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    Dallo scoglio de Li Galli

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    Pensiero di maggio. Affidato al profilo di Sirena. Che ha qui il volto e il colore ambrato del Sud. E sul suo scoglio, laggiù, a qualche bracciata da terra, si è fermata a guardare la costa. Cosa ha visto? La risposta nella bocca dischiusa di stupore, nel cenno di tristezza del capo inclinato, negli occhi sbarrati, volti altrove. Ma che ancora riflettono le immagini di schermi stregati. Gli stessi che confondono e imbrigliano la nostra vita, quaggiù, sulla riva. Allontana lo sguardo, ma ancora non fugge via, Sirena. Ancora aspetta, chissà…

    Un racconto… 6

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    Non c’era tempo da perdere. Dovevo cercare per ciascuno una soluzione prima che fosse troppo tardi, prima almeno dell’esaurimento delle riserve di latte e caffè che i miei ospiti sembravano apprezzare con eccessivo gusto. Ho quindi elaborato un piano che la mattina seguente ho democraticamente sottoposto loro. Il piano è stato approvato. In base a un incontestabile diritto di precedenza il primo tentativo è spettato a Boh. Così Boh ha varcato il confine di carta di queste pareti. Si è voltato a guardarci salutarlo sulla porta. Ha abbozzato uno sguardo di sfida ma non è riuscito a nascondere il battito di tensione delle ciglia. In bocca al lupo, l’ho incoraggiato. In uno zainetto aveva tutto l’occorrente: un lapis, una matita, una gomma, buona anche per l’inchiostro, un pennarello rosso, uno verde, dieci copie della versione esatta della sua storia, una copia della versione, per così dire, “ufficiale”, alcuni scritti con ipotesi intermedie, mezza risma di fogli di riserva. Gli ho ricordato, particolare da non trascurare, che aveva anche un naso nuovo, di foggia decisamente occidentale. Gli ho raccomandato di darmi sue notizie appena possibile, almeno per le prime ore del pomeriggio. Tutti concordammo sull’opportunità che rientrasse prima di sera. Ma alle cinque del pomeriggio da Boh non era arrivato alcun segnale.

    Storia di Ivano

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    Storia di Ivano, come la racconta Carmelo Musumeci, ergastolano, dal carcere di Spoleto. Cronista, per noi, da quella riva lontanissima che è la reclusione senza spiragli. Una pagina fra le tante, scritte guardandosi intorno, e guardandosi dentro. Urla dal silenzio. Proviamo, qualche volta, ad ascoltare.

    “Ivano è nato il 9/01/1971. Ivano è stato arrestato il 20/11/1991, all’età di diciannove anni. Ivano, quando è stato condannato alla pena dell’ergastolo, pensava che non era ancora morto, perché avrebbe potuto uscire dopo 20, 30, 40, 50, addirittura dopo 100 anni di carcere, in permesso, semilibertà, e in condizionale. Ivano, col suo trentottesimo compleanno, ha passato più anni in carcere che fuori. Ivano ha sempre creduto a quello che sentiva alla televisione e pensava che quello che leggeva sui giornali fosse vero. Ivano ha sempre creduto a quello che dicevano i politici: La pena dell’ergastolo in realtà non esiste perché si può uscire in permesso premio, in semilibertà e condizionale. Ivano è stato un ingenuo: per vent’anni ha creduto che un giorno sarebbe uscito, che un giorno si sarebbe sposato, che avrebbe avuto dei figli.

    Un racconto… – 5

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    Il mattino seguente erano già in tre. Boh, l’assassino e Jimmy. “ Jimmy lo scimpanzé della gabbia di fronte ”, si è presentato il terzo ospite allungando la zampa pelosa. Di fronte? “Di fronte, naturalmente” hanno risposto in coro Boh e l’assassino. “Possibile che bisogna sempre spiegarti tutto?”.Mi hanno messo sotto gli occhi l’articolo di un giornale. Pagine di cronaca locale.

    Titolo: SBRANATO DAL LEOPARDO Catenaccio: La vittima, frequentatore dello zoomercato, aveva preso le chiavi di nascosto. Il felino è stato ferito da una raffica di mitra. Nella foto: il leopardo assassino.

     “Capisci che roba? Mi hanno detto che qui avrei trovato il modo per aggiustare il tiro”.

    Ammetto di essere stato in difficoltà. Metà del mio cervello era impegnato a chiedersi per quale perverso scherzo qualcuno (e chi?) si era preso la briga di indirizzare a me questi strani soggetti. Ma Jimmy, lo scimpanzé, sembrava deciso a non perdere tempo.

    Abissi

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    Un pensiero, per salutare aprile, il più crudele dei mesi. Che ancora genera, come disse il poeta, lillà dalla terra morta. E ancora risveglia desideri sopiti. Affidando il ricordo di aprile allo sguardo di questo mostro marino. Che dall’abisso nasce e sull’abisso spalanca la sua fame di vento. Ma non sa, se davvero ruggire. Vedete? Basta fissarlo diritto negli occhi, che appena sfuggono. E la fessura di un dente appena sbilenco, proprio non riesce a trattenere un sorriso nascosto. Un saluto ad aprile, dunque, con questo sguardo nato da un tuffo nell’acqua di Arianna Papini. O forse da un volo nei cieli delle sue tele, affollate di pesci fuor d’acqua. Che pure, fuori dall’acqua si muovono, sguazzano, si confondono e ci confondono. Attraversano in  silenzio tratti di cielo. E sono farfalle, e sono colombe, e sono bambini. Uomini, a volte. Che come aprile ancora, crudelmente, teneramente, mescolano memorie e desideri…(Abissi, acrilico su tela, cortesia di Arianna Papini)

    Un racconto… – 4

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    Ci siamo ritrovati seduti sul divano della mia stanza. Io e Boh, con gli occhi fissi sul cartone buio delle finestre. “Ti prego, ha sospirato Boh, restituisci a questa notizia un po’ della sua verità”. Puntava su di me un occhio triste e lontano. Ho preso le matite, ho scelto tre colori: bianco, verde e giallo. Sulla parete alla nostra destra ho tracciato due linee parallele e il capolinea di un binario. Ho disegnato una curva seguendo l’angolo della stanza fino ad arrivare al cartone delle finestre. Lì ho lasciato che il binario si perdesse nella notte, ma ho capito subito che Boh vi aveva già scorto sul fondo un’evanescente oasi verde. Mi ha sorriso. “Bene” ha esclamato prendendo appunti in un piccolo notes, che a me sembrò troppo piccolo…

    “Può bastare, mi ha detto con determinazione,…quando i pensieri nascono piccoli…” e si è addormentato prima che potessi avanzare obiezioni che non avevo.

    Ma le sorprese non sono finite qui.

    Nessy

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    Se devo essere sincera, avrei preferito restare nel mio letto di melma e ombre, senza incamminarmi di nuovo attraverso tutto lo spazio dell’acqua per riaffiorare quassù. Ma poi, non ho resistito. Non ho resistito al richiamo di quello sguardo puntato sulla superficie del mio lago. Ne avvertivo il raggio freddo, implacabile. Indifferente, forse, al fastidio che mi dava. E così l’ho visto: un occhio perfettamente rotondo. Nero. Senza battito di ciglia. Aveva la fredda determinatezza delle cose morte. L’ho fissato. Ho sorriso. Ma il riflesso di me che l’occhio di vetro ha catturato è solo un’evanescente curva stralunata. Comunque è stato divertente, poi, sentirli arrivare. Tutti gli altri. In comitive, in coppia, in solitudine. Tutti a puntare sulla superficie quei meccanici occhi di vetro. Spaventati e attratti da me. Dal mostro del lago. Riflesso dell’inconscio buio del loro cuore. Ma nessuno, non così, coglierà mai la verità della cosa mostruosa che sono condannata ad essere. Io, Nessy. Nessuno potrà vedermi, come davvero solo mi hanno vista gli occhi di chi ho abbracciato, stretto stretto fra le curve del mio corpo. Qui, sul letto di melma di questo fondale.

    Un racconto…- 3

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    Non riusciva a trattenersi dal ridere, Boh, mentre mi metteva sotto gli occhi questo imbarazzante scritto. Un take impazzito, gli ho subito spiegato, contatto smarrito di qualche rélé e le parole perdono il loro senso. Ma non capivo il perché di tanto divertimento. Io ero già irritato nel vederlo seduto alla mia scrivania. Vi aveva probabilmente trascorso l’intera notte. Aveva alla sua destra una serie di ritagli di giornale. Foto, trafiletti, articoli, occhielli. Tutti evidenziati da segni rossi tracciati a matita. Doveva averci lavorato l’intera notte. E ora mi mostrava ridendo queste righe di graffiti scomposti, che avevano perduto ogni senso.

    “No che non hanno perduto il senso” mi ha corretto. “Ho semplicemente impiegato i tasti ignorando ogni convenzione”.

    Polly

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    E’ proprio lei. Polly. E dietro di lei Dino, Branko, Pupo, e gli altri. Tutti allineati nell’infinita teoria di grida di silenzio. Polly. Mi ha percepito. Mi ha sentito. Non parla. Ma il suo occhio rovesciato nel vuoto mi sta cercando. Ecco, mi vede. Diomio, già più non mi vede. Uno scatto meccanico devia verso destra il movimento dei binari aerei. E’ uno scorrere lento, inarrestabile. L’ho di nuovo persa. Polly nascosta dalle sagome di Dino, Branko, Pupo, di tutti gli altri, ora scossi da fremiti elettrici. Ecco, svolto anch’io. Non posso che seguirli. E cosa sarei mai io senza Polly, senza tutti gli altri cresciuti con me, intorno a me, su di me, dentro di me, in una ressa senza la tregua di un respiro. Questo spazio che ora mi separa da loro, questo vuoto tra la mia testa e il suolo, mi sta dando la nausea. Il sangue mi affolla la testa. Ma perché nessuno tenta più di risollevarsi? Ecco, qualcuno ancora sbatte un’ala… Un altro scatto di ferraglia e rivedo Polly. Polly. Non reggo la vista del tuo sguardo tramortito. La tua testa all’ingiù sul vuoto. Le tue cosce, così indecorosamente divaricate, legate ai ganci del binario che ti porta via…  Se tu potessi almeno chiudere gli occhi. Non vedresti nei corpi ora squartati degli altri, il tuo corpo violato. Si io potessi almeno chiudere gli occhi. Non vedrei nei tuoi occhi ancora pulsanti l’orrore meccanico che sta per lacerarmi l’anima.

    Un racconto…. – 2

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    Esattamente due settimane fa. Sul cartone di una parete la mattina del lunedì è comparso il profilo di un uomo dalla pelle scura. Come ho fatto a intuire che aveva la pelle scura se il fondo qui è già tutto nero? Ho un istinto che è bene non sottovalutare, e poi si capiva benissimo dalla pronuncia. Più che di profilo, leggermente di sbieco, mi osservava con un grande occhio rotondo che mi sembrava ancora più grande nello sforzo che faceva per guardarmi dalla sua faticosa prospettiva. Non ero stato comunque io a fissarne l’immagine in quel modo, quindi più che avere la mia comprensione… chi sei? gli ho chiesto.

    “Sono l’ultimo nero morto nei dintorni, non sai leggere nel trafiletto che mi accompagna?” ha risposto.

    Quattro righe in grassetto confermavano le sue parole.

    Ha strabuzzato gli occhi per guardare l’orologio sulla parete, e si è corretto: