Ancora da uno sguardo di Eyal Baruk , il quadro che ha ispirato il racconto che segue…
La prima volta la vidi comparire che ancora la primavera non era arrivata. E avrebbe tardato più del previsto. Nonostante, se non mi sbaglio, fosse già la fine di marzo. Una primavera stizzosa, lo scorso anno. Persino con punte di gelo. A tormentare le mie povere ossa gonfie d’umido. Con troppe giornate piene di pioggia. A ingigantire la voce del fiume, che continuamente continuamente borbotta parole per non lasciarmi tregua.
Lei prese a venire tutti i giorni. Scendeva lungo la scala che veniva giù dal ponte, faceva poche decine di passi e poi si fermava all’altezza del punto in cui l’acqua del fiume urla più forte, fa un breve salto, e poi riprende a scorrere piana dopo essersi arruffata in una striscia schiumosa. (foto di Eyal Baruk)
Dunque venti anni fa, all’ombra del muro in frantumi…
Rileggendo, prima di riparlarne, nell’incontro di questa domenica, a Palestrina…
Venti anni e circa uno, due giorni fa, a berlino… Appunti…
Ritornando a Berlino, e riaprendo il taccuino di Daniela Morandini, alla pagina di esattamente venti anni fa.
Il discorso di Alessandro Gilioli dal palco del NoBDay. Vale la pena di rileggere.
A glimpse, of Rome, last weekend. Uno sguardo, che è un battito di ciglia. Per cogliere questo passo figurato di tango. Il tango, diceva Astor Piazzolla, è un pensiero triste che si balla. E questo pensiero è tutto qui. Nei passi inchiodati a un soffio da terra. Nel gesto delle ginocchia che si sfiorano, e chissà se di nascosto si toccano. Nel disegno rigido e morbido dei corpi. Nello sguardo attento di lui. Nel profilo nascosto di lei. Nella mano destra di lei, poggiata sul palmo della mano sinistra di lui. Nel braccio di lui che avvolge la vita di lei. E la stringe, come ad afferrare per l’ultima volta cosa già persa. IL tango, questo pensiero triste che si balla. E’ tutto nello sguardo della donna sulla sinistra. Che senza guardare guarda la coppia. O forse guarda solo il vuoto che la separa da loro. E tutto quello che sa di avere già perso. Struggente glimpse of Rome, di Eyal Baruk
Più o meno esattamente venti giorni fa. Marrakesh. Nel gomitolo di strade. Troppi gattini ammalati. Troppi asini straziati. Sotto pesi impossibili che curvano le zampe lì lì pronte a spezzarsi. Troppi morsi troppo grandi. E lingue gonfie e arse da troppa sete. Troppi uccelli in gabbie troppo piccole per almeno allargare le ali. Occhi sbarrati nel silenzio e gorgheggi disperati d’animali perduti. Troppi serpenti tramortiti. Troppo anche l’unica scimmietta al guinzaglio. Troppi ciechi per strada. Troppe donne agli angoli, mamme troppo bambine, bambine già troppo vecchie a chiedere l’elemosina di un dirham…