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    Tutti in quarantena? le parole dalla galera vera…

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    Se è vero che, come in molti si dice, dopo il coronavirus nulla dopo sarà più come prima, è il caso di approfittarne, e iniziare subito a rinnovare il nostro linguaggio. Se il mondo è nelle parole che pronunciamo… La prima parola da cancellare? “Indifferenza”. E parole buone arrivano, nonostante tutto, da chi è in carcere…

    Mi ha colpito molto, e per questo ve lo voglio proporre, l’intervento, alcuni giorni fa, di Giuliano Napoli, della redazione di Ristretti Orizzonti di Padova, ergastolano.
    Parla con accorata comprensione, Giuliano, pensando lui a noi fuori, delle difficoltà di chi è costretto a vivere “in una sorta di detenzione domiciliare senza aver commesso alcun crimine”, e ci regala parole buone, invitandoci, lui a noi, a trovare la forza “per rispettare le regole che ci impongono per il bene di tutti”.
    E se si sente il bisogno irrefrenabile di uscire? Pensate, suggerisce Giuliano, a chi sta peggio di noi… ed elenca “gli anziani, i medici e gli infermieri, anche le forze dell’ordine, e a chi magari, anche se per colpa sua, si trova a scontare una pena in carcere e non ha la percezione di quello che accade fuori, ma sa più di chiunque altro quanto sia difficile accettare il “distacco sociale” del quale siamo un po’ tutti più consapevoli, oggi che lo viviamo sulla nostra pelle”.

    Sulle orme di Bashò

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    In quanti modi si può viaggiare? “Ulisse che torna a Itaca, Sindbad il marinaio… sono viaggi fin troppo evidenti”. Da Cascina Macondo, arriva un racconto pieno di poesia e della magia, nel bene e nel male, del nostro andare nella vita. Un bel regalo in questi tempi di reclusione collettiva

    Immaginate un pezzetto di terra, ai piedi di un grande rovere. Tutto lì, in un quadrato di cinque metri per cinque, i lati tracciati col gesso a delimitarne lo spazio. “Una sorta di cella all’aperto, ma anche una sorta di fortezza inaccessibile a chiunque” dove Ah-Che-Waga-Chun decide di rinchiudersi per un tempo indefinito.
    Ah-Che-Waga-Chun, “colui che s’arrampicò sull’albero”, è il nome indiano di Pietro Tartamella. Il nome di quando, con la moglie Anna, Anna Maria Verrastro, attraversava l’Italia, per piantare nelle piazze di paesi e città una grande tenda indiana, dove accogliere a decine bambini, per raccontare loro bellissime storie… Affascinante vita di artisti di strada…

    A proposito di ordine e disordine…

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    A proposito di quanto avviene nelle carceri, a proposito di quel che sta accadendo intorno a noi, Vittorio da Rios… assolutamente da leggere:

    “Ieri al telefono con un caro amico docente universitario di sociologia del diritto e grande esperto delle questioni economiche e con una vasta formazione filosofica. Tutto è “filosofia” quando è concreta operativa, gli ho posto questa domanda: “Te lo saresti immaginato che un virus che chiamiamo “corona” in poco tempo mettesse in evidenza la tragica fragilità del nostro sistema culturale-produttivo-consumistico-, le nostre quotidiane abitudini?”. La sua risposta articolata e razionale, ma è stata: “Certo che no! Ma i profeti, I veri grandi pensatori, i veri filosofi positivi ci avevano da tempo ammoniti: questo ORDINE CREA TRAGICO DISORDINE”.

    L’ordine che produce disordine

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    L’ordine regna a Varsavia. Mi è subito venuta in mente la frase del generale Sebastiani che, nel settembre del 1831, annunciava la caduta di Varsavia sotto l’assalto delle truppe dello zar Nicola, ascoltando la chiusura di un servizio con il quale non so quale rete televisiva dava conto della situazione delle carceri italiane, dopo la rivolta di cui sapete. La frase, certo era più morbida. “E’ tornata la calma”, mi sembra… D’altra parte sembra anche che la frase pronunciata da Sebastiani fosse, più diplomaticamente, “la tranquillità regna a Varsavia”.
    E visto che noi fuori siamo agitatissimi per tutt’altro, ora se ne parla davvero poco, o non se ne parla affatto, di quel che accade nelle carceri, se non per aggiornare sulla ricerca dei “mostri” che sono fuggiti… Ed è questa forse la cosa più sconvolgente…
    Ma se 13 morti vi sembran pochi… A me sembra piuttosto una strage. Permettete qualche riflessione…

    Bonaventura…

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    Un anno fa, oggi, Bonaventura se n’è andato.
    Questi sono due dei 21 capitoli di un libro, numero 13 e 14. Il libro, un romanzo, si chiama ‘Toda la muerte’ e lo scrisse una ventina di anni fa Horácio Verzi, scrittore, giornalista, uruguagio. Quasi tutto lì dentro succede nel Nicaragua dell’86. Horácio era lì a lavorare all’agenzia Nueva Nicaragua, quella dei sandinisti, dove da prima di lui lavorava Bonaventura. Divennero amici e lo sono rimasti fino all’ultimo. Anni fa, Horácio gli aveva chiesto, ritrovandolo dopo molto tempo, il permesso di esporre il suo nome in chiaro nel libro, dove già si parlava diffusamente di lui. Così, Bonaventura de Carolis è l’unico nome “vero” che compare in ‘Toda la muerte’.
    ‘Toda la muerte’ è un racconto di oltre 400 pagine, complesso, con vari piani narrativi e di lettura, come anche questi due capitoli lasciano intuire… Non ce la siamo sentita di farlo tradurre tutto. Questi due capitoli sì, però. Ci restituiscono un po’ di Bonaventura, nella percezione dell’autore e del suo avatar narrativo, e ci è parso bello proporveli, a tutti/e voi che lo avete in qualche sua vita conosciuto. 
    Nei due capitoli i compari sono 5, più gli incontri che faranno. Tutti giornalisti presso Nueva Nicaragua. Sono in viaggio, vi spiegheranno loro perché. Oltre a Bonaventura ci sono Vicente, uruguagio (come l’autore…), mattatore assoluto del racconto e di questo estratto; Alexandra, californiana, non sempre occupata a rendersi simpatica, e con cui Vicente ha lungo tutta la storia una tormentata relazione; Susan, che di Alexandra è più che amica, californiana come lei; e Beatrice, italiana, cui l’autore associa, altrove nel romanzo, soprattutto un fisico “bestiale”, alla Alba Parietti.
    La prima cosa che leggete è una lunga tirata di Alexandra: non odiatela troppo, o comunque non subito, e… buona lettura!

    Se dieci morti vi sembran pochi….

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    Riprendo il commento, ieri, di Vittorio da Rios alla gravissima situazione

    delle carceri. Se dieci morti vi sembran pochi….

    “I fatti gravissimi accaduti nel carcere di Modena “sette morti ma la conta purtroppo non sembra definitiva” evidenziano una cosa drammatica che ci deve far riflettere seriamente tutti indistintamente. Come è potuto accadere? E la causa di una simile tragedia gravissima è dovuta al “saccheggio” dell’infermeria-farmacia del carcere con relativo abuso di farmaci causa dei decessi da parte dei detenuti? E’ credibile obbiettivamente, razionalmente, questa versione? Ho serissimi dubbi.Mi auguro che si proceda a stabilire la verità dei fatti e di individuarne qualora ci fossero le relative responsabilità. Ma come versa oggi “effettualmente” il sistema carcerario italiano reso esplosivo e incandescente con l’esplosione del Corona virus? Oltre 10 mila ospiti in più rispetto alla capacità di contenimento delle strutture presenti sul territorio.

    Vittime della follia sperequativa

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    A proposito delle vicende di Valentina e Nicoletta, Vittorio da Rios ci propone la profonda riflessione a proposito di “delitti” e “pene” e della “violenza sperequativa” del mondo che abbiamo costruito.

    “Il grande Gaetano Filangieri ha intitolato la sua monumentale opera rimasta tra l’altro incompleta per la morte sopraggiunta in ancor giovane età: La “Scienza della legislazione”. Il diritto come scienza tra le maggiori nobili e prioritarie attività umane. Filangieri dedica un libro tra i sette che compongono l’opera alla scienza “dell’educazione”. Il cittadino va formato nella logica del diritto, come bene assoluto.che ne coordina le attività, ne tutela diritti e doveri con finalità di una vita “giusta e dignitosa” spingendo sempre più in alto il sapere e la ragione come strumenti indispensabili per garantire il perpetrarsi dei processi evolutivi della emancipazione umana. Filangieri creò la sua opera nel 1700 lo stesso secolo in cui un altro grande illuminista Cesare Beccaria scrisse “Dei delitti e delle pene”. Viene ragionevolmente da chiedersi ma come mai che dopo oltre due secoli il sistema giudiziario-carcerario Italiano versi in queste condizioni nonostante vette cosi alte raggiunte nel campo della elaborazione del pensiero filosofico-giuridico? Dobbiamo pur iniziare a porci questa domanda non rituale,e cercare concreti e percorribili rimedi. Non troviamo in questo assunto paradigmatico del “maestro Gerardo Marotta” l’origine dei molti mali che oggi affliggono l’umanità che la stanno devastando con sofferenze e tribolazioni di cui il carcere ne è tragico emblema?

    Dissenso e povertà dietro le sbarre … altro che mimose

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     A mural painted by Banksy, 

    Quali mimose… Sarà perché, in compagnia di una donna del Sud, Sandra Berardi, ho percorso la settimana, affiancandola in incontri per parlare, a proposito di quel “sud” che è il carcere, di quel sud del sud che sono le donne in prigione…
    Ma questo otto marzo, l’invito è a dedicare un pensiero a Valentina. Sì, alla donna che la settimana scorsa ha lasciato il suo bambino alle spalle della stazione Termini, a Roma, per allontanarsi, chissà per dove, con l’altra sua figlioletta. A Valentina, andata via da una casa-famiglia dove ultimamente era stata accolta e che chissà quale smarrimento l’ha portata ad abbandonare il suo bambino… Valentina, venuta anche lei da un sud del mondo,

    A proposito di Sorella Morte…

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    A proposito della morte, delle nostre paure e illusioni, dei desideri, delle violenze, di sistemi consolatori… la profonda riflessione di Vittorio da Rios, che ancora ringraziamo…

    “Tutti portiamo dentro le sofferenze di lutti personali e collettivi. La morte ci accompagna inesorabilmente. Sorella morte l’ha definita Francesco. A volte desiderata come forma ultima e sublime dello spirito, di ricongiungersi con “l’eterno”. O come quando il vivere diventa insopportabile dolore fisico e psichico, nonostante le conquiste in campo farmacologico. Spesso la morte colpisce con innata violenza, e rapina giovani creature. Determinate da malattie, guerre, fame, tribolazioni dovute al disordine globale in cui vive tutt’ora l’umanità. La morte questa sconosciuta, nonostante si abbiano a lei dedicato, nel corso dei secoli studi, riflessioni, profondissime escavazioni filosofiche-teologiche-scientifiche- antropologiche, rimane nella sua essenza “costitutiva” tutta ancora da decifrare.

    L’abbraccio virtuale che non ci salverà

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    Commuove, forse, ma molto più fa rabbrividire. E non è cosa che si possa presto accantonare. Io ancora rabbrividisco, dopo averlo visto… quel video che avrà già incuriosito molti di voi… e che mostra l’incontro di una donna con la figlioletta morta tre anni prima, incontro reso possibile in un mondo virtuale creato apposta per loro. “I met you”, il titolo del documentario che racconta l’esperienza di Jang, donna coreana, madre della piccola Nayeon, che una malattia incurabile le ha portato via quando aveva appena sette anni…. Ed eccola lì, Nayeon che alza lo sguardo lucido verso sua madre, che è lì davanti a lei, e che noi vediamo allungare le braccia verso la bambina, che la madre, attraverso il visore per realtà virtuale che indossa, riesce a vedere come fosse lì, viva e palpitante, su quel prato verde disegnato per i loro passi nel nulla… E grazie a sensori che ha alle mani, sembra che Jang riesca a toccare quella che sappiamo essere solo una riproduzione elettronica della figlia… E la chiama, e si commuove e, magia della realtà virtuale, in qualche modo mamma e figlioletta interagiscono…
    “Come stai mia piccola Neyeon?”