Invito a un viaggio. In una delle realtà più vivaci che possiate immaginare. Parola di Giuseppe Marcenaro. Che dopo, si immagina, attenti sopralluoghi nello spazio e nel tempo, traccia per noi un percorso a spasso per quel territorio “oltre” che sono i cimiteri. Sì, proprio così, in quei luoghi dove, assicura, tutto si svolge sotto mentite spoglie. Narratore di rara finezza, Marcenaro, riesce a condurci per mano, fra lapidi e ossari, riempendoci gli occhi e l’anima del palpitare dei vivi. I vivi che furono. I vivi (ma ne siamo sicuri?) che siamo. E così, seguendolo, trascinati contro corrente lungo la spirale dello spazio e del tempo, ci vengono incontro Rimbaud, Valéry, Rasputin e gli esuli di Madre Russia, Foscolo, Billy the Kid e Calamity Jane, Poe e tutti i poveri morti degli ossari sul fianco di Poggioreale, e tanti altri ancora. E tutta la folla di uomini e donne che nutrirono, o portarono via, il loro tempo… Ciascuno racconta la propria storia, e sono tutte, è proprio così, storie di rimpianti e di follie. E tutti insieme tessono la folle trama che compone il mondo. Quello loro e questo nostro. Che è poi la stessa cosa…
Narratore di rara forza, Marcenaro. Ci prende per mano e non ci molla più. Strappandoci sorrisi, a volte. Portandoci, a volte, sul confine del pianto. Riesce a confonderci e, quasi in ipnosi, ci si lascia condurre fino all’ultima stazione, di questo viaggio impossibile, a rendere omaggio, noi vivi (ma alla fine ne siamo ancora sicuri?), ad ognuno dei suoi vivissimi morti. Confermando così quello che noi, che di non luoghi viviamo, abbiamo sempre sospettato. Che cioè a volte tornano, quelli che si sono nel passaggio smarriti. E che i più rimangono fra noi, acquattati nelle nostre teste e nei nostri cuori, pronti a sbucare fuori. Da una foto, da un quadro, dalla polvere di un libro, da un graffio sulla pietra…
Giuseppe Marcenaro, Cimiteri, storie di rimpianti e di follie, ed Bruno Mondadori
… e’ che forse per vederla bisogna aspettare la luce tranquilla che anticipa il tramonto. Quando anche lei un poco si acquieta, dopo tutto il lavorare del giorno. Su e giu’, su e giu’ per la casa, avanti e indietro, avanti e indietro, perche’ nessuno con animo cattivo si avvicini. Ed e’ l’aria che fa respirare le mura, ed e’ la linfa che nutre le foglie del giardino. Lo spirito buono che abita le case. Finche’ nessuno l’offenda. Finche’ ancora si abbia premura di lasciare a tavola un posto per lei. Bella ‘mbriana. Che gioca a nascondersi come vento fra le tende… Tradita, vedete?, dal raggio inclinato di sole che ora la trafigge… Ma attenti, attenti a non disturbarla. Solo, si puo’, a bassa voce, soffiare un saluto… Bonasera bella ‘mbriana mia, / rieste appiso a ‘nu filo d’oro /aspettanno ‘o tiempo asciutto / bonasera a chi torna ‘a casa c’o’ core rutto…
Un volo, per questa domenica di fine luglio. Su ali di versi.
E chissa’ dove e’ andato a finire. Magari solo nascosto appena appena piu’ in la’. Stanco dello sguardo curioso degli altri. Una donna l’ha visto. All’alba di ieri, portare via le sue cose. Due sedie, un tavolino, due scatole di cartone, un lume, una gabbia vuota di canarino. Una valigia, si sospetta, di libri. La donna l’ha visto ma, distratta da un urlo di sirena, si e’ affacciata sul vicolo accanto e quando e’ tornata non c’era gia’ piu’. Solo ha lasciato, per qualcuno che ancora proprio voglia andarlo a cercare, un cartello bugiardo. Piu’ avanti, sembra, indicare. Ma ridendo, vedete?, una mano di vento, gia’ lo sta piano piano togliendo…
(…) Notai un’apertura nella recinzione che era stata messa intorno alle case e la varcai. Attraversai la facciata di un edificio che doveva aver contato almeno due secoli. Su di me lo stesso cielo azzurro. Non c’era traccia di soffitto, come se l’ultmo piano fosse stato tranciato di netto dal colpo di un’enorme sciabola. In alto, sulla mia testa, i bordi sfrangiati di un ballatoio al quale portava una larga scala di pietra. La scala continuava ancora con qualche gradino oltre il piano del ballatoio, per poi troncarsi mezz’aria. Di tutta la pavimentazione erano rimaste solo tracce di mattoni crepati. Unico segno di una vita lontana, il corpo di una vecchia stufa di ghisa, nell’angolo che avevo di fronte. Poi solo pietre. Pietre e polvere. Tanta polvere d accecare l’aria tutt’intorno. Feci un giro su me stesso, puntai l’occhio dentro il mirino e partì l’intero caricatore. Sulla scarica degli scatti l’ombra di una grossa lucertola si affacciò da un mattone. Il rettile sgambettò fino al davnzale del finestrone che si apriva alla mia destra. Mi lanciò un’occhiata, infastidito, prima di immergersi nell’esterno. Nessun’altra traccia di respiro. Solo pietre, e polvere, e qualche stelo di erba disidratata.
Poi disse alla donna: “Moltiplicherò la sofferenza
Sogno d’una notte di mezz’estate. Nell’incanto del Teatro di Ostia Antica. Ipnotizzati dal canto di Ian Anderson, pifferaio magico dei Jethro Tull. Ancora, quarant’anni dopo, a incantare con trilli, frulli e scale come fuochi d’artificio. Soffi magici, che diventano vento, e l’illusione e’ che in questa notte immobile d’afa, le chiome immense dei pini alle spalle del palco ondeggino anch’esse. Mosse, dal vento della musica. E ondeggia e sussulta con i pini, tutta la platea di giovani d’oggi e di giovani del tempo che fu, legati insieme da un’unica fascinazione, scritta sul pentagramma di uno spartito lungo quattro decenni. Per tutti ritorna la danza festosa e struggente intorno alla suite per liuto di Bach. Soffi di vita, che sfiorando, lasciano, sulla pelle, brividi.
Tornando, alle cronache dalla riva, così vicina, così lontana, di chi vive in carcere. Arriva dalla redazione di CarteBollate, periodico di informazione della II casa di reclusione di Milano Bollate, la segnalazione di alcuni articoli, che volentieri segnalo. Come l’intervento del provveditore alle carceri della Lombardia Luigi Pagano, che spiega che a dieci anni dalla nascita del carcere di Bollate non ha nessun senso parlare di sperimentazione. “Io parlerei” dice Pagano, “di applicazione dell’ordinamento penitenziario. Noi continuiamo a parlare di progetto, ma ormai si deve andare sistema. La sperimentazione è sempre a rischio…. Qui invece la fase di collaudo è ampiamente superata, Bollate è un progetto che tutti aspiriamo a far diventare traccia su cui far crescere esperienze analoghe”. Parla anche, Pisapia, del fallimento del piano carceri del governo. Parla, dei detenuti in carcerazione preventiva, che sono oggi più del 51 per cento. Convinto com’è, Pagano, che sia indispensbile prevedere per molti reati sanzioni non detentive e un ritorno all’originario piano della legge Gozzini, “falcidiato da continue restrizioni e divieti assurdi e controproducenti”. Si segnala, anche, l’editoriale di Susanna Ripamonti, a proposito dell’interesse dei costruttori edili per il piano carceri: “il sito che riporta le informazioni più dettagliate e precise è stranamente edilportale.com, il motore di ricerca dell’edilizia”. Costruttori, edilizia, carceri… pensandoci un pò su…
A proposito di fingimenti, ma senza poesia. A proposito di maschere che cadono. Ieri, un anno fa, un casco da pompiere, oggi, un casco antisommossa. La vignetta di Vauro, questa mattina su Il Manifesto, commenta così la brutta pagina di ieri, l’inimmaginabile trattamento riservato ai cittadini dell’Aquila, venuti a Roma per raccontare la verità della loro città abbandonta. Abbandonata e tassata, chiusa la parentesi dei sorrisi in vetrina per il G8, dopo l’enfasi della consegna di chiavi delle new town. New town, come suonano male queste due parole, oggi che la città vecchia è tutta qui, a gridare la sua agonia… Dopo i sorrisi e la retorica, dunque, manganelli di rabbia. Manganelli… anche questa, brutta parola per un brutto oggetto. Ombra del tempo che pensavamo alle spalle… Azioni di contenimento, si chiamano, comunque, oggi. Stringono il cuore le parole del sindaco dell’Aquila, a Roma, insieme alla sua gente a prendere botte: “Non meritiamo di essere trattati così”. Già, almeno un pò di rispetto per i terremotati…