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    Rosalia. Quasi una fiaba…8)

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    “Troppo grande” gli disse Rosalia delusa, iniziando a piangere sommessa.
    Senza aspettare che lei glielo chiedesse, si mise subito al lavoro, per scalfire la lettera l . Chi sei, chi sei, mormorò.
    “Chi sono? Questa è quasi una buona domanda” lei gli rispose. “Sono chi hai voluto chiamare, ma sarei potuta essere l’entità confusa di ognuno”.
    “uff…” sbuffò. “…se qualcuno si decidesse a ridurre tutto questo in cenere. Se ci lasciassero finalmente morire”.
    “Chi sono?” la bambina fece un giro su se stessa come per rivolgersi a tutte le altre mummie.
    Chi siamo? Qualcuno sembrò rispondere per lei. Siamo il passaggio sospeso in eterno. Siamo la fine, e questi corpi ci impediscono di finire.

    Rosalia. Quasi una fiaba…7)

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    Domande sbagliate. Nei giorni seguenti non fece che ripetersi quel rimprovero. Saltò tutte le lezioni del corso, quella settimana. Con una scusa qualsiasi: influenza di fine autunno, mandò a dire. Una forma gravissima d’influenza, confermò ai compagni uno degli allievi che lo aveva incontrato sul finire del pomeriggio lungo i viali della villa. Pallido e smagrito. In quei giorni non riusciva a mandare giù nello stomaco che briciole di cibo, tormentato com’era dalla paura di non riuscire a trovare la formula giusta per la sua domanda.
    Domande sbagliate… domande sbagliate…, gli fischiava nelle orecchie il merlo che da qualche tempo veniva ad affacciarsi sull’albero di limone e restava a fissarlo attraverso il vetro della finestra con la distratta ironia degli animali. Sbagliato… sbagliato … era il grido del barbagianni, la notte dal giardino sul retro della casa. Sbagliato. Sbagliato. Le sole parole che aggiunse ai suoi appunti.

    Rosalia. Quasi una fiaba…6)

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    Cominciò con un omicidio quella settimana in città. Finì con la strada macchiata del sangue di un altro morto, il venerdì. La città sussultò, si agitò, si riacquietò. Il professore trascorse sei giorni solo nell’attesa della domenica. Sempre più distratto e a tratti assente durante le lezioni, trascorreva lunghe ore la sera alla scrivania, senza riuscire ad articolare alcun pensiero che non fosse l’immagine immobile del volto della bambina del sotterraneo.
    Tornò al secondo appuntamento con la cintura nuova che Rosalia gli aveva chiesto.
    La trovò seduta ai piedi della teca. Lei prese la cintura senza neppure ringraziarlo, la indossò e accomodò l’orlo della vestina appena sotto le ginocchia.
    “Cancella la seconda lettera” ordinò la bambina.

    Rosalia. Quasi una fiaba…5)

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    Dove dunque il luogo del passaggio? Osò.
    “Dammi il nastro”, fece lei brusca. “E cancella almeno una lettera di quel nome”.
    Il professore esitò.
    “E’ un mio desiderio” insistette la bambina. “Tu sai che non si possono ignorare i desideri di chi hai chiamato”.
    Ebbe un attimo di confusione, ma poi ricordò di avere in tasca come sempre un temperino e cominciò, lentamente, a scalfire l’ultima delle lettere incise sulla targa.
    E la risposta?, chiese sollevando appena la testa.
    Vide la bambina slegare il nastro rosa, che fra le sue minute dita subito si cancellò in cenere, poi sistemare quello nuovo e senza gioia contemplarsi nella trasparenza del cristallo.

    Rosalia. Quasi una fiaba…4)

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    “Rosalia, poi. Non so se questo nome ora è il migliore per me. Forse mi piacerebbe essere chiamata Gaia. O Margherita. Mi piacciono i nomi dei fiori. Scriverai per me un nome nuovo?”
    No. Non avrebbe distrutto con un gioco di sillabe l’essenza di quel miracolo.
    “Non scriverai per me un nome nuovo!?” la bambina sembrò sull’orlo del pianto e lo fissò con rabbia. Poi con sfida: “ Immagino sei venuto qui per giocare con me”.
    No. Per il momento non ne aveva il tempo. Era lì per alcune domande.
    “Domande?! Ho anch’io tante domande e ancora nulla e nessuno…”
    Ecco, il nulla, appunto. Il nulla di mezzo dal quale era arrivata. Dov’era il luogo…
    Lei lo interruppe con uno sbadiglio annoiato: “Dormire. Voglio dormire…”

    Rosalia. Quasi una fiaba…3)

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    Ora era finalmente davanti a Rosalia, come sempre immobile al suo posto, ben sigillata nella sua scatola trasparente.Rosalia. Ro-sa-lia!!! , sillabò con forza.Rosalia… Rosalia… Rosalia… il nome si infranse in spirali di suono che gli avvolsero il cervello. Poi sentì freddo.Molto freddo.“Che silenzio, oggi. Non c’è stata l’ombra di un visitatore. Neanche uno di quegli stupidi turisti curiosi. Solo tutti questi morti. E’ stata una domenica insopportabile!”. La voce proveniva dal corridoio alle sue spalle. Aveva un timbro a un tempo profondo e debole.Si voltò e lei era lì, seduta sul gradino più basso della nicchia a destra.

    Rosalia. Quasi una fiaba… 2)

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    Ma tre anni di visite e riflessioni sottoterra non avevano partorito che confusi appunti. Ancora non si era avverato il prodigio per il quale avrebbe venduto l’anima. Vi pensò con sconforto mentre si avvicinava alla cripta dov’era la bara di cristallo della piccola Rosalia.
    Rosalia. Il miracolo chimico che impediva a quel corpo di dissolversi in polvere l’aveva immobilizzata così: una bambola che si era appena addormentata. Sembrava ancora tiepida della carezza che le aveva sistemato il nastro fra i capelli. D’un rosa antico, come il morbido colorito del viso. La Bambina. Mai più viva e mai più polvere.
    Negli ultimi mesi il suo interrogare e interrogarsi era diventato sempre più ansioso, come incalzato dalla fretta di chi sappia di essere vicino all’esaurirsi del proprio tempo. E uno strano stato di ipnosi si impossessava di lui ogni volta che si avviava all’appuntamento con le mummie dei Cappuccini.

    Rosalia. Quasi una fiaba di Natale…

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    La scalinata era composta da tre rampe. Tre lunghe rampe per raggiungere i locali sotterranei. Calce bianca alle pareti e sul soffitto, basso da sfiorare la testa. Una sola feritoia all’altezza dei primi gradini, affacciata sul confine fra il mondo della luce e quello del buio. Un sottile riquadro che comprendeva un tratto d’erba, l’inferriata di un recinto, un’ala scolpita nel marmo. Vi lanciò un’occhiata, come sempre prima di proseguire lungo la seconda rampa, dove la luce era solo livido neon, l’aria a tratti fredda e a tratti infuocata. Aliti di morte e aliti di vita, pensò, mentre il respiro già sembrava fuggire via.
    “L’accompagno professore? Neanche un visitatore, oggi. Scendo con lei?”
    Il viso del padre guardiano s’affacciò dall’alto della scalinata, senza quasi più denti e sommersa di rughe. Più tetra della più tetra delle mummie, gli sembrò.

    Pensiero di dicembre

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    “Venne data loro la possibilita’ di scegliere fra re o corrieri del re. Come bambini, vollero tutti essere corrieri. Per questo ci sono soltanto corrieri, scorazzano per il mondo e, poiche’ di re non ce ne sono, gridano i messaggi ormai privi di senso l’uno all’altro. Volentieri porrebbero fine alla loro miserevole vita, ma non osano farlo per via del giuramento che hanno prestato”.
    Franz Kafka, Aforismi di Zurau, Adelphi

    Una domanda

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    A Napoli, lungo la discesa di San Gregorio Armeno. E poi risalendo. Alla ricerca di una pastorella, per il presepe. Sì, proprio lei. Quella sottile figurina dall’aria un pò stupita. Con la gonna rosa, o azzurra. Va bene anche verde muschio. Che abbia accanto un capretto piccolino, che le si strusci sulle gambe, quasi un cagnolino. Ci sono tutti, gli altri pezzi del presepe. Quelli di sempre e quelli spuntati dalle cronache dell’anno che corre. Tutti, proprio tutti e qualche guizzo di fantasia in più. Ma la pastorella, sembra introvabile… Poi, finalmente … eccola. Piccolina piccolina, con un capretto in braccio… “Perché non ce la fa a portarlo sulle spalle… non è forte come un pastore, lei” dice gentile la signora di uno dei pochi negozi che ancora ne hanno, di pastorelle. Perché, ci spiega, non c’è domanda. Di pastorelle. Lei le ha comunque volute quelle statuine, ma quasi nessuno, assicura, le compra più …e se non c’è domanda…Una domanda, appunto: perché nessuno le vuole più? Le pastorelle….La verità, vi prego…