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    Pensiero d’inizio dicembre

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    “Sciagura a te / Paese dove uno schiavo è re / E dove i capi mangiano il domani // Te beato /Paese dove regna / Nobile prole // E dove i capi mangiano quando è ora / Per avere forza e non per crapulare” .

    Ancora il grido di Qohélet, per un pensiero d’inizio di dicembre. Pensando agli scranni vuoti di un Parlamento chiuso e alla sciagura di capi che il domani, forse, l’hanno già mangiato… Buon dicembre a tutti.

    Per salutare novembre

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    Per salutare novembre.

    “(…) Tutto quello che la tua mano / Sarà capace di fare / Fallo finché ne hai forza /// Perché non c’è azione /// Non c’è invenzione /// Non c’è pensiero /// Non c’è sapere /// Nella Terra dei Morti dove andrai ”

    Un respiro di Qohélet. Pensando a questo mese che va via, insieme a Mario Monicelli, che ha deciso di andarsene a modo suo. Forse, chissà, desiderando di non voler rimanere prigioniero, di membra morte. Dopo aver tanto fatto, inventato, pensato, agito. Dopo aver ancora, finché ha potuto, fino all’ultimo incitato. Avrà gradito, immagino, lo striscione degli studenti, questa mattina a manifestare nelle strade. “Ciao Mario” diceva. “La faremo ‘sta rivoluzione…”

    Linguaggi…

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    Leggendo, il prezioso libretto di Zagrebelsky sulla lingua del nostro presente. Quasi un notebook dove è appuntato cosa è accaduto in questi ultimi anni al nostro parlare. Alle parole, deformate e usurpate nei modi di un linguaggio pubblico che è diventato, ahinoi,  anche privato. Sintomo “di una malattia degenerativa delle vita pubblica, che si esprime in un linguaggio stereotipato e kitsch, proprio per questo largamente diffuso e accolto”, come si legge in bella evidenza sulla copertina. Leggendo, di modi e metodi che sono riusciti a far diventare parte di un lessico dell’ostilità e delle contrapposizioni persino una parola che dovrebbe rappresentare tutti e significare per noi il tutto, la parola italiani. Leggendo, di frasi, parole, ripetute e ascoltate fino all’ossessione, usate dalla politica e amplificate dai mezzi di comunicazione, fino a tessere una rete di significati che, per quanto impropri o forse proprio per questo, ci imprigionano, e sembrano dare consistenza di realtà a cose che in realtà non sono. E rendersi conto, a pensarci bene, di esserci dentro fino al collo. Anch’io, che sempre brontolo sull’uso delle parole, e attenti a questo e attenti a quello, e la precisione, e le parole sono pietre… Mi torna in mente il mio piccolo apporto, come operatore dell’informazione, a questa lingua falsata. Ecco, confesso: qualche anno fa o qualcosa di più, rivedendo un titolo per il telegiornale (il nostro telegiornale di Stato della Tv di Stato ). Nel testo c’è la parola premier (cominciava allora a comparire qua e là, all’inizio quasi di soppiatto, come qualcuno che arrivi con finta distrazione fischiettando, a far finta di nulla…). La parola è sbagliata, sollevo la questione da maestrina dalla penna rossa. Il premierato in Italia, almeno per ora, non esiste, dico. Si dice Presidente del Consiglio, dico. “Troppo lungo” taglia corto il superiore di turno. “Non entra nella riga. Si scrive premier“, ha concluso definitivo. Non mi occupo più di titoli. Da allora, non so se mai più qualcuno si sia posto il problema… Quel che è certo è che ormai in un paese che premierato non ha, sembra non esista alternativa a definire premier chi, leggi alla mano, premier non è, e chissà se mai lo sarà.

    Baccanti…

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    Donne…..

    Tragicamente, nei versi di Euripide…

    “E sui loro capelli portavano fuoco, / ma non le bruciava. / Gli uomini accecati dall’ira / per  il saccheggio delle baccanti correvano alle armi. / E allora, mio signore, fu uno spettacolo terribile a vedersi: / agli  uomini la punta delle lance non si bagnava di sangue; / quelle, invece lanciavano i tirsi, / li ferirono e li misero in fuga, gli uomini,  /e loro erano donne!”

    foto di Daniela Morandini

    Pensiero di metà novembre

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    Ascoltando il rumore della pioggia, che non fa che battere, e battere, e battere…. forse per non pensare a quanto e quanti fuori annaspano nell’acqua e nel fango…   riemerso chissà da dove, così ripensando a le dame, i cavalier, l’armi, gli amori… forse sognando, di un volo fin sulla luna, a raccattare senni perduti…

    il trenino, 14

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    Oggi è finalmente domenica. Giorno di tutto riposo. Anche un po’ triste, però. E’ il giorno delle vedove. Si riconoscono subito. Salgono, abbracciate a larghi mazzi di fiori. Margheritone, bianche e gialle. Calle, a volte. Crisantemi, soprattutto, nei giorni che per tutti è il tempo di festeggiare i morti. Le vedove, i loro morti li vengono a trovare ogni domenica. Al cimitero a pochi passi dal capolinea, che è il più grande della città. Sono, anche loro, una volta alla settimana, una piccola comunità viaggiante. Si accompagnano, a volte, fra amiche. Qualcuna è sola. Domenica scorsa, una di loro è salita a bordo con un gran mazzo di fiori lilla, tirando al guinzaglio un bastardino dal pelo bruno e lungo. Veniamo a portare i fiori a mio marito, ha subito informato la signora che le sedeva di fronte. Veniamo ogni settimana. Vedete? Da quando lui è morto la mia vita è finita. Anche lui, indica il cagnolino, gli era troppo affezionato. E’ morto da più di cinque anni, ma è come se fosse il primo giorno. Anche per lui, vero Billy?

    Dramaturg

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    Studi di Estetica, rivista semestrale fondata da Luciano Anceschi (Clueb editore, Bologna) dedica gli ultimi due numeri a Luigi Gozzi. Daniela Morandini, sua amica e allieva, ne scrive così.

    Gli ultimi due volumi di questa rivista così bella, quasi d’altri tempi, ricompongono e scompongono la poetica di Luigi Gozzi, uno dei drammaturghi più rigorosi del teatro di ricerca della fine del ‘900. A due anni dalla morte, la poetica di Gozzi scorre attraverso le sue regie e i suoi scritti: Jenet, Artaud e Jarry. E, sorpresa, attraverso una pièce inedita: Diderot. Ci si ritrova così, ancora, dentro al Teatro delle Moline, quella scatola nera con due entrate/uscite in fondo al palcoscenico, nel centro di Bologna. In questo spazio, Gozzi ha lavorato per più di trent’anni, sulle parole della commedia, sulla fisicità dell’attore, sulla trasmissione del sapere. Qui sono cresciute almeno due generazioni di persone. -Due destini gemellati- dice di lui Renato Barilli raccontando di un viaggio fatto insieme nella Parigi esistenzialista degli anni ’50. Ricorda di quando, ancora ragazzi, incontrarono quel “gran pescatore di uomini” che era Luciano Anceschi. Ripercorre l’esperienza del Gruppo 63, che tanto ha dato alla sperimentazione della forma.

    il trenino, 13

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    L’ultimo giusto l’altro ieri. Al ritorno nell’ultimo tratto, nel tardo pomeriggio, quando alla fermata appena precedente l’arrivo al capolinea, i vagoni si affollano all’inverosimile. La scena di sempre. Visi stanchi, turisti stupefatti, volti che sudano, qualcuno che ride, qualcuno che borbotta, qualcuno che già dorme. E ressa alle porte, gomiti nei fianchi, piedi che calpestano, che è sempre il rischio più grande per chi non trova da sedere. Salgono un uomo e una donna. Lei piuttosto truccata, lui di un grigio gentile. Forse amici, forse il sospetto di un garbato corteggiamento, come accade fra persone di una certa età. Stretti in un angolo, sul volto di lei si disegna una smorfia di inquietudine. Lui continua a sorridere, mentre in qualche modo fa scudo con il suo corpo prosciugato al corpo più corposo di lei. La rassicura. Basta che stai attenta ai piedi, le dice, attenta a che non ti calpestino. Basta che stiamo fermi in quest’angolo. Che fra non molto si riscende. Sarà breve, sarà breve. E poi, come recitando un versetto, bisogna avere fiducia nel futuro, dice, bisogna avere pazienza nel presente, dice. Gocce di saggezza, come un brillare inatteso di lucciole, nel buio di questi tempi amari. Quel che basta, e più lieve mi appresto a un altro ritorno. (continua)

    il trenino, 12

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    … Poi ci sono i musulmani del venerdì. I vagoni si riempiono di voci e abiti e colori di un altro mondo, che poi è già anche il nostro. Il tempo di tre fermate. Scendono tutti alla stazione della Moschea. Due settimane fa hanno affollato i vagoni all’inverosimile. Tanto che ho percepito fra l’altra gente qualche timore. Qualcuno ha cercato di spiegare che non c’era da avere paura di nulla, che forse andavano a pregare. Ma come mai tanti, quest’oggi, ha chiesto qualcuno altro. E’ seguito un confuso dibattito. C’è stato un consulto. Nessuno che avesse una risposta certa. Alla fine un uomo, fino ad allora assorto nella lettura di un giornale, ha detto che si trattava della fine del Ramadan. E tutti si sono acquietati. Questione di immigrati… E che volete, sono un trenino di una linea che porta in periferia, mica un tassì che fa servizio per signore fra i Parioli e Piazza di Spagna. E ora che ci penso devo dire che mi annoierei. Fra i Parioli e Piazza di Spagna, ovviamente intendo. Sarei più povero, sì. Più povero di tutti i preziosi appunti sulla vita che in questi anni ho registrato. L’ultimo giusto l’altro ieri… (continua)

    il trenino, 11

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    …Comunque, anche solo a guardarsi qui intorno, non c’è davvero il rischio di annoiarsi. Ci deve essere un centro di salute mentale, da queste parti. Dietro la collina, credo di avere sentito. Uno di quei centri, diurni, li chiamano, dove, mi sembra di capire, si vada qualche ora, per un trattamento e via. Bèh, un giorno quei malati devono essere usciti tutti alla stessa ora. Perché alla fermata a metà strada, quella in linea d’aria sotto la collina, è salito un gruppetto di persone dall’aria davvero strana. Educati e composti, per carità. Ma di una compostezza compressa, che per un attimo ho temuto potesse, come dire, uscire dai binari. Gli sguardi. Qualcuno fin troppo mobile. Qualcun altro, fin troppo fermo. Un giovane uomo, magro magro, alto alto e tutto vestito di nero, con gli occhi fissi a scavare nel vuoto.