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    Lettera aperta…

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    Arriva, dal Carcere di Spoleto, una lettera aperta a Gesù, di Carmelo Musumeci, finepenamai. Invito alla lettura, con tanti auguri di buona Pasqua a tutti…..

    “Gesù, sono ancora io, il Senza Dio, quello dell’altra volta, scusa se ti rompo le palle anche per la Pasqua di quest’anno, ma non so con chi parlare. E a volte bisogna provare a fare qualcosa, qualsiasi cosa, anche quello di parlare con un Dio che non credi che esista. Gesù, con la pena dell’ergastolo ostativo questa società dimostra di essere peggiore del criminale che condanna e sotto un certo punto di vista lo giustifica del male che ha fatto, perché come si può pretendere di migliorare una persona che sa che non uscirà più dal carcere? Gesù, a forza di dire che gli ergastolani ostativi sono uomini ombra, oggi per tutto il giorno mi sono sentito un’ombra in una cella ed ho pensato che l’infelicità è l’unica cosa che mi è rimasta. Gesù, devi sapere che il nostro è il mondo più triste e noioso dell’universo perché questa non è vita vera, ci assomiglia, ma non lo è, perché vivi senza esistere e pensi che tutto quello che un uomo ombra fa non sia reale. Gesù, lo sai anche tu, il bene e il male convivono nell’uomo, sta alla società tirare fuori uno o l’altro, per questo molti criminali  si sentono più buoni delle persone perbene. Gesù, diventare “buoni” è bello, ma fa male, e non ti nascondo che ero più felice quando ero “cattivo”. Gesù, non è giusto farci sopravvivere senza ammazzarci, non è questa la maniera di fare giustizia e, se i buoni sono così cattivi che preferiscono tenerci in vita murati vivi, pensaci tu a farci morire. (…)

    Una dannata suora…

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    Forse aveva proprio ragione lui, l’ufficiale degli interrogatori, a chiamarla stizzito: “dannata suora!”.  Osservando il ritratto del suo viso mite, gli occhi rivolti all’obiettivo senza guardarlo, lo sguardo che rimanda ad un altrove al quale lei sembra sorridere con un appena accennato compiacimento. Come chi sa qual è la strada… Un viso cui il tempo non sembra aver tolto nulla della sfrontata, sorridente fermezza che faceva strillare al suo carceriere, esausto: “Via! in gabbia!” Sì, anche da giovane, è facile immaginarla, con quell’aria da “dannata suora”, e ancora, forse, aveva ragione lui, l’ufficiale  inquirente, che vedendola andare via, trasferita dopo la condanna nel carcere di Svaty Jan Pod Skalou (San Giovanni sotto la Roccia), le dice: “Sarà triste qui senza di lei.  Mi ero abituato a lei…” Jana. Il nome con il quale Antonie Hofmanova ha scelto di narrare la storia dei suoi anni di prigionia, nella Cecoslovacchia dell’era comunista... Antonie Hofmanová, Tonicka il suo carezzevole diminutivo, era un’infermiera e apparteneva all’Ordine Francescano Secolare, cattolica dissidente, e per la sua attività di proselitismo condannata a sei anni di prigione, che in questo libro vengono raccontati. Un piccolo tassello, forse, nella storia di un mondo dove gli anni ‘50, quando a neppure 30 anni Antonie Hofmanova venne arrestata, coincidono con la fase finale dello stalinismo, anni che videro l’irrigidimento burocratico e politico nei confronti dei paesi subalterni all’Unione Sovietica, dove in breve tempo venne ferocemente estirpato il relativo pluralismo dei partiti che pure si erano prima formati, ridimensionato e ridefinito il  ruolo delle organizzazione di massa, sociali e culturali, neutralizzate le istituzioni religiose. Ma questo “piccolo tassello” che è il diario di sei anni di vita della Hofmanova, apre a una riflessione davvero profonda, e quanto mai attuale, sul senso della prigionia e della libertà.

    Un racconto che è storia di prigioni, certo, nelle quali fin dalla prima pagina ci fa sentire chiusi dentro. Ricordandoci qual è la voce  del carcere: versi selvaggi che sono sferragliare di chiavi e chiavistelli e tonfi di grate.  L’unico rumore, a scandire il tempo nel tempo senza tempo delle prigioni di tutto il mondo e di tutti i tempi. Ed è rumore che, dalla prima pagina, già agghiaccia. Eppure, oltre la paura, il fetore e l’umido delle celle, il fraseggio rude e rozzo  degli interrogatori, gli abiti tristi, le inimmaginabili privazioni e l’orrore della vita primitiva a cui il carcere costringe, dove neppure è permesso leggere, questo libro ci regala, cogliendoci di sorpresa, un racconto di libertà. (…)

    Fantasmi….

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    L’ultima notte che mi è venuto a trovare, era ancora sera. L’ora che si esce a passeggio sul corso grande della città. E siamo definitivamente insieme, con tutto il peso della gioia e del dolore. Lui è alto alto, troppo alto e indifeso, che io devo coprirlo con il mio braccio, perché qualcosa, che non capisco cosa sia ma so esserci, nel colpirlo non lo ferisca. E lui, docile, così alto alto, riesce a rincantucciarsi sotto il mio braccio. Indossa ancora un abito nero, ma di lieve trascuratezza, che non gli appartiene. Con altri amici che non riconosco ma so di conoscere, entriamo a visitare una vecchia chiesa, ed è lui che si fa scuro in volto, perché c’è qualcosa nell’aria che non va. E’ molto, molto preoccupato. E leggo la paura che si fa incubo nei suoi occhi puntati verso l’alto. A guardare lampadari, lassù sotto la volta, che sono candelieri di fiamma viva, ma le fiammelle delle candele accese sono piegate verso sinistra, e a sinistra flettono i bracci dei candelabri, come spinti da soffio invisibile che pieghi il metallo. Di presenze paurose… che quando, per fuggirle, svegliandomi, apro gli occhi, sono ancora accanto a me…

    Fantasmi…

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    La quarta notte ancora bussa alla mia porta. Ma c’è subito qualcosa che non va.  La finestra, della stanza dello studio, sono sicura di averla chiusa. Eppure le persiane sono aperte, in asimmetria di braccia quasi arrese. E lui è più grande, più cupo, più vecchio. E preoccupato… E viene da altro sogno, di altro amico, che pure è andato a trovare indossando quei pantaloni stretti stretti, sulle gambe lunghe lunghe e magre magre… E questa volta non riesco a capire se almeno qualche istante con me si è fermato…

    La giustizia che non c’è

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    Marco Bazzoni-Operaio metalmeccanico e Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza-Firenze, ci scrive di Antonio D’Amico, che morì schiacciato da un muletto alla Fiat di Pomigliano D’Arco il 6 Marzo 2002. E ci aggiorna: “Nonostante ci fossero prove schiaccianti contro i responsabili, il 22 Marzo 2012, il giudice della Corte D’Appello ha dichiarato prescritto il reato. La solita vergogna italiana!!! Suo figlio Rosario non sa darsi pace, ed intanto i mezzi d’informazione non ne parlano”.
    E questa, è la lettera che ci manda.

    Buongiorno, mi chiamo Rosario D’Amico e Le scrivo da San Giorgio a Cremano (Na). Le scrivo con la speranza di trovare la voce giusta per far ascoltare le mie grida di dolore. La storia che Le racconto vede come protagonista un uomo semplice, che ha lasciato nel mio cuore e nei cuori di tutta la famiglia, tanti insegnamenti ricchi di bellissimi valori e di tanta onestà. Questo eroe senza medaglia è mio padre D’amico Antonio una vittima sul lavoro.
    Nel marzo del 2002 alle ore 6.30 nello Stabilimento Fiat di Pomigliano D’arco, quella maledetta mattina è stato travolto dal muletto violentemente, come  descrive la dottoressa Castaldo nell’esame autoptico.  Un carrello guidato da un operaio con contratto a scadenza, quindi privo di ogni diritto lavorativo. Dopo l’incidente ci siamo affidati alla giustizia, volevamo giustizia. Purtroppo la giustizia non esiste, Giovedì 22 Marzo nell’aula 5 della Corte di Appello di Napoli il giudice prescrive il reato, dopo aver rinviato anche lui tre volte le udienze: dopo il danno, la beffa. Ci siamo sentiti trattati male, la polizia ci ha circondato e noi senza dire una parola ,ma increduli cercavamo di capire. Il reato è prescritto?! Ma come, nessuno ha mai parlato di prescrizione nè il pm, nè gli avvocati della controparte. Avrei tante cose da dire, ma in questa semplice email vi chiedo aiuto.
    Mio padre non può finire cosi! Vi chiedo solo di chiamarmi, vorrei far sapere all’opinione pubblica la mia storia fatta di vera ingiustizia…”

    Fantasmi…

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    La seconda notte che è venuto, ancora era sera… ma forse era già un pò più tardi. Già avevamo percorso il corridoio che portava sulla strada, ed eravamo su una piazza lastricata di larghe pietre che poteva essere una campo di Venezia, o una corte di chissà quale cortese città. Ancora l’aria era quella di chi è pronto a perdersi nella notte, perché c’è una festa da qualche parte che ci attende. E l’eleganza discreta dei nostri vestiti era quella adatta per la gioia impalpabile e piena e irripetibile e forse già persa di chi sa di essere finalmente al posto giusto. E il suo braccio si allunga sulle mie spalle. Ed è abbraccio lieve e cortese di gioia, che ancora è tremito. E’ forse per questo che la notte successiva, che però non era ancora il tramonto, sulla soglia di casa, prima che andasse via, gli ho regalato quel gattino… Un gattino con l’aiuolina in testa, tutta fiorita di non-ti-scordar-di-me gialli e rossi, che solo nei sogni esistono… Avete presente, quei dolcissimi gattini con l’aiuolina in testa…? Forse è per questo, per il regalo del gattino, che quella notte solo da me è venuto….

    Fantasmi…

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    La prima notte che è comparso era sera. Era venuto a prendermi in abito quasi da sera. Nero e di eleganza discreta. Anch’io lo ero. Intendo vestita con un abito quasi da sera, e di discreta eleganza. Indossavo un tubino, nero. Modello Audrey Hepburn, in Colazione da Tiffany, per intenderci. O quasi. E lui era bello, e giovane e magro. Come quando, un quarto di secolo fa o forse più, era bello, e giovane e magro. E bello forse lo è sempre rimasto. Sorrideva gentile, e insieme ci siamo incamminati verso la festa… Ne ero veramente appagata e felice. E in quelle stesse ore è andato a trovare quell’altro nostro amico. Sì, era proprio quella medesima notte: indossava lo stesso abito nero. Ed era bello, giovane e magro. Come quando, un quarto di secolo fa o forse più, era bello, giovane e magro. Anche allora, un quarto di secolo fa, vestiva spesso di nera, discreta eleganza…

    E un altro giorno è andato…

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    Arriva in libreria un nuovo libro di Guccini, “IL dizionario delle cose perdute”  ( acc… e c’era proprio bisogno che rinvangasse…?)  e sul libro arriva questo pensiero di Daniela Morandini. Come dire, Bologna e dintorni…

    “Se c’è una cosa  che si può rimproverare a Guccini, è di aver fatto rimpiangere il tempo andato anche a chi, in quegli anni, il tempo non sapeva ancora cosa fosse. “Vedi cara –ammoniva con quella sua erre anarchica -, è difficile spiegare, è difficile capire, se non hai capito già…”. E allora calava lo sconforto. Ora, con il “Dizionario delle cose perdute”,  Guccini ricorda ancora. La copertina è potente. E’ uguale, più grande, ad un pacchetto di Nazionali senza filtro, quello verde col veliero: un simbolo quasi come la falce e il martello ( simboli, perché, allora, i loghi non c’erano). Perché “abbiamo fumato di tutto (o quasi tutto, sia chiaro)” – ammette Guccini, e snocciola quell’archeologia di piccole cose che, dalla via Emilia, sarebbe arrivata al West. Come le siringhe di vetro, grosse, con l’ago di ferro, da bollire ogni volta in una scatoletta di alluminio. Poi “ si ricorreva ad una conoscente, ad una vicina di casa che sapeva fare le punture”: Già, era così e faceva male. E i pennini delle elementari dove sono finiti? C’era il “gobbino”, piccolo, nervoso. La “torre”, che ricordava vagamente la Tour Eiffel. La “manina”, a forma, appunto, di mano chiusa, con l’indice puntato, alla quale nessuno associava significati volgari. E il telefono nero, attaccato al muro, in ingresso. E la mamma che, quando voleva fare due chiacchiere, prendeva la sedia. Torna in mente anche quella “pulce“ che speravamo di avere scordato. “Era un gioco da bambine di solito regalatoti da vecchie zie zitelle – ricorda con precisione Guccini-. Consisteva  nel far salire un dischetto di plastica sopra l’altro, cliccandolo con una sbarretta oblunga. Una noia mortale. Ma piaceva appunto alle bambine, le quali oggi, da ex bambine, si illuminano ancora d’immenso al ricordo e fanno – ah sì, la pulce, clic- e torna in me il malcelato maschilismo di allora”. E  che dire poi del dentifricio? Per il tubetto di una volta, che si arrotolava come quello di un pittore,  sarebbe  anche  disposto a pagare qualcosa in più. Guccini scrive e ride. E ridiamo anche noi. E, questa volta, ci si rende conto, veramente, che un altro giorno è andato.”

    Un albero caduto

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    Forse anche per quell’albero mi ero convinta a venire ad abitare in questa casa. Un grande alloro… altissimo, che saliva con i rami in alto, più in alto del limite delle mie finestre. E grondava di foglie e di nidi, e la primavera espodeva in grappoli di infiorescenze, gialle e bianche… E tutto sembrava un immenso giardino, perché l’albero era talmente grande e alto e folto, da nascondere alla vista l’alto caseggiato, che appena si intravedeva, lì dietro, oltre la sua chioma… Poi, qualche anno fa, alcuni suoi rami hanno iniziato ad ammalarsi. Con le foglie affollate di minuscole conchigliette, che a staccarle erano minuscole gocce di sangue, che proprio sembravano succhiate dalla linfa della pianta. Ed è venuto un giardinere e ha spogliato l’alloro di tutti, ma proprio tutti i suoi rami. Quasi sembrava ne sarebbe morto. Ma piano piano, sono nate nuove foglie e nuovi rami, sono passate altre stagioni e l’alloro ha ripreso forza e bellezza, e ancora si è popolato di nidi, e la sua voce è diventata canto di uccelli. Ma giusto quando era tornato ad essere più alto delle mie finestre, qualcuno forse ha deciso che andava sfoltito… e ancora una mattina affacciandomi il mio sguardo è caduto nel vuoto di rami mozzati… e solo, di fronte, l’intonaco slabbrato del triste retro di caseggiati e il reticolato di finestre squadrate come gabbie… Giù in basso, l’alloro di nuovo amputato, triste e muto come un funerale…  Eppure non si è arreso. (…)

    Il cammino di Marcella

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    Ci contiamo, manca Marcella, la mia figlia di 8 anni. Sull’asfalto non c’è, capiamo che è stata sbalzata dall’auto, ed è probabilmente là, 28 metri più sotto. Poliziotti, Vigili del Fuoco Croce Rossa e automobilisti di passaggio scendono a cercarla senza trovarla. Dopo trenta minuti dico a voce alta: Se la troviamo vado a Lourdes.  Ci vado a piedi..

    Marcella poi è stata trovata. In condizioni, sembrava, disperate… era stato chiesto ai genitori l’autorizzazione, persino, all’espianto degli organi. Ma Marcella, poi ce l’ha fatta, anche se non ha potuto più camminare. E, anni dopo, la mamma di Marcella, Anna Rastello, ha tenuto fede alla promessa.  E “Il cammino di Marcella” è il racconto di quel viaggio, a piedi fino a Lourdes. E’ il racconto anche di quei primi terribili momenti, dei primi, difficili tempi, quando, scrive Rastello, “non tutti hanno più camminato con noi”, e non è del viaggio verso Lourdes che parla… C’è chi si è allontanato perché “non riesco a vedere un bambino che soffre”, come ha detto qualche amico… e questo , anche , è molto doloroso. (….)