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    Ricordate Franca Viola?

    Sabato, giornata contro la violenza sulle donne. Domani, una data contro lo stupro. Celebrandole, l’una e l’altra data, con “la Storia di Viola” di Lorenzo Misuraca, giornalista, raccontatore…

    “Questa è la storia di Viola, piccolo fiore di campo a cui un bruto aveva strappato tutti i petali, e che invece di appassire prese a splendere e splendere senza fine. Tra i giovani fiori di campo, Viola era il più bello. E Viola era fiore, senza dubbio alcuno, ma era anche un po’ civetta. E quello che amava di più era ridere, e giocare col vento e con gli sguardi dei giovani abitanti del campo.
    E tra gli abitanti del campo c’era il signor Melodia.
    Melodia credeva di chiamarsi così per la bellezza della sua voce, che in realtà era stridula e fastidiosa per i timpani di tutti. In realtà Melodia si chiamava Melodia perché era un prepotente, e come tutti i prepotenti voleva avere tutto. E a tutti diceva: “Melodiaa!” “Melodiiiaaa!”, che sarebbe una richiesta, ma che in bocca a lui suonava come un ordine. E come tutti i prepotenti, Melodia non sapeva bene cosa volere, e per saperlo guardava dove tutti guardavano, e quello che tutti guardavano diventava il suo desiderio.
    E in quella lontana primavera, in quello sperduto campo al limitare del mondo, tutti guardavano Viola. Tutti i giovani abitanti del campo volevano, bramavano, desideravano quel giovane fiore che rideva al vento e ai maschi.
    Melodia guardò Viola ed ebbe un’idea. Se lei era quello che tutti volevano, lei doveva essere sua.
    E dunque, durante le quotidiane passeggiate del pomeriggio, il signor Melodia si accostava a Viola e le diceva, appunto: “Melodiaa! Melodiiiiiiaaaaa!”
    Lei lo guardava schifata – che Melodia oltretutto era brutto come un calzino bucato – scoppiava a ridere e rispondeva: “Dice la mamma Rocca si guarda ma non si tocca!”. E ogni volta che Melodia si avvicinava a Viola, lei rispondeva sfrontata: “Dice la mamma Rocca si guarda ma non si tocca!”.
    Ahi, che rabbia! Che fastidio che provava il signor Melodia di fronte a quella frase. E poi detta da una giovinetta a lui! Lui che aveva tutto quello che voleva prima ancora di chiederlo!
    E un giorno, all’ennesima frase di sfida pronunciatagli in faccia da Viola, Melodia rispose: “Dice la mamma Elisabetta si pigghia e si metti ‘nsacchetta!”. Afferrò Viola, la strappo dal terreno e la infilò in un sacco.
    Viola rotolava dentro il sacco buio e non aveva idea della storia penosa che l’attendeva.
    Melodia la portò in un lurido casolare lontano dal campo e lì, tra gli strilli e le suppliche di Viola, le strappò tutti i petali. Uno ad uno.
    E ad ogni petalo buttato all’area, Melodia consumava la bellezza di Viola. Quellagrazia che non poteva possedere voleva cancellarla per sempre, come un disegno di sabbia in riva al mare.
    Quando il signor Melodia ebbe finito, Viola corse via piangendo. Dei suoi bellissimi petali non era rimasto nulla. Solo la corolla, spoglia, che consegnava il pudore del giovane fiore agli sguardi della gente.
    Piangeva viola, e chinava il capo. E al suo passaggio, gli altri fiori sussurravano: “Se si è ridotta così, qualcosa di male avrà pur fatto”.
    “Ognuno ha quel che si merita!”, recitavano in coro. E ad ogni coro, tutti annuivano con il capo.
    Finché uno dei fiori disse: “Ora le toccherà sposare il signor Melodia per riparare il guaio che ha fatto”. E tutti annuirono, recitando: “È la legge del campo, e la legge del campo non conosce eccezioni”.
    Era la rabbia di Viola, l’eccezione alla legge. Il fiore triste ingoiò tutte le lacrime, una ad una, e andò dalle guardie del campo a denunciare Melodia. Si sedette, prese un respiro, e cominciò:
    “A dire il vero, di questa storia non ho nessuna colpa. È stato il signor Melodia a strapparmi tutti i petali uno a uno. E francamente – disse Viola – non mi sembra affatto una bella cosa!”.
    Le guardie del campo ascoltarono Viola e scrissero quello che lei diceva in un quaderno fitto fitto d’inchiostro.
    Quando il signor Melodia seppe che le guardie cercavano le prove di quello che aveva fatto a Viola, per metterlo in galera, si precipitò dal padre del fiorellino senza petali.
    Melodia si era portato due amici per non sentirsi solo…e non solo per questo: Nino, alto alto e magro magro, con due mani grosse come pale per scavare, e Tano, basso basso e grasso grasso, con una testa dura e liscia come una palla di cannone.
    Tre volte bussarono alla porta del padre di Viola. E quando questo aprì, il quarto colpo lo prese dritto in faccia.
    “Mi scuso per il pugno, è stato una casualità – disse Melodia – ma neanche tanto, che a volte il caso è solo un avvertimento malcelato… il fatto è che dovreste convincere vostra figlia a chiudere la bocca e a ritirar denuncia dalle guardie. Lo dico, s’intende, per il bene suo e della sua bella famigliola”.
    Il papà di Viola era un’anima semplice, e semplice fu la logica della sua risposta:
    “Vedete – disse – non è tanto il non volervi accontentare…ma da quando Viola è andata dalle guardie, ha smesso di camminare gobba per la vergogna di mostrare a tutti la sua corolla spoglia.
    Ora va in giro tutta dritta, alta, bella, e io per guardarle il viso devo per forza alzare lo sguardo.
    Ecco, voi mi chiedete ora di calare la testa. Ma se calassi la testa, non riuscirei a vedere il sorriso e gli occhi di mia figlia…e allora, a che mi servirebbe il bene mio e della mia famiglia, se non anche la mia stessa vita?”
    Così disse e richiuse la dura porta in faccia a Melodia, che ebbe appena il tempo di alzare il pugno in preda all’ira, che il clack delle manette della guardia venuta ad arrestarlo, gli imprigionò il polso.
    Il signor Melodia passò tanti anni in carcere, piangendo le sue colpe e la sua idiozia.
    Viola trovò un uomo bello e onesto che la portò all’altare e coltivò il suo amore.
    Ma quel che conta, forse anche più dello stesso amore di Viola, è che la sua storia passò di bocca in bocca, da un campo all’altro.
    E da allora, altri giovani fiori di campo liberi e allegri trovano il coraggio di difendere la propria bellezza, raccontandosi la storia di Viola, piccolo fiore di campo a cui un bruto aveva strappato tutti i petali, e che invece di appassire prese a splendere e splendere senza fine”.

    Questo il racconto. La storia, la cronaca, Lorenzo ce la ricorda così.
    Il 26 dicembre 1965, ad Alcamo (Tp) Franca Viola venne rapita, all’età di 17 anni da Filippo Melodia, suo spasimante sempre respinto, con l’aiuto di dodici suoi amici, e venne violentata, nascosta e segregata per otto giorni in un casolare al di fuori del paese. Secondo la “morale” del tempo, una ragazza che avesse vissuto una simile vicenda, ossia non più vergine, non aveva molte alternative: sposare il suo rapitore, salvando l’onore sua e quello della sua famiglia, o rimanere zitella, additata come “donna svergognata”. Questa “morale” era persino supportata dalla legge italiana. L’articolo 544 del codice penale prevedeva il “matrimonio riparatore”, considerando la violenza sessuale come un oltraggio alla morale e non alla persona. L’accusato di delitti di violenza carnale, anche su minorenne, avrebbe dunque avuto estinto il reato nel caso di matrimonio con la persona offesa. Contrariamente alla prassi dei tempi, Franca Viola non accetterà il matrimonio riparatore. Suo padre, contattato da emissari durante il rapimento, fingerà di acconsentire alle nozze, preparando con i carabinieri di Alcamo una trappola. Quando il rapitore e i suoi amici rientrarono in paese, con la donna, furono tutti arrestati.
    Dopo di allora, tutta la famiglia Viola, che aveva contravvenuto alle regole della vita locale, subì intimidazioni, il padre Bernando venne minacciato di morte, la loro vigna rasa al suolo ed il
    casolare annesso bruciato.
    Filippo Melodia verrà condannato a 11 anni di carcere, ridotti a 10 e a anni di soggiorno obbligato nei pressi di Modena. Pesanti condanne verranno inflitte dal tribunale di Trapani anche ai suoi complici. Melodia uscirà dal carcere nel 1976 e morirà di lupara il 13 aprile 1978. Franca Viola diventerà il simbolo di libertà e dignità, in Sicilia, per tutte quelle donne che dopo di lei subirono le stesse violenze ed ebbero, guardando il esempio, il coraggio di “dire no” e rifiutare il matrimonio riparatore. Franca Viola si sposò nel 1968, con un giovane, con cui si era fidanzata dall’età di 14 anni. Ebbero tre figli. Si trasferirono a Monreale per i primi tre anni di matrimonio, per poi tornare ad Alcamo. Dopo sedici anni dal rapimento l’articolo 544 del Codice Civile sarà finalmente abrogato con l’articolo 1 della legge 442, emanata il 5 agosto 1981, che abolisce la facoltà di cancellare una violenza sessuale con un matrimonio ‘riparatore’.

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