giorno dovessi rivederla glielo rimprovererò) se tutto il resto del tempo per la pianta di cactus è solo rimpianto e attesa di quell’unico fiore. Una corolla bianca, enorme e carnosa. Fu la prima cosa in cui inciampai la mattina dopo nella cucina del mio appartamento. Un attimo prima che si richiudesse su se stessa. Feci appena in tempo a notare che un minuscolo ragno aveva tessuto fra gli stami una sottile ragnatela. (…)

    autocitazione, da “Maritè“, ed Vallecchi, pag.31

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    Un pensiero a Brindisi… scoperta appena qualche mese fa. Alla sorpresa della sua luce, luce del sud che a volte qui si dimentica, alla sua vita e alla rinascita delle sue strade e delle sue piazze bianche di nuovo restauro, al fascino di una lezione di musica e di canto e di parole, nella scuola di jazz alle spalle della piazza del Duomo…  alla bellezza della sua porta d’oriente, le due colonne affacciate sul mare, anche se adesso di colonne ne rimane una soltanto… Un pensiero a Brindisi, al suo lutto, al lutto in cui precipita tutto il paese l’atto di terrorismo feroce che questa mattina l’ha squarciata…

    lungo la strada…

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    Lungo la strada che si allontana verso la periferia della periferia, via via fin verso l’anello del raccordo, dopo il ponte che passa sul fiume, dopo le case di lamiera che vi scivolano dentro, dove la collina nasconde una villa, dove qua e là compaiono capannoni, dove i prati… dove i cigli della strada che accompagnano il binario fioriscono oggi di pruni… appena prima che i nastri d’asfalto s’intrecciano… … sono ricomparsi, sotto i ponti della consolare… tracce di vite che sono brandelli d’oggetti di cose di casa… tre coperte allineate come illusione di letti…  una è rossa e sembra fiore di quadro cubista… una sedia zoppa e utensili confusi… e un fagotto di plastica bianca e un fagotto di plastica azzurra… come lasciati da qualcuno uscito la mattina in fretta, dimenticando di chiudere la porta di casa…  che casa non è…

    un invito…

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     “Alla rotonda prendi la direzione per ASTI/ALBA. Dopo alcune centinaia di metri incontri un’altra grande rotonda (davvero grande). Qui segui la direzione per RIVA PRESSO CHIERI.  Ora sempre diritto fino alla chiesetta di Borgata Madonna della Rovere con spazio per sostare. Metti le spalle rivolte all’ingresso della chiesetta; sulla destra c’è una viuzza. A 50 metri (secondo cortile) c’è Cascina Macondo di Anna e Pietro. e questa da anni è la casa dove nascono consulènze e laboratòri multimatèrici di manipolazione dell’argilla, affabulazione, scrittura creativa, lettura sinestètica ad alta voce, dizione, danza e percussioni, poesìa, voce, ascolto, per  persone con handicap e disabilità lieve, per bambini, adolescènti, adulti, famiglie…. Oggi siamo qui, nella cascina di campagna, domani potremmo essere in un giardino, in una scuola, sul sagrato di una chiesa, al capolinea di un tram ….  Con tutto il nostro amore per le risorse e le possibilità espressive che il mondo dell’handicap possiede spontaneamente. e noi vogliamo far scoprire la bellezza che le persone con disabilità  sanno produrre con il loro linguaggio verbale quasi onirico. …
    Scoprire la spontaneità e la freschezza straordinaria delle loro parole messe in fila come perle che commuovono e catturano dipanando poesia con naturalezza. La poesia e il mondo immaginifico che l’handicap è in grado di esprimere sono un tesoro e una ricchezza così bella e importante che la normalità si priva davvero di grandi emozioni nel non scoprirla, conoscerla, frequentarla.

    “Grande Spìrito,
     presèrvami dal giudicare un uòmo
    non prima di avér percorso un miglio
    nei suòi mocassini” (…)

    suicidi…

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    … e a proposito di suicidio e di suicidi, che qua e là spuntano intorno, che affondino radici nel pubblico dissesto o nel privato sconforto… un’autocitazione che spero sarà perdonata…

    “(…) Ho cercato di immaginare come il baccano intorno gli fosse diventato insopportabile. Ho immaginato i momenti in cui avrà invocato il silenzio assoluto, che è cosa solo della morte. È allora, mi chiedo, che il suicidio diventa l’ultima speranza? Per sottrarsi al troppo rumore? O al troppo dolore? O quando non si è capiti? O per conquistare infine la libertà? O aveva creduto che per lui fosse arrivato il momento di scontare la pena. Per quel fantasma che gli assediava la testa, scomposto in mille figure che gli soffiavano nelle orecchie, frammenti blu che danzandogli intorno gli dicevano che per ognuno di loro aveva una colpa di cui non sarebbe stato facile liberarsi. Che pur appartenendo ad un altro mondo avevano definitivamente sconfinato dalle loro terre per invadere il suo, di mondo. Nessuno ha ancora inventato calmanti da somministrare ai fantasmi perché si zittiscano una volta per tutte. Avevano continuato a tormentarlo e spaventarlo, immaginavo. Finché avevano vinto loro. Portandoselo via. O era talmente stanco di averne paura che si era ucciso per ucciderla, quella maledetta paura? (…) “

    da : “Angela, Angela, angelo mio, io non sapevo” ed Stampalternativa.

    Se ti abbraccio non aver paura…

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    Sai qual è l’unica mia paura? se ci perdiamo non ci troveremo più. cosa ne pensi?- sto vicino a papa/// e se ti perdi, e non mi vedi più cosa fai ?- muoio. /// non è che muori subito. prima di morire cosa faresti? – guardo in giro… ///ma se ci siamo persi e non arrivo, viene la notte,cosa fai ? – Dormo seduto al bar.. e aspetto…

    E’ un brano di una conversazione digitata al computer fra Franco e Andrea, padre e figlio, e Andrea è autistico. Insieme hanno attraversato l’America, e il diario di questo loro incredibile viaggio è diventato un libro: “Se ti abbraccio non aver paura”, dell’editore Marcos y Marcos, attraverso la penna di Fulvio Ervas. Che per tanti, forse anche confusi motivi, mi ha detto, ha deciso di scrivere questa storia, che le è stata in qualche modo consegnata dal padre di Andrea, Franco Antonello. Innanzitutto è stato, questo, l’incontro tra due padri, in un momento in cui Ervas era alle prese con le pene d’amore della figlia, certo tutt’altri problemi, ma… e poi Ervas insegna, ha avuto ed ha fra i suoi studenti dei ragazzi autistici, ne conosce, dice, il fascino. Così, qualcosa di molto profondo è scattato quando, la prima volta, ha sentito la storia di quel viaggio, di quella sfida, contagiato subito dalla forza, dall’energia, dal coraggio, dice, di quel padre… (…)

    Cari ragazzi…

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    Nella scorsa settimana due scolaresche, di Foligno e Assisi, hanno fatto visita in carcere ai detenuti del carcere di Spoleto. E inauguro la pagina di questo maggio con la lettera che gli ergastolani di quel carcere hanno scritto ai ragazzi. Una lettera accompagnata dall’invio, dalle sbarre, del loro “migliore sorriso”… Cari ragazzi, dunque….

    “Cari ragazzi, ringraziamo voi e i vostri insegnanti per la visita che ci avete fatto. Molti di noi non vedevano dei bei visi così giovani e così tanti ragazzi da dieci, venti e, in alcuni casi, da trent’anni. I vostri sorrisi hanno illuminato un po’ i nostri cuori alla vita e alla speranza che forse un giorno grazie anche a voi il mondo sarà un po’ migliore di adesso. Non vi nascondiamo che quando ci hanno detto della vostra visita molti di noi avevano paura di incontrarvi. Eravamo convinti che con tutte le cose brutte che leggete nei giornali e che sentite di noi alla televisione ci avreste guardato come dei mostri, perché nel mondo dei liberi ci vedono come ci vogliono vedere: colpevoli e cattivi per sempre. Invece è stato bellissimo avere i vostri occhi addosso perché ci avete guardato come esseri umani e per molti di noi questo non succedeva  da tanto tempo. (…)

    rondini…

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    … e, stupore, sono tornate… Le rondini, che lo scorso anno, e l’anno prima ancora, si erano ben guardate dal fermarsi sui nostri giardini… così ben curati, così ben disinfettati e disinfestati… così muti di insetti e lombrichi ben bene avvelenati…  Quest’anno che il giardiniere s’è distratto, o che sui disinfestanti si è dovuto alla fine un pò risparmiare, rieccole… stridono, garriscono, sguazzano in voli d’arcate… e le sento, all’alba, ridendo giocare…

    gerani…

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    Sono esplosi, sul limite del balcone, gonfi di corolle… rosse… e corolle rosa, striate di sottili venuzze appena appena più cupe. Fiori di petali, pieni e morbidi, e foglie vestite di velluto… Come s’è potuto vivere, tutti questi anni, senza gerani, sul limite del balcone…

    Cuccioli caldi…

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    “Papi, vedo tutto grigio”, dice mio fratello. Ma non ottiene alcun risultato. Papà deve essere davvero stanco. Di solito ascolta quel che gli dice il suo cocco… Ma oggi non gli dà retta, forse anche lui pensa, che si auno scherzo, una di quelle cose dei bambini piccoli, che quando si mettono in testa una cosa, poi fargli cambiare idea è un’impresa…

    Pensieri di Arturo, voce narrante di “Luce dei miei occhi”, libro. edito da Einaudi ragazzi, e scritto da Zita Dazzi,  che è giornalista e scrittrice, e questo suo bel racconto ruota tutto intorno alla strana cecità di Giovanni, fratellino di Arturo, una strada malattia, non facile da individuare e sulla quale i medici si interrogheranno… E’ una cecità che va e viene, forse è anche un non voler vedere istintivo del bambino le cose che non vanno in casa… Il rapporto fra i genitori in crisi, i continui litigi percepiti dietro le porte chiuse, i fine settimana con papà, senza la mamma, con una scusa o l’altra rimasta a casa… I primi episodi di cecità temporanea sono brevi, ma poi il buio sembra non voler andar via… ed è così che Giovanni si difende e a suo modo chiede aiuto ai grandi, anche se l’aiuto più utile, quello in qualche modo alla fine anche risolutivo, sarà il fratello Arturo, già adolescente, a darglielo. Nel racconto la prima cosa che balza agli occhi è il diverso comportamento di fronte alla malattia improvvisa di bambini e adulti. La reazione dei genitori è spaventata e disperata, e nonostante le resistenze è un po’così anche per Arturo, che è già adolescente… (…)