“Scusate, sapite l’ammore ched’è?” / L’ammor’è na cosa / c’addora di rosa… / ca rosa nunn’è…/ nduvina ched’è” /// “E’ rosa?… E scusate, sapite pecché?” /// “E’ rosa ‘o culore che serve p’’ammore./ L’ammore nun c’è / si rosa nunn’è”. /// “L’addore che c’entra… si rosa nunn’è?” /// “Pecché dinto maggio,/ se piglia coraggio. / Sentendo l’addore / te nasce l’ammore”. /// “A maggio sultanto?… E sapite pecché?” /// “E’ maggio pè n’anno / pè chille c’’o ssanno. / Pè chi nun vò bene / stu mese nun vene”. ///
“E senza l’addore l’ammore nun c’è?” ///
“Nun c’è… pecché ‘ammore / è forte delore, / ca pare na cosa / c’addora di rosa”.
L’ammore ched’è? poesia di Eduardo, 1947. Quasi un pensiero per Natale…
La verità, vi prego… ancora
Rosalia. Quasi una fiaba… (12
“Sono contenta che tu mi abbia portato dei dolci” gli disse senza sorridere. “Proprio quello che desideravo, un cavallo a dondolo, una bambola, un bastoncino di zucchero caramellato”.
“Ma adesso devi cancellare l’ultima lettera del mio nome” gli chiese per la prima volta persino con garbo.
Percepì un che di ansioso, come una certa trepidante attesa nella voce della bambina. Non disse, non chiese nulla. Ora aveva solo paura di quello che lei gli stava chiedendo e di quello che lei si aspettava da lui.
Rosalia. Quasi una fiaba…11)
“Ma dove, ma dove…” lo interruppe seccata Rosalia. “Come se ci fosse un dove diverso dall’altro. E chiederlo a me… chiederlo a me… come se… come se…”.
Come se non fossimo tutti… tutti prigionieri sull’orlo del nulla, suggerì un sibilo alle sue spalle .
“E per oggi ne ho abbastanza. Non hai ancora cancellato la o. Cancella! Subito!” gli ordinò la bambina sottraendo veloce lo specchio al suo sguardo.
Obbedì. Sentiva di non avere forza per contrastarla. E lei gli sembrava così piena di improvvisa, rinnovata energia.
Rosalia. Quasi una fiaba…10)
La prima cosa che fece, il lunedì, fu comprare lo specchio di cristallo. Lo scelse rotondo, con una sottile cornice argentata. Tornato a casa lo poggiò sulla scrivania e vi si sedette di fronte. Notò una piccola ombra di polvere e vi alitò sopra per pulirla via. Ebbe l’impressione che un alito caldo ritornasse a lui dalla superficie del vetro. Né riuscì a mandare via la macchia. Alitò ancora, e un soffio di aria ancora più calda gli investì il viso, prima perdersi nel corridoio alle sue spalle.
Decise allora di trasferire la scrivania, gli appunti, alcuni libri e una poltrona nell’ultima stanza dell’appartamento, dove d’estate andava a difendersi dallo scirocco.
Rosalia. Quasi una fiaba… 9)
Non fu semplice trovare un paio di scarpette rosse. Impiegò cinque giorni di ricerche, e solo il venerdì le scovò in un piccolo bazar di periferia.
Sentiva che le forze cominciavano ad abbandonarlo. Non mangiava quasi più. Aveva definitivamente sospeso le lezioni e continuava ad ammucchiare sulla scrivania fogli e fogli di inutili, inconcludenti appunti. Persino il merlo sembrava aver pietà di lui. Continuava ad affacciarsi di tanto in tanto nel riquadro della finestra, ma senza più fischiare. Passò il piccolo corteo di un funerale davanti casa, il sabato mattina, e fu preso dall’ansia che arrivasse in fretta la domenica. Quando poté finalmente attraversare la città quasi ancora addormentata con sotto il braccio il suo regalo per Rosalia.
Rosalia. Quasi una fiaba…8)
“Troppo grande” gli disse Rosalia delusa, iniziando a piangere sommessa.
Senza aspettare che lei glielo chiedesse, si mise subito al lavoro, per scalfire la lettera l . Chi sei, chi sei, mormorò.
“Chi sono? Questa è quasi una buona domanda” lei gli rispose. “Sono chi hai voluto chiamare, ma sarei potuta essere l’entità confusa di ognuno”.
“uff…” sbuffò. “…se qualcuno si decidesse a ridurre tutto questo in cenere. Se ci lasciassero finalmente morire”.
“Chi sono?” la bambina fece un giro su se stessa come per rivolgersi a tutte le altre mummie.
Chi siamo? Qualcuno sembrò rispondere per lei. Siamo il passaggio sospeso in eterno. Siamo la fine, e questi corpi ci impediscono di finire.
Rosalia. Quasi una fiaba…7)
Domande sbagliate. Nei giorni seguenti non fece che ripetersi quel rimprovero. Saltò tutte le lezioni del corso, quella settimana. Con una scusa qualsiasi: influenza di fine autunno, mandò a dire. Una forma gravissima d’influenza, confermò ai compagni uno degli allievi che lo aveva incontrato sul finire del pomeriggio lungo i viali della villa. Pallido e smagrito. In quei giorni non riusciva a mandare giù nello stomaco che briciole di cibo, tormentato com’era dalla paura di non riuscire a trovare la formula giusta per la sua domanda.
Domande sbagliate… domande sbagliate…, gli fischiava nelle orecchie il merlo che da qualche tempo veniva ad affacciarsi sull’albero di limone e restava a fissarlo attraverso il vetro della finestra con la distratta ironia degli animali. Sbagliato… sbagliato … era il grido del barbagianni, la notte dal giardino sul retro della casa. Sbagliato. Sbagliato. Le sole parole che aggiunse ai suoi appunti.
Rosalia. Quasi una fiaba…6)
Cominciò con un omicidio quella settimana in città. Finì con la strada macchiata del sangue di un altro morto, il venerdì. La città sussultò, si agitò, si riacquietò. Il professore trascorse sei giorni solo nell’attesa della domenica. Sempre più distratto e a tratti assente durante le lezioni, trascorreva lunghe ore la sera alla scrivania, senza riuscire ad articolare alcun pensiero che non fosse l’immagine immobile del volto della bambina del sotterraneo.
Tornò al secondo appuntamento con la cintura nuova che Rosalia gli aveva chiesto.
La trovò seduta ai piedi della teca. Lei prese la cintura senza neppure ringraziarlo, la indossò e accomodò l’orlo della vestina appena sotto le ginocchia.
“Cancella la seconda lettera” ordinò la bambina.
Rosalia. Quasi una fiaba…5)
Dove dunque il luogo del passaggio? Osò.
“Dammi il nastro”, fece lei brusca. “E cancella almeno una lettera di quel nome”.
Il professore esitò.
“E’ un mio desiderio” insistette la bambina. “Tu sai che non si possono ignorare i desideri di chi hai chiamato”.
Ebbe un attimo di confusione, ma poi ricordò di avere in tasca come sempre un temperino e cominciò, lentamente, a scalfire l’ultima delle lettere incise sulla targa.
E la risposta?, chiese sollevando appena la testa.
Vide la bambina slegare il nastro rosa, che fra le sue minute dita subito si cancellò in cenere, poi sistemare quello nuovo e senza gioia contemplarsi nella trasparenza del cristallo.
Rosalia. Quasi una fiaba…4)
“Rosalia, poi. Non so se questo nome ora è il migliore per me. Forse mi piacerebbe essere chiamata Gaia. O Margherita. Mi piacciono i nomi dei fiori. Scriverai per me un nome nuovo?”
No. Non avrebbe distrutto con un gioco di sillabe l’essenza di quel miracolo.
“Non scriverai per me un nome nuovo!?” la bambina sembrò sull’orlo del pianto e lo fissò con rabbia. Poi con sfida: “ Immagino sei venuto qui per giocare con me”.
No. Per il momento non ne aveva il tempo. Era lì per alcune domande.
“Domande?! Ho anch’io tante domande e ancora nulla e nessuno…”
Ecco, il nulla, appunto. Il nulla di mezzo dal quale era arrivata. Dov’era il luogo…
Lei lo interruppe con uno sbadiglio annoiato: “Dormire. Voglio dormire…”