E’ morto a Bologna il drammaturgo Luigi Gozzi. Aveva 73 anni. Era passato dalle ricerche del Gruppo 63, alla sperimentazione degli anni 70, fino all’incontro tra palcoscenico ed elettronica. Aveva fondato il Teatro delle Moline. Daniela Morandini ne è stata allieva, e questo è il suo ricordo. Più che un ricordo.
“Teatro delle Moline, Bologna, martedì 23 settembre 2008.
In questa scatola nera, con due entrate/uscite in fondo, come nella commedia dell’arte, Luigi Gozzi ha lavorato per più di trent’anni, sulle parole della commedia, sulla fisicità dell’attore, sulla trasmissione del sapere. Qui sono cresciute almeno due generazioni di persone. Tra queste ci sono anch’io. Oggi, l’uscita di scena.
O e’ una beffa?
Passando, e ancora passando. Giorno dopo giorno. Lungo la strada di sempre. Stessi negozi, stesse auto, stessi rumori, un po’ piu’ grigio, forse, il cielo, per accumuli della polvere degli scarichi, che nera riveste anche le foglie di magri alberi. Ma non riempie il vuoto delle assenze. Delle donne, di qualche vecchio, anche, che si incontravano ogni mattina, all’andata, ogni sera, al ritorno. In attesa di elemosina, magari anche di qualche parola. Torneranno, mi ero detta. Ad occupare lo spazio accanto a quell’albero, a destra del semaforo, sotto l’arco del piazzale, ai piedi della statua di san Francesco… Come sempre, torneranno, mi ero detta. Passata un po’ la brutta aria, dopo tanto tuonare di “pulizie”, “sicurezze”, “allarmi”. Ma vedo solo questo sporco nitore. Ancora nessuno torna. Chissa’ dove saranno stati mandati a nascondersi. Chissa’ quanto timore avranno davvero di tornare. Ma qui il vuoto, a volte e’ vertigine. Strana impressione, come di camminare sul bordo di una voragine. La stessa, impressione, provata attraversando da un oceano all’altro le terre dell’America del nord. Scoprendole piene del vuoto assurdo dei suoi nativi. E pensarli, scacciati, schiacciati, per fare spazio a tanto nulla.
Tornando da una serata come ne vorremmo tante. Un teatro gremito. Di giovani soprattutto, ad ascoltare Roberto Scarpinato, procuratore aggiunto di Palermo, che parla del suo libro. Che parla del “Ritorno del Principe”. Racconto agghiacciante dell’Italia che è. Che affonda le radici nell’Italia che è stata. Risalendo risalendo nel tempo, fino alle machiavelliche radici del nostro sentire. In attesa e nella speranza che il libro venga distribuito nelle scuole, e per meglio spiegare di cosa stiamo parlando, riprendo la riflessione che tempo fa Scarpinato ha fatto in un incontro sul ruolo del cattolicesimo italiano a proposito di legalità, questione morale, cultura e giustizia. Promosso da Adista, Libera, Micromega, Narcomafie, Segno. Altro testo da tenere da parte, e rileggere, di tanto in tanto. Per trovare risposte ad alcuni, ineludibili perché, sulla Storia di questo nostro paese. Ecco: “Il dio dei mafiosi e dei dittatori”.
“Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale/ e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. / Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. / Il mio dura tuttora, né più mi occorrono / le coincidenze, le prenotazioni, / le trappole, gli scorni di chi crede/ che la realtà sia quella che si vede/ …”
Tornando dal cinema. Per “La rabbia”. Opera giornalistica più che creativa. Saggio più che racconto. Spiega Pasolini, cucendo spezzoni di materiale di repertorio, per narrare il mondo della pace del dopoguerra. Bianco e nero, d’immemore normalità. Che svela un mondo affollato d’odio, per tutto ciò che è diverso. “Odio che nasce dal conformismo, dal culto dell’istruzione, dalla prepotenza della maggioranza”. Odio per tutto ciò che turba l’ordine borghese. E innalza barriere, e costruisce armi. Per assicurare minacciando la pace. Un mondo che uccide, passando anche sul sorriso di Marylin. Sulle immagini, un testo di poesia, per raccontare la rabbia. Testo profetico, qualcuno suggerisce. Piuttosto, direi, un requiem. Di poesia dolcissima e spietata.
“Non vedo soluzioni immediate per sanare la frattura fra il mondo e le strutture del linguaggio. Propongo per il momento l’individuazione di una scrittura evocativa. Riallineare le parole per compitare realtà virtuali”.