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    Silenzi

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    25 aprile. Festa della liberazione dall’occupazione nazi-fascista. Sessantacinque anni dopo. Invito a leggere “Storie di una staffetta partigiana” di Teresa Vergalli. Aprendo magari, a caso, a pagina 201, per ricordare protagoniste dimenticate. Le donne. Che solo nella provincia di Reggio Emilia, ricorda l’autrice, sono state 1188, su 9554 patrioti e partigiani. 1188, e molte neppure considerate, in quell’elenco. Le donne, lasciate nell’ombra. Una pagina, anzi pagine e pagine, tutte da riscrivere. “Non c’è soltanto la considerazione che finalmente molti riconoscono che la lotta partigiana non sarebbe stata possibile senza le donne. Le armi le trasportavano loro, i rifugi li offrivano loro, le vettovaglie e i vestiti altrettanto. Senza contare il prezioso sostegno morale. Finita la guerra le combattenti e le fiancheggiatrici non hanno vantato nulla, sono rimaste troppo spesso in silenzio. Credo che in silenzio siano rimaste soprattutto quelle che hanno pagato il prezzo più alto, le torturate, le imprigionate, le violentate”. (Teresa Vergalli, Storie di una staffetta partigiana, Editori Riuniti)

    Un racconto da un’altra riva – 1

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    Buongiorno,

    anzi buonasera, visto che il mio orologio segna le 20 e 57 e vedo che fuori la finestra c’è buio, e sul buio solo due punti bianchi e tre tendenti al giallo. Potrebbero sembrare luci ma sono semplici lampioni disegnati sul cartone nero calato davanti alla mia finestra. Non c’è più luce e ho già sonno. No, non sbadigliate. Come potete pretendere un attacco più allegro e meno sonno, se non riesco a uscire da questa gabbia di carta e di parole. Così buia… okey, okey, sono stato io a voler cominciare… ma cercate di capire, ad un certo momento non ce l’ho fatta più. Ieri, oggi, domani e poi domani ancora, sempre la stessa storia di tutti i giorni: tutte le storie del mondo a scorrermi davanti agli occhi su centinaia e centinaia di fogli di carta stampata. Quotidiani, settimanali, comunicati stampa, flash, scoop attendibili e notizie inattendibili, ipotesi verità e menzogne. Il mondo passato al setaccio della convenzione nera dei caratteri. C’è da impazzire. Qualche amico mi aveva già suggerito di ridurre gli abbonamenti e comunque chiedere al postino di cestinare almeno la metà degli stampati che mi arrivano, ma, distratto e pigro come sono, ho lasciato correre per troppo tempo.

    Enzo

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    Ancora una cartolina, spedita dal tempo di un desiderio lontano. Sbiadita e sfocata, l’immagine della cartolina. Ma lo sguardo ancora arriva profondo, pieno di tutto lo smarrimento, e lo stupore, e il dolore, non ancora acquietati, per quel desiderio di ali, rimaste in terra…

    “A Enzo piacevano gli aeroplani. Tanto che ne aveva costruito uno grande, in balsa. Le ali, la fusoliera, le eliche, la cabina per il pilota. Tutti i giorni studiava pianoforte. Era bravo, ma a lui piacevano gli aeroplani. Quella sera, provava e riprovava il “Chiaro di luna”. Ma i tasti, quelli neri, a un certo punto, non scivolarono più. Come se le corde, dentro al piano, si fossero pietrificate. Allora entrò sua madre. Prese l’aeroplanino di balsa, lo buttò per terra e lo schiacciò coi piedi. Dietro la porta, il fratello più piccolo si mise a piangere. Da allora, spesso, Enzo sognava di volare”. Firmato, Daniela Morandini.

    Nubi

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    In questi giorni. D’attesa che la grande nube attraversi anche il cielo sopra le nostre teste, coprendo di nuovo grigio il grigio pallore delle ultime albe. In attesa della grande nube in viaggio dal vulcano dei ghiacci d’Islanda. Eyjafjallajokull. Nome impronunciabile. Come impronunciabile sembra un pensiero. Soffocato dal chiasso delle voci sugli intralci che la nube porta alla nostra vita quotidiana, di passeggeri che hanno perso il volo. Nevrosi dell’oggi… Ma forse il cammino più lento, appena più umano, di distanze da percorrere aderenti alla terra, apre alla mente spazi dove quel pensiero impronunciabile rischia di insinuarsi. Il pensiero di tempi e strade, forse disegni, altri. Lontani e indifferenti al nostro agitarsi quotidiano. Narrazioni di percorsi apocalittici. Scenari da secolo ultimo, anche se a secolo appena appena iniziato. Ma anche grandi, o piccole catastrofi, che uccidendo il vecchio, aprono il terreno a nuove fertilità. Come quella che pure dalla cenere nasce. E viene in mente una narrazione, che questi pensieri ha tradotto in grande romanzo. La nube purpurea,

    Palcoscenici…

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    Foto di Gruppo.

    Dal palcoscenico del Teatro Patologico, a Roma, dove si è svolta la prima edizione del Festival del Cinema Patologico, per raccontare e confrontarsi, attraverso filmati, documentari e corti provenienti da tutto il mondo, e far nascere sinergie fra il mondo del cinema e un ambiente in cui si lavora sul disagio mentale e sociale. L’ultima iniziativa di Dario D’Ambrosi, che quel teatro ha fondato e dirige. Foto di gruppo della giuria del festival, che (cosa mai vista finora) è composta tutta da disabili, soprattutto da persone con disabilità psichica.. Stefano Nicolò Amati, il presidente, che dai film proiettati in questi giorni aveva detto di aspettarsi “il racconto delle nostre vite, dei nostri problemi, dei nostri amori”. E forse tutto questo ha davvero trovato. Amati, che da 26 anni è attore del teatro Patologico, e che ha ancora un sogno: recitare a Broadway. E che a tutti dedica poesie, che sa improvvisare. Magia del teatro. Di questo teatro, che ha reso possibili parole e pensieri altrimenti impossibili. Roba da matti! La giuria, fra l’altro, ha voluto dare una menzione speciale a un filmato che racconta di uno dei passatempi dei nostri tempi annoiati: vestirsi da antichi guerrieri e simulare (simulare?) combattimenti nei boschi alle porte della città. La motivazione: quelli sì, che sono matti!

    Per Emergency

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    Sabato 10 aprile militari afgani e della coalizione internazionale hanno attaccato il Centro chirurgico di Emergency a Lashkar-gar e portato via membri dello staff nazionale e internazionale. Tra questi ci sono tre cittadini italiani: Matteo dell’Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani. Con queste poche parole, e ricordando che Emergency è indipendente e neutrale, che dal 1999 a oggi ha curato gratuitamente oltre 2.500.000 cittadini afgani e costruito tre ospedali, un centro di maternità e una rete di 28 posti di primo soccorso, l’inivito a stare con Emergency, testimoniandolo sul sito www.emergency.it. Pensando a quanto le guerre, tutte, siano sporche. A quanto essere neutrali dia fastidio a chi fa la guerra. A quante e quanto grandi siano, da sempre, le bugie di guerra…

    Una tragedia ridicola…

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    Fino al 29 aprile, al Teatro delle Moline, a Bologna, uno spettacolo di Marinella Manicardi, ancora una volta con un testo di Marcello Fois. Stanze. Dove affaccirci per trovare cosa? Cosa c’è in queste stanze? Marinella Manicardi, nelle sue note di regia, risponde così…

    “Ci sono due sorelle, una, organizzatrice di eventi, l’altra, eterna ricercatrice universitaria, che si incontrano nella casa dove è morto il padre, allontanatosi dalla loro vita quando erano ancora bambine.
    C’è un padre morto e dunque assente, eppure interrogato, insultato, invocato, che ha vissuto molti anni in quel piccolo spazio, ora quasi vuoto di oggetti, non della sua presenza. Contro di lui, le sorelle vogliono disfarsi velocemente di questa casa, quasi a cancellare il dolore dell’abbandono subito, oppure appropriarsene velocemente, per la stessa ragione. L’apparizione di una vicina, che sembra conoscere molto bene la casa e chi la abitava, dilata ogni decisione. E’ la vicina gentile che porta i biscotti, ma anche la persona che ha ricevuto le confidenze del padre, il suo arbitrio orgoglioso.

    Viva gli sposi

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    Ancora una cartolina inviata chissà da dove, chissà quando. Forse da ogni angolo della terra. Forse anche domani.

    “Maria morì il giorno in cui si sposò. Fu un errore. Ma nessuno capì mai perché il marito avesse tra le mani il fucile da caccia,  proprio la prima notte di nozze”. Firmato, Daniela Morandini

     

    Nonna Rina

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    Ancora sguardi dall’altra riva. E il ricordo della bambina di un tempo, che ancora sente l’eco delle favole che ascoltava da lei. E che fa rimbalzare fino a noi. Un racconto di nonna Rina, dunque… racconto biricchino. Sembra, anche lei, ancora riderne…

    La  nonna Rina, spesso, alla domenica, raccontava questa storia. “C’era una volta una principessa che voleva maritarsi. La fanciulla  era però indecisa tra due pretendenti, e allora propose loro di dormire una notte con lei. Avrebbe sposato colui dalla cui parte si sarebbe svegliata. I due principi acconsentirono e, tutti e tre, si coricarono insieme. Ma, prima di addormentarsi, uno dei due fece i suoi bisogni in un vaso, che ripose dietro  al letto. L’altro, da sotto il mantello, estrasse un bel pollo arrosto e lo posò sul comodino. La mattina dopo, la principessa si svegliò dalla parte di quest’ultimo. Mangiarono il pollo arrosto, si sposarono e vissero felici e contenti”. “Stretta la foglia, lunga la via, dite la vostra che ho detto la mia –ripeteva alla fine la nonna Rina”. Parola di Daniela Morandini

    Aux animaux…

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    Leggendo, dei tredicimila chilometri in volo, dal Sud Africa fino a un tetto di un villaggio della Croazia. Tredicimila chilometri di cielo che ogni anno, da cinque anni, un maschio di cicogna attraversa per raggiungere la sua compagna, conosciuta, su quel tetto, cinque anni fa. Lei, ferita da un cacciatore e da quindici anni non piu’ in grado di migrare verso inverni più caldi. Lui, che da quando l’ha conosciuta ogni anno torna puntuale. Da allora a lei fedele. Pensando a Rodan e Malena (come leggo li ha battezzati il biologo che si è occupato di lei, testimone dell’incontro con lui). E a questo invidiabile amore lungo tredicimila chilometri. Sentendo (arriva fin qui, sentite?) il rumore del battere festoso dei loro becchi. Parole, che volano fra loro leggere. Ora che sono di nuovo insieme. A Rodan e Malena, pensiero d’aprile. Brindando, aux animaux….