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    Bonifiche…

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    A proposito, ancora, di parole. Una notizia di ieri. Riporto, dall’Ansa. “E’ stato smantellato questa mattina dagli agenti della polizia municipale l’insediamento abusivo a Roma, in via Appia Nuova, dove ieri sera è scoppiato un incendio nel quale sono morti quattro bimbi rom. Gli altri, una ventina, sono stati invece portati un una struttura di accoglienza del Comune. Altre bonifiche e sgomberi potrebbero avvenire gia’ da domani o dai prossimi giorni”.  Altre bonifiche…. bonifica… quanto stride, questa parola, quanto fa paura, anche, nella sua burocratica ferocia. Invito a sfogliare un vocabolario. O magari a scorrere Wikipedia, che si fa più in fretta. Dove bonifica è: in idraulica, intervento riferito a territorio paludoso e malsano; in edilizia, operazioni che portano a rimuovere materiali  inquinanti esistenti nell’edificio; nei suoli, procedimento di eliminazione degli inquinanti da un sito contaminato…  Sempre da Wikipedia: bonifica, in metallurgia, è l’insieme della tempra e del rinvenimento eseguito ad alta temperatura sull’acciaio, che quindi è detto bonificato… E quanto fa paura, nella sua ilare “levita’”, qualcuno che ho sentito ironizzare su chi, appunto contestando questo termine, “pretende” l’uso di termini più politicamente corretti… Ma le parole non vengono mai pronunciate per caso. Le parole sono esattamente quello che indicano. Ed esprimono esattamente quello che abbiamo nel più profondo profondo dell’animo… e ci fanno scoprire, oggi, pieni di burocratica ferocia…

    La moneta vivente

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    Una riflessione, articolo, racconto di Daniela Morandini… a proposito di colori che mancano, di corpi che perdono l’anima ( e forse di anime che perdono il corpo), di corpi che diventano moneta… guardandosi un pò attorno, in questi tempi osceni…

    “Smarriti i colori della dialettica, i primi dieci anni del nuovo millennio trasformano sempre più i rapporti umani in rapporti di produzione. Dissolta l’individualità nella rappresentazione di un presunto se stesso, resta la bruta forza lavoro. La persona, spinta verso il basso dalla realtà globale, perde identità, e quindi diritti, doveri, e capacità di pensiero. E’ un processo iniziato già nel secolo scorso, che ora, con una accelerazione esponenziale, trasforma uomini e donne in monadi fluorescenti, destinate alla produzione esibita. L’estetica del bello ( o del brutto, o della sottrazione) è sconfitta dall’osceno. Così l’individuo, espropriato del privato, esibisce una parvenza di sé, scenografica, seriale e anaffettiva. Sia che si tratti di una nascita, sia di una morte, sia di un distacco, sia di un qualsiasi altro evento emotivo. La persona diventa così non più solo merce di scambio, come avveniva nel secolo scorso, ma trasforma essa stessa in moneta vivente. (…)

    Il tempo…

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    Un pensiero, alle piazze de Il Cairo, e alla sua gente… con la poesia di Sayed Hegab, suo poeta…

    Qohelet disse: / c’è un tempo per l’amore / un tempo per la serietà / un tempo per il gioco / un tempo per la menzogna… un tempo per l’amara verità / Disse la volpe, politico e mercante: / Hai ragione! / C’è un tempo per mentire… e un tempo per la verità mendace / e io che nella sciocca saggezza sono costretto e soffocato / Dissi: “Credo ad un solo Dio…” / E singhiozzavo / La morte non ha tempo / la morte è di ogni tempo ”   Il tempo, appunto…

    Il cimitero dei pazzi

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    In un paese di poco piu’ di 2000 abitanti, Cadillac sur Garonne, nel sud est della Francia, riposano 4000 malati mentali. La loro storia si intreccia con quella del vicino ospedale psichiatrico e del castello-prigione dove erano internati i “pazzi” nella Francia del regime di Vichy… ed e’ la storia che racconta Francesco Zarzana, scrittore e autore di teatro, ne “Il cimitero dei pazzi”, della Infinito Edizioni. Un libro nato quasi per caso, racconta Zarzana, incuriosito, mentre si trovava in Francia, da un trafiletto letto su Le Monde. Poche righe per la storia di un vecchio cimitero che il sindaco del paese, Cadillac, appunto, vuole seppellire sotto il cemento di un parcheggio. Ma la gente di Cadillac non vuole… quel cimitero, quei morti, fanno parte della loro storia… Cosi’ Zarzana, armato della sua curiosita’, ma anche della sua capacita’ di indagare, studiare, capire, raggiunge il piccolo paese, ne conosce la gente, si lascia condurre dai loro ricordi… inizia un lungo viaggio nel tempo e nella storia, dice, che lo porta a conoscere storie che hanno dell’incredibile… Il libro inizia con un racconto e l’immagine di un fantasma, Marguerite, una giovane internata che mori’ suicida, prosegue come un saggio, poi ritorna il racconto, con le vite di Marguerite, di Osvaldo e degli altri… ma non e’ solo un esercizio letterario, c’e’ dentro tanta storia e tanta carne viva….

    Occhio alla borsa

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    Dalla riva ( ahimé per me lontana) dell’Universita’ di Urbino, mi arriva un’interessante inchiesta degli studenti del corso di laurea Editis. Occhio alla borsa… diminuiscono le agevolazioni all’università Carlo Bo. Realizzazione tecnica di Giuseppe Di Martino. Un interessante percorso, che volentieri pubblico…

    “Attenti alla borsa, ripetono gli studenti all’ultima assemblea al collegio “Tridente”. Molti vantaggi sembrano sparire. Per cercare di capire meglio abbiamo intervistato Simone Lancianese, rappresentante degli studenti al consiglio d’amministrazione dell’Ersu, l’ente regionale per il diritto allo studio universitario. Ci spiega che per diventare borsisti ci vuole una graduatoria. I ragazzi del primo anno possono partecipare al bando se il reddito familiare è sotto la soglia di 18.300 euro. Dal secondo anno in poi entra in gioco anche il merito. Nel 2010 i tagli sono stati molto pesanti, continua Lancianese. Il fondo per le borse di studio è diviso in tre parti. Le prime due, che derivano dalla tassa regionale per il diritto allo studio e dal fondo integrativo regionale, sono rimaste quasi invariate, perché gli iscritti sono  più o meno gli stessi. L’ultima parte, statale, costituisce quasi la metà di tutto il fondo. Quest’anno la cifra è scesa in modo drastico: cosi molti idonei non hanno avuto la possibilità di accedere alle agevolazioni e i borsisti a Urbino sono quasi la metà.

    Sirene…

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    Tornando, dal tuffo nel mare incantato di Mamma Tammorra, ieri al Teatro Ghione, a Roma. Con un nuovo racconto, che la voce del mare deve aver soffiato all’orecchio di Luca (Luca Rossi, il maestro di tammorra...  ricordate?). E che lui ha, fra le altre sue narrazioni di voci di passi di suoni, tessuto di musica. Il racconto delle tre sirene, dunque. Tre donne che nella loro terra sulla riva sud del mare, nel giorno di Natale hanno espresso ognuna il suo desiderio più profondo. Tre desideri, dunque… uno sposo, un giardino di falene, una scuola per il proprio bambino. E si sono avviate, le tre donne (tre Marie?) verso ponente. E si sono imbarcate, le tre donne, per attraversare il mare. Così belle, quelle donne, che il mare le ha in un sussulto amate. Le ha amate tanto da volerle abbracciare. Le ha abbracciate e le ha avvolte nelle sue onde. E cullandole e stringendole, le ha trattenute a sé. Per sempre Sirene…

    memoria memorie…

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    Un primo pensiero, per il Giorno della Memoria, il giorno dopo perche’ la memoria continua… Lo manda Gabriella La Rovere, l’inizio per una riflessione…

    “Nel 1920 apparve un libro dal titolo L’autorizzazione all’eliminazione delle vite non piu’ degne di essere vissute. Gli autori erano Alfred Hoche (1865-1943), uno psichiatra e Karl Binding (1841-1920), un giurista. Hoche e Binding di fatto svilupparono un concetto di “eutanasia sociale’. Il malato incurabile, secondo i due, era da considerarsi non soltanto portatore di sofferenze personali, ma anche di sofferenze sociali ed economiche. Da un lato il malato provocava sofferenze nei suoi parenti e, dall’altro, sottraeva importanti risorse economiche che sarebbero state piu’ utilmente utilizzate per le persone sane. Lo Stato, dunque, arbitro della distribuzione delle ricchezze, doveva farsi carico del problema che questi malati rappresentavano. Ucciderli avrebbe cosi’ ottenuto un duplice vantaggio: porre fine alla sofferenza personale, e consentire una distribuzione piu’ razionale ed utile delle risorse economiche” … sembra di aver sentito queste parole, dice Gabriella, e neanche tanto tempo fa…

    Aggrappate alla luna…

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    Dal mondo affollato della fantasia, che sa spesso essere realtà più di quanto non sia il nostro deformato reale, si affacciano oggi sulla nostra riva una bambina e una gatta, protagoniste di un racconto che ha un titolo che sembra già una favola: “Brevissima storia di una bambina e di una gatta che volevano vivere aggrappate alla luna“. Autore Giampietro Scalia che di professione fa il medico, a Piacenza, e che scrive. Scrive, dice, per esorcizzare l’indifferenza. E questo suo libro, vi assicuro, vi riesce. Basta fermarsi un attimo. Il tempo di ascoltare questa storia, narrata in prima persona da una bambina che soffre di una malattiia inguaribile che la porta progressivamente alla paralisi. E sembra proprio sentirla parlare questa bambina. Ascoltate: “Negli ospedali è povero chi ha dolore, o chi deve entrare in sala operatoria dove si dice che aprono le pance (…) i bambini del mio reparto in questo senso sono tutti poveri, e lo si capisce anche da certe espressioni che usano gli adulti quando vengono a farci visita… “povero bambino” per esempio, è un termine molto utilizzato da noi (…)“. Ecco, solo un bambno può esprimersi così. Un bambino, che ancora non ha i filtri che in noi adulti purtroppo mascherano e deformano, a nostro uso e consumo, la realtà. Accanto alla bambina c’è una gatta di panno, che la sua fantasia fa vivere, o meglio che il suo desiderio di vita vede come viva. (…)

    Un post a “Gli uomini ombra”

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    Sul filo sottilissimo delle parole in qualche modo riannodato, Carmelo Musumeci, dal carcere di Spoleto, invia, in risposta al pensiero per il suo libro, queste righe. Un post più che un post, eccolo qua…

    “… Il post di Lauretta, “Dio dei poeti fa che Carmelo Musumeci possa scrivere in un bosco le sue poesie” ha fatto commuovere il mio cuore. Purtroppo il mio cuore non è duro e cattivo come me. Il mio cuore piange e si commuove facilmente. A te lo posso dire, io non so scrivere, è il mio cuore che scrive per me. Grazie della bella prefazione che hai scritto. Sono contento che non sei riuscita a leggere il secondo racconto, “L’assassino dei sogni”, perché è troppo triste anche per il mio cuore. Grazie degli auguri, ma l’ergastolano ostativo è uno dei pochi che conosce il proprio futuro. E io non spero più in nulla, perché la speranza fa bene quando è vera, ma fa male quando è falsa. Invece quello stupido del mio cuore continua a sperare. Peggio per lui e per chi continua a volergli bene. Il mio cuore ti manda un sorriso. Io li ho finiti tanto tempo fa. Carmelo”

    Ahi serva Italia…

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    “Ahi serva Italia, di dolore ostello, /nave senza nocchiere //in gran tempesta, / non donna di province, /ma bordello!”   Dante, Purgatorio. Canto VI

    Guardandosi un po’ intorno…