Rispondendo all’invito del quotidiano Liberazione. Ricordiamo questo 4 novembre, che si vuole festa, con la lettera che don Milani scrisse ai cappellani militari che avevano definito l’obiezione di coscienza “una espressione di vilta’”. Per questa lettera don Milani fu denunciato. Assolto in primo grado, ricorda il quotidiano, nel processo d’appello “il reato e’ estinto per morte del reo”.
Un testo lucido. Di furia trattenuta. Parole di pace, per rispondere a parole di guerra. Ne riporto l’ultima parte.
“… / Che c’entrava la Patria con tutto questo? e che significato possono piu’ avere le Patria in guerra da che l’ultima guerra e’ stata un confronto di ideologie e non di patrie? ma in questi cento anni di storia italiana c’e’ stata anche una guerra “giusta” ( se guerra giusta esiste). L’unica che non fosse offesa delle altrui Patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana. Da un lato c’erano dei civili, dall’altra dei militari. Da un lato i soldati che avevano obbedito, dall’altra soldati che avevao obiettato. Quali dei due contendenti erano, secondo voi, i “ribelli”, quali i “regolari”? E’ una nozione che urge chiarire quando si parla di Patria.
Quale 4 novembre?
Ricordando i morti…
Il 2 di novembre. Molti anni fa. Forse più di un quarto di secolo fa. A pochi passi dal mare. Sul litorale di Ostia. Per scoprire il luogo dove era stato ucciso Pasolini. Nel ricordo, poca gente. Quasi nessun fiore. Sabbia grigia e grigio il mare. Nulla di strano. Il 2 di novembre. Si piangono i morti.// Il 2 di novembre, di due o tre anni fa. In visita a un cimitero romano. Acattolico. Già cimitero degli Inglesi, o cimitero dei protestanti, dicono le guide. All’ombra della Piramide e di cipressi immensi. Un gruppo di persone acquattate sull’erba, per ascoltare il canto di Giovanna Marini e il suo “lamento per la morte di Pasolini“. Canta le ore della passione. Le undici volte che l’ho visto/ Gli vidi in faccia la mia gioventù/ Oh Cristo me l’hai fatto un bel disgusto/ Le undici volte che l’ho visto// Le unidici e un quarto io mi sento ferito/ Davanti agli occhi ho le mani spezzate/ E la lingua mi diceva “è andata è andata”/ Le unidici e un quarto mi sento ferito/…/ Ma quella notte volevo parlare/ La pioggia il fango e l’auto per scappare/ Solo a morire lì vicino al mare…//
Ieri sera. Vigilia del 2 novembre. A teatro per qualcosa sul Sessantotto. Forse un caso, ma ancora, che strano, Pasolini. E il suo Teorema. Insostenibile urlo contro gabbie d’ipocrisia. Oggi, 2 di novembre. Si festeggiano i morti.
Pensiero di novembre
Per iniziare il mese, con ancora un pizzico di verità, sull’amore.
“Poi la musica cominciò a crescere, crescere, fino a comporre giravolte nell’aria, prima leggere, poi sempre più veloci e possenti. E l’esercizio del cerchio delle quinte divenne un vortice di vento. Passione pura. Era la sua dichiarazione d’amore. Sapevo che stava suonando per me. Solo per me. Anche se quando il suono s’ammutolì e lui ricomparve nella stanza lo vidi venire a sedersi di nuovo fra noi senza dire nulla. Senza neppure farmi un cenno. Guardai la piega leggera del suo labbro, quasi un sorriso nascosto in un broncio. Capii che mi avrebbe travolto. Che non avrei fatto nulla per arginarlo e ne fui immensamente felice. Era una giornata piena di luce breve. Luce densa e nitida dell’autunno inoltrato…”
luce, a tratti, di oggi…, carica, della stessa, attesa, di nostalgia…
(da Angela, angelo, angelo mio….)
A proposito di parole
Le parole. Ancora, il solito tarlo. Bisognerebbe maneggiarle con piu’ cautela. Le parole. Ancora un pensiero a questo nostro usarle sbadato. Grazie a un libro, che ce ne snocciola un po’. Di parole tanto scontate da sembrare banali, persino, nell’ovvio incedere del nostro parlare quotidiano. Qualcuna? Altro, ad esempio. O apprendimento. Oppure badanti, code, dati di fatto. Ancora: sicurezza, legge, cibo. Le nostre parole quotidiane… Innocue? Non e’ poi cosi’ certo. Dipende, dipende dall’uso che se ne fa. E ce lo spiega bene Giuseppe Faso, quando cataloga queste ed altre parole in un lessico del razzismo democratico. E ci inchioda alle nostre responsabilita’ quando ci svela il trucco. Quando punta il dito contro la pigrizia ( o la malafede) di chi (noi tutti?) finge di spiegare realta’ complesse con semplificazione di pensiero e di linguaggio. Quando ne spiega l’uso strumentale e demagogico. E non solo. Prendiamo il termine ospite, ad esempio. Parola buona direi, accogliente persino. Sa di antica cortesia e buone usanze. Eppure…
Muro dopo muro

Ancora un cenno di passato, ma neanche poi tanto lontano. Ripescato con un articolo scritto da Daniela Morandini per Il manifesto del mese del novembre del 1992 ( in fondo appena ieri). Titolava: EX DDR, TRATTATIVE PER UN PAESE IN VENDITA. Come dire: come si vendono pezzi di un intero paese. In giro nella –Treuhananstalt-, di Berlino Est. Tra promesse di grandi affari, e qualche sospetto di tangenti…
“Leipziger Strasse, numero cinque, Berlino Est.
Qui, prima, c’era la Casa dei Ministri, adesso c’è la -Treuhandanstalt-, l’ente statale per la privatizzazione della ex Repubblica Democratica Tedesca. Per incontrare gli uomini che vendono la DDR, bisogna prendere al volo uno strano ascensore senza porte, che va da un piano all’altro, senza fermarsi. In questi vecchi uffici che, prima ancora erano del Ministero dell’aviazione nazista, si cerca di risanare più di dodicimila industrie, uscite a pezzi da quarant’anni di economia socialista. Qui si cerca di reinventare un apparato tagliato fuori dalla divisione del lavoro occidentale, e abbandonato dai mercati dell’Est, che non esistono più. Intanto, la disoccupazione diventa sempre più grave.
Parola di Calamandrei
Da qualche tempo appare moltiplicandosi per le vie del web. Il discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III congresso dell’Associazione a Difesa della Scuola Nazionale, a Roma l’11 febbraio 1950. Parole pronunciate piu’ di mezzo secolo fa. Preveggenti parole dell’oggi.
“Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.
Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica,intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di previlegi.
Io so…
Perche’ “Gomorra“? Perche’ inquieta? Piu’ degli articoli, delle inchieste, delle denunce. perche’ fa paura? Una risposta, credo, nel suo essere Letteratura. Di quella vera. Con la L maiuscola. Di quella che al di la’ delle cronache sa leggere la verita’ profonda del tempo e della sua gente. Consegnandola definitivamente alla Storia. Come questa pagina.
“Io so e ho le prove. Io so come hanno origine le economie e dove prendono l’odore. L’odore dell’affermazione e della vittoria. Io so cosa trasuda il profitto. Io so. E La verità della parola non fa prigionieri perché tutto divora e di tutto fa prova. E non deve trascinare controprove e imbastire istruttorie. Osserva, soppesa, guarda, ascolta. Sa. Non condanna in nessun gabbio e i testimoni non ritrattano. Nessuno si pente. Io so e ho le prove. Io so dove le pagine dei manuali d’economia si dileguano mutando i loro frattali in materia, cose, ferro, tempo e contratti. Io so. E lo sanno le mie prove. Le prove non sono nascoste in nessuna pen-drive celata in buche sotto terra. Non ho video compromettenti in garage nascosti in inaccessibili paesini di montagna. Né possiedo documenti ciclostilati dei servizi segreti. Le prove sono inconfutabili perché parziali, riprese con le iridi, raccontate con le parole e temprate con le emozioni rimbalzate su ferri e legni. Io vedo, trasento, guardo, parlo, e così testimonio, brutta parola che ancora può valere quando sussurra: “è falso” all’orecchio di ascolta le cantilene a rima baciata dei meccanismi di potere. La verità è parziale, infondo se fosse riducibile a formula oggettiva sarebbe chimica. Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di queste verità”…
(Roberto Saviano, Gomorra – Mondadori)
ecco…
Ecco. Dal libro di fuoco, nella bellissima traduzione di Massimo Bontempelli: “Conosco le opere tue: e che non sei né frigido né fervido: meglio se tu fossi frigido o fervido. Così, perché sei tiepido, né caldo né freddo, sto per vomitarti dalla mia bocca”. (Apocalisse di Giovanni, ed. feltrinelli)
Disobbedendo…
Disobbedendo a un garbato invito a riflettere su di un salmo. Dopo la lettura, la tentazione di saltare in fretta ad altre pagine, alla ricerca di parole rimaste da tempo scolpite nell’anima. Che trovo, dunque: “Io so di tutti voi. So che non siete né freddi né ardenti. Magari foste freddi o ardenti! Invece non siete né freddi né ardenti, e mi disgustate fino alla nausea”. Dall’Apocalisse. In attesa di ritrovare le parole della versione che a suo tempo, come una pugnalata, mi colpì…
Vagoni e panchine…
Solo un pensiero. Tornando verso casa. Guardando il sole basso sul confine della collina, poi sulle case, sugli alberi, sulla curva del fiume, le baracche in riva. Lasciandosi ferire gli occhi, dai raggi quasi orizzontali di quel sole, attraverso il finestrino del vagone del trenino che riavvicina alla città. E pensando, lo spazio del breve viaggio dal lavoro a casa, spazio del pensiero libero. Accoccolato sul sedile che, nello spazio di un pugno di minuti, diventa luogo dello spazio infinito. Rubando quel po’ di tempo per perdere il tempo. Proprio come insegna a fare il libretto che da qualche giorno è in tasca e viene insieme a me, avanti e indietro, avanti e indietro, lungo il percorso quotidiano. Panchine. Elogio del tempo rubato al tempo, pensiero libero, appunto. Libero da ogni vincolo, libero dai commerci del mondo. Seduti, appunto, su una panchina. Sperando che nessuno pensi mai di segarla, la nostra panchina…
Un suggerimento. Da leggere, per chi la propria panchina l’ha già. Per chi cominci a cercarla, per vedere l’effetto che fa… Panchine, di Beppe Sebaste. Come uscire dal mondo senza uscirne , Laterza.