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    In pizzeria

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    Ieri, sabato sera. Tutti pigiati in una pizzeria. Gomito a gomito con i ragazzi di un tavolo vociante che più non si può. Saranno stati una dozzina. Quindici, sedici anni, non più. Fanno anche un pò invidia. Fraseggi da adolescenti che strappano sorrisi. Risate, corteggiamenti, qualche bacio. Parlano tutti un disinvolto italiano, qua e là con qualche accenno di romanesco. Anche quel ragazzino dai tratti cinesi. Seduto accanto alla ragazza bionda. Che lancia l’accendino al compagno che ha di fronte. Quello con il piercing sul mento e con la pelle più scura di tutti. Dai tratti sembra indiano, dal colore indiano del Sud. Allunga la mano sulla mano della brunetta che gli siede vicino e insieme escono a fumare una sigaretta. Prima che arrivino le pizze. Entra il venditore di rose e il ragazzo con la faccia da zingaro, quello un pò più sbruffoncello, ne compra una. Poi ci ripensa e ne compra altre due. Per le sue amiche. E le vuole bianche, le rose. Tutte e tre bianche.

    Tuoni e silenzi

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    Solo poche righe, fulminanti, da un articolo di Adriano Sofri. “In questi giorni, di fronte all’accanimento retorico sul destino di Eluana, non ho potuto fare a meno di pensare alla questione così tragicamente esacerbata del silenzio di Pio XII di fronte alla Shoah: Il silenzio di fronte allo sterminio di milioni, una tempesta di tuoni addosso al signor Beppino Englaro”.
    Forse, è proprio tutto qui. Quali silenzi. Quali tuoni.

    Malaika

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    E solo qualche giorno dopo la svolta americana. Addio alla voce che ha cantato la libertà. Da un capo all’altro del mondo. Da una terra all’altra del suo esilio. Ancora ieri, nella terra di altri esili. Eccola. Miriam Makeba. Nel tempo del bianco e nero. Voce d’Africa. …. La foto, dall’archivio di Daniela Morandini.
    …..
    Malaika, nakupenda Malaika / Malaika, nakupenda Malaika / Ningekuoa mali we, ningekuoa dada / Nashindwa na mali sina we, Ningekuoa Malaika / Nashindwa na mali sina we, Ningekuoa Malaika // Pesa zasumbua roho yangu / Pesa zasumbua roho yangu / Nami nifanyeje, kijana mwenzio / Nashindwa na mali sina we Ningekuoa Malaika / Nashindwa na mali sina we Ningekuoa Malaika // Kidege, hukuwaza kidege / Kidege, hukuwaza kidege /Ningekuoa mali we, ningekuoa dada / Nashindwa na mali sina, we Ningekuoa Malaika / Nashindwa na mali sina, we Ningekuoa Malaika
    Angelo mio…

    Un esercizio…

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    Un suggerimento. Per un esercizio da fare almeno una volta al mese. Se si abita in una grande città. Magari al centro. Magari storico, di questa grande città. Piuttosto ripulita, oggi come oggi, della sua umanità mendicante. Come garantiscono pattuglie armate piazzate qua e là. Dietro l’angolo della Basilica. Allo sbocco del Ponte degli Angeli. Lungo il perimetro dei Palazzi del Potere. Un suggerimento dunque. Prendere un autobus, o un tram. O meglio prima l’uno e poi l’altro, o viceversa. Comunque per una corsa centrifuga. Dal centro verso la periferia. Durante il percorso guardare i visi degli altri viaggiatori. Uno ad uno. Cercare di indovinarne il linguaggio, il paese di provenienza, le vite. Scoprire, magari, di avere bisogno proprio di uno di loro per orientarti nei percorsi delle periferie di quella che è pur la tua città. E vergognartene un pochino. Intanto, anche solo a tratti, lasciare che lo sguardo scivoli oltre il finestrino. E guardare quelle case, quei palazzi, i tratti che sembrano campagne, i tratti che sembrano discariche.

    Colori d’America

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    Quanto tempo e’ passato. Da quando Billie Holiday canto’ per la prima volta al nightclub Cafe’ Society di New York questi versi: “Gli alberi del sud danno uno strano frutto,/ sangue sulle foglie e sangue sulle radici,/ un corpo nero si agita nella brezza del sud,/ strano frutto che penzola dagli alberi di pioppo”. Strange Fruit, contro il linciaggio dei neri nel sud degli Stati Uniti, denuncia di violenta potenza simbolica ed emotiva. Fu una delle prime espressioni del movimento per i diritti civili. Quanto tempo e’ passato da quella sera del 1939. Un tempo breve, nel computo della Storia. Un tempo infinito, misurato con i colori di questa notte.

    Quale 4 novembre?

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    Rispondendo all’invito del quotidiano Liberazione. Ricordiamo questo 4 novembre, che si vuole festa, con la lettera che don Milani scrisse ai cappellani militari che avevano definito l’obiezione di coscienza “una espressione di vilta’”. Per questa lettera don Milani fu denunciato. Assolto in primo grado, ricorda il quotidiano, nel processo d’appello “il reato e’ estinto per morte del reo”.
    Un testo lucido. Di furia trattenuta. Parole di pace, per rispondere a parole di guerra. Ne riporto l’ultima parte.
    “… / Che c’entrava la Patria con tutto questo? e che significato possono piu’ avere le Patria in guerra da che l’ultima guerra e’ stata un confronto di ideologie e non di patrie? ma in questi cento anni di storia italiana c’e’ stata anche una guerra “giusta” ( se guerra giusta esiste). L’unica che non fosse offesa delle altrui Patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana. Da un lato c’erano dei civili, dall’altra dei militari. Da un lato i soldati che avevano obbedito, dall’altra soldati che avevao obiettato. Quali dei due contendenti erano, secondo voi, i “ribelli”, quali i “regolari”? E’ una nozione che urge chiarire quando si parla di Patria.

    Ricordando i morti…

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    Il 2 di novembre. Molti anni fa. Forse più di un quarto di secolo fa. A pochi passi dal mare. Sul litorale di Ostia. Per scoprire il luogo dove era stato ucciso Pasolini. Nel ricordo, poca gente. Quasi nessun fiore. Sabbia grigia e grigio il mare. Nulla di strano. Il 2 di novembre. Si piangono i morti.// Il 2 di novembre, di due o tre anni fa. In visita a un cimitero romano. Acattolico. Già cimitero degli Inglesi, o cimitero dei protestanti, dicono le guide. All’ombra della Piramide e di cipressi immensi. Un gruppo di persone acquattate sull’erba, per ascoltare il canto di Giovanna Marini e il suo “lamento per la morte di Pasolini“. Canta le ore della passione. Le undici volte che l’ho visto/ Gli vidi in faccia la mia gioventù/ Oh Cristo me l’hai fatto un bel disgusto/ Le undici volte che l’ho visto// Le unidici e un quarto io mi sento ferito/ Davanti agli occhi ho le mani spezzate/ E la lingua mi diceva “è andata è andata”/ Le unidici e un quarto mi sento ferito/…/ Ma quella notte volevo parlare/ La pioggia il fango e l’auto per scappare/ Solo a morire lì vicino al mare…//
    Ieri sera. Vigilia del 2 novembre. A teatro per qualcosa sul Sessantotto. Forse un caso, ma ancora, che strano, Pasolini. E il suo Teorema. Insostenibile urlo contro gabbie d’ipocrisia. Oggi, 2 di novembre. Si festeggiano i morti.

    Pensiero di novembre

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    Per iniziare il mese, con ancora un pizzico di verità, sull’amore.
    “Poi la musica cominciò a crescere, crescere, fino a comporre giravolte nell’aria, prima leggere, poi sempre più veloci e possenti. E l’esercizio del cerchio delle quinte divenne un vortice di vento. Passione pura. Era la sua dichiarazione d’amore. Sapevo che stava suonando per me. Solo per me. Anche se quando il suono s’ammutolì e lui ricomparve nella stanza lo vidi venire a sedersi di nuovo fra noi senza dire nulla. Senza neppure farmi un cenno. Guardai la piega leggera del suo labbro, quasi un sorriso nascosto in un broncio. Capii che mi avrebbe travolto. Che non avrei fatto nulla per arginarlo e ne fui immensamente felice. Era una giornata piena di luce breve. Luce densa e nitida dell’autunno inoltrato…”
    luce, a tratti, di oggi…, carica, della stessa, attesa, di nostalgia…
    (da Angela, angelo, angelo mio….)

    A proposito di parole

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    Le parole. Ancora, il solito tarlo. Bisognerebbe maneggiarle con piu’ cautela. Le parole. Ancora un pensiero a questo nostro usarle sbadato. Grazie a un libro, che ce ne snocciola un po’. Di parole tanto scontate da sembrare banali, persino, nell’ovvio incedere del nostro parlare quotidiano. Qualcuna? Altro, ad esempio. O apprendimento. Oppure badanti, code, dati di fatto. Ancora: sicurezza, legge, cibo. Le nostre parole quotidiane… Innocue? Non e’ poi cosi’ certo. Dipende, dipende dall’uso che se ne fa. E ce lo spiega bene Giuseppe Faso, quando cataloga queste ed altre parole in un lessico del razzismo democratico. E ci inchioda alle nostre responsabilita’ quando ci svela il trucco. Quando punta il dito contro la pigrizia ( o la malafede) di chi (noi tutti?) finge di spiegare realta’ complesse con semplificazione di pensiero e di linguaggio. Quando ne spiega l’uso strumentale e demagogico. E non solo. Prendiamo il termine ospite, ad esempio. Parola buona direi, accogliente persino. Sa di antica cortesia e buone usanze. Eppure…

    Muro dopo muro

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    Ancora un cenno di passato, ma neanche poi tanto lontano. Ripescato con un articolo scritto da Daniela Morandini per Il manifesto del mese del novembre del 1992 ( in fondo appena ieri). Titolava: EX DDR, TRATTATIVE PER UN PAESE IN VENDITA. Come dire: come si vendono pezzi di un intero paese. In giro nella –Treuhananstalt-, di Berlino Est. Tra promesse di grandi affari, e qualche sospetto di tangenti…
    “Leipziger Strasse, numero cinque, Berlino Est.
    Qui, prima, c’era la Casa dei Ministri, adesso c’è la -Treuhandanstalt-, l’ente statale per la privatizzazione della ex Repubblica Democratica Tedesca. Per incontrare gli uomini che vendono la DDR, bisogna prendere al volo uno strano ascensore senza porte, che va da un piano all’altro, senza fermarsi. In questi vecchi uffici che, prima ancora erano del Ministero dell’aviazione nazista, si cerca di risanare più di dodicimila industrie, uscite a pezzi da quarant’anni di economia socialista. Qui si cerca di reinventare un apparato tagliato fuori dalla divisione del lavoro occidentale, e abbandonato dai mercati dell’Est, che non esistono più. Intanto, la disoccupazione diventa sempre più grave.