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    Home Blog Pagina 115

    suicidi…

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    … e a proposito di suicidio e di suicidi, che qua e là spuntano intorno, che affondino radici nel pubblico dissesto o nel privato sconforto… un’autocitazione che spero sarà perdonata…

    “(…) Ho cercato di immaginare come il baccano intorno gli fosse diventato insopportabile. Ho immaginato i momenti in cui avrà invocato il silenzio assoluto, che è cosa solo della morte. È allora, mi chiedo, che il suicidio diventa l’ultima speranza? Per sottrarsi al troppo rumore? O al troppo dolore? O quando non si è capiti? O per conquistare infine la libertà? O aveva creduto che per lui fosse arrivato il momento di scontare la pena. Per quel fantasma che gli assediava la testa, scomposto in mille figure che gli soffiavano nelle orecchie, frammenti blu che danzandogli intorno gli dicevano che per ognuno di loro aveva una colpa di cui non sarebbe stato facile liberarsi. Che pur appartenendo ad un altro mondo avevano definitivamente sconfinato dalle loro terre per invadere il suo, di mondo. Nessuno ha ancora inventato calmanti da somministrare ai fantasmi perché si zittiscano una volta per tutte. Avevano continuato a tormentarlo e spaventarlo, immaginavo. Finché avevano vinto loro. Portandoselo via. O era talmente stanco di averne paura che si era ucciso per ucciderla, quella maledetta paura? (…) “

    da : “Angela, Angela, angelo mio, io non sapevo” ed Stampalternativa.

    Se ti abbraccio non aver paura…

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    Sai qual è l’unica mia paura? se ci perdiamo non ci troveremo più. cosa ne pensi?- sto vicino a papa/// e se ti perdi, e non mi vedi più cosa fai ?- muoio. /// non è che muori subito. prima di morire cosa faresti? – guardo in giro… ///ma se ci siamo persi e non arrivo, viene la notte,cosa fai ? – Dormo seduto al bar.. e aspetto…

    E’ un brano di una conversazione digitata al computer fra Franco e Andrea, padre e figlio, e Andrea è autistico. Insieme hanno attraversato l’America, e il diario di questo loro incredibile viaggio è diventato un libro: “Se ti abbraccio non aver paura”, dell’editore Marcos y Marcos, attraverso la penna di Fulvio Ervas. Che per tanti, forse anche confusi motivi, mi ha detto, ha deciso di scrivere questa storia, che le è stata in qualche modo consegnata dal padre di Andrea, Franco Antonello. Innanzitutto è stato, questo, l’incontro tra due padri, in un momento in cui Ervas era alle prese con le pene d’amore della figlia, certo tutt’altri problemi, ma… e poi Ervas insegna, ha avuto ed ha fra i suoi studenti dei ragazzi autistici, ne conosce, dice, il fascino. Così, qualcosa di molto profondo è scattato quando, la prima volta, ha sentito la storia di quel viaggio, di quella sfida, contagiato subito dalla forza, dall’energia, dal coraggio, dice, di quel padre… (…)

    Cari ragazzi…

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    Nella scorsa settimana due scolaresche, di Foligno e Assisi, hanno fatto visita in carcere ai detenuti del carcere di Spoleto. E inauguro la pagina di questo maggio con la lettera che gli ergastolani di quel carcere hanno scritto ai ragazzi. Una lettera accompagnata dall’invio, dalle sbarre, del loro “migliore sorriso”… Cari ragazzi, dunque….

    “Cari ragazzi, ringraziamo voi e i vostri insegnanti per la visita che ci avete fatto. Molti di noi non vedevano dei bei visi così giovani e così tanti ragazzi da dieci, venti e, in alcuni casi, da trent’anni. I vostri sorrisi hanno illuminato un po’ i nostri cuori alla vita e alla speranza che forse un giorno grazie anche a voi il mondo sarà un po’ migliore di adesso. Non vi nascondiamo che quando ci hanno detto della vostra visita molti di noi avevano paura di incontrarvi. Eravamo convinti che con tutte le cose brutte che leggete nei giornali e che sentite di noi alla televisione ci avreste guardato come dei mostri, perché nel mondo dei liberi ci vedono come ci vogliono vedere: colpevoli e cattivi per sempre. Invece è stato bellissimo avere i vostri occhi addosso perché ci avete guardato come esseri umani e per molti di noi questo non succedeva  da tanto tempo. (…)

    rondini…

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    … e, stupore, sono tornate… Le rondini, che lo scorso anno, e l’anno prima ancora, si erano ben guardate dal fermarsi sui nostri giardini… così ben curati, così ben disinfettati e disinfestati… così muti di insetti e lombrichi ben bene avvelenati…  Quest’anno che il giardiniere s’è distratto, o che sui disinfestanti si è dovuto alla fine un pò risparmiare, rieccole… stridono, garriscono, sguazzano in voli d’arcate… e le sento, all’alba, ridendo giocare…

    gerani…

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    Sono esplosi, sul limite del balcone, gonfi di corolle… rosse… e corolle rosa, striate di sottili venuzze appena appena più cupe. Fiori di petali, pieni e morbidi, e foglie vestite di velluto… Come s’è potuto vivere, tutti questi anni, senza gerani, sul limite del balcone…

    Cuccioli caldi…

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    “Papi, vedo tutto grigio”, dice mio fratello. Ma non ottiene alcun risultato. Papà deve essere davvero stanco. Di solito ascolta quel che gli dice il suo cocco… Ma oggi non gli dà retta, forse anche lui pensa, che si auno scherzo, una di quelle cose dei bambini piccoli, che quando si mettono in testa una cosa, poi fargli cambiare idea è un’impresa…

    Pensieri di Arturo, voce narrante di “Luce dei miei occhi”, libro. edito da Einaudi ragazzi, e scritto da Zita Dazzi,  che è giornalista e scrittrice, e questo suo bel racconto ruota tutto intorno alla strana cecità di Giovanni, fratellino di Arturo, una strada malattia, non facile da individuare e sulla quale i medici si interrogheranno… E’ una cecità che va e viene, forse è anche un non voler vedere istintivo del bambino le cose che non vanno in casa… Il rapporto fra i genitori in crisi, i continui litigi percepiti dietro le porte chiuse, i fine settimana con papà, senza la mamma, con una scusa o l’altra rimasta a casa… I primi episodi di cecità temporanea sono brevi, ma poi il buio sembra non voler andar via… ed è così che Giovanni si difende e a suo modo chiede aiuto ai grandi, anche se l’aiuto più utile, quello in qualche modo alla fine anche risolutivo, sarà il fratello Arturo, già adolescente, a darglielo. Nel racconto la prima cosa che balza agli occhi è il diverso comportamento di fronte alla malattia improvvisa di bambini e adulti. La reazione dei genitori è spaventata e disperata, e nonostante le resistenze è un po’così anche per Arturo, che è già adolescente… (…)

    per pensarci un po’ su…

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    La comprensione non è altro che una serie di fraintendimenti“.

    Una breve osservazione, da “La ragazza dello Sputnik”, di Murakami Haruki. Pensandoci un po’ su… guardandosi intorno, e guardando dentro di sé…. D’altra parte… “mi perdoni, signora, ma quando uno è colpito da una pistola, sanguina

    Dannati giapponesi…

    Sbiruline e dintorni…

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    “Non devi avere paura. Vedi, nella testa ci sono tanti fili e ognuno serve per fare qualcosa: giocare, parlare, dormire, pensare… Poi ogni tanto può capitare, o almeno è così che succede a me, che uno di questi fili inizi a tremare, come se fosse stato toccato da un fulmine, da una scossa elettrica….”

    e così, con garbo, viene raccontata  l’epilessia,  in “Sara e le sbiruline di Emily”, un racconto scritto da Rachele Giacalone, che è al suo primo, e forse almeno per ora unico racconto per bambini, anche perché questo racconto è nato intanto per la sua bambina… e per riportare la serenità in famiglia dopo che alla sua bambina più grande era stata diagnosticata una forma di epilessia. Insomma, Rachele Giacalone è una mamma… una mamma che ha cercato le parole giuste. Si è accorta, ci spiega, che le informazioni mediche che aveva raccolto, erano troppo distanti per “arrivare” a un bambino… Ha cercato allora le parole delle fiabe… E le ha trovate nella sua infanzia di bambina fortunata, un’infanzia affollata di fiabe… (…)

    L’amico di Mizù…

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    “In paese lo chiamavano tutti bambino, anche se aveva quasi quarant’anni. Ma era rimasto bambino dentro, nel modo di pensare e parlare, nell’allegria ingenua con cui guardava il mondo, nella svagatezza delle sue giornate.  E anche nel desiderio infantile di rendersi utile, di dimostrare quel che sapeva fare, cioè raccogliere legna nel bosco, sbrigare piccole commissioni…..”

    E Bambino è protagonista de “L’amico di Mizù” , edito da Notes, l’autrice Margherita Oggero. Questo è il suo primo Giallo per bambini, e proprio due ragazzini sono gli altri due protagonisti… alle prese con un omicidio e forse più in generale con il mondo dei grandi… E il tema della disabilità, della diversità in generale, è una delle chiavi di lettura del racconto, proprio  attraverso la figura dell’uomo che tutti chiamano  Bambino, e che solo i bambini che anagraficamente davvero lo sono, riescono ad avvicinarsi a lui senza timori o pregiudizi… Questo adulto rimasto bambino dentro… scrive Oggero,  “come quasi tutti i bambini gli piaceva inventare storie avventurose e poi raccontarle a chiunque volesse ascoltarle…”.  Oggero scrive racconti, scrive fiabe. Le fiabe… con il loro bagaglio anche fantastico di streghe, nani, orchi, sono il primo viatico che, a saperlo leggere, noi riceviamo per incontrare e confrontarci con la diversità. E dal mondo interiore di Bambino nasce Mizù , un leone fantastico, timido e vegetariano… e che nessuno vede…. l’anima profonda, insomma, di Bambino. Che come tutti i bambini, anagraficamente intendo, costruisce l’immagine di un amico- gemello da portare dentro di sé. Lorenzo e Clara , loro sì, anagraficamente bambini, sono il pubblico che ascolta le sue storie… Bambino viene ucciso, per via di un biglietto del superenalotto che avrebbe vinto. Sullo sfondo un piccolo paese, un paese come tanti,  dove viene sospettato dell’omicidio chi è straniero: lavoratori di passaggio… una famiglia che pochi conoscono… anche questa in fondo è una delle nostre malattie… cercare il male fuori di noi…e questo libro sa bene insegnarlo. Non sveliamo il finale, diciamo solo che saranno i due ragazzini in qualche modo a far arrivare alla soluzione del giallo… Morale della fiaba? Guardandosi intorno, guardandosi dentro.. il diverso non è mai cosa a noi tanto estranea…

     

    Buona Pasqua…

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    E la sveglia questa mattina arriva con la notizia di un uomo, morto all’alba di ieri per infarto nella sua cella, nel carcere di Genova Marassi, che condivideva con altre persone. Veniva dal Marocco. Era in carcere per spaccio di sostanze stupefacenti.

    Una notizia, che arriva accompagnata dal commento di Roberto Martinelli, che è segretario generale aggiunto del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE, la prima e più rappresentativa organizzazione dei Baschi Azzurri. Un commento che parla dell’esasperante sovraffollamento delle carceri. Parla, ad esempio, proprio di Marassi, dove “alla data del 31 marzo scorso, c’erano 820 detenuti stipati in celle realizzate per ospitarne 450” e fra l’atro con oltre 130 Agenti di Polizia Penitenziaria in meno rispetto agli organici previsti. “A poco o nulla è servita ad oggi la legge approvata sulla detenzione domiciliare, la legge 199 del novembre 2010 (improvvidamente definita ‘svuota carceri’), che consente di scontare ai domiciliari pene detentive non superiori a un anno, oggi elevati a diciotto mesi dal recente provvedimento del Governo in materia penitenziaria. Ma rispetto all’indulto che fece uscire complessivamente e quasi subito circa 35mila persone detenute, ad oggi con la legge sulla detenzione domiciliare sono uscite poco più di 5mila persone dalle oltre 200 carceri italiane”. Che ci si dia da fare, e con urgenza, ancora si chiede…  “per una nuova politica della pena, che ‘ripensi’ organicamente il carcere e l’Istituzione penitenziaria…. , che preveda circuiti penitenziari differenziati a seconda del tipo di reato commesso ed un maggiore ricorso alle misure alternative per quei reati di minor allarme sociale con contestuale impiego in lavori di pubblica utilità…

    con un pensiero, all’inutilità del carcere…. l’augurio di buona Pasqua a tutti…