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    Parola di Calamandrei

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    P.CalamandreiDa qualche tempo appare moltiplicandosi per le vie del web. Il discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III congresso dell’Associazione a Difesa della Scuola Nazionale, a Roma l’11 febbraio 1950. Parole pronunciate piu’ di mezzo secolo fa. Preveggenti parole dell’oggi.

    “Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.
    Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica,intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di previlegi.

    Io so…

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    Perche’ “Gomorra“? Perche’ inquieta? Piu’ degli articoli, delle inchieste, delle denunce. perche’ fa paura? Una risposta, credo, nel suo essere Letteratura. Di quella vera. Con la L maiuscola. Di quella che al di la’ delle cronache sa leggere la verita’ profonda del tempo e della sua gente. Consegnandola definitivamente alla Storia. Come questa pagina.

    dal fil Gomorra“Io so e ho le prove. Io so come hanno origine le economie e dove prendono l’odore. L’odore dell’affermazione e della vittoria. Io so cosa trasuda il profitto. Io so. E La verità della parola non fa prigionieri perché tutto divora e di tutto fa prova. E non deve trascinare controprove e imbastire istruttorie. Osserva, soppesa, guarda, ascolta. Sa. Non condanna in nessun gabbio e i testimoni non ritrattano. Nessuno si pente. Io so e ho le prove. Io so dove le pagine dei manuali d’economia si dileguano mutando i loro frattali in materia, cose, ferro, tempo e contratti. Io so. E lo sanno le mie prove. Le prove non sono nascoste in nessuna pen-drive celata in buche sotto terra. Non ho video compromettenti in garage nascosti in inaccessibili paesini di montagna. Né possiedo documenti ciclostilati dei servizi segreti. Le prove sono inconfutabili perché parziali, riprese con le iridi, raccontate con le parole e temprate con le emozioni rimbalzate su ferri e legni. Io vedo, trasento, guardo, parlo, e così testimonio, brutta parola che ancora può valere quando sussurra: “è falso” all’orecchio di ascolta le cantilene a rima baciata dei meccanismi di potere. La verità è parziale, infondo se fosse riducibile a formula oggettiva sarebbe chimica. Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di queste verità”…
    (Roberto Saviano, Gomorra – Mondadori)

    ecco…

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    Ecco. Dal libro di fuoco, nella bellissima traduzione di Massimo Bontempelli: “Conosco le opere tue: e che non sei né frigido né fervido: meglio se tu fossi frigido o fervido. Così, perché sei tiepido, né caldo né freddo, sto per vomitarti dalla mia bocca”. (Apocalisse di Giovanni, ed. feltrinelli)

    Disobbedendo…

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    Disobbedendo a un garbato invito a riflettere su di un salmo. Dopo la lettura, la tentazione di saltare in fretta ad altre pagine, alla ricerca di parole rimaste da tempo scolpite nell’anima. Che trovo, dunque: “Io so di tutti voi. So che non siete né freddi né ardenti. Magari foste freddi o ardenti! Invece non siete né freddi né ardenti, e mi disgustate fino alla nausea”. Dall’Apocalisse. In attesa di ritrovare le parole della versione che a suo tempo, come una pugnalata, mi colpì…

    Vagoni e panchine…

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    Solo un pensiero. Tornando verso casa. Guardando il sole basso sul confine della collina, poi sulle case, sugli alberi, sulla curva del fiume, le baracche in riva. Lasciandosi ferire gli occhi, dai raggi quasi orizzontali di quel sole, attraverso il finestrino del vagone del trenino che riavvicina alla città. E pensando, lo spazio del breve viaggio dal lavoro a casa, spazio del pensiero libero. Accoccolato sul sedile che, nello spazio di un pugno di minuti, diventa luogo dello spazio infinito. Rubando quel po’ di tempo per perdere il tempo. Proprio come insegna a fare il libretto che da qualche giorno è in tasca e viene insieme a me, avanti e indietro, avanti e indietro, lungo il percorso quotidiano. Panchine. Elogio del tempo rubato al tempo, pensiero libero, appunto. Libero da ogni vincolo, libero dai commerci del mondo. Seduti, appunto, su una panchina. Sperando che nessuno pensi mai di segarla, la nostra panchina…
    Un suggerimento. Da leggere, per chi la propria panchina l’ha già. Per chi cominci a cercarla, per vedere l’effetto che fa… Panchine, di Beppe Sebaste. Come uscire dal mondo senza uscirne , Laterza.

    Tam tam

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    Tornando dalla manifestazione di Piazza Navona. Che si suggerisce chiamare ‘Piazza della Libertà’, dove inizia la raccolta di firme contro il decreto Alfano. Pensando a quante volte ci si è incamminati per raggiungere un banchetto e apporre firme. A quante altre volte ancora sarà necessario, per non dimenticare che democrazia è anche incamminarsi per andare a mettere una firma. Ieri, in un paese pieno di piazze e strade affollate, per motivi diversi, per la stessa domanda di democrazia. E’ rimasta, nelle orecchie, la musica della banda schierata sul palco a fine serata. Più che musica ritmo di tam tam, quasi voce tribale. Che avanza e s’infiltra e cammina, per diffondere il messaggio, per chiamare all’adunata, e attendere il tam tam di risposta. Per dirsi nella notte che non è tempo di dormire. Concedendosi il piacere di pensare che così sia davvero…

    Un appunto

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    Aprendo a caso il quadernetto di ormai rari appunti. La nostalgia vera, vi leggo, è quella del futuro (chi l’avrà mai detto?). Comunque concordavo (uno, due, tre anni fa?). Nostalgia vera. Quella del tempo in cui si pensa davvero di averlo, un futuro. Comunque concordo.

    Solo per lei

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    Poche parole. Ripensando all’incontro con il padre di Eluana Englaro. Alla sua ostinata battaglia. Per restituire dignità e diritto a un pensiero offeso. Al rigore e alla forza delle sue parole. Instancabile. Ancora, dopo questi ultimi sedici anni passati a contare i giorni della non vita. Contro tutti quelli delle tante parole e “principi” e codicilli vomitati davanti al dolore degli altri. Pensando a quest’uomo che, in sedici anni, la parola “dolore”, ricorda, non l’ha mai pronunciata. Perché è cosa privata, e nulla c’entra con la sua battaglia. “Per lei, dice, quello che faccio è solo per lei”. Inquieta piuttosto sentire l’obiettore di turno definirsi ‘addolorato’ delle parole di lui. Sentirsi addolorato… chi, e perché… Bisognerebbe essere più attenti, più cauti con le parole, e con il sentire, profondo, degli altri.

    Pensiero d’ottobre

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    Affidati ai versi di Emily Dickinson, questi pensieri d’ottobre. Brani di preghiere, piuttosto.
    “Non mi sono mai sentita a casa – quaggiù – / né mi sentirò a casa – lo so – / nei cieli luminosi. / Il Paradiso non mi piace”. E poi, piu’ avanti: “Dio dei ceppi / Dio dei liberi – / Non mi sottrarre / la mia libertà”.
    (dalla raccolta Silenzi, traduzione di Barbara Lanati -ed. feltrinelli)

    Ssssst…!

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    Un segreto, da sussurrare piano… Qualcuno è tornato. L’ho incontrata, ieri mattina. Le ho detto “buon giorno”. Ho fatto scivolare qualcosa nel suo bicchiere di plastica, e lei mi ha detto “ti benedica la Madonna”. Un saluto che è sempre un buon modo di iniziare la giornata. Qualcuno comincia a tornare. Ma non dico dove…