Di nuovo. Quel grido, che è ancora urlo. Di gabbiano in volo, che ancora non è l’alba. Oggi è solo, a quest’ora. A fendere l’aria, radente sui tetti. Lancia grida che sono uno strazio. Così lontano dal mare. Grida che tagliano l’aria. Chiudono lo stomaco. Urla schiacciate fra il cielo e la terra. Annaspano. Fra il cielo e le mura sberciate. Fra il cielo e il mare di rifiuti, quaggiù…..
All’alba…
Orchi
Su un vagone del trenino, che porta fuori Roma. Lei è una donna giovane. Forse trent’anni. Forse molti di meno. Perché la vita, sul volto delle zingare, lascia presto i suoi segni più profondi. Lui è il suo bambino. Vivacissimo, con dei grandi occhi neri. Sconfinati, mi sembrano, mentre mi guarda monello. E una brutta tosse. Ma si muove e saltella e si alza e si risiede con l’energia curiosa dei bambini della sua età. Tre anni, mi dice la madre. Che lo afferra, lo lascia, lo riacciuffa, lo bacia. Ancora gli sfugge, lui mi sfiora. E, “non disturbare” lo ammonisce lei, indicando me che sono seduta lì accando. Il bambino mi fissa. Un’ombra di timore, e punta il dito verso di me: “Polizia?” mi chiede. Tre anni e, mi chiedo, quali e quanti gli orchi delle sue fiabe… “Polizia?” insiste. E, che sollievo, subito poi ridacchia…
Cosa è rimasto…
Un pensiero per chi è rimasto. Dopo la strage. Fra i detriti, dove affiorano cadaveri. Nei quartieri senza case. Nelle case senz’acqua. Senza luce. Negli ospedali senza più medici. Con ancor meno beni. Di prima necessità, come si dice. Che significa il minimo per sopravvivere. Meno di quel che serva per vivere. Magari cercando un minimo di senso. Per restare umani. Disastro umanitario, si dice. Diciamo. Senza chiederci cosa possa mai esserci di umano. Nel disastro. Della prigione di Gaza.
I tradimenti necessari…
Daniel Innerarity sostiene che nella società contemporanea siamo alle prese con una perdita di gravità dei soggetti, oggi meno vincolati alla pesantezza del territorio, meno controllabili e più liberi e interdipendenti. Abbiamo di fronte, sostiene, un panorama in cui ha davvero poco senso insistere sull’identità come qualcosa di definito e definitivo. E cita George Steiner, un ebreo europeo “di identà tanto complesse quanto multiple”, che assegnava agli ebrei un ruolo esemplare, che potrebbe servire come guida agli esseri umani. Steiner, dunque: “… dimostrare che, benché gli alberi abbiano radici, gli uomini hanno le gambe e sono ospiti gli uni degli altri. Se non vogliamo distruggere il potenziale della civiltà, dobbiamo sviluppare lealtà più complesse, più precarie. Vi sono, come insegnava Socrate, dei tradimenti che sono necessari per creare delle società più libere e più aperte per gli uomini. Perfino una grande società è qualcosa di limitato, di effimero, se paragonato al libero gioco della mente e all’anarchica disciplina dei suoi sogni”. ( D. Innerarity, Il nuovo spazio pubblico, Melteni editore, pag.165)
Cronache di guerre…
Ancora su Gaza. Riflessioni di un cronista, di cronache di guerre…
Un articolo di Ennio Remondino*.
“Nella vita m’è capitato di frequentare qualche guerra da molto vicino. Delle tecniche di guerra conosco il minimo necessario alla personale sopravvivenza, mentre qualche cosa in più so del racconto di guerra. Parlo quindi della guerra che vi arriva in casa attraverso i telegiornali. Gaza, in queste settimane. Tra le poche cose che ho capito delle guerre è che il loro racconto, per essere efficace ed assumere il valore della testimonianza, deve avvenire sempre da dove si svolgono i fatti. Dalla Striscia di Gaza, in questo caso. Faccio un esempio che vale per tutti. L’assedio crudele di Sarajevo nella guerra di Bosnia. In quei tre anni e mezzo di tiro al bersaglio, la vera difesa che fu in grado di impedire l’occupazione della città da parte degli scherani di Karadzic fu lo schieramento sul campo degli occhi dei giornalisti e degli obiettivi delle telecamere di tutto il mondo, Rai in testa.
Contro tutto ciò che si muove…
“Spariamo a tutto cio’ che si muove, non vogliamo colpire civili”. Parla Alon, uno dei soldati di Tsahal a Gaza. La sua testimonianza sul Times. “Posso dire che questa è l’offensiva piu’ aggressiva che sia mai stata condotta nella lotta ai palestinesi”, dice. “Non sembra che siamo lì da poche settimane. Appare tutto distrutto, demolito, sembra che ci siano stati bombardamenti per anni. Non potete immaginare quanti danni siano stati fatti”, dice. “Non vogliamo uccidere i civili, cerchiamo di fare tutto quanto e’ in nostro potere affinche’ i civili, i non combattenti, non siano colpiti. Avvertiamo loro di abbandonare le aree in cui infuriano i combattimenti. Ma non è facile, cio’ che stiamo facendo è un lavoro difficile”, dice. “E’ importante andare avanti e ricordare cosa siamo in grado di fare. E’ l’unico modo per costringerli a fermarsi”, dice.
Restiamo umani
Restiamo umani. Con queste due parole chiude ogni sua cronaca da Gaza. Vittorio Arrigoni. Pacifista. Rimasto a testimoniare la strage quotidiana. Restiamo umani. Un saluto e una preghiera. Dall’inferno. Guerrilla Radio, il suo sito. Dove andare ogni giorno, di questi giorni. Per non dimenticare di fare almeno un piccolo sforzo. Per restare umani.
Non una parola…

Difficile, impossibile parlare d’altro. Riporto la lettera aperta di Luisa Morgantini, Vice Presidente del Parlamento Europeo, ai Politici Italiani…
“Non una parola, non un pensiero, non un segno di dolore per le centinaia di persone uccise, donne, bambini, anziani e militanti di Hamas, anche loro persone. Case sventrate, palazzi interi, ministeri, scuole, farmacie, posti di polizia. Ma dove è finita la nostra umanità. Dove sono i Veltroni, con i loro “I care”, come si può tacere o difendere la politica di aggressione israeliana.
La popolazione di Gaza e della Cisgiordania, i palestinesi tutti, pagano il prezzo dell’incapacità della Comunità Internazionale di far rispettare ad Israele la legalità internazionale e di cessare la sua politicale coloniale.
Vittime delle vittime
Un suggerimento, per cercare di capire qualcosa di più. Della tragedia del popolo palestinese. Forse tutta racchiusa in quel sottotitolo, la tragedia di essere vittima delle vittime. Da La questione palestinese di Edward W. Said. Un racconto che parte da lontano, dall’emigrazione sionista in Palestina, per attraversare tutta la storia degli anni a seguire, la nascita dello Stato d’Israele, la sua espansione, la dispersione violenta del popolo palestinese, il terrorismo suicida, l’intifada…Per ricordare quale era la situazione sociale e demografica della Palestina nei primi decenni del Novecento, per capire come si è arrivati all’oggi. La logica coloniale che vi è dietro. Il consenso da parte dei governi a questa logica, favorito dal ricordo della tragedia dell’olocausto. Per cercare di capire come e perché oggi sembri acquisita l’impressione che “l’elemento indigeno sia costituito dagli ebrei e che stranieri siano i palestinesi”. Diventati, ora, loro, “vittime delle vittime”.
La pace sia con te…
Ti racconto una fiaba, che nel tuo orecchio un seme metterà,/ la tartaruga nella valle,/ sono cento i cacciatori,/ la nostra capra al pascolo./ Dico:-Capra, che hai?/ Risponde:-E’ il cane che mi sta scacciando!/ -Che cos’hai cane?/ -E’ il bastone che mi sta picchiado!/ -Che cos’hai bastone?/ -E’ il fuoco che mi sta bruciando!/ -Che cos’hai fuoco?/ -E’ l’acqua che mi sta spegnendo!/ -Che cos’hai acqua?/ -E’ il cammello che mi sta bevendo!/ -Che cos’hai cammello?/ -E’ il coltello che mi sta macellando!/ -Che cos’hai coltello?/ -E’ il fabbro che mi sta affilando!/ La pace sia con te.”
da Palestina Fiabe, a cura di Wasim Dahmash