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Non riusciva a trattenersi dal ridere, Boh, mentre mi metteva sotto gli occhi questo imbarazzante scritto. Un take impazzito, gli ho subito spiegato, contatto smarrito di qualche rélé e le parole perdono il loro senso. Ma non capivo il perché di tanto divertimento.
“No che non hanno perduto il senso” mi ha corretto. “Ho semplicemente impiegato i tasti ignorando ogni convenzione”.
E’ proprio lei. Polly. E dietro di lei Dino, Branko, Pupo, e gli altri. Tutti allineati nell’infinita teoria di grida di silenzio. Polly. Mi ha percepito. Mi ha sentito. Non parla. Ma il suo occhio rovesciato nel vuoto mi sta cercando. Ecco, mi vede. Diomio, già più non mi vede. Uno scatto meccanico devia verso destra il movimento dei binari aerei. E’ uno scorrere lento, inarrestabile. L’ho di nuovo persa. Polly nascosta dalle sagome di Dino, Branko, Pupo, di tutti gli altri, ora scossi da fremiti elettrici. Ecco, svolto anch’io. Non posso che seguirli. E cosa sarei mai io senza Polly, senza tutti gli altri cresciuti con me, intorno a me, su di me, dentro di me, in una ressa senza la tregua di un respiro. Questo spazio che ora mi separa da loro, questo vuoto tra la mia testa e il suolo, mi sta dando la nausea. Il sangue mi affolla la testa. Ma perché nessuno tenta più di risollevarsi? Ecco, qualcuno ancora sbatte un’ala… Un altro scatto di ferraglia e rivedo Polly. Polly. Non reggo la vista del tuo sguardo tramortito. La tua testa all’ingiù sul vuoto. Le tue cosce, così indecorosamente divaricate, legate ai ganci del binario che ti porta via… Se tu potessi almeno chiudere gli occhi. Non vedresti nei corpi ora squartati degli altri, il tuo corpo violato. Si io potessi almeno chiudere gli occhi. Non vedrei nei tuoi occhi ancora pulsanti l’orrore meccanico che sta per lacerarmi l’anima.
25 aprile. Festa della liberazione dall’occupazione nazi-fascista. Sessantacinque anni dopo. Invito a leggere “Storie di una staffetta partigiana” di Teresa Vergalli. Aprendo magari, a caso, a pagina 201, per ricordare protagoniste dimenticate. Le donne. Che solo nella provincia di Reggio Emilia, ricorda l’autrice, sono state 1188, su 9554 patrioti e partigiani. 1188, e molte neppure considerate, in quell’elenco. Le donne, lasciate nell’ombra. Una pagina, anzi pagine e pagine, tutte da riscrivere. “Non c’è soltanto la considerazione che finalmente molti riconoscono che la lotta partigiana non sarebbe stata possibile senza le donne. Le armi le trasportavano loro, i rifugi li offrivano loro, le vettovaglie e i vestiti altrettanto. Senza contare il prezioso sostegno morale. Finita la guerra le combattenti e le fiancheggiatrici non hanno vantato nulla, sono rimaste troppo spesso in silenzio. Credo che in silenzio siano rimaste soprattutto quelle che hanno pagato il prezzo più alto, le torturate, le imprigionate, le violentate”. (Teresa Vergalli, Storie di una staffetta partigiana, Editori Riuniti)
Ancora una cartolina, spedita dal tempo di un desiderio lontano. Sbiadita e sfocata, l’immagine della cartolina. Ma lo sguardo ancora arriva profondo, pieno di tutto lo smarrimento, e lo stupore, e il dolore, non ancora acquietati, per quel desiderio di ali, rimaste in terra…
In questi giorni. D’attesa che la grande nube attraversi anche il cielo sopra le nostre teste, coprendo di nuovo grigio il grigio pallore delle ultime albe. In attesa della grande nube in viaggio dal vulcano dei ghiacci d’Islanda. Eyjafjallajokull. Nome impronunciabile. Come impronunciabile sembra un pensiero. Soffocato dal chiasso delle voci sugli intralci che la nube porta alla nostra vita quotidiana, di passeggeri che hanno perso il volo. Nevrosi dell’oggi… Ma forse il cammino più lento, appena più umano, di distanze da percorrere aderenti alla terra, apre alla mente spazi dove quel pensiero impronunciabile rischia di insinuarsi. Il pensiero di tempi e strade, forse disegni, altri. Lontani e indifferenti al nostro agitarsi quotidiano. Narrazioni di percorsi apocalittici. Scenari da secolo ultimo, anche se a secolo appena appena iniziato. Ma anche grandi, o piccole catastrofi, che uccidendo il vecchio, aprono il terreno a nuove fertilità. Come quella che pure dalla cenere nasce. E viene in mente una narrazione, che questi pensieri ha tradotto in grande romanzo. La nube purpurea,
Foto di Gruppo.
Sabato 10 aprile militari afgani e della coalizione internazionale hanno attaccato il Centro chirurgico di Emergency a Lashkar-gar e portato via membri dello staff nazionale e internazionale. Tra questi ci sono tre cittadini italiani: Matteo dell’Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani. Con queste poche parole, e ricordando che Emergency è indipendente e neutrale, che dal 1999 a oggi ha curato gratuitamente oltre 2.500.000 cittadini afgani e costruito tre ospedali, un centro di maternità e una rete di 28 posti di primo soccorso, l’inivito a stare con Emergency, testimoniandolo sul sito www.emergency.it. Pensando a quanto le guerre, tutte, siano sporche. A quanto essere neutrali dia fastidio a chi fa la guerra. A quante e quanto grandi siano, da sempre, le bugie di guerra…
Fino al 29 aprile, al Teatro delle Moline, a Bologna, uno spettacolo di Marinella Manicardi, ancora una volta con un testo di Marcello Fois. Stanze. Dove affaccirci per trovare cosa? Cosa c’è in queste stanze? Marinella Manicardi, nelle sue note di regia, risponde così…