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    Home Blog Pagina 138

    Un’estate…

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    (…) Notai un’apertura nella recinzione che era stata messa intorno alle case e la varcai.  Attraversai la facciata di un edificio che doveva aver contato almeno due secoli. Su di me lo stesso cielo azzurro. Non c’era traccia di soffitto, come se l’ultmo piano fosse stato tranciato di netto dal colpo di un’enorme sciabola. In alto, sulla mia testa, i bordi sfrangiati di un ballatoio al quale portava una larga scala di pietra. La scala continuava ancora con qualche gradino oltre il piano del ballatoio, per poi troncarsi  mezz’aria. Di tutta la pavimentazione erano rimaste solo tracce di mattoni crepati. Unico segno di una vita lontana, il corpo di una vecchia stufa di ghisa, nell’angolo che avevo di fronte. Poi solo pietre. Pietre e polvere. Tanta polvere d accecare l’aria tutt’intorno. Feci un giro su me stesso, puntai l’occhio dentro il mirino e partì l’intero caricatore. Sulla scarica degli scatti l’ombra di una grossa lucertola si affacciò da un mattone. Il rettile sgambettò fino al davnzale del finestrone che si apriva alla mia destra. Mi lanciò un’occhiata, infastidito, prima di immergersi nell’esterno. Nessun’altra traccia di respiro. Solo pietre, e polvere, e qualche stelo di erba disidratata.

    Il castigo

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    Poi disse alla donna: “Moltiplicherò la sofferenza

    delle tue gravidanze e tu partorirai figli con dolore.

    Eppure il tuo istinto ti spingerà

    verso il tuo uomo

    ma egli ti dominerà!” (Genesi 3,16)

    Rileggendo passi della Bibbia, cercando l’origine del male. Guardandosi, ancora oggi, un pò intorno…

    Incantesimi

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    Sogno d’una notte di mezz’estate. Nell’incanto del Teatro di Ostia Antica. Ipnotizzati dal canto di Ian Anderson, pifferaio magico dei Jethro Tull. Ancora, quarant’anni dopo, a incantare con trilli, frulli e scale come fuochi d’artificio. Soffi magici, che diventano vento, e l’illusione e’ che in questa notte immobile d’afa, le chiome immense dei pini alle spalle del palco ondeggino anch’esse. Mosse, dal vento della musica. E ondeggia e sussulta con i pini, tutta la platea di giovani d’oggi e di giovani del tempo che fu, legati insieme da un’unica fascinazione, scritta sul pentagramma di uno spartito lungo quattro decenni. Per tutti ritorna la danza festosa e struggente intorno alla suite per liuto di Bach. Soffi di vita, che sfiorando, lasciano, sulla pelle, brividi.

    Spiragli… 2

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    Tornando, alle cronache dalla riva, così vicina, così lontana, di chi vive in carcere. Arriva dalla redazione di CarteBollate, periodico di informazione della II casa di reclusione di Milano Bollate, la segnalazione di alcuni articoli, che volentieri segnalo. Come l’intervento del provveditore alle carceri della Lombardia Luigi Pagano, che spiega che a dieci anni dalla nascita del carcere di Bollate non ha nessun senso parlare di sperimentazione. “Io parlerei” dice Pagano, “di applicazione dell’ordinamento penitenziario. Noi continuiamo a parlare di progetto, ma ormai si deve andare sistema. La sperimentazione è sempre a rischio…. Qui invece la fase di collaudo è ampiamente superata, Bollate è un progetto che tutti aspiriamo a far diventare traccia su cui far crescere esperienze analoghe”. Parla anche, Pisapia, del fallimento del piano carceri del governo. Parla, dei detenuti in carcerazione preventiva, che sono oggi più del 51 per cento. Convinto com’è, Pagano, che sia indispensbile prevedere per molti reati sanzioni non detentive e un ritorno all’originario piano della legge Gozzini, “falcidiato da continue restrizioni e divieti assurdi e controproducenti”. Si segnala, anche, l’editoriale di Susanna Ripamonti, a proposito dell’interesse dei costruttori edili per il piano carceri: “il sito che riporta le informazioni più dettagliate e precise è stranamente edilportale.com, il motore di ricerca dell’edilizia”. Costruttori, edilizia, carceri… pensandoci un pò su…

    Fingitori… 2

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    A proposito di fingimenti, ma senza poesia. A proposito di maschere che cadono. Ieri, un anno fa, un casco da pompiere, oggi, un casco antisommossa. La vignetta di Vauro, questa mattina su Il Manifesto, commenta così la brutta pagina di ieri, l’inimmaginabile trattamento riservato ai cittadini dell’Aquila, venuti a Roma per raccontare la verità della loro città abbandonta. Abbandonata e tassata, chiusa la parentesi dei sorrisi in vetrina per il G8, dopo l’enfasi della consegna di chiavi delle new town. New town, come suonano male queste due parole, oggi che la città vecchia è tutta qui, a gridare la sua agonia… Dopo i sorrisi e la retorica, dunque, manganelli di rabbia. Manganelli… anche questa, brutta parola per un brutto oggetto. Ombra del tempo che pensavamo alle spalle… Azioni di contenimento, si chiamano, comunque, oggi. Stringono il cuore le parole del sindaco dell’Aquila, a Roma, insieme alla sua gente a prendere botte: “Non meritiamo di essere trattati così”. Già, almeno un pò di rispetto per i terremotati…

    Fingitori…

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    … e dunque, provando, e cercando, riemergono parole, di poesia.

    “Il poeta è un fingitore / finge così completamente / da far credere che è dolore / il dolore che davvero sente”. Fernando Pessoa, dalla raccolta Il poeta è un fingitore.

    Donne di carta

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    Donne di carta. Pagine di libri. Che si schiudono e ad alta voce si pronunciano. Raccontandosi e raccontando. Cosi’ il libro diventa corpo. Diventa carne e sangue che scorre nella parola viva. Io sono… La signora delle Camelie, Alexandre Dumas, ad esempio… Io sono… Danubio, Claudio Magris…Io sono… La Costituzione Italiana... Si presentano, prima di pronunciarsi, le donne di carta. Chi sono? Persone. Che imparano a memoria brani di libri, per poi andarli a raccontare a chiunque voglia godere del piacere di ascoltare. Pagine, che hanno scelto di imparare per conservare dentro di se’. Perche’ un libro e’ al sicuro solo dentro di noi. Parola di Sandra Giuliani, direttrice della casa editrice “Il caso e il Vento”. Che ha fondato in Italia l’associazione delle Donne di carta. I libri, al sicuro solo dentro di noi. Ricordate? Fahreneiht 451, il romanzo di Ray Bradbury. Il racconto di un mondo allora solo (?) futuribile, dove era da punire chiunque si fosse macchiato del reato di lettura. E dove i libri erano da bruciare. In quel mondo allora immaginario tutti i cittadini dovevano rispettare la legge, che stabiliva che per informarsi e istruirsi era necessaria e sufficiente la televisione. Via, via, tutti gli altri, inutili mezzi di comunicazione. La televisione che, sola, poteva stabilire cio’ che era giusto e cio’ che era sbagliato. Un’ossessione. Rotta dall’incontro con un gruppo di uomini, fuggiti da quel mondo, che, sulla riva di un fiume, tramandano memorie letterarie. Loro che, per salvare i libri, li avevano tutti imparati a memoria… 

    Dell’imperfetto sentire

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    Un pensiero, per quest’alba di luglio, con una poesia di Grazia Frisina. Parole, come un volo, sul confine dell’acqua.

    “Non ci sono colori / a raccontare la mia giovinezza / ma solo l’odore freddo delle corsie / la voce senza sguardo / di pareti irraggiungibili. /// Nessuna terra / sentivano i miei piedi / né polvere / né pioggia / né erba. /// Eppure è venuto il sole / a squarciare il giorno / a ricamare con fili di luce / il lamento delle mie cicatrici. /// La mia stanza ha scoperchiato / il soffitto della notte / ha aperto le sue ali all’alba / e ho ascoltato / il canto della mia pelle / l’onda voluttuosa delle parole / e l’incanto supremo del volo.” Parole, come un volo di cigno, dunque, dalla raccolta Dell’imperfetto sentire, di Grazia Frisina. Primo premio, nel concorso indetto dalla UILDM di Ottaviano, “Io esisto”.

    Incontri…

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    Tutto l’anno vestito così. Con questo corto impermeabile, o una lunga giacca, di stoffa leggera color marroncino chiaro, aperta sul petto nudo. E i piedi scalzi e i capelli grigi e bianchi un po’ lunghi, ma non troppo lunghi. Chissà dove dorme. Sicuramente di giorno è possibile incontrarlo fra la piazza della Chiesa Grande e i giardinetti della Villa di fronte al palazzo del Comune. Qui, provincia del sud, dove tutti un po’ si conoscono e forse conoscono lui, che sicuramente tutti conosce. Si avvicina, sorridente e fiducioso. E inizia a parlare. Per chiedere di qualcuno che lui sa conosce di musica e della sua storia, e sicuramente può dargli le informazioni che cerca. Su Pietro Metastasio. Certo, Metastasio. Che gli piace tanto. Ma no, non vuole sapere quali le opere del Metastasio. Che domanda… queste cose le conosce bene.  Avrebbe piuttosto bisogno di alcuni testi critici, commenti sulle rappresentazioni delle sue opere. Gli piacerebbe saperne, parlarne, approfondire… Alessandro? Sì, Alessandro. Che sicuramente saprà dargli le indicazioni giuste. Dove lo può trovare? Nel locale dove suona, la sera. Bene, ci andrà. Ma non è sicuro di conoscerlo.  “Ma voi ditegli, ditegli voi, che andrò a cercarlo” dice andando via. “Mi riconoscerà lui, sicuro. Appen mi vedrà. E’ facile, ditegli che una di queste sere passerò…”  Attilio? ” ‘O Clochàrd. Passerà, ditegli, ‘o clochàrd”.

    Spiragli

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    E c’è un carcere a Milano, Bollate, che ha un progetto. Il recupero dell’identità di chi è recluso, offrendo, ad esempio, opportunità di lavoro e di formazione, che permettano, davvero, il rientro nella società. Un progetto nato dieci anni fa. Oggi Bollate ha una recidiva del 16 per cento. La media nazionale è del 70 per cento. A Bollate, dove al primo posto c’è la dignità. Lucia Castellano ne è il direttore. Questo, in qualche modo, il suo manifesto.

    “Al primo posto c’è la dignità. Perché Bollate è un carcere diverso dagli altri? Quando io ho cominciato a fare questo mestiere, pensavo che il mio lavoro era bello perché, nonostante sia bruttissimo tenere la gente chiusa dentro, io potevo farlo in un paese, l’Italia, che ha un apparato normativo che ci consente di concepire il carcere come un posto sì penoso, terribile, però comunque pieno di garanzie e di diritti. Perché la pena é data in qualche modo dal muro di cinta, e il fatto di non poterlo varcare è già una pena tremenda. Credo che, dopo la pena di morte, la pena più terribile sia la privazione della libertà. Ho cercato perciò di “costruire” un carcere che fosse conforme a questo principio: che all’interno di questa città ci deve essere la possibilità di vivere come se si fosse in una normale cittadina, da cui però è vietato uscire.