La cronaca incalza. Il voto dunque, esattamente oggi, venti anni fa…
Berlin 18.3.90
La cronaca incalza. Il voto dunque, esattamente oggi, venti anni fa…
Berlin 18.3.90
In attesa delle prossime votazioni. Ritornando a una vigilia di voto. A Berlino, esattamente venti anni fa… un ritorno al futuro, dagli appunti di daniela Morandini.
Berlin 17.3.90 …C’e’ già aria di festa, qui, sull’Alexander Platz. Domani, circa dodici milioni di tedeschi dell’Est andranno a votare. E’ la prima volta dal 1933, dopo la dittatura nazista e quella stalinista. Devono eleggere quaranta deputati. Ventiquattro le liste. Sono tante,come ogni volta che nasce una democrazia. Non ci sono preferenze. Ma il confronto sara’ soprattutto tra i partiti che sanno già fare i partiti. E quei movimenti dell’opposizione che sono stati l’avanguardia della rivoluzione di novembre, stanno diventando sempre meno popolari. Tre i grandi schieramenti. Il PDS e’ il nome nuovo della vecchia SED, il partito comunista. Ha addosso l’eredità pesante del regime di Honecker, dello stalinismo. Ha ancora una forte rete di clientele. Ma ha anche un segretario nuovo: Gregor Ghisy, che vuole fare pulizia , e che ieri sera è riuscito a far ridere questa piazza strapiena. C’e’ l’Alleanza per
Ripensando al concerto, ieri, sabato sera, in ricordo di Miriam Makeba. E al Movimento Africani in Italia, che ha voluto l’incontro. Per ricordare la Voce dell’Africa. Mamma Africa che ha cantato la musica e la gioia di vivere. La musica e la libertà che ne nasce. Per tutti. Miriam Makeba che il destino ha voluto morisse, in un cattivo novembre, in terra d’Italia. A Castel Volturno. A ricordare diritti che vanno difesi. Per tutti. Cosa che noi, così distratti, a volte sembriamo aver dimenticato. Un concerto in ricordo di Miriam Makeba, per la sua testimonianza contro l’apartheid bandita dal Sud Africa, con la sua musica. Commovente ed entusiasmante. Per tutti e forse più di tutti, rimane l’eco dei passi delle artiste africane salite sul palco. Il loro muoversi che è tam tam che segna il ritmo del battito del cuore della terra. I loro corpi, che sono musica della terra. Fasciati di colori, che sono, esplosione, di vita.
e comunque, tornando a un’altra riva, un altro muro… riprendendo il filo di ieri, guardando all’oggi
“Berlin 13 marzo 1990
Riflettendo sulle parole. Mi arriva un pensiero. A proposito delle distorsioni che ne facciamo. Volentieri pubblico e condivido. Pasquale, dunque, dice:
“E’ sempre più frequente l’uso della parola “buonismo”. Un’inclinazione soggettiva – essere buoni- è diventata, grazie alla desinenza ismo, una categoria filosofica o corrente culturale come marxismo, illuminismo, futurismo ecc. Sappiamo a cosa si riferisce chi ne fa frequente uso: un atteggiamento di tolleranza per persone e comportamenti non conformi, una pennellata di caramelloso dolcificante su conflitti generazionali, sociali e culturali per non vedere in faccia la dura realtà delle cose. A volte l’accusa, che sfiora l’insulto, fa’ esplicito riferimento politico alla cosiddetta componente catto-comunista della nostra società che, mescolando messaggi evangelici e dottrine socialiste, considera l’uomo buono o almeno degno di perdono.
Credo sia ancora in uso la mitica lavagna dove, in assenza temporanea dell’insegnante, il capoclasse aveva il compito di scrivere buoni e cattivi separati da una riga verticale. Dobbiamo riconoscere che spesso i buoni sono tali per inerzia e conformismo mentre i cattivi sono i più irrequieti e talvolta i più intelligenti. Che nella cattiveria ci sia una maggiore dose di realismo non c’è dubbio. E’ dimostrato anche nel gioco del calcio, grande metafora della vita contemporanea, dove il pubblico, ascoltando i commenti di giocatori e allenatori, si è abituato considerare vincente chi ci mette cattiveria e perdente chi non ce la mette. Solo quando si tratta di fare la pubblicità a un dessert un noto ex calciatore e sfortunato allenatore esclama: troppo buono.
L’elogio della cattiveria si sta trasformando in ideologia di hobbesiana memoria. E allora perché non suggerire ai comunicatori, creatori di neologismi, la parola “cattivismo”?” Pasquale
Ancora, uno sguardo da un’altra riva. Questa volta obliquo. O discosto piuttosto dall’obiettivo che guarda. Perché anche questo è eleganza, di un tempo che fu. Uno sguardo poggiato. Sul mondo, senza bisogno di guardarlo, il mondo. Lo sguardo della zia Teresa, che una voce, chissà, di nipote lontana, suggerisce di raccontare così.
La zia Teresa, zia della nonna Antonietta, mamma di Enzo, mio padre. Vivevano a Crespino, in provincia di Rovigo, non lontano da Venezia. Dove Sandro Bolchi ha girato “Il mulino del Po”, ma, soprattutto, dove precipitò Fetonte. Lo testimoniano ancora oggi i pioppi: sono le sue sorelle, le Elidi, tramutate in alberi da Giove, per placare la loro disperazione. E lo dimostra anche la piazza principale, che si chiama ancora come il figlio di Elio. Proprio in piazza Fetonte, viveva Teresa, che aveva sposato Luigi, un aitante giovanotto con la piu’ bella ferramenta del paese. Piu’ che una ferramenta,sembrava un negozio di dolci. Grandi vasi di vetro pieni di chiodi, che sembravano lucidati uno per uno. Martelli, pinze, tenaglie, cacciaviti, disposti in ordine per grandezza, come nell’animazione di un’avanguardia sovietica. In casa, le porte erano di vetro. Il pavimento rosso rosso.
Un corridoio un po’ buio portava in un salottino. In alto c’era uno specchio rettangolare, inclinato, e la fotografia del Carlo, un bell’ufficialetto con la divisa della seconda guerra mondiale. A sinistra c’era la cucina, grande, che dava sul giardino. Da li’ si arrivava sul Po, esattamente dove era annegato Fetonte.
Due sguardi dall’altra riva. Tranquillo e appena sorridente di saggezza già alle spalle il primo. Il secondo, curioso, come un pò impaurito dallo spazio infinito del futuro che ha davanti. Ma pure pronto ad avviarsi, al fianco ancora della sua placida guida. Nel tempo lento dei calessi. Che già solo alla prima curva, avrebbe preso il volo…
Esattamente oggi, esattamente quattro anni fa. Vedrai.
Vedrai, è stupefacente. Potresti persino piangere. Vedrai. Avevo assicurato. Né mi bastavano le parole per raccontare l’emozione, la tristezza, la paura, la commozione, che mi avevano preso l’anima, tanti anni prima. Al ricordo ancora fremevo. Vedrai, vedrai. Avevo continuato a ripetere in fila all’ingresso, attraversando le sale della Sinagoga, facendomi strada fra la folla di turisti in lenta e disordinata processione. Vedrai, è un disegno d’obelischi, in oblique geometrie impazzite, piantati nella terra, fra tronchi d’alberi e rovi, senza respiro, pietre di lapidi affastellate, a migliaia e migliaia, da non credere, vedrai, quasi a tenersi strette. Avvinghiate. Per non smarrirsi nella notte del tempo. Mi ero chiesta, allora, se fossero già loro, le stele di pietra, i fantasmi di questo giardino così affollato di morti. Fissati, mi era sembrato, nell’istantanea di una fuga impossibile.
Avendo ricevuto in dono un bellissimo vaso. Testa di moro, come da antica tradizione siciliana. Il ricordo di una storia, un pò leggenda un pò realtà. Una storia d’amore, che ci riporta nella Sicilia di tanto tempo fa. Lui e lei, e un amore che profuma dell’aroma del basilico, che cresce rigoglioso ed odoroso come mai, quando innaffiato dalle lacrime della passione. Una storia struggente, di sventurati amanti, dei tempi in cui l’onore della famiglia andava difeso a tutti i costi, anche con il sangue e che il Boccaccio raccolse per il suo Decamerone: La “Triste historia di Isabetta da Messina”, che Filomena narra nella quarta giornata del decamerone.
Pensiero di marzo, guardandosi intorno. E guardandosi dentro. “Egli e’ un cittadino libero e sicuro della terra, perche’ e’ legato a una catena che e’ lunga quanto basta per dargli libero accesso a tutti gli spazi della terra, pero’ e’ di una lunghezza tale per cui nulla puo’ trascinarlo oltre i confini della terra. Ma al tempo stesso egli e’ anche un cittadino libero e sicuro del cielo, poiche’ e’ legato anche a una catena celeste, regolata in modo simile. Cosi’, se vuole scendere sulla terra lo strozza il collare del cielo, se vuole salire in cielo quello della terra. E cio’ nonostante egli ha tutte le possibilita’ e lo sente, anzi si rifiuta di ricondurre il tutto a un errore commesso all’inizio nell’incatenarlo”. Impareggiabile Kafka degli “Aforismi di Zurau“