More
    Home Blog Pagina 130

    Silenzi…

    0

    Cercando, le parole nel silenzio. O il silenzio nelle parole. Trovandoli, entrambi, nell’affascinante raccolta di scritti di Adriana Zarri. Libro dolce e provocatorio come il suo titolo: Un eremo non è un guscio di lumaca. E ascoltare, dalle parole scritte nel silenzio di quell’eremo, il racconto del tempo delle stagioni, dei giorni e delle notti, della comunione con la terra e i suoi frutti e i suoi animali. Della comunione più profonda con il mondo e con la sua gente, che pure da quell’eremo passa. Inquietante, pure, questo libro. Perché pervaso di dolcezza spietata. Come spietato è il rigore della strada che indica. E che pure attrae se con tanta forza riesce a farne annusare il profumo. Profumo di pienezza. Per una solitudine che si svela come null’altro impastata con il mondo. Ecco… solo i primi pensieri, dopo i primi capitoli, cercando in questo libro una risposta all’obiezione di chi pensa il silenzio solo come un chiudersi alla comunicazione, negandone la capacità d’ascolto. Ecco, una prima risposta, parlando del Natale, a pagina 81: “Ricordo quando abitavo a Roma, in una di quelle case con le pareti di carta velina(…) e mi giungeva confuso il chiacchiericcio vuoto di tavolate che s’intuivano convenzionali, con discorsi di nulla. (…) Sentivo il pomeriggio che naufragava in chiacchiere sempre più stanche. E il mio silenzio, invece, a onta di quelle interferenze, si faceva più denso, più compatto, più felice. Tanto più adesso che la mia casa ha solide pareti contadine e al di là c’è soltanto la stalla e lo starnazzare dei polli“. Davvero, questo, come suggerisce la controcopertina, un libro da ascoltare… per trovarla, e comunicarla, infine, quella felicità compatta del silenzio…

    Paure

    0

    Eccola, la grande onda. La grande onda dipinta da Hokusai. Forse la sua opera più conosciuta. Rieccola, la Grande Onda. Oggi come sempre, è talmente maestosa, e paurosa, e tutto lo spazio tende ad invadere e travolgere. Così spaventosamente grande che quasi non si nota il soggetto al centro del quadro, la veduta del monte Fuji. Il monte Fuji,  così piccolo nel dipinto, come a un attimo dallo scomparire, nell’abbraccio della spirale d’acqua. Oggi come allora, come sempre. Talmente potente, l’onda, che solo tornando e ritornando a scrutare le pieghe del dipinto, si scorgono, già arresi alla forza di quel mare, i legni delle barche. E neppure sorprende trovarle già vuote di marinai…e oggi corpi cominciano a riaffiorare…

    Buongiorno…

    0

    Salutando, questa domenica un pò grigia, un pò quasi primavera, anche se finge di non esserlo… Una riflessione di Daniela Morandini, a proposito di saluti, salutare, salutarsi… Per pensarci un pò, guardandosi intorno, e guardandosi nel cuore…

    “Il saluto, concepito in tutto il mondo come (buon)  auspicio (buongiorno, good morning, guten tag, bon jour, buenos dias…) è stato fagocitato dall’osceno. Così come è in disuso la stretta di mano che, all’origine, voleva dire “ non sono un pericolo: ti mostro che non sono armato”. Abbattuta la pur ipocrita cortesia borghese, domina l’affermazione del sé, attraverso la negazione dell’altro. Accenna ancora al saluto chi è condizionato da quel che resta  dell’educazione convenzionale del 900. Ma poi, pentito, aggiunge i puntini di sospensione: “Buongiorno…”. I puntini sottintendono: “Mario…?Giovanni…?X….?Y….?”. (…)

    Pensiero di marzo

    0

    Gli uomini… Attraversano l’inverno con il cuore buio. Ad affannarsi, azzuffarsi, azzannarsi, a volte. Un vero inferno. Poi, qualcosa a primavera scioglie loro il cuore. Allora sembrano dimenticare il tempo e la furia, e si cercano, si annusano, si scelgono. Si accoppiano. Ed eccolì li, a scambiarsi parole… Passerà, anche questa primavera. Resteranno, di queste parole, i segreti. Che il fiume borbottando sempre trattiene.

    Architetto di sogni…

    0

    Un anno dopo…

    Non sono un architetto. Poco o nulla so di Bioarchitettura, se non lo stupore entusiasta degli occhi azzurri e spalancati di quell’architetto di utopie ( così in fondo l’ho sempre pensato) che era Ugo Sasso. E con utopia non alludo a qualcosa di impossibile e lontano. Anzi, ne ho sentita giusto qualche giorno fa, una bellissima definizione, non ricordo purtroppo di chi: “Utopia è quella cosa che quando facciamo un passo verso di lei si sposta di un passo, e se per inseguirla ne facciamo due, si sposta in avanti di due passi… e così via“. L’utopia, insomma, quello che ci fa andare avanti. La sua utopia Ugo Sasso la raccontava sempre così, come qualcosa appena lì davanti, a un soffio da noi. Un sogno che era a un attimo dal divenire presente, e quasi si meravigliava che per tutti così non fosse. D’altra parte bisognava solo essere ciechi per non leggerlo tutto, l’oggi della sua utopia, nelle linee delle sue iridi. Forse per questo spalancava sempre gli occhi, per farcelo entrare tutto intero il paesaggio di quel suo sogno. Ho conosciuto Ugo Sasso proprio il giorno di un suo compleanno. Di passaggio a Roma insieme con Wittfrida. E’ arrivato nascosto dietro un grandissimo mazzo di fiori. Erano lilium, lo ricordo ancora, bellissimi. Per la padrona di casa. Me li ha porti con gesto da signori d’altri tempi, emzionante, raro…

    E per ricordarlo un libro: “Le radici della Bioarchitettura”. Accompagnato da testimonianze di chi l’ha conosciuto, raccoglie la sua storia e il suo pensiero. Il libro, fortemente voluto dall’infaticabile sua compagna, Wittfrida Mitterer,  cofondatrice con Ugo Sasso  dell’Istituto nazionale di Bioarchitettura, e direttore responsabile del periodico bimestrale “Bioarchitettura” , la prima rivista italiana ad occuparsi di architettura ecosostenibile e biocompatibile.

    Le parole nelle mani…

    0

    Raccontare con le parole e con le mani è un cofanetto che raccoglie piccoli dialoghi, filastrocche, ninne nanne, … brevi storie pensate per piccoli italiani e stranieri, udenti e sordi, segnanti e non… in linea con il coraggioso e affascinante progetto editoriale della casa editrice Sinnos. Mente e autrice ne è Marisa Bonomi, psicoterapeuta infantile, che per aiutare a comunicare un piccolo sordo, italiano o straniero che sia, ha scelto la dimensione del racconto, la via, dice in qualche modo, per arrivare al cuore, per costruire un varco che è anche fra culture. E la lingua dei segni, in queste pagine, fa da ponte fra l’italiano, l’indi, l’arabo… Una lingua importantissima, questa lingua dei segni. Per un bambino sordo strumento ben più naturale per comunicare, per costruire un ponte, soprattutto, fra mamma e bambino, un ponte di parole che nascano fra loro leggere… Peccato, ricorda Bonomi, che questo prezioso strumento sia piuttosto osteggiato, soprattutto in Italia, dove il bambino sordo è un bambino malato, dove la risposta tende ad essere quella medica. Dove si vorrebbe che si imparasse subito, e presto, a parlare… che una società di udenti vuole tutti adeguati al suo unico linguaggio. E a volte può anche essere un risultato raggiungibile, ma non sempre lo è… sicuramente non lo è per un bambino molto piccolo… e allora perché perdere del tempo prezioso per imparare parole… Raccontare, dunque, con le parole e con le mani… (…)

    Uomini ombra

    0

    Ritornando, al libro di Carmelo Musumeci, “Gli uomini ombra”. Per dargli ancora un pò di voce, volentieri pubblico la bella recensione che ne ha fatto Margherita Hack. Leggete, vi prego…

    “E’ un libro sconvolgente, opera di chi in carcere è diventato un grande scrittore, che scrivendo riesce a sopportare quella morte al rallentatore che è il carcere a vita, l’ergastolo ostativo, il “fine pena mai”. Sono racconti in parte veri, in parte romanzati, che rispecchiano  la violenza di chi ha potere su i carcerati e l’ansia di libertà, di giustizia, l’amicizia profonda che si stabilisce fra compagni di pena. Quando si legge di casi reali di giovani rei di aver partecipato a qualche manifestazione, o di aver reagito alla forza pubblica, che entrati in carcere in piena salute ne escono avvolti in un lenzuolo e con sul corpo i segni  di pestaggi selvaggi, si vuol credere che si tratti di casi eccezionali, poi si pensa a quello che è successo durante il G8 a Genova e si comincia a dubitare. Il carcere che dovrebbe essere scuola di riabilitazione si rivela un centro di abbrutimento per i carcerieri e di annullamento  della personalità dei carcerati a cui questi si ribellano con  la violenza, carcerieri e carcerati egualmente vittime di un sistema degradante. Leggendo questo libro ci si sente in colpa per avere avuto un’infanzia felice, (…)

    Il buio e la rosa…

    0

    La bambina cieca e la rosa sonora. Dalla riva della poesia, che diventa canto e suono e musica. Un testo per voce e orchestra che l’editore Lieto Colle racchiude in un’elegante confezione, che è un libro, un dvd, un cd, perché anche chi non vede possa godere del racconto… Anna Maria Farabbi, l’autrice del testo, scarno e potente. “Goccia il tempo. E’ potabile, lo bevo e mi ci lavo. Mi invecchio e rimango piccina. Sento, nonnina, perché mi hai fatto cieca con l’orecchio che è tutto il corpo. Che io vorrei entrare nell’acqua e sciogliere tutto il buio, tutta la paura del buio, della morte, tutto il canto, la gioia. Vorrei… vorrei sì diventare una pescia d’acqua nell’acqua.  Nuotando indietro di nascita in nascita. E poi giù, fino alla festa del grande mare“. La bambina cieca… un io piccino, un seme, dice Anna Maria Farabbi, una testimonianza esemplare, nella vita dell’universo. La bambina sfida il silenzio, con domande che vorrebbero sciogliere il buio. Ma è possibile sciogliere il buio? E’ possibile, risponde il poeta, che tanto dice di aver imparato dall’incontro con chi è cieco. E’ possibile, se la vera disabilità da vincere è quella dell’anima, se l’occhio che l’anima svela è come un occhio di pipistrello, nulla a che vedere con la materia e la forma… l’occhio che è sonar per orientarsi nello spazio infinito dell’universo e in questo nuotare. E passando attraverso il corpo, che pure è ricco e pieno di doni, sciogliervi l’anima, come in un liquido aminiotico. Dice il poeta… La bambina cieca e la rosa sonora, sintesi perfetta tra il silenzio non visto e un sentire che non c’è. Incontro di assenze… per il viaggio della bambina nel buio… E c’è la musica a ricondurla nel mondo.. La musica di Vincenzo Mastropirro, lui stesso poeta, poeta e musicista che sa come tessere musica e versi… e dà al racconto un respiro infinito. Cos’è la rosa sonora? L’esplosione di petali che segnano la via… Disegnavano le antiche divinità il mondo con il suono… il suono di Mastropirro, che sono respiro di flauto,  e voce di sax, e dita di piano, e percussione di battiti, disegnano, come voce di vento, dal buio verso la luce, una strada di speranza…

    La bambina cieca e la rosa sonora, testo per usica di Anna Maria Farabbi, musiche di Vincenzo Mastropirro, interventi visivi di Massimo Achilli. Ed. Lieto Colle.

    Libia e dintorni…

    0

    Tremando, alle cronache che arrivano dalla riva sud del Mediterraneo. Alle immagini, che arrivano. Ma anche, e soprattutto, al pensiero di quelle che non arrivano, soprattutto delle tante che da quella riva non si sono mai potute mettere in viaggio. Ma che compongono un vuoto affollato quanto mai. Che l’ostentazione dell’immagine del potere non riesce a nascondere. Rimaniamo, ancora, a guardare, davanti al dolore degli altri. Che urla, sentite? vedete?, tutt’intorno…

    L’educazione buona…

    0

    Ma quale educazione ormai? Domanda, che spesso ritorna, guardandosi un pò intorno… Una risposta in questo appunto di Daniela Morandini, che volentieri offro alla riflessione…

    “Nella società fluida la dignità è nell’-educazione buona-. Così come un tempo la fierezza era nell’essere “civis romanus”, o come, durante la guerra fredda, l’orgoglio era nel sentirsi “ein Berliner”.Un’-educazione buona- che, come per il cittadino romano, sottintenda diritti e doveri e che, come per l’uomo di Berlino, abbatta concezioni autoritarie. Un comportamento basato su un’estetica del bello che reiventi l’essenziale. Pulizia del gesto, della parola, del sentimento, del comportamento, quindi pulizia delle forme. Poiché il gesto, sporco, è volgare. La parola, infangata, non narra. L’agire, violento, è scontro fine a se stesso. E così il rapporto d’amore diventa ricatto, la famiglia discarica, la comunicazione regime. La -comunicazione buona- scarnifica, toglie le incrostazioni dell’osceno, pulisce le forme, rinnova le linee, le reinventa. Impone lentezza, distacco, ironia, autodeterminazione. L’-educazione buona- è l’arte degenerata del nuovo millennio”.