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    Pensiero d’ottobre

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    Un pensiero, imbattendosi nell’epitaffio del Noce. Sì, il Noce di Benevento, quello sotto il quale si radunavano le streghe… La storia dice che fu abbattuto per ordine di San Barbato nel 660, o giù di lì, ma sembra che poi sia rinato, e ancora rinato ogni volta che qualcuno abbia voluto abbatterlo. E ancora racconta storie… Anzi, a fare bene attenzione, si può ben capire che a raccontarle, le storie, sono sempre loro. Gostanza, Matteuccia, Orsolina La Rossa… E tante altre ancora. Raccontano e ancora urlano il dolore delle torture che le hanno soffocate. Scioglieteme che ve voglio dire el vero de ogni cosa... Scioglietemi, scioglietemi… Ma non bisogna angustiarsi. Ce ne sono ancora molte, libere per il mondo. Ne ho vista una, proprio l’altra notte, passare veloce. Sembrava fuggire da qualcosa di terribile. Volava. Sospesa al canto antico: Sopra l’acqua e sopra il vento, sopra ogni maltempo, portami al Noce di Benevento…

    La casa dei risvegli

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    Un pensiero. Alla Giornata dei risvegli. E a quella riva, così lontana, così vicina, sulla quale sembrano addormentarsi le persone che attraversano il coma. Luogo misterioso, il coma, chissà dove acquattato nello spazio e nel tempo. Luogo terribile, per chi, di qua dalla riva,  resta ad aspettare. Di cogliere un moto, un cenno, un battito di ciglia. Un indefinito e indefinibile fremito. Intraducibile per chi non sa, per chi non capisce cosa significhi vivere accanto a qualcuno che si ama, aspettandone il risveglio. I familiari, ci dicono, ne raccontano di storie. Di sussurri e grida, di dolore e gioie, che in qualche modo a loro arrivano da quella riva lontana. La medicina, ci dicono, non ha mai dato grande importanza a quei racconti. Ma forse è tempo, di cominciare ad occuparsene. Ed è quello che comincia a succedere, grazie alla “Casa dei risvegli, Luca de Nigris”, a Bologna. Dove ci si occupa anche di aiutare chi dal lungo sonno infine si risveglia, a riannodare i fili della vita così, a un tratto, drammaticamente spezzata. Un cammino non facile e lunghissimo, che ha bisogno in qualche modo del pensiero attento di tutti noi. Anche perché, ci dicono, se ci affrettiamo a dire “non c’è niente da fare”, quelli in coma siamo noi. E a pensarci bene questa è considerazione che vale per ogni cosa. Guardandosi un po’ intorno…

    Mamma Tammorra, dunque…

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    Una serata a Roma, per Mamma Tammorra. E sono arrivati da Caserta, per uno spettacolo annunciato per raccontare anche attraverso sonorità contemporanee e salti in luoghi lontani, l’antica cultura popolare campana. Uno spettacolo di musica, canto e danza. Che immagini danzato intorno al fuoco. A mezzanotte, immaginiamo, quando i sogni sono veri. Ma anche se sono appena le nove di sera, sul palco del Teatro Vascello a Roma, è davvero un incanto.

    Inizia, Mamma Tammorra, con la voce roca di Luca Rossi, percussionista, l’autore dello spettacolo, che, al centro della scena, con i suoi tamburi a cornice, conduce e tira le fila del gioco. La tammorra, spiega, è da tempo immemorabile la voce della Campania. La voce della Campania libera, dice. Ed è, nelle sue varianti, la voce antica dei paesi dell’area mediterranea. Voce che nello spettacolo viene rievocata, richiamata, rimiscelata. Diventa racconto che si fonde con il tempo dell’oggi. Perché Mamma Tammorra? Perché questa voce è femmina. Perché questo grande tamburo, spiega, è fatto di materiale organico. Tesa su telaio di legno è membrana di pelle d’animale. Che s’abboffa e sboffa. Come le donne lievita e sgrava… E l’auditorio ascolta e trattiene il fiato, già quasi ipnotizzato dal largo cerchio che percuote e carezza e solleva in alto, e ti fa credere che sia quasi una luna… E via, a guidare la sua orchestra, di flauti, violino, chitarre, fisarmonica, contrabbasso e batteria.  

    40 anni di Felicità…

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    Un pensiero. E infiniti auguri ai quarant’anni di Stampalternativa. Dall’autunno del 1970, quasi mezzo secolo di cultura, quasi mezzo secolo di controcultura (si dice ancora così?). Quarant’anni a raccontare, a volte, l’indicibile. Per un catalogo fitto fitto di storie scritte con il sangue ( si può dire così?). Pure, tessuto della leggerezza delle fiabe senza tempo. Un pensiero a Stampalternativa, e al primo regalo grande che ci ha fatto, mettendo in circolazione quel manualetto sulla felicità, che in almeno due milioni abbiamo letto. E molti di noi ancora conservano, come un breviario da consultare nei momenti peggiori. La Lettera sulla Felicità, intendo. Quella con la F maiuscola. Lettera di Epicuro a Meceneo. Epicuro, che “da ventitré secoli non cessa di dirci che non può esistere autentica felicità senza piacere. Un pensiero che, contrariamente a tanti altri, non ha mai fatto male a nessuno, che invita ad amare se stessi e soprattutto a rispettarsi, azione primaria per non danneggiare i nostri simili”. Parola di Marcello Baraghini.

    Mamma Tammorra

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    In attesa, che la notte si riempia di suoni. Al ritmo di tamburi, e fiati, e sospiri. Una notte per la Tammorra, icona del ventre materno. Da millenni voce del nostro sud. Invito a una serata di musica e danza, per un intreccio di sonorità mediterranee e ritmi urbani di questi tempi moderni. Per ritrovarvi, anche, l’eco di canti devozionali, serenate d’amore, danze estatiche. Una notte per invocare le streghe, forse… e chissà che non arrivino…

    Appuntamento a sabato 25 , quindi, alle 21, a Roma, al teatro Vascello, in via Carini nel quartiere di Monteverde Vecchio.

    Pensiero di metà settembre

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    “… e bastava un’inutile carezza a capovolgere il mondo…”. Parola di Alda Merini.

    In metro

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    Tornando a casa. Nel caldo pomeriggio affollato del metrò. Le scene di sempre. Visi stanchi, frotte stupefatte di turisti, mani che spingono, volti che sudano, qualcuno che ride, qualcuno che borbotta, qualcuno che già dorme. E ressa alle porte, gomiti nei fianchi, piedi che calpestano. Che è sempre il rischio più grande. Ad una fermata salgono un uomo e una donna. Lei piuttosto truccata, lui di un grigio gentile. Forse amici, forse il sospetto di un garbato corteggiamento, come accade fra persone di una certa età. Nello scambio fra la gente che preme per entrare e la gente che preme per uscire, vengono spinti, sballottati, messi in un angolo. Sul volto di lei si disegna una smorfia di inquietudine. Lui continua a sorridere, mentre in qualche modo fa scudo col suo corpo prosciugato al corpo più corposo di lei. Sorridente e gentile. La rassicura. Basta che stai attenta ai piedi, le dice, attenta a che non ti calpestino. Basta che stiamo fermi in quest’angolo. Che fra non molto si riscende. Sarà breve, sarà breve. E poi, come recitando un versetto, Bisogna avere fiducia nel futuro, dice, bisogna avere pazienza nel presente, dice. Gocce di saggezza, come un brillare inatteso di lucciole, nel buio di questi tempi amari. Quel che basta, e più lieve diventa il resto del viaggio…

    … sulla baia…

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    ecco, vedete….  c’e’ gia’ una  nave  ferma nella baia… Hanno ammainato le vele, per non essere sorpresi da venti improvvisi che li respingano lontano… aspettano che sorga la luna,  che passi la mezzanotte… quando i sogni diventano veri…

    (La nave fantasma, foto di Daniela Morandini)

    Fantasmi

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    Leggendo, dell’incendio nella discarica dei barconi, a Lampedusa. Guardando, le foto del fumo di quel che restava dei legni che hanno traghettato uomini da una riva all’altra del Mediterraneo. Conservati lì, a due passi dal mare, in attesa di farne il più grande museo mediterraneo dell’immigrazione. Resti di memoria, che qualcuno si è affrettato a cancellare. Leggendo, del professor Pietro Busetta, assessore ai Beni culturali di Lampedusa e Linosa, che se ricorda che la Sicilia non è nuova ad episodi come questo, e ricorda gli incendi, dolosi, che sulle Madonie o sui Nebrodi distruggono ettari ed ettari di alberi secolari, aggiunge che questa volta c’è qualcosa di più e di peggio. Si vuole distruggere, dice, la memoria di un passaggio. Ma a dispetto di chi vuole azzerare un patrimonio di ricordi di una generazione di migranti, già senza volto, oggi anche senza tracce, assicura che il museo si farà. A dispetto dei nuovi barbari. Un museo dei migranti, dunque. Che a Lampedusa affiancherà, assicura Busetta, il progetto di salvaguardia dei resti di un altro storico passaggio. Quello dei cristiani del secondo secolo dopo Cristo. Altri ultimi della storia. In attesa dunque di una casa della memoria. E c’è da augurarsi che si costruisca in fretta. Perchè gli uomini sempre tornano nei luoghi dai quali sono volati via. A guardare bene, il mare, laggiù, già si affolla di navi fantasma…

    Angeli feriti

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    Pensando, e ripensando. All’assassinio del sindaco. Che sapeva dire no. E ha detto, ha detto qualcuno, un no sbagliato. Angelo Vassallo. E chiedersi che paese è mai questo. E chi siamo noi. Che sappiamo di no che si possono dire e di no che è meglio tacere. E persino ci sembra  cosa normale. Pensando e ripensando, senza trovare parole e forse neppure più pensieri. Solo leggendo, come aprendo un breviario, alcuni versi: “Dal finestrino, guardo. Grovigli / di umanità perduta. / Da brutto a brutto / Vaga e si attrista / L’occhio. Sii forte / Mia vista, vèstiti a lutto. // Il treno ignora tutto / O è bestia che sopporta. / Io con pena porto / Crescente la mia croce. /(…) “. Versi di Guido Ceronetti, come una preghiera, da Le ballate dell’angelo ferito.