Tornando, da un sit-in contro le espulsioni dei rom dalla Francia. Contro la politica di Sarkozy, che non ottanta, ma ottomila, ci dicono, ne ha cacciati dai confini francesi. Quando fu eletto presidente, i rom accolsero la notizia con piacere. Sarkozy, che ha dimenticato d’essere figlio di un rom ungherese, e di un’ebrea sefardita… Un sit-in contro, anche, la politica di casa nostra, e dei “piani” che stanno allontando gli zingari oltre i confini di tutte le periferie. Contro la brutalità delle ruspe, che chi non le ha viste in azione, schiacciare il nulla delle proprie cose, è difficile capisca. Vederli, quei bambini qualche ragazzo e le donne, quasi in divisa da collegio, con magliette con su scritto “I love rom a” ti si stringe il cuore. Più che per le parole di chi sale sul palco a parlare, che poi palco non c’è. Più che al constatare che sono davvero in pochi, al sit-in romano. Pochi zingari, confinati chissà dove, pochissimi italiani, perché forse ancora non fa trend. Marciare per gli zingari, intendo. Ti si stringe il cuore, per quegli zingari in divisa e non sai perché. La risposta, nelle parole di un’amica, Roberta. Da quando sono costretti in qualche modo a mimetizzarsi e vestirsi come noi, dice… da quando le donne non indossano quasi più le loro belle gonne colorate… Abbiamo perso, dice, le nostre farfalle. Una preghiera, allora, perché le farfalle ritornino come, da qualche parte nascoste, pure sono tornate le lucciole. Una preghiera alla Madonna degli Zingari, che così superbamente Tiziano dipinse.
Zingari e Madonne
Pensiero di settembre
“Da quando nella nostra Francia ci si è messi a filosofare, intromettersi in tutti i fatti della ragione e a non voler dar più credito alla verità, la magia e molte altre cose hanno perduto il loro pregio. I sortilegi, i filtri, gli incanti tanto celebri un tempo e così temuti dai nostri avi, non hanno più chi li tenga in stima. Si gabbano gli zingari che dicono la buona ventura, non si cerca più chi sa far le carte, ci si beffa persino di quelli più a nel leggere l’avvenire in un bianco d’uovo o nella colatura del caffè”. Osservazioni di Jean-Pierre Claris de Florian. Per Rosalba. Ah, la magia… e molte altre verità. Chissà, quest’autunno, forse…
(Jean-Pierre Claris de Florian, Rosalba, Sellerio editore, Palermo)
Tajabone
In attesa dei film del festival di Venezia. In attesa soprattutto del film di Salvatore Mereu. Ricordate? Ballo a tre passi, ma soprattutto, Sonetàula, straordinario racconto sul banditismo sardo. Aspettando con curiosità, un film girato con 10.000 euro. Tajabone. Scritto da 5 ragazzi di 13 anni. Nato in collaborazione con le scuole medie di due quartieri “non facili” di Cagliari. In attesa dunque di quello che Abdullah Seye, Angelica Argiolas, Sara Portoghese, Andrea Amhetovic e Erica Spissu, vogliono dirci. Guidati dalla mano felice di Mereu, che si dichiara lui stesso sbalordito per la selezione in concorso. Per la cronaca, nella sezione Controcampo italiano. Forse alla mostra del cinema di Venezia non c’è mai stato un film con un badget inferiore. Felice, Mereu, soprattutto per la realizzazione di un progetto che “sembrava impossibile”. E noi aspettiamo di sapere, cosa questi ragazzi hanno da raccontarci sulle loro vite, cosa soprattutto hanno da svelarci sul tema che hanno scelto, che è quello dell’amore. Fra gli attori ragazzini anche rom e senegalesi. E chissà che non arrivi finalmente da loro la risposta al grido di Auden. La verità, vi prego sull’amore. In attesa dunque di Tajabone, che, leggo, è anche il titolo della canzone che chiude il film. E che è una festa musulmana. Il giorno dell’accoglienza, giorno in cui gli angeli scendono sulla Terra per sapere degli uomini… La verità, dunque, sull’amore…
Fiabe
Ancora, tornando. Ripensando alla piccola chiesa di Santa Maria di Castellabate, e alla sua santissima protettrice. La Madonna del Mare. La cui casa non poteva che posarsi lì, sul limite della spiaggia, con la sabbia che arriva d’estate bollente fino alle sue mura e d’inverno, immagini, vi arriva anche l’acqua gelida delle mareggiate. Appena più a sud, della casa dell’altra Maria, quella che è arrivata addirittura da Costantinopoli, su un’onda che l’ha sospinta fin sul promontorio di Agropoli, e lì l’ha lasciata, a proteggere la vita dei marinai. Sicuramente dall’una all’altra casa, quella lassù in alto, questa quaggiù in basso, le due Marie si parlano. Magari la notte di nascosto s’incontrano. E quando tutto si sono dette della giornata della loro gente, si scambiano, ne sono certa, il racconto di fiabe. Ne ho letta una anch’io, nel libro trovato aperto sul leggio della chiesa sulla spiaggia, nella piccola navata di destra, quella dell’adorazione. Parlava di Gesù che, seduto in riva a un lago, circondato da tanti bambini, iniziò col raccontar loro una fiaba… C’era una volta...
Solidarietà, dal carcere
Solidarietà ai lavoratori della Fiat di Pomigliano. Dopo averne ricevuto alcuni volantini, arriva dai detenuti del carcere di Spoleto. Molti di loro, ricordano a chi non sapesse, sono in carcere perché fuori da giovani non hanno trovato lavoro. E sono quasi tutti del Sud. Le loro parole, dunque, per gli operai di Pomigliano:
“La stragrande maggioranza dei detenuti in carcere è in ozio istituzionale e quei pochi detenuti che lavorano sono sottopagati, sfruttati e non hanno nessuna copertura sindacale. Il lavoro in carcere nella sua accezione più ampia svolge una duplice funzione: una personale, perché serve alla realizzazione umana e al sostentamento materiale del detenuto, e una sociale perché facilita l’inserimento di un cittadino che ha sbagliato e che sta pagando il suo debito alla società. Dal lavoro in carcere devono scaturire vantaggi anche d’ordine psicologico e sociale e il detenuto deve essere avviato al lavoro non tanto per essere sottratto all’ozio avvilente, quanto perché è un essenziale strumento di rieducazione e di reinserimento sociale. L’ozio forzato non fa parte della pena cui siamo stati condannati, ma è un’afflizione aggiuntiva che nessun tribunale ci ha elargito. Ma se il lavoro in carcere è importante, nel mondo libero lo è ancora di più. Per questo abbiamo deciso di dare solidarietà ai lavoratori della Fiat di Pomigliano. I detenuti e gli ergastolani del carcere di Spoleto ricordano ai padroni e agli azionisti della Fiat che l’uomo è e vale specialmente per quello che fa, non per quello che ha o per le azioni che possiede”.
Ritornando. Fiori di tulle…
Ritornando. Da Santa Maria di Castellabate. Portando negli occhi il volo di colori di una teoria di balconi infiorati di batuffoli di tulle. Veli, come bomboniere lasciate a dondolare nell’aria di sale. E ricordare, ascoltata nel piccolo locale affacciato sulla strada, all’ombra di quelle aiuole aeree, la storia di Ginetta. Alla quale la vita troppo presto ha portato via l’uomo. Lasciandola sola, con cinque figli e i genitori di lui, come Lari da curare. E sarebbe potuta impazzire, Ginetta, che in quei giorni terribili più non sapeva. Non sapeva cosa fare, non sapeva come fare. Non sapeva chi era. Non sapeva più quale fosse lo zucchero e quale il sale. E che si era arrabbiata moltissimo quando si è vista arrivare il bigliettino delle suore, quelle, lassù, che curavano l’asilo degli orfani. Ginetta, diceva il biglietto, vuoi fare qulcosa per noi? Vuoi aiutarci?… Aiutarle! proprio lei, che non aveva nulla, ora che aveva perso anche il suo amore e aveva cinque figli e i genitori di lui a cui pensare. Che sfrontate! Ginetta, si era proprio arrabbiata moltissimo. Ma poi qualcosa è successo…
Canili…
E oggi che “per tradizione” le carceri si affollano di visite di uomini politici, una lettera di Carmelo Musumeci, dal carcere di Spoleto. Con una premessa, citando Arthur Schtnizler: “Quando l’odio diventa codardo se ne va mascherato in società e si fa chiamare giustizia“. Voci da dentro, dunque, per tutti noi che siamo ancora fuori. E buon Ferragosto…
“Si sta discutendo l’esame del disegno di legge riguardante l’esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori a un anno. Probabilmente i politici a giorni lo approveranno perché non ne possono fare a meno dato che le carceri stanno scoppiando dal sovraffollamento. Ma non credo che ci fosse bisogno di una legge per applicare altre leggi, perché se la magistratura di sorveglianza applicasse le misutre alternative, le galere italiane non sarebbero così stracolme, e poi perché non dare una possibilità anche a quei detenuti che sono da tanti anni in carcere? Ci sono uomini da più di vent’anni chiusi fra quattro mura, che fare di questi uomini?
Dubbi…
Potere delle istituzioni o potere del giornalista? Se lo chiede Rosa Mancini, studentessa di Urbino. E la domanda non è per nulla oziosa. Leggete un pò, così, aspettando ferragosto…
“Alcuni giorni fa in redazione mi chiesero di fare un’analisi statistica su quanti sequestri di immobili abusivi sono stati effettuati nell’anno
Trent’anni fa, memorie…
Fra due giorni, trent’anni fa, la strage di Bologna. La madre di tutte le stragi. Che ricordiamo, con lo sguardo di questa bambina, Angela Fresu, tre anni, morta con la madre, nell’esplosione letteralmente dissolta. E con le parole di Daniela Morandini, che quel giorno era lì…
“Trent’anni fa. Sotto alle Torri, un silenzio surreale e tanta polvere. Una nebbia bollente che saliva di corsa da via Indipendenza. Poi le urla delle sirene. Era scoppiata una bomba alla stazione. Ventitré chili di esplosivo in una borsa, nella sala d’aspetto di seconda classe. “Una caldaia” tentavando di dire le prime voci ufficiali. Le ambulanze non bastavano. I feriti, furono portati in ospedale anche con gli autobus e con i taxi. Insieme con i pompieri, si scavava con le mani fra le macerie bollenti. I feriti erno duecento. I morti ottanta. Tra loro, Maria e Angela Fresu, ventiquattro e tre anni. Maria, la madre, evaporò nella voragine: di lei non si trovò mai più nulla. Andrea Zanzotto la ricorda ancora: ‘E il nome di Maria Fresu / continua a scoppiare / all’ora dei pranzi / in ogni casseruola / in ogni pentola / in ogni boccone / in ogni / rutto-scoppiato e disseminato- /in milioni di / dimenticanze, di comi, bburp’. I mandanti invece non si ricordano. Perché ancora non si conoscono. Lunedì alla commemorazione non salirà sul palco nessun politico. Dal 1993 Bologna li ha sempre fischiati”.
Per ricordare ancora, portandoci dentro quel ricordo e questo sguardo. E buone vacanze tutti.
Sirene
Per salutare luglio, con un tuffo nell’acqua. Storia, anche questa, di follia e di rimpianto, scritta in punta d’onda… Come la racconta Daniela Morandini.
“Uscì dall’acqua e si sedette su uno scoglio. Era un pò stanca. Guardò le barche che, pian piano, uscivano per la pesca. Non erano molte. Sempre belle, però. Con i loro marinai. Le reti arrotolate a poppa. Le lampare ancora spente. Si mise a contarle. Una due tre quattro… Blu con la riga gialla, verde con un occhio celeste, rosa come una rosa. Cinque sei sette otto… Mentre il sole scendeva dietro alla montagna, le luci delle case si accendevano, una alla volta. Là, vivevano gli uomini, con le loro donne e i loro bambini… Quando il sole si nascose dietro alla montagna, sentì un pò freddo. Una volta non le succedeva. Quanti giorni in acqua aveva passato con il Professore. Quante navi aveva visto schiantarsi! Quante città aveva visto nascere! Quante tempeste aveva superato! Ora quella riga sottile sulla fronte, le ricordava tutti i secoli che erano passati… Ma poi alzò le spalle e, con un colpo di coda, si ributtò in mare”.