Ho notato, a quell’ora, in alcuni periodi dell’anno, anche piccoli gruppi di donne nere. Bellissime. Qualcuna casca dal sonno, come avesse lavorato, non sono riuscito a immaginare a cosa, l’intera notte. Ma a cascare dal sonno, a quell’ora, non sono solo loro. E c’è una donna, che siede sempre al primo . Tenta di conquistarlo anche quando arriva in stazione che il treno sta per partire e la vedo arrancare. Si agita per la corsa che forse alla sua età non potrebbe più permettersi. Infine sale, si siede, aspetta qualche secondo che il respiro si calmi. Con gli occhi ostinatamente bassi e con fare ostile, di modo dallo scoraggare chiunque dall’avvicinarsi, fruga nella borsa che immagino, come ogni borsa di donna, piena di confusione e ne tira fuori dopo un mai breve cercare un librettino. Un quadernetto sgualcito, come quello delle vecchine in chiesa per le preghiere…
il trenino, 3
Qualche mattina fa, stavo appena per riprendere la corsa, ho visto entrare nell’atrio della stazione una di quelle guardie che proprio pubblici ufficiali non sono, né polizia, né carabinieri. Uno di quei pattuglianti in divisa nera e blu che si muovono qua intorno come ronde, e a volte mi fanno anche un po’ paura. Ecco, guardie giurate, mi sembra si dica. Insomma, l’altra mattina ho visto uno di loro fendere la folla accompagnato, ma trainato sembrava piuttosto, da un molosso, che sembrava stesse lì lì per sguinzagliare a cercare chissà chi e chissà cosa. Aveva l’aria arrogante e minacciosa, la guardia. Aveva occhi umidi e buoni, il molosso, a dispetto della potenza compressa del suo passo. Quasi vergognoso, ho pensato, di quella inutile manifestazione di forza. Che avrebbe forse preferito sfoggiare in altri più degni luoghi, che non in una stazione di poveri pendolari. Che dal canto loro non mi sono sembrati affatto scossi, piuttosto infastiditi, devo dire, da quella cattiva presenza. Anche perché quelli che arrivano fra le sette e le otto, e sono i più numerosi, non hanno tempo da perdere. Sono sempre in corsa. In ritardo per qualcosa. In affanno per qualcos’altro. .. (continua)
Un appuntamento
Aspettando, che Giuseppina arrivi a Roma. La Giuseppina, di Pierluigi Tortora. Una donna del Sud che ha attraversato il ‘900. E chissà quali e quante cose ha da dirci, Giuseppina. Nel racconto del suo tempo, di ieri e di oggi, fatto, ci spiegano, di ricordi del passato mentre il mondo intorno cambia. “Un microcosmo, spiega Tortora, che diventa macro perché le storie somigliano e riguardano tutte le donne e tutti gli uomini che come lei, stupiti e innamorati della vita, ne hanno smarrito l’orizzonte”. Giuseppina, una donna del Sud, dunque. Interpretato e diretto da Pierluigi Tortora, drammaturgia Matteo De Simone e Pierluigi Tortora, musiche di Antonio De innocentis. Una produzione Settembre al Borgo 2009 e la Bottega del Teatro.
Appuntamento con “Giuseppina, una donna del Sud” dunque, al Teatro Vascello di Roma, dal 28 al 31 ottobre.
riprendendo…il trenino, dunque
… Scompaiono, e io, appena svanito il corteo di viaggiatori che dalla periferia vengono a lavorare in centro, sono pronto per la nuova corsa, all’incontrario, con tutti quelli che dal centro vanno a distribuirsi qua e là in periferia. Alé! Changez! In uno scambio, permettete, persino io sospetto alquanto antieconomico. Ma la razionalità, mi sono arreso da tempo, non fa parte di questo nostro mondo. E il rimando a quest’idea del pendolo che oscilla con un’estremità fissata a un punto che inchioda a un campo da cui non c’è scampo, è cosa che, se ci penso, mi dà la nausea. Che è quello che mi succede quando penso anche alla mia, di vita, avanti e indietro, avanti e indietro sempre su uno stesso binario. Che è cosa, il pensarci seriamente, che per fortuna mi capita raramente. Immaginate se ne possa avere il tempo, sempre in corsa fra un viaggio e l’altro. E la notte sono troppo stanco per perdermi in riflessioni che non portano a nulla. Cosa che immagino succeda anche a tutti i miei passeggeri, perché non mi risulta, almeno fino ad oggi, che qualcuno si sia mai sottratto alla prigionia di quel cieco andare. Troppo intorpiditi, fin dalle prime ore, anche solo per poter pensare di sottrarsi ad alcunché. Qualche settimana fa, stavo appena per riprendere la corsa… (continua)
Incipit…
Ve lo assicuro, di tutto il via vai è la scena più bella. Me la porto nel cuore durante l’intera giornata. Mi aiuta a cancellare lo sconforto dei momenti di noia, che non sono pochi, in questo mio andare avanti e indietro, avanti e indietro. Dall’alba a notte fonda, sul binario di una linea, fra il centro e la periferia. Arrivano con le prime corse della mattina. In gruppi di dieci, dodici e anche di più. Appartengono tutti alla stessa tribù. Scendono dai vagoni lanciandosi fra loro poche parole. Più spesso in silenzio. Gli occhi che frugano lontano. Anche, sospetto, nel tempo. Ma non so se sia il passato o il futuro, quello che vedono. Gli uomini, in molti, vecchi e giovani, con le stampelle. Le loro donne, molte di più, tutte, vecchie e giovani, con bambini. Spinti in carrozzelle, tirati per mano, avvolti in stracci colorati annodati al collo. Ti aspetti che scompaiano nel fiume dell’altra gente, che corre via in fretta, ognuno gia’ incupito del giorno che verrà. Invece ecco che prima di inoltrarsi verso l’uscita le donne si fermano…
Notturno
Sono tornati, nella notte. Strida di gabbiani, grida di gatti. Squarci di sirena… A lacerare il tempo. A scrivere il buio.
L’inascoltato
… e dunque, la lettera che Sebastiano Milazzo scriveva circa un mese fa, al Magistrato di Sorveglianza di Spoleto, al Presidente della Repubblica, al Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Perugia, alla Direzione della Casa di reclusione di Spoleto, alla Direzione del DAP…
Premesso, di aver chiesto ininterrottamente da anni un trasferimento nel carcere toscano. Le motivazioni addotte alle mie richieste ritengo avrebbero meritato una seria verifica in quanto si sono sempre basate sull’ispirazione di creare le premesee per non far crescere i miei figli in Sicilia, ma in Toscana, una terra dove avrebbero una casa, un lavoro e la possibilita’ di realizzarsi, in quanto li’ vivevo io sin dal 1970 e vivono da sempre mia madre e mia sorella, la cui presenza e vicinanza poteva rappresentare, in assenza del padre, il miglior punto d’appoggio, per una nuova prospettiva divita dei miei figli. Altra motivazione riguardava l’eta’ di mia madre che e’ del 1928. L’eta’ non le consente piu’ di venirmi a trovare, soprattutto da quando ha subito due operazioni al cervello. Erano queste le ragioni per le quali chiedevo di poter essere trasferito in un carcere della Toscana, cosi’ che la maggiore vicinanza potesse offrire maggiori occasioni di frequentazione, …
Ritorsioni?
Ricevo e volentieri pubblico questo articolo di Susanna Marietti. Una voce da quella riva lontana di cui appunto ieri… dal sito linkontro.info
“Alla fine di agosto, alla sede dell’associazione Antigone,arrivò una lettera, una di quelle antiche lettere di carta, di quelle che oramai arrivano quasi solo dalle galere, firmata da “gli ergastolani di Spoleto”. Sotto questa dicitura collettiva diciassette nomi e cognomi scritti di proprio pugno. Il breve testo, indirizzato anche “agli organi di Stato e stampa” e per conoscenza al “tribunale di Sorveglianza di Perugia e al Sindaco del Comune di Spoleto”, denunciava il fatto che nel carcere umbro si intendeva raggruppare gli ergastolani a due a due allocandoli in celle originariamente singole. Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, si diceva, aveva dato istruzioni in questo senso alla direzione del carcere di Spoleto. Una seconda brandina doveva essere aggiunta nelle celle dalle dimensioni adatte ad ospitare unasola persona. Gli ergastolani firmatari della lettera, “sicuri di morire in carcere”, riferivano di non avere alcun motivo di sottostare a una simile richiesta. Una protesta, insomma. E le proteste, si sa, in carcere si scontano.
Contabilità…
Riprendendo, qualche cronaca dalla riva lontanissima delle carceri italiane. Che oggi vomita altri suoi due morti. Un suicida. Nel carcere di Ravenna. E’ stato trovato impiccato. Aveva 42 anni. Un altro morto ad Olbia. 52 anni, condanna all’ergastolo. Si ipotizza morte naturale. E chissà cosa c’è di naturale nelle 135 morti in cella, dall’inizio di quest’anno. Quel che c’è di vero, è l’ipocrisia di una pena di morte mascherata, che nessuno vuole chiamare con il suo nome. Ma si sa, è morte d’altri, magari di delinquenti, d’ergastolani…
continuando… a proposito di streghe
…. perché la caccia alle streghe non è affatto finita. Leggendo. Della denuncia di Avdhash Kaushal, presidente di una Ong che si occupa di sostegno alle minoranze tribali. Che racconta delle cento e cento donne che ogni anno nelle regioni tribali dell’India muoiono, accusate di essere streghe. E sono nubili o vedove, prese magari di mira perché posseggono un terreno, qualche denaro… Accusate di stregoneria, accusa Avdhash, vengono torturate, linciate, umiliate davanti al villaggio. Qualcuna, per la vergogna, provvede da sé ad uccidersi… Almeno duecento, ogni anno, nelle regioni tribali, e non solo, dell’India. E chissà quante altre ancora, in giro per il mondo. Un Noce, grande quanto la Terra, per accoglierle tutte, sotto i suoi rami…