
Ancora una cartolina inviata chissà da dove, chissà quando. Forse da ogni angolo della terra. Forse anche domani.
“Maria morì il giorno in cui si sposò.

Ancora una cartolina inviata chissà da dove, chissà quando. Forse da ogni angolo della terra. Forse anche domani.
“Maria morì il giorno in cui si sposò.
Ancora sguardi dall’altra riva. E il ricordo della bambina di un tempo, che ancora sente l’eco delle favole che ascoltava da lei. E che fa rimbalzare fino a noi. Un racconto di nonna Rina, dunque… racconto biricchino. Sembra, anche lei, ancora riderne…
La nonna Rina, spesso, alla domenica, raccontava questa storia.
Leggendo, dei tredicimila chilometri in volo, dal Sud Africa fino a un tetto di un villaggio della Croazia. Tredicimila chilometri di cielo che ogni anno, da cinque anni, un maschio di cicogna attraversa per raggiungere la sua compagna, conosciuta, su quel tetto, cinque anni fa. Lei, ferita da un cacciatore e da quindici anni non piu’ in grado di migrare verso inverni più caldi. Lui, che da quando l’ha conosciuta ogni anno torna puntuale. Da allora a lei fedele. Pensando a Rodan e Malena (come leggo li ha battezzati il biologo che si è occupato di lei, testimone dell’incontro con lui). E a questo invidiabile amore lungo tredicimila chilometri. Sentendo (arriva fin qui, sentite?) il rumore del battere festoso dei loro becchi. Parole, che volano fra loro leggere. Ora che sono di nuovo insieme. A Rodan e Malena, pensiero d’aprile. Brindando, aux animaux….
E’ presto, perché la maschera cada? Forse… Ma una risposta arriva dalle quinte di un palcoscenico, perché qualcuno, quella maschera, ci ricorda, ha già preferito gettarla…
“Una maschera strappata ad uno di quei diavoli che fanno paura, tanta da trasformarsi in riso.
Anche questa maschera arriva da una riva lontana. Da una casa della Rive Gauche, affacciata sul fiume. Ha attraversato ponti sulla Senna, valicato le Alpi, si è abbandonata a un ballo impazzito la notte di un carnevale, quasi trent’anni fa, fra i canali di Venezia. E la luna era gelida di nebbia. Poggia ora lo sguardo sul tempo. Quello di allora, quello di oggi. E tutto precipita nella fessura cava dei suoi occhi. Tace. Ma conosco l’accento del suo silenzio. Ora straniero, ora salato dell’acqua del Golfo. Ancora non so, se maschio o femmina. Se diavolo o angelo. Se riso o pianto. Gli anni, a poco a poco, tessono ragnatele di crepe, a ferire il cuoio indurito. Ma è ancora presto, forse, perché la maschera cada. Forse.
Un fiume in piena, sembra passato davanti alla riva dove lei smarrisce lo sguardo. E una carezza sbadata d’acqua ha cancellato un tratto di guancia e il dorso della mano, sbiadito chiazze di colore dell’abito. La stessa mano d’acqua che ha graffiato via la foto che certo era custodita nel medaglione appeso al collo di lei. Ritratto d’un amore da portare, poggiato sul cuore, tutta la vita. Ma oltre il fiume del tempo, ritorna, da quella riva, il pensiero quieto di lei, la sua lieve tristezza composta, il segreto delle parole di quel piccolo libro, forse quaderno, forse diario. Che sembra le stia scivolando di mano. Ma che ancora il fiume non è riuscito a strapparle via… Ed è stata forse l’ultima piena, passando distratta, confondendo i colori, sfumando i tratti, a fissare quest’immagine, come su tela…
Storia di Antonio. Nato all’inizio del secolo scorso in una famiglia poverissima, in un paesino alle porte di Milano. Storia di Antonio nato con una gamba più corta dell’altra. E quindi solo un peso per genitori già disperati. Che lo chiudono in un pollaio. In attesa che muoia. Ma Antonio non muore. Le galline, chissà, forse sanno come meglio accoglierlo. Ma dal pollaio Antonio viene portato in manicomio. Dove infine muore. Storia di Antonio, che ora sarà un film. Voluto da quel Don Chisciotte del Teatro Patologico che è Dario D’Ambrosi. Che di questa storia, scovata negli archivi di un manicomio, ha già fatto uno spettacolo teatrale. Da far recitare ai “suoi ragazzi”. Disabili mentali (si dice così?) che nel suo Laboratorio d’Emozioni ritrovano la vita. E cos’è la vita, ci ricorda D’Ambrosi, se non emozioni?
Ancora cartoline di sguardi. Spedita, questa, da una riva lontana lontana, nello spazio e nel tempo. Nel bianco e nel nero sgranato del passato, vedete?, ancora si scorge il celeste di due acuti ritagli di cielo…
“Domenico. Di lui si parla poco.Partì da Osoppo per andare a Mosca. Aveva gli occhi celesti . Perchè i friulani – come diceva padre Turoldo – hanno gli occhi celesti a furia di alzare lo sguardo al cielo-. A Osoppo, dove tanta gente aveva combattuto contro gli austro-ungarici, rimasero la moglie e i figli. Lui voleva lavorare al treno delle meraviglie. Vladivostoc, San Pietroburgo, Pechino… E laggiù, in Siberia, incontro’ un’altra donna, e nacquero altri figli. Forse c’era anche lui, piu’ tardi, nel
Un ultimo pensiero, a Berlino. E ai vent’anni trascorsi da allora. Con questi versi.
“E sperimentavo la caduta dei confini, quando lo sguardo scivolava /di nuovo dall’altra parte, nella catena di colline dei nostri doppi occhi / scintillava un mondo di esche, il di qua era diventato / di là, nella soluzione acquosa nuotavano / le immagini attraverso l’cchio nella macchina, pronte / a incagliarsi per paura di venire sviluppate- / teste e immagini di teste nella nebbia, / genetica proletaria, bambini rossi, obiettivi dolorosi / bloccati da fronti impallidite”
Katrin Schmid (100 poesie dalla DDr, ISBN Edizioni, 2010.)
Cominciò tutto a Bologna. Parlando di radio. Radio di movimento. E oggi? Quali voci? E per dare voce a chi? Una risposta in questo articolo inviato da Monica Pelliccia, laureata in giornalismo alla Carlo Bo di Urbino. Pensando alle radio di movimento, dunque.. (foto di Tano d’Amico).
Diamo l’assalto al cielo. Dal settantasette ad oggi, trent’anni di comunicazione che sovverte tecnologie e contenuti. “Cominciò tutto a Bologna. Era il 1977 e in via del Pratello nasceva Radio Alice. In tutta Italia, i microfoni delle radio di movimento raccontavano i fatti di quel marzo. Trent’anni dopo, con supporti diversi e ben più tecnologici, nuove voci continuano a dar voce alla marginalità ed ai movimenti. I tweet postati su Twitter dai dissidenti iraniani scesi in piazza contro il regime di Ahmadinejad. Le foto ed i video inviati a Indymedia da parte di semplici manifestanti, per raccontare il G8 di Genova, dal loro punto di vista. Quello delle torture e delle violenze perpetrate ai loro danni dalle forze di sicurezza. Vicende ignorate dai media ufficiali. Definite da Amnesty International come: “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”. Una storia che continua.