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    Sirens

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    Chiudendo l’anno, con il passaggio della sirena del racconto che, chissà, verrà.

    “Poi lei si è alzata. Diritta in piedi sulla riva del torrente, che adesso era diventato largo quanto un fiume. Fiume nero. L’ho vista sfilare dal dito l’anello dalla perla rosa. Che ha lanciato nell’acqua.Non sono riuscito a fermarla. Non sono riuscito neanche a impedire che si lanciasse anche lei, sulla scia dell’anello, nella corrente de fiume. E quando il suo bel corpo arcuato nel tuffo ha toccato l’acqua, e già vi affondava le braccia e la testa e le spalle, prima che vi sprofondasse del tutto, ho visto i suoi piedi giunti diventare pinne e solo allora mi sono reso conto che le sue gambe non erano più due gambe, ma una sola bellissima coda di pesce, e le squame erano lamelle color smeraldo. Che prima di affondare nell’acqua hanno mandato un baluginio che quasi mi accecava. E nello stordimento non ho potuto che seguirla”. (da Sogno, forse, di una notte di mezza estate)

    Ancora, per immergersi nel buio, immagini da Sirens, nel disegno di Cristiano Morandini

    Sirens

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    Un pensiero. A un passo dalla fine dell’anno. All’urlo di Chimaera, la gatta dalle sembianze umane. Stupefacente sirena che Hauptmann fa irrompere, stravolgendola, nella vita del capitano Cardenio. “Non voglio diventare umana!”, dice. Un urlo. Che è desiderio, profondo. Dall’isola delle nostre prigioni.

    Un pensiero alle sirene. Con questo frame, blu abisso, dal video Sirens, di Cristiano Morandini e Sebastian Bartmann.

    Il pesciolino nero

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    Leggendo delle terribili cronache dall’Iran. Invito alla lettura di una fiaba che viene da quel paese. Il pesciolino nero, storia di migrazione, ma soprattutto storia sul valore del coraggio. E’ la fiaba più famosa dell’Iran moderno. Non c’è bambino iraniano che non la conosca. Fu scritta da Samad Behrangi, che era maestro di scuola elementare, e morì annegato, giovanissimo, a 29 anni. Una morte su cui ci sono molti sospetti. Per molti, la certezza di una morte ‘politica’. La storia di un pesciolino che non vuole vivere nel piccolo specchio d’acqua dove è nato e parte, sfidando tutto e tutti, insegnando cos’è il coraggio, sacrificando la sua vita, anche, per gli altri… “Non importa se un giorno non vivrò più. Quello che importa sono le tracce che avrò lasciato nella vita degli altri”. Parole del pesciolino nero, prima dell’incontro che gli sarà fatale… Pensando, ai ragazzi di oggi, nelle strade di Teheran.  La fiaba è stata tradotta e pubblicata in Italia da Donzelli. Bellissimi i disegni che l’accompagnano, di Farshid Mesqali.

    Akram e gli altri

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    Leggendo, degli ultimi morti in Palestina. Ricordando la morte di 5 bambini del campo di Yan Kounis, saltati su una mina mentre andavano a scuola. Il racconto che allora, non ricordo più quando, ne è nato… Arbitrario, forse, come tutti i punti di vista. Ma non per questo meno vero. Come il nome di quei bambni, che si chiamavano Akram, Mohammed, Amr, Anis e Mohammed Sultan.

    “Vieni, Akram! Vieni! E’ l’alba. La finestra è aperta. Fra poco si affaccerà e la potrai vedere…”

    Akram sollevò appena la testa. Vide che accanto a Mohammed c’erano Amr e Anis. Mohammed Sultan li stava raggiungendo, più svogliato del solito.

    “Vieni Akram, non restare lì rincantucciato. Vieni, sarai contento!”

    Mohammed era molto gentile e paziente con lui. Lo era sempre stato. E Akram si era sempre sentito al sicuro accanto a Mohammed, suo fratello maggiore. Quando doveva avventurarsi lungo la strada che portava alla scuola, si assicurava sempre che insieme agli altri compagni ci fosse anche lui: sei anni sono tanti, ma tredici sono ancora di più e Mohammed, oltre a essere alto e forte, aveva sempre una risposta a ogni sua domanda. Con lui sarebbe andato ovunque. Ma Akram adesso si sentiva proprio stanco. E poi aveva voglia di piangere.

    Nell’attesa che passi…

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    In attesa, che anche quest’anno passi. Un racconto, di qualche tempo fa, sempre lo stesso, sul tempo, forse.

    “Si stava facendo davvero tardi. Avrebbe perso l’ultimo appuntamento. Un cliente ancora si attardava davanti alla bacheca delle cartoline e il suo fare indolente cominciava a irritarlo. Giuseppe lo aveva controllato attentamente. Diffidava sempre dei turisti stranieri e questo era dei peggiori. Lo aveva tenuto d’occhio per almeno mezz’ora mentre rovistava fra le vetrine delle conchiglie, tastando con lenta distrazione ogni cosa e senza decidere di comprare alcunché. Fu con un sospiro di sollievo che lo vide andare via. Giuseppe si affrettò quindi a chiudere la cassa, infilare il soprabito, spegnere le luci, abbassare la serranda e poi correre fino al porto. Vi arrivò col cuore che gli sbatteva forte in gola mentre la nave si stava già staccando dal molo. Si sedette sopra una spirale di gomena e accese una sigaretta.

    Pensiero di Vigilia

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    “E’ necessario molto tempo per far crescere una città. Per distruggerla basta un attimo”. Un pensiero, alle parole ascoltate questa mattina nella rassegna stampa di Radiotre. Da un articolo che un quotidiano statunitense dedica a L’Aquila. Al suo cuore antico, ancora città fantasma, oltre le grida, gli annunci, e i proclami. Un pensiero, con gli occhi miti di questo bue e di questo asinello, che Arnolfo di Cambio scolpì per il primo presepe della storia fatto di statue. Ci guarda ancora, stupito, il bue. Sorride ancora, dolcissimo e tenero, l’asinello, come l’attesa non fosse mai stata tradita… Buon Natale

    Pioggia

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    Leggendo, di morti qua e là assiderati, in Italia, in Europa… forse ancora troppo pochi per le prime pagine… un vecchio racconto, nato dalla cronaca di una  morte per gelo… 

    L’acqua era venuta giù all’improvviso. Lacerando la fredda calma che stava scendendo sulla città, sulla  frenesia spenta delquartiere, sul sonnolento stile d’epoca dei palazzi, sulle vetrine e le dozzinerie dei negozi, sul sorriso masticato delle commesse, sulla polvere inquieta dei lavori in corso, sui rami spogli dei tigli, sulla tenda a strisce della rosticceria, sulla tettoia dell’edicol. Sui pacchi di giornali che aveva raccolto negli ultimi mesi. Rubati alle panchine, chiesti in carità agli edicolanti, raccolti dai cumuli delle immondizie. Sette buste di plastica bianca, gonfie di carta, tenute strette da nodi di spago.

    Aufviedersen (verso dove?)

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    Salutando Berlino, vent’anni dopo, vent’anni fa…

    Schonefeld, l'aeroporto di Berlino est,  da dove la vecchia nomenclatura partiva per Mosca. I voli da Tegel, all'Ovest, sono tutti pieni. Nevica. I due soldatini armati alzano la sbarra e accennano un saluto militare. Vecchia abitudine. Nessun controllo. Il rigore delle loro divise prussiane adesso  stride con le loro facce. Avranno vent'anni. Sono belli. Passiamo dalla  sala d'aspetto. Le pareti verdine, i  lampadari metallici, le poltroncine anni cinquanta. Qualche mosaico con le tessere staccate. Tutti colorini stinti,grigini, che fino a poco tempo fa cercavano di darsi un tono. Moderno, solido,socialista. Dall'Ovest hanno appena scaricato  una  macchinetta automatica per la Coca Cola e uno striscione rosso: Frohliche Weihnachten und ein Gutes Neues Jahr, felice Natale e buon anno nuovo. L'aereo e' c'e' gia'. E' un vecchio Tupolev, dell'Aeroflot, la compagnia di bandiera sovietica. Tra pochi secondi si torna in Occidente. Aufviedersen".  Daniela Morandini, Berlino 1989 Appunti

    Verso dove? – 18

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    Premessa. Invito alla lettura di Cosa resta, di Christa Wolf (ed e/o). Il racconto della giornata di una donna sorvegliata dalla Stasi. Cento pagine come un lungo sospiro senza pause. Per quel che resta, quel che restava di tutto ciò in cui la scrittrice tedesca ha creduto. Prima di proseguire, con la cronaca di quei giorni, di dicembre di venti anni fa. Esattamente il 19 dicembre. Dal taccuino di Daniela Morandini.

    Berlin 19.11 .89

    La STASI non c’e’ piu’. I suoi duemila dipendenti da questa mattina devono cambiare mestiere. La decisione ufficiale del governo Modrow poco fa,  alla tavola rotonda con i gruppi dell’opposizione. Perche’ questa, la settimana scorsa, era stata una delle prime richieste di Neues Forum, Demokratie Jezt, Verdi, SPD, Sinistra Unita. La STASI, ufficialmente il ministero per la sicurezza nazionale. In realta’, la piu’ grande rete di spionaggio della Germania Orientale, fino a poco tempo fa il feudo assoluto di Erich Milke, ottantadue anni,  adesso in carcere per abuso di potere e corruzione. Una struttura rigidissima di stampo sovietico. I  suoi uomini facevano paura, infiltrati dappertutto, nelle fabbriche, nelle scuole, nelle case. Anche un portiere poteva essere una spia del regime. E adesso, mentre la tavola rotonda continua, i sindacati della DDR  chiedono che sia riconosciuto il diritto di sciopero. E nelle edicole, esce il Neues Deuchland – l’organo della SEDPDS-  con una nuova testata:  “Proletari di tutto il mondo unitevi “, la vecchia frase marxiana, da anni stampata in prima pagina,  ora non c’e’ piu’.

    Appuntamento

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    Per il Diritto alla Rete. Mercoledì 23 dicembre a Roma, in piazza del Popolo, dalle 17 alle 19. Sdraiarsi in terra in silenzio per un minuto. Poi disegnare col gessetto la sagoma del proprio corpo e scrivere dentro il nome del proprio blog. Portare dei bavagli bianchi. Lo slogan sarà “Libera Rete in libero Stato“. L’iniziativa è promossa da Diritto alla Rete e dall’Istituto per le politiche dell’Innovazione.  La forza del messaggio sta nel silenzio. Nessuno può interpretare, manipolare, provocare. Tanti corpi fermi a terra: il popolo della Rete in piazza del Popolo. Da un’idea di Enzo di Frenna