Foto di Gruppo.
Dal palcoscenico del Teatro Patologico, a Roma, dove si è svolta la prima edizione del Festival del Cinema Patologico, per raccontare e confrontarsi, attraverso filmati, documentari e corti provenienti da tutto il mondo, e far nascere sinergie fra il mondo del cinema e un ambiente in cui si lavora sul disagio mentale e sociale. L’ultima iniziativa di Dario D’Ambrosi, che quel teatro ha fondato e dirige. Foto di gruppo della giuria del festival, che (cosa mai vista finora) è composta tutta da disabili, soprattutto da persone con disabilità psichica.. Stefano Nicolò Amati, il presidente, che dai film proiettati in questi giorni aveva detto di aspettarsi “il racconto delle nostre vite, dei nostri problemi, dei nostri amori”. E forse tutto questo ha davvero trovato. Amati, che da 26 anni è attore del teatro Patologico, e che ha ancora un sogno: recitare a Broadway. E che a tutti dedica poesie, che sa improvvisare. Magia del teatro. Di questo teatro, che ha reso possibili parole e pensieri altrimenti impossibili. Roba da matti! La giuria, fra l’altro, ha voluto dare una menzione speciale a un filmato che racconta di uno dei passatempi dei nostri tempi annoiati: vestirsi da antichi guerrieri e simulare (simulare?) combattimenti nei boschi alle porte della città. La motivazione: quelli sì, che sono matti!
Sabato 10 aprile militari afgani e della coalizione internazionale hanno attaccato il Centro chirurgico di Emergency a Lashkar-gar e portato via membri dello staff nazionale e internazionale. Tra questi ci sono tre cittadini italiani: Matteo dell’Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani. Con queste poche parole, e ricordando che Emergency è indipendente e neutrale, che dal 1999 a oggi ha curato gratuitamente oltre 2.500.000 cittadini afgani e costruito tre ospedali, un centro di maternità e una rete di 28 posti di primo soccorso, l’inivito a stare con Emergency, testimoniandolo sul sito www.emergency.it. Pensando a quanto le guerre, tutte, siano sporche. A quanto essere neutrali dia fastidio a chi fa la guerra. A quante e quanto grandi siano, da sempre, le bugie di guerra…
Fino al 29 aprile, al Teatro delle Moline, a Bologna, uno spettacolo di Marinella Manicardi, ancora una volta con un testo di Marcello Fois. Stanze. Dove affaccirci per trovare cosa? Cosa c’è in queste stanze? Marinella Manicardi, nelle sue note di regia, risponde così…
Ancora sguardi dall’altra riva. E il ricordo della bambina di un tempo, che ancora sente l’eco delle favole che ascoltava da lei. E che fa rimbalzare fino a noi. Un racconto di nonna Rina, dunque… racconto biricchino. Sembra, anche lei, ancora riderne…
E’ presto, perché la maschera cada? Forse… Ma una risposta arriva dalle quinte di un palcoscenico, perché qualcuno, quella maschera, ci ricorda, ha già preferito gettarla…
Anche questa maschera arriva da una riva lontana. Da una casa della Rive Gauche, affacciata sul fiume. Ha attraversato ponti sulla Senna, valicato le Alpi, si è abbandonata a un ballo impazzito la notte di un carnevale, quasi trent’anni fa, fra i canali di Venezia. E la luna era gelida di nebbia. Poggia ora lo sguardo sul tempo. Quello di allora, quello di oggi. E tutto precipita nella fessura cava dei suoi occhi. Tace. Ma conosco l’accento del suo silenzio. Ora straniero, ora salato dell’acqua del Golfo. Ancora non so, se maschio o femmina. Se diavolo o angelo. Se riso o pianto. Gli anni, a poco a poco, tessono ragnatele di crepe, a ferire il cuoio indurito. Ma è ancora presto, forse, perché la maschera cada. Forse.
Un fiume in piena, sembra passato davanti alla riva dove lei smarrisce lo sguardo. E una carezza sbadata d’acqua ha cancellato un tratto di guancia e il dorso della mano, sbiadito chiazze di colore dell’abito. La stessa mano d’acqua che ha graffiato via la foto che certo era custodita nel medaglione appeso al collo di lei. Ritratto d’un amore da portare, poggiato sul cuore, tutta la vita. Ma oltre il fiume del tempo, ritorna, da quella riva, il pensiero quieto di lei, la sua lieve tristezza composta, il segreto delle parole di quel piccolo libro, forse quaderno, forse diario. Che sembra le stia scivolando di mano. Ma che ancora il fiume non è riuscito a strapparle via… Ed è stata forse l’ultima piena, passando distratta, confondendo i colori, sfumando i tratti, a fissare quest’immagine, come su tela…
Storia di Antonio. Nato all’inizio del secolo scorso in una famiglia poverissima, in un paesino alle porte di Milano. Storia di Antonio nato con una gamba più corta dell’altra. E quindi solo un peso per genitori già disperati. Che lo chiudono in un pollaio. In attesa che muoia. Ma Antonio non muore. Le galline, chissà, forse sanno come meglio accoglierlo. Ma dal pollaio Antonio viene portato in manicomio. Dove infine muore. Storia di Antonio, che ora sarà un film. Voluto da quel Don Chisciotte del Teatro Patologico che è Dario D’Ambrosi. Che di questa storia, scovata negli archivi di un manicomio, ha già fatto uno spettacolo teatrale. Da far recitare ai “suoi ragazzi”. Disabili mentali (si dice così?) che nel suo Laboratorio d’Emozioni ritrovano la vita. E cos’è la vita, ci ricorda D’Ambrosi, se non emozioni?