5 dicembre. No b Day. Cosa marcia col corteo. Nel fiume screziato di viola. Colore della libertà. Colore dell’autodeterminazione. Dicono. Fermarsi a vederlo scorrere, in via Merulana. La nobile via Merulana, che unisce le due più belle basiliche di Roma. Arriva da Santa Maria Maggiore, scende verso San Giovanni. Da una finestra di un terzo piano, giusto al centro della via, qualcuno stende una bandiera arcobaleno, due finestre più a lato una sciarpa viola, forse un telo. Al secondo piano qualcun altro dirige verso la gente in strada degli altoparlanti, per regalare alla folla un suono di marcia e un canto di Intillimani del tempo che fu… E si applaudono a vicenda, le persone affacciate alla finestra e i gruppi affollati del corteo. Viola, colore della libertà. Della parola e del pensiero che non vuole briglie. Che uscendo dal luogo virtuale della rete, dice di essere carne e corpo e voce e che è ora di dire davvero basta alle urla afone del potere malato che ci sta soffocando… Per questa volta, forse, nel fiume in marcia, le teste sale e pepe e grigie non sembrano la maggioranza. Molti, moltissimi i giovani, e questo è già gioia. Pochissime le bandiere di partito, e questo è già speranza. Pochissimi gli slogan. E questo è già inizio di libertà.
Io ci saro’

Una giornata in viola. Viola. Viola del pensiero.Colore di un fiore. Viola dunque: ” Il simbolismo di questo fiore deriva dal numero dei suoi petali: ne ha cinque e questa cifra è uno dei simboli del’uomo. La viola del pensiero designa l’uomo per ciò che gli è proprio: pensare; essa è scelta così per designare la meditazione e la riflessione”. Dal Dizionario dei Simboli , Bur Rizzoli. Un pensiero, sul colore di una piazza…
A glimpse of Rome
A glimpse, of Rome, last weekend. Uno sguardo, che è un battito di ciglia. Per cogliere questo passo figurato di tango. Il tango, diceva Astor Piazzolla, è un pensiero triste che si balla. E questo pensiero è tutto qui. Nei passi inchiodati a un soffio da terra. Nel gesto delle ginocchia che si sfiorano, e chissà se di nascosto si toccano. Nel disegno rigido e morbido dei corpi. Nello sguardo attento di lui. Nel profilo nascosto di lei. Nella mano destra di lei, poggiata sul palmo della mano sinistra di lui. Nel braccio di lui che avvolge la vita di lei. E la stringe, come ad afferrare per l’ultima volta cosa già persa. IL tango, questo pensiero triste che si balla. E’ tutto nello sguardo della donna sulla sinistra. Che senza guardare guarda la coppia. O forse guarda solo il vuoto che la separa da loro. E tutto quello che sa di avere già perso. Struggente glimpse of Rome, di Eyal Baruk
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Appunti di viaggio – 7
Più o meno esattamente venti giorni fa. Marrakesh. Nel gomitolo di strade. Troppi gattini ammalati. Troppi asini straziati. Sotto pesi impossibili che curvano le zampe lì lì pronte a spezzarsi. Troppi morsi troppo grandi. E lingue gonfie e arse da troppa sete. Troppi uccelli in gabbie troppo piccole per almeno allargare le ali. Occhi sbarrati nel silenzio e gorgheggi disperati d’animali perduti. Troppi serpenti tramortiti. Troppo anche l’unica scimmietta al guinzaglio. Troppi ciechi per strada. Troppe donne agli angoli, mamme troppo bambine, bambine già troppo vecchie a chiedere l’elemosina di un dirham…
Appunti di viaggio – 6
Esattamente, più o meno venti giorni fa. Marrakesh. E’ svegliarsi al mattino al canto degli uccelli del cortile di un riad. Dove mani silenziose accudiscono, puliscono, preparano. Dove ogni cosa è perfezione e armonia. E’ tempo tessuto intorno allo spazio cortese di un giardino di palme che è cuore della casa. Che è luogo aperto allo spazio dell’aria. Che è via di comunicazione fra il dentro e il fuori, e parla direttamente con il cielo. Marrakesh, esattamente più o meno venti giorni fa, nel riad di un signore venuto da Parigi, è avviarsi nel giorno con il canto al mattino di Grieg, ritrovare sul comodino accanto al letto letture di venti e più anni fa, aspirare con l’aroma della frutta sciroppata il tempo lento di tutta la tranquillità del mondo. Prima di varcare la porta, e buttarsi nel gomitolo affollato delle strade…
Caldarroste…
Pensiero d’autunno inoltrato. Seguendo il fumo e il profumo delle caldarroste. Da scoprire su un marciapiede di via del Corso. Sull’angolo con una delle strade che salgono verso piazza di Spagna. Il caldarrostaio è un uomo del Bangladesh, ha un berretto bianco da fornaio, e sta parlando al cellulare. E tutto questo ha un che di surreale, come l’odore delle castagne arrosto e il caldo delle braci. In un giorno sporco di afa, come tanti, in questo strano autunno avaro d’autunno. Ma poco più avanti, all’angolo successivo, è riprodotta la stessa scena. Il fornellone su cui arrostiscono le castagne, accanto un uomo, del Bangladesh (o dell’India? Ma per noi fa quasi lo stesso…) con un berretto bianco da fornaio, esattamente uguale a quello del caldarrostaio seduto poco più avanti… Tempo fa, in un articolo di un quotidiano che non ricordo, un uomo del Bangladesh parlava del suo lavoro, spiegando come veniva sfruttato… Vendeva caldarroste, pagato poche lire, dodici ore sulla strada, controllato a vista dal ‘datore di lavoro’. Che, per la cronaca, era un italiano. Lo stesso italiano, forse? Che ora ha messo in piedi l’impresa che trucca d’autunno questo mesto novembre … l’ultimo travestimento della catena che sfrutta lavoro immigrato… ? Forse. Oppure no. Magari si tratta di una cooperativa di organizzatissimi immigrati. In ogni caso, sembriamo indifferenti anche a questo… e come tutto, senza un sussulto, ci scivolano davanti agli occhi anche queste figure… improbabili statuine, che quest’anno prendono posto, nel presepe senz’anima del nostro Natale senza Natale.
Appunti di viaggio – 5
Casablanca. Esattamente venti giorni fa.
Venti giorni fa, ancora Casablanca. E’ ancora negli occhi lo stupore per la maestria dei 6000 artigiani che hanno lavorato alla Grande Moschea, alla gloria di un re che proprio non vuole essere dimenticato. Maestri da ritrovare nella precisa minuzia di giochi di colore. Da fissare in un punto qualsiasi, per perdersi nel vortice di geometrie dipinte. Di azzurro, verde, giallo, blu. Di incredibili voli di blu. Forse cobalto. E lasciarsi risucchiare come precipitando nello spazio di un magico caleidoscopio. Casablanca, esattamente venti giorni fa. Sono i tessuti di marmi, venuti da Venezia, insieme ai piccioni, che qui, al riparo degli intarsi delle volte, hanno deciso di vivere. In attesa, chissà, anche loro, della Verità che arriverà dal mare. Casablanca è la gente che nella notte, ancora calda, affolla bordi di fontane, viali di giardini, marciapiedi di polvere, e parla, e bisbiglia, e guarda in silenzio. In attesa, forse, che la notte sia lunga. Più lunga del giorno che verrà. E la notte si riempie di guaiti di cane straziato, di grida di un ubriaco disfatto e impazzito che qualcuno tenta di fermare,che qualcuno tenta di atterrare. E chissà per chi dei due, il cane, l’uomo, lo strazio si fermerà per primo. La notte è calda. L’uomo dopo un po’ viene portato via. Rimane il pianto del cane. Che non smette, neppure, quando il canto del muezzin chiama alla prima preghiera del giorno.
Appunti di viaggio -4
Esattamente venti giorni fa. Tornando in Marocco.
Esattamente venti giorni fa. Casablanca. E’ la grande Moschea voluta da Hassan II. Smisurata come smisurato sa essere il desiderio di gloria eterna di un Re. C’è spazio per un’infinità di gente, dentro e fuori l’edificio. Venticinquemila dentro, assicura la guida. Ottantamila sulla spianata, assicura la guida. C’è posto per tutti. Viene da pensare, smarrendo lo sguardo nello spazio intorno, rannicchiati all’ombra di un colonnato. C’è posto anche per le anime di chi non è più sulla terra. Ma che immagini volare sul mare, a un pelo dall’acqua. E quasi le senti, lì intorno librarsi su latitudini così vicine, così lontane, sullo sfondo azzurro della Moschea. Immensa Casa seduta sull’Oceano. Perché è dal Mare che verrà
Verso dove? 11
Continuando, da Berlino. Esattamente venti anni fa. Tornando agli appunti di Daniela Morandini.
Berlin 24.11.89-Difficolta’ con la verita’- come dice Walter Janka uno degli intellettuali tedeschi da poco riabilitato in DDR.
Siamo all’Est , oltre il Checkpoint Charlie, il confine americano. Qui c’e’ il Berliner Ensemble. Qui c’era Brecht. Adesso ci sono i gruppi del dissenso. Ulrike Poppe, di Demokratie Jezt, democrazia adesso: “Sono sempre vissuta in un’atmosfera di terrore, di controllo, di paura. E’ dagli anni 70 che sono contro il regime. Sono anche andata in carcere. Adesso il popolo non ha piu’ paura”. Keller, il nuovo ministro della cultura, dice che ora e’ aperta la collaborazione con tutti gli artisti che hanno lasciato il paese. Rudolf Bahro, il filosofo ecologista, e’ gia’ tornato. Il cantautore Wolfe Bierman chiede che i suoi dischi possano essere venduti nella DDR. Sono ballate contro il regime. L’ultima e’ contro Egon Krenz, il nuovo leader della SED, considerato dai dissidenti del Neues Forum, amico della repressione cinese .E’ la canzone dei vecchi ammuffiti. “Non ti credo per niente. Non credo a nessuna parola”.
Verso dove? – 10
Riprendendo, dunque. Esattamente da venti anni fa, a Berlino. D.M.
23.11 Berlin
L’avevano promesso e l’hanno fatto. Dolorose e impopolari sono le nuove misure monetarie contro il crollo economico della DDR. Tre disposizioni per fermare la fuga di capitali e di merci: Da questa mattina ci sono piu’ controlli alla dogana, sotto al Muro. Fino a questo momento, dal 9 novembre, non se ne facevano quasi piu’- -Ma – dice Modrow, il nuovo primo ministro- non ci sara’ nessun ostacolo alla liberta’ di viaggio. Anzi, con la nuova legge -si spera entro il mese- per andare da Est ad Ovest, bastera’ un visto. Sempre da questa mattina , i negozi della DDR potranno vendere le merci sovvenzionate dallo Stato – cioe’ materiali industriali, tessili e alimentari – SOLO a chi risiede nella Germania Est. Saranno poi modificate le vie di transito per gli stranieri, in modo da fermare il contrabbando. Dal 9 novembre, piu’ di tre miliardi di marchi dell’est sono entrati in Occidente in modo illegale.