Chiudendo l’anno, con il passaggio della sirena del racconto che, chissà, verrà.
“Poi lei si è alzata. Diritta in piedi sulla riva del torrente, che adesso era diventato largo quanto un fiume. Fiume nero. L’ho vista sfilare dal dito l’anello dalla perla rosa. Che ha lanciato nell’acqua.Non sono riuscito a fermarla. Non sono riuscito neanche a impedire che si lanciasse anche lei, sulla scia dell’anello, nella corrente de fiume. E quando il suo bel corpo arcuato nel tuffo ha toccato l’acqua, e già vi affondava le braccia e la testa e le spalle, prima che vi sprofondasse del tutto, ho visto i suoi piedi giunti diventare pinne e solo allora mi sono reso conto che le sue gambe non erano più due gambe, ma una sola bellissima coda di pesce, e le squame erano lamelle color smeraldo. Che prima di affondare nell’acqua hanno mandato un baluginio che quasi mi accecava. E nello stordimento non ho potuto che seguirla”. (da Sogno, forse, di una notte di mezza estate)
Ancora, per immergersi nel buio, immagini da Sirens, nel disegno di Cristiano Morandini

Leggendo delle terribili cronache dall’Iran. Invito alla lettura di una fiaba che viene da quel paese. Il pesciolino nero, storia di migrazione, ma soprattutto storia sul valore del coraggio. E’ la fiaba più famosa dell’Iran moderno. Non c’è bambino iraniano che non la conosca. Fu scritta da Samad Behrangi, che era maestro di scuola elementare, e morì annegato, giovanissimo, a 29 anni. Una morte su cui ci sono molti sospetti. Per molti, la certezza di una morte ‘politica’. La storia di un pesciolino che non vuole vivere nel piccolo specchio d’acqua dove è nato e parte, sfidando tutto e tutti, insegnando cos’è il coraggio, sacrificando la sua vita, anche, per gli altri… “Non importa se un giorno non vivrò più. Quello che importa sono le tracce che avrò lasciato nella vita degli altri”. Parole del pesciolino nero, prima dell’incontro che gli sarà fatale… Pensando, ai ragazzi di oggi, nelle strade di Teheran. La fiaba è stata tradotta e pubblicata in Italia da Donzelli. Bellissimi i disegni che l’accompagnano, di Farshid Mesqali.
Leggendo, degli ultimi morti in Palestina. Ricordando la morte di 5 bambini del campo di Yan Kounis, saltati su una mina mentre andavano a scuola. Il racconto che allora, non ricordo più quando, ne è nato… Arbitrario, forse, come tutti i punti di vista. Ma non per questo meno vero. Come il nome di quei bambni, che si chiamavano Akram, Mohammed, Amr, Anis e Mohammed Sultan.
“E’ necessario molto tempo per far crescere una città. Per distruggerla basta un attimo”. Un pensiero, alle parole ascoltate questa mattina nella rassegna stampa di Radiotre. Da un articolo che un quotidiano statunitense dedica a L’Aquila. Al suo cuore antico, ancora città fantasma, oltre le grida, gli annunci, e i proclami. Un pensiero, con gli occhi miti di questo bue e di questo asinello, che Arnolfo di Cambio scolpì per il primo presepe della storia fatto di statue. Ci guarda ancora, stupito, il bue. Sorride ancora, dolcissimo e tenero, l’asinello, come l’attesa non fosse mai stata tradita… Buon Natale
Premessa. Invito alla lettura di Cosa resta, di Christa Wolf (ed e/o). Il racconto della giornata di una donna sorvegliata dalla Stasi. Cento pagine come un lungo sospiro senza pause. Per quel che resta, quel che restava di tutto ciò in cui la scrittrice tedesca ha creduto. Prima di proseguire, con la cronaca di quei giorni, di dicembre di venti anni fa. Esattamente il 19 dicembre. Dal taccuino di Daniela Morandini.