Esattamente oggi, esattamente quattro anni fa. Vedrai.
Vedrai, è stupefacente. Potresti persino piangere. Vedrai. Avevo assicurato. Né mi bastavano le parole per raccontare l’emozione, la tristezza, la paura, la commozione, che mi avevano preso l’anima, tanti anni prima. Al ricordo ancora fremevo. Vedrai, vedrai. Avevo continuato a ripetere in fila all’ingresso, attraversando le sale della Sinagoga, facendomi strada fra la folla di turisti in lenta e disordinata processione. Vedrai, è un disegno d’obelischi, in oblique geometrie impazzite, piantati nella terra, fra tronchi d’alberi e rovi, senza respiro, pietre di lapidi affastellate, a migliaia e migliaia, da non credere, vedrai, quasi a tenersi strette. Avvinghiate. Per non smarrirsi nella notte del tempo. Mi ero chiesta, allora, se fossero già loro, le stele di pietra, i fantasmi di questo giardino così affollato di morti. Fissati, mi era sembrato, nell’istantanea di una fuga impossibile.

A proposito della manifestazione del primo marzo. Il primo sciopero dei nostri immigrati. A proposito di persone altre che vengono da altri mondi che nessuno comprende… salvo alla fine coglierne tutti i vantaggi … Viene in mente Lusi, che è la protagonista di un racconto di Thomas Theodor Heine, scrittore, caricaturista, vissuto a cavallo fra ottocento e novecento, e che con maestria e leggerezza nelle sue fiabe ha ripreso i temi della narrativa popolare e ha fatto fare loro un bel tuffo negli ambienti borghesi della Germania d’inizio secolo (novecento intendo). Fiabe del secolo scorso, che sembrano storie dell’oggi. Lusi, dunque, è l’ennesimo travestimento di quegli esseri fantastici, un po’ paurosi, un po’ dee, che dai loro mari, di tanto in tanto si affacciano sulla terra… Lusi, il cui vero nome era Melusina, era
Leggendo, dell’orca “assassina” che ha ucciso nel Sea World della Florida la sua addestratrice. Una domanda, politicamente per nulla corretta. Perché mai e di cosa sarebbe dovuta essere grata e felice l’orca? Animale degli oceani e degli abissi. Predatore dei mari sconfinati stretta nella prigione del suo acquario. Addestrata alla folle ripetitività di esercizi quotidiani. L’orca. In genere, leggo, non viene considerata minaccia per gli uomini. In genere, se attacchi ci sono stati, sono avvenuti in cattività. Nei parchi marini, appunto. Non so se quell’orca abbia mai visto il mare o sia nata nell’acquario e non conosca che il perimetro della sua piscina. Ma c’è una memoria che per tutti urla dal profondo del mondo. Forse l’orca, stanca della prigione dei suoi giochi, una di queste notti ha sognato l’oceano…
Leggendo, del crollo del minareto, tre giorni fa nella moschea di Meknès. Molta pioggia, fango, pietre e 45 morti. In un venerdì di preghiera. Ripensando a Meknès, forse già quasi quattro mesi fa. All’arrivo in treno, come su un sentiero in corsa a fendere le montagne, e il verde improvviso, dopo le pietre e il profilo lontano di un asino, fermo e solo, abbandonato nel nulla. Meknès, e la sua piazza bellissima, e le mura e il Palazzo e i segni dell’impero che fu. Città imperiale, che il respiro imperiale conserva nelle geometrie ancora intatto. E agli angoli delle strade e sulla piazza si affacciano vecchi, molti ciechi, a chiedere l’aiuto di un’elemosina, come i gattini, ciechi e malati che spuntano ovunque. E i camerieri dei bar sulla piazza, a tenere a bada, vecchi, gatti e ragazzini, perché non disturbino i pochi turisti. Li tengono a bada, allontanandoli, a volte, ma con gesti di attenta cortesia. Gesti accompagnati da pietas, se ancora per noi ha senso e significato la parola di questo antico sentire. Pochi turisti, perché Meknès non è Marrakesh. Ma forse proprio per questo conserva intatta la sua anima. Per questo, forse, ben più bella. Ben più struggente. Negli occhi dei suoi vecchi, nelle mani delle sue donne, nelle domande mute dei ragazzini. E le zampe sottili sottili degli asini, curve e quasi morenti, sotto pesi, enormi, che trasportano lungo le strade. Meknès e la preghiera che arriva dalla moschea. Un grido altissimo per dire che Allah è grande, e si prova anche un po’ di invidia per chi è convinto, davvero convinto, che ci sia da qualche parte un Allah, un dio, insomma, che sia grande. Meknés, e i suoi bar la sera colmi di maschi. Meknès e le notti insonni, del tempo e del luogo lontano che sempre ti obbliga a fare i conti con te stesso. Meknès e la pioggia. A novembre arrivata, corposa, senza fretta. Allora, avevo pensato, a nutrire la terra. 
Cercando risposte, comunque frugando nello sguardo di Sirena. Aprendo a caso una pagina di un libro, Ma nulla succede mai per caso. Dunque: “…Dimodoché ogni parte di lui rimane affidata agli umori e le grazie di un’altra persona ( che di solito è un’estraneo), la quale raramente fa caso dell’importanza della vita ad essa affidata, per lo più ne ha fastidio, e appena può sbarazzarsene lo fa volentieri, non importa se intanto le si riempiano le mani di sangue, e malamente staccati quel volto e quelle membra pendano a brani. Non per questo odio o comunque violenti pensieri occupano la mente dell’oppresso. Sarebbe più facile a un bambino divorare la propria madre, o alla terra confondere il cielo ed alle nubi sostenere alberi e animali, che all’amico muovere rimprovero all’amico. (…) Colui o colei che amiamo non è tanto un essere col quale desideriamo trascorrere qualche ora di piacere; è molto di più. (…) Noi abbiamo bisogno del suo calore, delle sue dolci parole, delle sue cantilene, dei suoi sguardi profondi e pacidi; ed egli ce li dà non quando occorrono, ma quando a lui piace e non reca fastidio. (…)”. Terribili risposte di verità. Di Anna Maria Ortese. Da “L’infanta sepolta”. Da rileggere. A proposito di domande, e corpi fatti a pezzi. (ed. Adelphi)