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    Rompiamo il silenzio

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    Aderendo all'appello di Libertà e Giustizia, sul sito www.libertaegiustizia.it.  Per rompere il silenzio. Ecco: "Mai come ora è giustificato l’allarme. Assistiamo a segni inequivocabili di disfacimento sociale: perdita di senso civico, corruzione pubblica e privata, disprezzo della legalità e dell’uguaglianza, impunità per i forti e costrizione per i deboli, libertà come privilegi e non come diritti. Quando i legami sociali sono messi a rischio, non stupiscono le idee secessioniste, le pulsioni razziste e xenofobe, la volgarità, l’arroganza e la violenza nei rapporti tra gli individui e i gruppi. Preoccupa soprattutto l’accettazione passiva che penetra nella cultura. Una nuova incipiente legittimità è all’opera per avvilire quella costituzionale. Non sono difetti o deviazioni occasionali, ma segni premonitori su cui si cerca di stendere un velo di silenzio, un velo che forse un giorno sarà sollevato e mostrerà che cosa nasconde, ma sarà troppo tardi..."

    Prigioni

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    Forse mi ripeto. Ma evidentemente la scena è ancora quella. Evidentemente. L’ultimo atto di The Baby of Macon. Strazio del corpo di un bambino fatto a pezzi e dato in pasto alla sete di reliquie di fedeli assetati di sangue. Quella scena ritorna, ossessiva, oscena, come l’oscena immoralità delle parole pronunciate sul corpo di Eluana Englaro. E mi è fatica pronunciare questo nome di cui troppi, senza alcun diritto, si sono appropriati. Pronunciandolo con intollerabile confidenza, quasi nome di figlia propria. Perseguendo l’unico fine che, al di sopra di tutto, sembra chiaro: costruire prigioni. E che siano nuove mura, o recinti di filo spinato, o norme, o corpi, poco importa…

    Secondo pensiero di Febbraio

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    “Non conquistare, non difenderti, non arrenderti”. Dal testo della Costituzione di Uzupis, Repubblica degli artisti, Stato nello Stato, a Vilnius. Da imparare a memoria. Non conquistare, non difendersi, non arrendersi. Guardandosi intorno…  

    Pensiero di febbraio

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    Muri, muri, sempre più alti. Pareti, ancora, ancora più spesse… per costruire case e palazzi dove custodire ogni prezioso bene… rovi e mura di cinta e foreste di pietre… e che nessun estraneo si avvicini… che nessuno si fermi, a disturbare la vista, accanto a quell’albero, a destra del semaforo, ai piedi di quella statua… via, via da qui… vogliamo intorno tutto un nitido nulla… e bisogna fare buona guardia… se sopravvive anche una sola persona che ancora spera l’insperabile ( cit. da un saggio greco che non ricordo)… anche il sortilegio della parete più alta può andare in frantumi…

    Apocalissi

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    Leggendo, e scoprendo, lettere e articoli scritti da Pasolini, prima e a proposito della realizzazione del suo film sulla vita di Cristo. Il Vangelo secondo Matteo. Di cui ancora rimangono, impossibili da dimenticare, gli occhi scuri di quel Gesù come riflesso negli occhi di Matteo, la violenza antica dei paesaggi, i tanti figli intorno a Maria. Ancora una volta parole folgoranti, dell’ultimo profeta del nostro tempo. Troppo pericolose perché ancora vivesse. Troppo vere, per essere sopportabili. Ancora oggi, guardandosi intorno. Da Il Giorno del 6 marzo 1963, ad esempio: “…nulla mi pare più contrario al mondo moderno di quella figura: di quel Cristo mite nel cuore, ma “mai” nella ragione, che non desiste per un attimo dalla propria terribile libertà come volontà di verifica continua nella propria religione, come disprezzo continuo per la contraddizione e lo scandalo…..  La figura di Cristo dovrebbe avere, alla fine, la stessa violenza di una resistenza: qualcosa che contraddica radicalmente la vita come si sta configurando all’uomo moderno, la sua grigia orgia di cinismo, ironia, brutalità pratica, compromesso, conformismo, glorificazione della propria identità nei connotati della massa, odio per ogni diversità, rancore teologico senza religione”.  Grigia orgia di cinismo… compromesso… rancore teologico senza religione (atei devoti?)… odio per ogni diversità… Guardandosi intorno…

    Pier Paolo Pasolini, una carica di vitalità da Apocalissi, Ventidue modi di leggere la Bibbia, Isbn Edizioni

    All’alba…

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    Di nuovo. Quel grido, che è ancora urlo. Di gabbiano in volo, che ancora non è l’alba. Oggi è solo, a quest’ora. A fendere l’aria, radente sui tetti. Lancia grida che sono uno strazio. Così lontano dal mare. Grida che tagliano l’aria. Chiudono lo stomaco. Urla schiacciate fra il cielo e la terra. Annaspano. Fra il cielo e le mura sberciate. Fra il cielo e il mare di rifiuti, quaggiù…..

    Orchi

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    Su un vagone del trenino, che porta fuori Roma. Lei è una donna giovane. Forse trent’anni. Forse molti di meno. Perché la vita, sul volto delle zingare, lascia presto i suoi segni più profondi. Lui è il suo bambino. Vivacissimo, con dei grandi occhi neri. Sconfinati, mi sembrano, mentre mi guarda monello. E una brutta tosse. Ma si muove e saltella e si alza e si risiede con l’energia curiosa dei bambini della sua età. Tre anni, mi dice la madre. Che lo afferra, lo lascia, lo riacciuffa, lo bacia. Ancora gli sfugge, lui mi sfiora. E, “non disturbare” lo ammonisce lei, indicando me che sono seduta lì accando. Il bambino mi fissa. Un’ombra di timore,  e  punta il dito verso di me: “Polizia?” mi chiede. Tre anni e, mi chiedo, quali e quanti gli orchi delle sue fiabe… “Polizia?” insiste. E, che sollievo, subito poi ridacchia…

    Cosa è rimasto…

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    Un pensiero per chi è rimasto. Dopo la strage. Fra i detriti, dove affiorano cadaveri. Nei quartieri senza case. Nelle case senz’acqua. Senza luce. Negli ospedali senza più medici. Con ancor meno beni. Di prima necessità, come si dice. Che significa il minimo per sopravvivere. Meno di quel che serva per vivere. Magari cercando un minimo di senso. Per restare umani. Disastro umanitario, si dice. Diciamo. Senza chiederci cosa possa mai esserci di umano. Nel disastro. Della prigione di Gaza.

    I tradimenti necessari…

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    Daniel Innerarity sostiene che nella società contemporanea siamo alle prese con una perdita di gravità dei soggetti, oggi meno vincolati alla pesantezza del territorio, meno controllabili e più liberi e interdipendenti. Abbiamo di fronte, sostiene, un panorama in cui ha davvero poco senso insistere sull’identità come qualcosa di definito e definitivo. E cita George Steiner, un ebreo europeo “di identà tanto complesse quanto multiple”, che assegnava agli ebrei un ruolo esemplare, che potrebbe servire come guida agli esseri umani. Steiner, dunque: “… dimostrare che, benché gli alberi abbiano radici, gli uomini hanno le gambe e sono ospiti gli uni degli altri. Se non vogliamo distruggere il potenziale della civiltà, dobbiamo sviluppare lealtà più complesse, più precarie. Vi sono, come insegnava Socrate, dei tradimenti che sono necessari per creare delle società più libere e più aperte per gli uomini. Perfino una grande società è qualcosa di limitato, di effimero, se paragonato al libero gioco della mente e all’anarchica disciplina dei suoi sogni”. ( D. Innerarity, Il nuovo spazio pubblico, Melteni editore, pag.165)

    Cronache di guerre…

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    Ancora su Gaza. Riflessioni di un cronista, di cronache di guerre…
    Un articolo di Ennio Remondino*.

    “Nella vita m’è capitato di frequentare qualche guerra da molto vicino. Delle tecniche di guerra conosco il minimo necessario alla personale sopravvivenza, mentre qualche cosa in più so del racconto di guerra. Parlo quindi della guerra che vi arriva in casa attraverso i telegiornali. Gaza, in queste settimane. Tra le poche cose che ho capito delle guerre è che il loro racconto, per essere efficace ed assumere il valore della testimonianza, deve avvenire sempre da dove si svolgono i fatti. Dalla Striscia di Gaza, in questo caso. Faccio un esempio che vale per tutti. L’assedio crudele di Sarajevo nella guerra di Bosnia. In quei tre anni e mezzo di tiro al bersaglio, la vera difesa che fu in grado di impedire l’occupazione della città da parte degli scherani di Karadzic fu lo schieramento sul campo degli occhi dei giornalisti e degli obiettivi delle telecamere di tutto il mondo, Rai in testa.