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    Gli uomini ombra

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    Iniziando l’anno in compagnia degli uomini ombra, “Uomini ombra e altri racconti”, di Carmelo Musumeci. Sì, lo stesso Musumeci che ogni tanto si affaccia su questa riva, con i suoi messaggi in bottiglia lanciati nel mare della nostra indifferenza dal Carcere di Spoleto, dove sconta una condanna all’ergastolo senza benefici. Iniziando dunque l’anno in compagnia della paura, che davvero viene leggendo di vite dietro le sbarre. Vite senza alcuna via d’uscita. Crude, disperate, quasi tutte che finiscono male, perché non si può che finir male in un mondo chiuso al mondo, dove serpeggia uno stato d’illegalità permanente, dove lo stato di diritto muore, se di fatto muore, con l”habeas corpus”, una parte portante delle sue fondamenta. Gli uomini ombra di Musumeci ce lo ricordano ad ogni pagina, e leggendo sappiamo che le loro sono storie vere, anche quando il racconto inizia con la premessa: questa non è una storia vera. E cosa c’è di più vero dell’Assassino dei Sogni. Domina su tutto e su tutti, e lo vedi e lo senti, fatto di pietra, fatto di ferro. Organizza la vita delle sue vittime in modo da proibire loro di sognare, mangia l’anima, il cuore e l’amore dei prigionieri. Le storie di questi uomini ombra sono le stesse di cui leggiamo distrattamente nelle cronache che parlano di carceri affollate, di morti non chiare, di lividi, di suicidi. Ma siamo abituati a pensarle lontane, a pensare che non ci riguardano, che mai ci riguarderanno. E forse questa è la crudeltà maggiore che possiamo riservare loro: abbandonarle, le storie di questi uomini, al di là delle mura del carcere, ben chiuse nel buio delle loro celle. Ed è la solitudine dal mondo, l’isolamento dalla vita, che forse fa più paura. Questa paura e questa disperazione i racconti di Musumeci ce le riporta vive e palpitanti e sanguinanti davanti agli occhi. Con una scrittura forte, diretta, feroce e dolorante, come sa essere la vita. ….

    Pensiero di fine anno

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    Inciampando in Hermann Broch, e nei suoi Sonnambuli. Gli incontri non si fanno mai per caso, anche se, ad essere onesti, questo libro sono proprio andata a cercarmelo. Dunque, pensiero di fine d’anno affidato a questo brano, quasi allo spirare del secondo volume della trilogia, Esch o l’anarchia. “Perché nulla si adempie nella realtà, ma la strada della nostalgia e della libertà è infinita e il nostro passo non la misura mai; è stretta e aberrante come quella del sonnambulo, eppure conduce tra le braccia della patria a sentirne il respiro. (…) Egli parlava con mamma Hentjen della libera America, della vendita dell’osteria e del matrimonio, come con una bambina che si accontenta volentieri (…). Andavano tenendosi per mano, se pure ognuno su suo sentiero diverso e infinito. Quando si furono sposati ed ebbero malamente svenduto l’osteria, ecco susseguirsi  le stazioni lungo la via del simbolo, e insieme verso il sublime e l’eterno che, se Esch non fosse stato un libero pensatore, si sarebbe potuto chiamare divino. Ma egli sapeva che quaggiù tutti dobbiamo percorrere con le grucce il nostro sentiero”. Pensandoci un pò su, invito alla lettura, per questa notte ancora una volta d’attesa che qualcosa muoia e qualcos’altro rinasca. Sonnambuli, appunto…

    I Sonnambuli“, Hermann Broch, ed Mimesis.

    Angeli…

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    … e chissà che non stia guardando proprio il nostro angiolino disegnato sull’asfalto, questo altro, più severo angelo, pronto a spiccare il volo dal cielo sopra Berlino. Per planare fin quaggiù, e accettare, scegliendo le nostre strade, di diventare umano. Almeno un po’. Il tempo di sedersi, accanto a noi, su un marciapiede, e ascoltare quello che avremmo da dirgli. A proposito di desideri non ancora del tutto spenti.

    Angeli

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    Riprendendo, dopo una breve sosta, per il tempo del Natale. Con l’immagine di questo angiolino che Emanuela Bussolati (architetto dei sogni, ricordate?) ha disegnato sull’asfalto. In difesa del diritto costituzionale alla cultura, alla scuola, all’arte. Ripensando, alla scritta proprio ieri letta sul muro, in un vicolo di Napoli, a due passi da San Gregorio Armeno, a due passi da Santa Chiara. Un muro pulito è un muro morto, diceva, la scritta. C’era accanto, disegnato, il profilo di un corpo, disteso e morbido, come corpo ondeggiante di sirena, e peccato che non l’ho fotografato… avreste visto anche voi come quel corpo dolcemente dondolava, e come tutto il vicolo seguendone incantato il movimento palpitava. Un invito, allora, a disegnare pensieri sui muri e sulle strade, colorando le pietre e l’asfalto. Che l’anno nuovo liberi le nostre vie da ogni morto nitore…

    Pensiero di Natale

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    Con il Natale di Ungaretti. A Napoli, il 26 dicembre del 1916. Sussurrando: “Non ho voglia, di tuffarmi, in un gomitolo, di strade. Ho tanta, stanchezza, sulle spalle. Lasciatemi così, come una, cosa posata, in un angolo, e dimenticata. Qui, non si sente, altro, che il caldo buono. Sto, con le quattro, capriole, di fumo, del focolare“. Forse, è lo stesso pensiero dello scorso anno, e dell’anno precedente ancora. Ma la preghiera è ancora la stessa. E le capriole, di fumo, più di quattro, ancora invadono, fantasmi, il focolare.

    Lettera di Natale

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    Ancora accogliamo uno scritto di Carmelo Musumeci, inviato dal carcere di Spoleto. Questa volta è una lettera di Natale. Ma sembra, piuttosto, una lunga preghiera. Dalla sua riva lontana. Da mettere accanto al Presepe, anche se Carmelo Musumeci premette che, lo sa, non dovrebbe scrivere a Dio perché non crede che esita, ma avendo scritto un po’ a tutti e nessuno gli ha mai risposto, magari, rivolgendosi a Lui…

    Dunque:”Dio, siamo i cattivi e colpevoli per sempre, siamo gli ergastolani ostativi ad ogni beneficio, quelli che devono vivere nel nulla di nulla, a marcire in una cella tutta la vita. Dio, diglielo tu agli umani che la pena dovrebbe essere buona e non cattiva e che dovrebbe risarcire e non vendicare. Dio, l’ergastolano ostativo non vive, pensa di sopravvivere, ma in realtà non fa neppure quello perché l’ergastolo tiene solo in vita. Dio, diglielo tu agli umani che la pena dell’ergastolo non potrà mai essere una pena giusta, perché una pena giusta ha un inizio e una fine. Dio, nessun umano meriterebbe di vivere con una punizione senza fine, tutti dovrebbero avere il diritto di sapere quando finisce la propria pena. Dio, diglielo tu agli umani che una pena che ti prende il futuro per sempre ti leva il rimorso per qualsiasi male che uno abbia commesso.

    Omicidi volontari

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    A proposito di parole. A proposito della richiesta di 16 anni e mezzo di reclusione per l’amministratore delegato della Thyssen, per omicidio volontario. Per i sette morti nel terribile rogo di tre anni fa. Non era mai stato contestato a un imprenditore l’omicidio per la morte sul lavoro di un dipendente. Accusa di omicidio, dunque, per aver rinunciato, nel caso della Thyssen, a investire nella sicurezza antincendio, accettando quindi il rischio di un disastro. “Accettandolo” per gli operai, naturalmente…  Una richiesta, questa, che sembra un po’ rimettere le parole giuste al posto giusto. Un tempo ( anni Sessanta… Settanta?) quando si moriva sul lavoro si parlava di omicidi del lavoro, per indicare con chiarezza la responsabilità dei sistemi di produzione, per mancanza di misure di sicurezza e quant’altro. Poi, a poco a poco, quel termine è andato scolorendo, e omicidi del lavoro sono diventati omicidi bianchi, facendo così sbiadire anche la coscienza di responsabilità possibili. E questa definizione un po’ più “pulita”, decisamente più “politicamente corretta”, mi ha sempre fatto pensare alla lupara bianca, l’omicidio di mafia eseguito in maniera che non rimanga traccia del morto e quindi del delitto. Far scomparire la vittima sul lavoro è sempre risultato un pò più difficile, più semplice è stato ammorbidire, fino ad annullarla, l’idea di responsabilità penali, della fisicità possibile di responsabili. Così, un altro piccolo passo ancora e come per magia è sparito anche il termine omicidio. E si è parlato solo di morti, parola terribile anch’essa, ma che precipita in un vuoto assoluto di responsabilità. O meglio nell’irresponsabilità, come insinuando l’idea che sul lavoro, si sa, si può anche morire. Morti, dunque, rimaste bianche, per giunta… a renderle quasi più lievi, accettabili, persino. Chissà che queste parole, omicidio e volontario, pronunciate in un’aula di Tribunale, riescano a rendere un pò meno distratto e pigro anche il nostro parlare quotidiano.

    Barche volanti

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    Dalla riva lontana dell’isola di Lampedusa, arrivano come fogli portati dal vento, le immagini di un calendario. Che l’anno che verrà vuole salutare con danza di barche volanti. Perché, dicono, lì il mare è così limpido che le barche appaiono come sospese nell’aria. Perché, dicono, le isole dell’arcipelago delle Pelagie possono ben rappresentare le isole del sogno. Per chi arriva dalla riva ancora più a sud e per chi arriva dal nord. Migranti e turisti insieme, insomma. Ne sembrano convinti gli amministratori dell’isola. D’altra parte, ricordano, “o dolce musa, portami a Lampedusa”, cantano i Sud Sound System… row row to Lampedusa we go go go for a better life… . Un canto che forse ancora, sommesse, bisbigliano quelle altre navi che, portate dal mare, ora riposano coi loro sogni distrutti….  Sognando che tutte, ma proprio tutte un giorno possano riprendere il volo. Noi ce lo auguriamo, e lo auguriamo a tutti, con questo anticipo di sogno, per l’anno che verrà..

    (foto di Daniela Morandini)

    Linguaggio, linguaggi…

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    A proposito di parole. Di imposture, piuttosto, che, ripetute fino all’ossessione, finiscono col divenire vere… Ascoltando questa mattina di “mani in tasca agli italiani“. Messe o non messe, quelle mani, in tasca agli italiani, ma non è questo quello che importa. Quello che importa è che il legittimo e civile rapporto fra uno Stato che chiede il pagamento di tasse e il cittadino che quelle tasse paga perché lo Stato ( così, banalizzando) bene o male funzioni, è diventato luogo di un disprezzo reciproco. Con quelle cinque paroline che alludono a gesto da ladro, che lo Stato sempre e comunque compirebbe, chiedendo il pagamento delle tasse. Con quelle cinque paroline, che trasformano ciascuno di noi in cittadini in fuga, orgogliosamente, arrogantemente, dai doveri di cittadinanza… ormai tutti legittimati a difendersi in ogni modo da quelle “mani” che vogliono entrare nelle nostre tasche, con miserabile gesto da ladruncolo metropolitano…  Parole che sono veleno, iniettato a poco a poco nelle vene. Veleno che già invade il nostro corpo. Arriva, ce ne siamo accorti?, a inondare il cervello, che per un po’ annaspa, poi, affogandovi, si spegne …

    8 dicembre

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    Passando, lungo strade all’improvviso affollate. Prove, forse, della festa che verrà. E piombare alle spalle di un breve muro di folla, che sbarra il passaggio ai bordi della strada, per scoprire che è lì ad aspettare che il Papa compia il percorso che sempre compie, ogni anno, in questo giorno, a quest’ora, dalla sua basilica alla piazza dove in alto, in cima in cima alla colonna, sta la Madonna dell’Immacolata. E aspettare insieme a quella gente di vederlo infine passare. Il Papa, vestito della mantella rossa, in piedi sulla macchina bianca, blindato nello scudo di vetro che lo tiene al riparo… Sorprendersi di scoprirlo minuto, e curvo e lontano, per quanto lì a due passi, nella sua scatola di vetro blindato. Sentire, qualche commento distratto, uno sparuto battito di mani, così sparuto e frettoloso che quasi gela il cuore. E poi la folla già si scioglie, per subito sciamare inseguendo il suo vagare. In attesa del Natale che verrà.