Un pensiero, per salutare aprile, il più crudele dei mesi. Che ancora genera, come disse il poeta, lillà dalla terra morta. E ancora risveglia desideri sopiti. Affidando il ricordo di aprile allo sguardo di questo mostro marino. Che dall’abisso nasce e sull’abisso spalanca la sua fame di vento. Ma non sa, se davvero ruggire. Vedete? Basta fissarlo diritto negli occhi, che appena sfuggono. E la fessura di un dente appena sbilenco, proprio non riesce a trattenere un sorriso nascosto. Un saluto ad aprile, dunque, con questo sguardo nato da un tuffo nell’acqua di Arianna Papini. O forse da un volo nei cieli delle sue tele, affollate di pesci fuor d’acqua. Che pure, fuori dall’acqua si muovono, sguazzano, si confondono e ci confondono. Attraversano in silenzio tratti di cielo. E sono farfalle, e sono colombe, e sono bambini. Uomini, a volte. Che come aprile ancora, crudelmente, teneramente, mescolano memorie e desideri…(Abissi, acrilico su tela, cortesia di Arianna Papini)
Se devo essere sincera, avrei preferito restare nel mio letto di melma e ombre, senza incamminarmi di nuovo attraverso tutto lo spazio dell’acqua per riaffiorare quassù. Ma poi, non ho resistito. Non ho resistito al richiamo di quello sguardo puntato sulla superficie del mio lago. Ne avvertivo il raggio freddo, implacabile. Indifferente, forse, al fastidio che mi dava. E così l’ho visto: un occhio perfettamente rotondo. Nero. Senza battito di ciglia. Aveva la fredda determinatezza delle cose morte. L’ho fissato. Ho sorriso. Ma il riflesso di me che l’occhio di vetro ha catturato è solo un’evanescente curva stralunata. Comunque è stato divertente, poi, sentirli arrivare. Tutti gli altri. In comitive, in coppia, in solitudine. Tutti a puntare sulla superficie quei meccanici occhi di vetro. Spaventati e attratti da me. Dal mostro del lago. Riflesso dell’inconscio buio del loro cuore. Ma nessuno, non così, coglierà mai la verità della cosa mostruosa che sono condannata ad essere. Io, Nessy. Nessuno potrà vedermi, come davvero solo mi hanno vista gli occhi di chi ho abbracciato, stretto stretto fra le curve del mio corpo. Qui, sul letto di melma di questo fondale.
E’ proprio lei. Polly. E dietro di lei Dino, Branko, Pupo, e gli altri. Tutti allineati nell’infinita teoria di grida di silenzio. Polly. Mi ha percepito. Mi ha sentito. Non parla. Ma il suo occhio rovesciato nel vuoto mi sta cercando. Ecco, mi vede. Diomio, già più non mi vede. Uno scatto meccanico devia verso destra il movimento dei binari aerei. E’ uno scorrere lento, inarrestabile. L’ho di nuovo persa. Polly nascosta dalle sagome di Dino, Branko, Pupo, di tutti gli altri, ora scossi da fremiti elettrici. Ecco, svolto anch’io. Non posso che seguirli. E cosa sarei mai io senza Polly, senza tutti gli altri cresciuti con me, intorno a me, su di me, dentro di me, in una ressa senza la tregua di un respiro. Questo spazio che ora mi separa da loro, questo vuoto tra la mia testa e il suolo, mi sta dando la nausea. Il sangue mi affolla la testa. Ma perché nessuno tenta più di risollevarsi? Ecco, qualcuno ancora sbatte un’ala… Un altro scatto di ferraglia e rivedo Polly. Polly. Non reggo la vista del tuo sguardo tramortito. La tua testa all’ingiù sul vuoto. Le tue cosce, così indecorosamente divaricate, legate ai ganci del binario che ti porta via… Se tu potessi almeno chiudere gli occhi. Non vedresti nei corpi ora squartati degli altri, il tuo corpo violato. Si io potessi almeno chiudere gli occhi. Non vedrei nei tuoi occhi ancora pulsanti l’orrore meccanico che sta per lacerarmi l’anima.
25 aprile. Festa della liberazione dall’occupazione nazi-fascista. Sessantacinque anni dopo. Invito a leggere “Storie di una staffetta partigiana” di Teresa Vergalli. Aprendo magari, a caso, a pagina 201, per ricordare protagoniste dimenticate. Le donne. Che solo nella provincia di Reggio Emilia, ricorda l’autrice, sono state 1188, su 9554 patrioti e partigiani. 1188, e molte neppure considerate, in quell’elenco. Le donne, lasciate nell’ombra. Una pagina, anzi pagine e pagine, tutte da riscrivere. “Non c’è soltanto la considerazione che finalmente molti riconoscono che la lotta partigiana non sarebbe stata possibile senza le donne. Le armi le trasportavano loro, i rifugi li offrivano loro, le vettovaglie e i vestiti altrettanto. Senza contare il prezioso sostegno morale. Finita la guerra le combattenti e le fiancheggiatrici non hanno vantato nulla, sono rimaste troppo spesso in silenzio. Credo che in silenzio siano rimaste soprattutto quelle che hanno pagato il prezzo più alto, le torturate, le imprigionate, le violentate”. (Teresa Vergalli, Storie di una staffetta partigiana, Editori Riuniti)
Ancora una cartolina, spedita dal tempo di un desiderio lontano. Sbiadita e sfocata, l’immagine della cartolina. Ma lo sguardo ancora arriva profondo, pieno di tutto lo smarrimento, e lo stupore, e il dolore, non ancora acquietati, per quel desiderio di ali, rimaste in terra…
In questi giorni. D’attesa che la grande nube attraversi anche il cielo sopra le nostre teste, coprendo di nuovo grigio il grigio pallore delle ultime albe. In attesa della grande nube in viaggio dal vulcano dei ghiacci d’Islanda. Eyjafjallajokull. Nome impronunciabile. Come impronunciabile sembra un pensiero. Soffocato dal chiasso delle voci sugli intralci che la nube porta alla nostra vita quotidiana, di passeggeri che hanno perso il volo. Nevrosi dell’oggi… Ma forse il cammino più lento, appena più umano, di distanze da percorrere aderenti alla terra, apre alla mente spazi dove quel pensiero impronunciabile rischia di insinuarsi. Il pensiero di tempi e strade, forse disegni, altri. Lontani e indifferenti al nostro agitarsi quotidiano. Narrazioni di percorsi apocalittici. Scenari da secolo ultimo, anche se a secolo appena appena iniziato. Ma anche grandi, o piccole catastrofi, che uccidendo il vecchio, aprono il terreno a nuove fertilità. Come quella che pure dalla cenere nasce. E viene in mente una narrazione, che questi pensieri ha tradotto in grande romanzo. La nube purpurea,