… I bambini. Hanno in sè, in ogni istante, la forza della vita. A dispetto di tutto e di tutti. Mi vengono in mente delle foto, da una rivista che sfogliavo in questi giorni. Un accampamento di rom alla periferia di Belgrado. Sotto un ponte, sbarrato alla luce, accanto a cumuli di rifiuti. Dalla miseria più nera, spuntano bambini, a fare piroette. Come e quando ho modo di sfogliare riviste? Qualche minuto, prima di addormentarmi, la sera. Anche se il destino mi ha costretto su quest’unico binario., non vedo perché dovrei perdere curiosità per le cose del mondo. Comunque… ( continua)
il trenino, 10 bis
il trenino, 10
Vi sembrero’ monotono, ma ho ancora una storia di una coppia d’uccelli senza piu’ ali. Non che statisticamente siano piu’ numerosi degli altri viaggiatori. La verita’ e’ che in qualche modo li prediligo. Provo per loro una certa tenerezza. Che e’ la stessa che ho per me. Come loro, per guadagnarmi la vita, sempre in marcia, avanti e indietro, avanti e indietro. Senza scampo. Anche se il loro cammino non sempre e’ costretto, come il mio, su un unico binario. E per questo a volte un po’ li invidio. Ma so, che quando il loro andare si fermera’, come per me, sara’ per sempre. Dunque, sulla strada del ritorno, verso sera. Lei e’ una giovane donna. Forse trent’anni. Forse molti di meno. La vita, sul volto delle zingare, lascia presto i suoi segni piu’ profondi. Lui e’ il suo bambino. E’ vivacissimo. Ha grandi occhi neri. Smisurati, mi sembrano, mentre si guarda intorno monello. Ha una brutta tosse. Ma si muove e saltella e si alza e si risiede con l’energia curiosa dei bambini della sua eta’. Quanti anni ha? Chiede cortese una ragazza seduta li’ accanto. Tre anni, risponde la madre.
il trenino, 9
E non è finita lì. Appena poco più avanti, sulla sinistra, invece. Nel tratto dove il binario per un po’ si allontana dal bordo della consolare. Dove nel disordine crescono rovi e cespugli, e alberi fitti compongono una boscaglia. Avevo notato anche lì già qualche anno fa il tetto di una baracca. Poi col tempo ne sono spuntate altre. Non è facile scovarle. Bisogna saper vedere e io col tempo le ho viste moltiplicarsi. Tradite da pochi segni: qualche panno messo ad asciugare su un ramo, il fumo di un fornello, una sedia e l’angolo d’un tavolo all’aperto quando l’inverno non è stato così cattivo. Ma passando, proprio quest’anno, una mattina che la primavera non era ancora arrivata, esattamente in quel punto, ho percepito uno strano vuoto. Approfitto di un segnale confuso per rallentare la corsa, e vedo. E’ un largo tratto di terra nuda. Dove prima erano cespugli, rovi e alberi. Qua e là, fra brevi mucchi di stracci, alcuni oggetti di vita domestica. Dell’illusione di una vita domestica che rovi e cespugli e alberi tenevano al riparo e che adesso è stata spazzata via…
il trenino, 8
… Poco prima che il binario salga sul ponte sul fiume. Sulla destra, basta appena allungare lo sguardo. Sulla distesa di macchine lasciate ad arrugginire. In mucchi accatastate le une sulle altre, e portiere squarciate, ferri, tubi contorti. Insomma, il campo dei rottami. Cosa non va? Da qualche parte i rottami si devono pur buttare, direte. Si, certo, forse. Ma quello che non vorrei vedere e’ il tratto dove i tubi diventano lamiere di tetti. E i rottami di ferro trasmutano in casupole. Tutte accalcate l’una sull’altra, l’una che spinge l’altra. E insieme si spingono fino alla sponda del fiume. Che ogni volta mi chiedo com’e’ che le ultime della fila non caschino nell’acqua. E quando d’inverno sale la piena tremo, che il fiume non le porti via. Cosa che finora, almeno su quest’ansa del fiume, non e’ ancora accaduta. Ma temo che prima o poi possa accadere. Allora nulla potra’ la fila di cancelletti sbilenchi, sospesi sull’argine, che qualcuno ha messo a segnare confini d’aria. E non e’ finita li’… (continua)
due novembre…
E comunque, oggi e’ il giorno dei morti… Un pensiero a quei morti di cui nessuno parla. Ancora, dal carcere di Spoleto, una lettera di Carmelo Musumeci, che, parlando di macelleria carceraria, premette un pensiero di Catullo: “Amami quando lo merito di meno, perche’ sara’ quando ne ho piu’ bisogno“… buona lettura.
“Dall’inizio dell’anno i suicidi in carcere sono 55 e nessuno ne parla. Molte persone aldila’ del muro di cinta si domandano perche’ molti detenuti si tolgano la vita. La verita’ e’ che la morte in carcere e’ l’unica cosa che puo’ portare un po’ di speranza, amore sociale e felicita’, perche’ quando ti togli la vita hai il vantaggio di smettere di soffrire. Una volta il carcere era solo una discarica sociale, ora e’ diventato anche un cimitero sociale. E da un po’ di anni a questa parte la cosa piu’ difficile in carcere non e’ piu’ morire, ma vivere.
il trenino, 7
Sì, negli ultimi anni ho affinato molto l’udito, ascolto, ascolto. E osservo. Per frugare nella vita della gente. Che non è cosa molto educata. Ma non posso più fare a meno di guardare dentro i miei vagoni. Anche perché troppo spesso è meglio, credetemi, che guardare fuori. Perché ci sono tratti lungo i quali vorrei chiudere gli occhi per non vedere. Che non è cosa prudente, ma che pure, a volte, di nascosto, faccio. Quando arrivo a metà percorso, ad esempio… (continua)
il trenino, 6
Sentite questa. Un pomeriggio. Due giovani indiani, o forse del Pakistan, non so, ancora non distinguo bene le sfumature delle diverse nazioni. Ma non ha importanza. Due giovani indiani diciamo dunque, sorridono, con il sorriso umido degli orientali, ad una donna a una fermata salita in fretta carica di pacchi. Affaticata? Uno dei due chiede con garbo. Grazie, ma no, non sono affaticata, in fondo e’ appena lunedi’, risponde lei, sorride e si ricompone. A singhiozzo riprende un colloquio di frasi brevi, quelle che nascono dalla curiosita’ cortese, frenata dall’imbarazzo. E voi da dove venite, e la famiglia e bambini, avete bambini? Chiede lei. Uno dei due sorride scontroso, che la donna ancora cerca, l’altro, la famiglia e i figli li ha lasciati nel suo paese, che e’ un nome che non ho ben capito, ma aspetta di tornare a raggiungerli. Dopo un po’ scherzano persino, in quella strana confidenza d’un istante che capita nasca fra chi e’ costretto sullo stesso percorso. I due giovani accennano a progetti, brevi ipotesi di vita. Sospirano dubbiosi. Ma voi avete tutta la vita davanti, dice la donna. Siete cosi’ giovani. Perche’ lei quanti anni ha? …
Giuseppina, la donna del Sud…
Tornando, dunque, dall’incontro con Giuseppina. Giuseppina donna del Sud, portata al teatro Vascello, a Roma, da Pierluigi Tortora. Che entra in scena in silenzio e in silenzio siede al centro del palco. Ma prima, ancora, arriva la sua ombra sbieca, sul fondo, a sinistra. Un profilo appena suggerito dal fazzoletto annodato al collo, come usava una volta, per certe donne di un certo Sud, a una certa età, e da qualche parte si usa ancora… Un lungo attimo di silenzio, come per prendere il respiro, prima di tuffarsi nel racconto. E il miracolo si compie, perché, anche se si scioglie il nodo, e il fazzoletto scivola sulle spalle, anche se a dare voce e pensieri a Giuseppina è lui, sul palco già subito è solo lei. Giuseppina, che è nata, vissuta, invecchiata, nel cuore di Caserta, nel cuore di quella che era, così ci hanno insegnato a scuola, Terra di Lavoro. Che sgrana un rosario di nomi, i nomi della gente che ha accompagnato le età della sua vita lunga quasi quanto un secolo. Che ora racconta, così, semplicemente, come sanno, o sapevano raccontare, le nonne quando i più piccoli chiedevano. E bastava una sedia, e intorno, la voglia di ascoltare chi tiene che contare, così, semplicemente, perché questo è il fatto, bello e pulito.
il trenino, 6
E’ vero, sono curioso. Osservo, scruto, ascolto. Temo possa capitare un giorno di finire fuori dai binari. Ma la gente! Rimane lo spettacolo più bello del mondo. Chi lo aveva detto? Non ricordo, ma sono d’accordo. Devo confessare che ci sono giorni in cui penso di adorare questa mia gente, che accompagno dal centro alla periferia, e dalla periferia riporto al centro. Ha in sé un sentimento della vita che mi commuove. Che mi fa sorridere, a volte… (continua)
il trenino, 5
E’ solo piu’ tardi che arrivano le filippine. Loro, si’, silenziose e quiete. Non parlano. Scendono tutte alla prima fermata, che e’ ancora citta’. A servire le case dei quartieri alti. Dove non e’ educato arrivare troppo presto. E poi, sempre alla stessa ora, c’e’ un giovane uomo. Accompagnato da uno splendido labrador. Anzi una splendida labrador. E’ femmina. Ho sentito con quanta dolcezza ne sussurrava il nome. Femmina e francese. Che anche in francese risponde ai comandi, perche’ e’ li’, ho capito, che le e’ stato insegnato a essere guida per ciechi. Ha il volto gentile, il giovane uomo. A volte incontra qualcuno con cui affabilmente chiacchiera. Ma piu’ spesso il viaggio e’ un colloquio muto di tocchi d’intesa con la sua attenta guida. Che non sbaglia un tempo, che sempre sa dove condurlo. Aux animaux! Si’, agli animali. Penso sia la dedica piu’ bella che di un suo libro uno scrittore abbia mai fatto. In questo momento mi sfugge il nome, dell’autore, ma, ricordo bene, l’ho letta. E’ che un po’ comincio ad arruginirmi anch’io… (continua)