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    Liberi dall’ergastolo…

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    fine-pena-maiancora, un suggerimento… dal salotto di Daniela Domenici… che accolgo e vi invito a leggere…. ci parla del bel libro di Nicola Valentino “Liberi dall’ergastolo”, edito da Sensibili alle foglie…
    “Questo libro racconta, in modo assolutamente suggestivo e commovente, l’esperienza che alcune persone, sempre di più dal 2011 a oggi, hanno fatto e continuano a fare andando al cimitero degli ergastolani nei pressi dell’antico carcere, dismesso nel 1965, nell’isola di Santo Stefano vicino a quella di Ventotene, le due isole ponziane, per portare un fiore e ridare un nome alle tombe delle persone morte all’ergastolo e dimenticate.

    Queste persone che vengono da ogni parte d’Italia con le motivazioni più varie, con vissuti diversi, chi ha sperimentato la detenzione e chi invece è un/una artista o un/a volontario/a o un/a direttore/rice di carcere o studenti di diritto penitenziario con il loro docente; è stato un passaparola, un sasso gettato nello stagno dell’abbandono e del silenzio di questo “luogo simbolico che consente di vedere ciò che l’ergastolo, ancora oggi, sentenzia: la condanna di una persona a morire in carcere” che coinvolge ogni anno sempre più persone e che avviene “nel mese di giugno in relazione con la giornata mondiale dell’ONU contro la tortura nel mondo”.

    Innesti…

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    uinnesti“Prima che la notte sperperi inganni / d’ombre sulla mia sponda / mentre da ponente scroscia un tramonto / gonfio di bave rossigne / farò che un salmastro di malinconia segreti qui / Fra i concitati quattro angoli del foglio”

    E’ la prima poesia della raccolta di Grazia Frisina, “Innesti”, che oggi vi regalo… che Grazia qualche notte fa l’ho sognata, pensandola Terra in un mare d’acqua. E non si può che su quella Terra stare… Chissà da dove nascono le immagini dei sogni…  Forse questa anche le sue parole hanno portato, che tengo il libro sul comodino accanto a letto e a tratti la sera sfoglio… Le sue poesie, sono  tutto uno scavare nell’anima e nel suo tempo… nella materia della terra  “aspra e sconnessa. o distesa e pacificata”, nella quale Grazia mi ha detto, poi, sì, di riconoscersi.  Terra che è isola, esposta ai venti…  Soffia molto vento su queste poesie, che non c’è riparo sull’isola… dove a volte la via si smarrisce, ma dove pure. sempre, si ritrova la vita. Tanta… tutta… goccia a goccia. Ascoltare questo sospiro…. “a fare autunno / un tonfo di petali?/ sì, basterebbe”

    Dettagli inutili…

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    dettagli-inutiliOggi vi voglio parlare di Alberto… Alberto Fragomeni, che poi “un giorno sono impazzito” …e da dieci anni attraversa il mondo della cura psichiatrica. Dieci anni tutti ora riassunti nei “dettagli inutili” che ha raccolto in un libro.
    “Frustrazione, dolore, non so… Ero al limite…” racconta. “E così ho scritto. Quando scrivo divento una bestia… scrivo cose estreme…”. E davvero ho fatto fatica a crederci, che potesse scrivendo diventare ‘bestia’, incrociando dal riquadro del booktrailer del suo libro il suo sguardo dolcissimo.
    Così, per capire, due giorni fa, in una mattina l’ho letto. “Inutili dettagli” (collana 180, archivio critico della salute mentale, edizioni alfa beta Verlag).
    E sì, aveva proprio ragione Basaglia, a sostenere che dopo tanto parlare, tanto scrivere, tanto teorizzare, da parte degli psichiatri, è ora che a parlare siano loro, i “matti”…
    Perché, a confronto, nessun trattato restituisce come le loro parole la carne viva del loro vivere… nessuno sguardo esterno può aprire squarci come quelli che solo la parola di chi attraversa la vita a braccetto del disturbo mentale può svelarci. Togliendoci da sotto i piedi la terra del nostro tranquillo camminare sul sentiero dei luoghi comuni.
    “Inutili dettagli”, dunque. Appena t’inoltri nelle prime pagine, è subito un precipitare in una scrittura che procede dimenticando che dopo i punti, all’inizio della nuova frase, ci hanno insegnato a usare la lettera maiuscola. Al primo capoverso pensi sia un errore di stampa, un refuso… Al secondo ti inquieti un po’, al terzo pensi a una provocazione… Ma poi

    condanne…

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    15000725_573733886151376_3246351167033269553_oUn po’ di pazienza, ma anche oggi sono qui a parlarvi di carcerazioni. Perché sono tante le vite che si vorrebbe lasciar morire nel nulla, ma c’è chi da quel nulla si ostina a inviare richiami, che sono sussurri, che sono urla…
    E come un urlo arriva dal carcere di Opera la terribile storia di Francesco. Mi arriva con la lettera del suo compagno di cella, Alfredo Sole, che qualcosa chiede si faccia per questo suo compagno, malato “anzi direi a pezzi, letteralmente”. Perché Francesco è affetto dal morbo di Burge. Patologia terribile, incurabile. Le arterie si atrofizzano, si seccano fino a morire. E piano piano si perdono parti del corpo, che la malattia porta alla necrosi. Prima le estremità, poi gli arti, su su fino ad attaccare gli organi interni e morirne. A Francesco è già stato amputato un pezzo di piede. Nulla da fare per lui se non cercare di rallentare il percorso di una malattia senza scampo.
    Francesco è stato arrestato quando aveva poco più di diciotto anni, nel 1991. In carcere ne ha già passati ventisei, di anni. Ha fatto richiesta di arresti ospedalieri o domiciliari, per provare una cura sperimentale. Per illudersi di potersi curare… Ma la richiesta è stata respinta dal magistrato di sorveglianza, ed è stato respinto anche il ricorso che contro questa decisione Francesco ha fatto al Tribunale di sorveglianza . La motivazione, “come da prassi”: persona “pericolosa e evidente pericolo di fuga”.
    Già, perché Francesco

    Giubilando….

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    fine-pena-maiDomenica 6 novembre. Giubileo dei carcerati. E Gatto Randagio, per un giorno sospende il suo vagare irrequieto e solitario, per andare buono buono a mettersi in fila, in coda al corteo della marcia dei Radicali. Sì, questa intitolata a Marco Pannella e a Papa Francesco, la marcia per l’amnistia, la giustizia e la libertà. Tre parole che piacciono tanto a Gatto Randagio, perché da quando ha ficcato il naso dentro le mura di un carcere proprio non riesce a dimenticare gli sguardi che lì dentro ha incontrato, e di tanta afflizione ancora non ha trovato il senso…
    O meglio, un’idea se l’è pur fatta ( il randagio)… sempre più convinto che il carcere riguardi i consumatori finali di una giustizia che è giustizia di classe, e per prima cosa s‘è chiesto da che parte sta (nel senso di classe, appunto). Ma anche a sentirsi sicuri di appartenere a quell’altra classe, quella che le leggi le fa, tranquillamente disponendo e pensando che “mai ci riguarderanno”, non basta una scrollata di spalle, quando si sa a cosa davvero condanniamo le persone quando le imprigioniamo nella “casa del nulla”. Che nel lessico dei prigionieri (si apprende da un illuminante libretto scritto da Salvatore Ricciardi “Vademecum di resistenza”) è il nome più utilizzato per indicare il carcere.
    Marciando marciando, dunque,

    Colpita al cuore…

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    cayenneDal Salotto Culturale di Daniela Domenici, …. volentieri riprendo una sua recensione del libro di Pasquale De Feo…. Cayenne italiane.
    “Una decina di giorni fa ho scritto queste parole

    Il carcere e la sottoscritta, di Daniela Domenici

    la settimana scorsa ho rivisto, dopo alcuni anni, Giuliano Capecchi, fondatore della Pantagruel, che avevo conosciuto ai tempi del mio volontariato in carcere in Sicilia e che mi ha dato una copia di questo libro nel quale lui ha scritto una seconda postfazione dopo quella di Francesca De Carolis. Come vi avevo anticipato nell’altro mio post Pasquale De Feo che è detenuto da ben 33 anni (attualmente è in un carcere sardo), col quale ho mantenuto per qualche tempo una corrispondenza cartacea (che ricomincerò con questa recensione che gli manderò) e che ho anche conosciuto de visu nel carcere di Catanzaro ha chiesto a Giuliano se potesse farmi recapitare questo libro da lui curato perché lo leggessi e gli dessi la risonanza che merita con una mia recensione.

    E finalmente il suo libro mi ha raggiunto e mi ha colpito al cuore, (…)

    Pasolini

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    pasolPer ricordare Pasolini… oggi che ancora nel ricordo muore… la poesia che scrisse per lui Eduardo de Filippo.. Pier Paolo..

    Non li toccate
    quei diciotto sassi
    che fanno aiuola
    con a capo issata
    la «spalliera» di Cristo.
    I fiori,
    sì,
    quando saranno secchi,
    quelli toglieteli,
    ma la «spalliera»,
    povera e sovrana,
    e quei diciotto irregolari sassi,
    messi a difesa
    di una voce altissima,
    non li togliete più 

    Ritorni….

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    fantasmi-a-roma_cinema-6522Questa è una nota molto, molto personale. Sarà perché si avvicina il due novembre… sarà perché quando il cielo si tinge a volte di grigio, anche se c’è sole, un gatto randagio sa che dalla vita bisogna saper distillare l’invisibile, che forse questa è la via… oggi il pensiero si affolla di presenze altre…
    Fantasmi. Ognuno i suoi se li porta dentro, e se li porta dietro, che quando credi di averli seminati, sono loro che ti inseguono e raggiungono. Ma non bisogna averne timore. Basta imparare a riconoscerli. A me l’aveva insegnato la mia zia Carlotta, zia madrina, che con loro aveva una certa rispettosa confidenza, e tante storie me ne ha raccontate.
    Così non c’è voluto molto a riconoscerlo, il mio amico Turi, che un po’ d’anni fa se ne è andato. Devo ammettere, all’inizio ho esitato. Tutti noi, anche i più avvezzi a parlare con il mondo di là, dinanzi a queste faccende sempre facciamo un po’ di resistenza… ma c’era un’aria troppo familiare, che mi avvitava lo stomaco, in quell’uomo che per un po’ è venuto a sedersi su una delle panchine appoggiate al bordo della bassa siepe dove la strada si allarga sulla piazza. L’avevo notato da qualche settimana, occupava sempre la panchina di centro. Non mi era stato possibile vederne subito il viso, che aveva sempre tuffato nelle pagine di un giornale, o di un libro. Ma non potevo non riconoscere la sua lunga barba rigata di grigio, e

    Senza un nome…

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    volto-di-vecchio-520x330Pensiero d’autunno, affidato ai versi di un poeta. Rainer Maria Rilke. Da un libricino con la copertina dal colore dell’autunno, schizzato dell’arancio caldo dei frutti del loto, dunque, Giorno d’autunno:
    “Signore: è tempo. Grande era l’arsura. /Deponi l’ombra sulle meridiane, / libera il vento sopra la pianura. /// Fa che sia colmo ancora il frutto estremo; concedi ancora un giorno di tepore, / che il frutto giunga a maturare, e spremi / nel grave vino l’ultimo sapore. /// Chi non ha casa adesso non l’avrà. / Chi è solo a lungo solo dovrà stare, / leggere nelle veglie, e lunghi fogli / scrivere, e incerto sulle vie tornare / dove nell’aria fluttuano le foglie”.
    Chi non ha casa adesso non l’avrà… Chi è solo a lungo solo dovrà stare… E torna, insistente, il ricordo di un uomo, scomparso cinque anni fa in un giorno d’ottobre, e che ancora sempre mi compare davanti agli occhi, quando imbocco via Emanuele Filiberto, la strada che, qui a Roma, da piazza san Giovanni sale su su fino a piazza Vittorio.
    Quell’uomo… avrà vissuto almeno una dozzina d’anni in una vecchia automobile parcheggiata in quella strada. (…)

    La buona scuola…

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    epesieAppunti di Gattorandagio ( da remocontro)…. Leggendo, nelle cronache romane, della protesta dei piccoli di una scuola elementare, in solidarietà con il compagno disabile che torna a casa prima degli altri, perché, che volete, tagli qui, limature là, sono state ridotte le ore di sostegno… Pensando al difficile cammino dell’integrazione, alle tante voci di chi chiede, a buon diritto, pari opportunità…
    Sono andata a riprendere un libretto che spesso sfoglio, anche se a tratti ogni volta la commozione è tanta.”Poesie dalle scuole”, raccolta di poesie scritte dai ragazzi disabili incontrati nella sua vita per la scuola da Giovanna Cantoni, che è stata Ispettore della Pubblica Istruzione, e da sempre si occupa dei ragazzi disabili. Già ve ne avevo regalato qualche verso, ma oggi, che con tanta enfasi viene sbandierata la “buona scuola”, che poi tanto buona non sempre è, voglio farvi ascoltare le voci sommesse di questi ragazzi “diversi”. Voci lievi, allegre o disperate, che chiedono amicizia, che anche nel dolore più profondo raccontano di sé, con impressionante naturalezza, quello che la scuola spesso non vede…
    Ascoltate Marcello: “La prof d’italiano le mie poesie leggeva / e gli errori correggeva,