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    Ripensare il sistema-giustizia

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    Le parole, che facciamo nostre, di Vittorio da Rios, a proposito del nostro sistema carcerario già gravemente inadeguato, a proposito del quale ora la pandemia fa emergere l’urgenza di una radicale quanto profonda ristrutturazione. “RIPENSARE AL CARCERE, ALLA SUA INUTILITÀ NELL’ERA POST MODERNA E ATOMICA, RIPENSARE AL CARCERE VUOL DIRE COSTRUIRE NUOVI PARADIGMI GIURIDICI-LEGISLATIVI-FORMATIVI. UNA NUOVA ELABORAZIONE DELLA FILOSOFIA DEL DIRITTO E DEL CONCETTO STESSO DI REATO DA SINGOLO A COLLETTIVO”.

    “Il detenuto in quanto tale e totalmente “indifeso”, chiuso a chiave, soggetto a qualsiasi violenza fisica e verbale. Si può solo immaginare e ora le testimonianze dirette e dei famigliari confermano cosa sia realmente accaduto. Una CRIMINALE violazione dei fondamentali diritti dei reclusi sanciti sia dalla nostra Costituzione quanto da leggi e regolamenti che da essa derivano. Grave responsabilità del ministero degli interni, del responsabile del DAP e di gran parte dei direttori dei penitenziari. Nonché di molti magistrati a cui spetta il compito di praticare il rispetto del diritto. Siamo alla totale disumanizzazione del sistema carcere, già prima della pandemia gravemente compromesso. Mi auguro che questa tragica e disumana “MONGOLFIERA” rappresentata dal sistema GIUSTIZIA, un vero indecente BUSINESS NEL GESTIRE IL REATO, venga RIPENSATA RADICALMENTE,

    “Melrose Place”, condominio delle meraviglie

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    “Figurine, pennarelli, farina, e un po’ di cuore…”, basta poco, a volte, per compiere una magia.
    Il mio regalo di Pasqua è il racconto di un gioco, imbastito per i bambini di un condominio di Nuoro, e la magia che ne è nata…

    Il profilo di una teiera, una tazzina bianca, un orologio fuori tempo, un coniglio bianco, una regina di cuori… Gli indizi ci sono tutti… la deliziosa ragazzina, dallo sguardo un po’ curioso e un po’ stupito, dai lunghi capelli biondi, è Alice, e tutte le altre immagini intorno a lei, i tasselli di un puzzle per comporre un fantastico, virtuale viaggio, nel Paese delle meraviglie…
    Dove al termine della pandemia vorrebbe andare Elisabetta, inquilina di Melrose Place, in quel di Nuoro… che, insieme ad altri ragazzi piuttosto grandicelli e qualche genitore, si è intrufolata nel gioco ideato per i più piccini abitanti del suo condominio da Monica Murru. Sì, l’avvocato, incontrata sui sentieri delle nostre prigioni… fra l’altro direttore della Scuola forense di Nuoro, che sempre dice che “nulla rimane più impresso nella nostra mente di ciò che si impara divertendosi”, e che ben conosce l’incantesimo liberatore delle favole… (ricordate il processo al lupo ideato per la Notte bianca della legalità? https://www.remocontro.it/2017/11/19/la-favola-cappuccetto-rosso-la-favola-della-legalita/).
    E in questo giorno di Pasqua in quarantena vi voglio raccontare, come Monica me l’ha raccontato, il gioco che, nelle pause del lavoro e dei suoi studi, ha imbastito per i bambini del suo condominio, perché è una deliziosa fotografia di un pezzo di paese che resiste e costruisce e rinasce, con generosità, buona volontà, simpatia, fantasia… a iniziare dal nome dato alla chat del condominio: Melrose Place, appunto.

    Comunque un ramo di Pasqua…

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    Notare lo sguardo del pulcino… è tutto riassunto lì…

    La disperazione dei Rom, gli invisibili che non vogliamo vedere

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    La disperata condizione dei Rom, confinati senza alcun aiuto nei loro campi. Il razzismo è anche voltarsi dall’altra parte, rendere invisibili quelli che non vogliamo vedere, pensando che il diritto di essere curati, di vivere, non appartenga a tutti… ( e grazie a Salvatore De Rosa per la fotografia che vedete, tratta dal suo reportage ‘Viaggio in un campo Rom’) 

    “Ci vogliono morti…”
    Raggela il sangue leggendo le parole di Igor, a margine di un post sulla condizione dei Rom. I Rom al tempo del coronavirus…
    Già. Cosa ne è di loro, confinati in quei luoghi di esclusione nell’esclusione che sono i campi rom, incredibilmente abbandonati a se stessi… Ma riuscite a immaginare? Confinati in una quarantena che si traduce in una condanna definitiva. In campi affollati, in roulottes o container in cui abitano fino a sei sette persone, senza acqua potabile, energia elettrica, alloggi adeguati, risorse alimentari, protezione sanitaria… E come si mangia senza soldi? Senza le loro sia pur precarie attività… E i bambini? Un isolamento nell’isolamento, rotto il già tenue filo con le scuole, e senza neppur lontanamente poter pensare a “didattica a distanza”…
    Ma non importa a nessuno, quel che può accadere in un campo rom se l’epidemia vi si infiltra? Per non parlare degli insediamenti abusivi.Tutti ancora più lontani, nei già lontani ghetti nei quali li abbiamo respinti…
    “Ci vogliono morti” risuonano le parole di Igor.

    Il mondo che affamiamo…

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    Lo sguardo, ad ampio raggio, di Vittorio da Rios, che, sempre generoso, di apprezzamenti e pensieri, come sempre ringrazio:

    “Come sempre Francesca pone il dito sulla piaga, e che piaga, il carcere, quelle numerose micro gabbie inutili disumane dentro la maxi “gabbia” globale che è la nostra esistenza dovuto non solo alla nostra finitezza “biologica” ma ad una organizzazione della società che come spesso “grida” Papa Francesco inascoltato è un sistema che uccide! Questo sistema a trazione occidentale costringe quasi quattro miliardi di creature a vivere con meno di due dollari al giorno. Affamiamo tra i 850-900 milioni di persone, e ne uccidiamo per fame tra i 25-30 milioni. Un sistema di tale fatta che definire criminale nella sua essenza costitutiva è un eufemismo come si regge e si perpetua? Perché miliardi di creature non si ribellano nei confronti di una ristretta minoranza della popolazione del pianeta, che assorbe e gestisce oltre il 90% della ricchezza prodotta? LE ARMI!

    Tutti in quarantena? le parole dalla galera vera…

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    Se è vero che, come in molti si dice, dopo il coronavirus nulla dopo sarà più come prima, è il caso di approfittarne, e iniziare subito a rinnovare il nostro linguaggio. Se il mondo è nelle parole che pronunciamo… La prima parola da cancellare? “Indifferenza”. E parole buone arrivano, nonostante tutto, da chi è in carcere…

    Mi ha colpito molto, e per questo ve lo voglio proporre, l’intervento, alcuni giorni fa, di Giuliano Napoli, della redazione di Ristretti Orizzonti di Padova, ergastolano.
    Parla con accorata comprensione, Giuliano, pensando lui a noi fuori, delle difficoltà di chi è costretto a vivere “in una sorta di detenzione domiciliare senza aver commesso alcun crimine”, e ci regala parole buone, invitandoci, lui a noi, a trovare la forza “per rispettare le regole che ci impongono per il bene di tutti”.
    E se si sente il bisogno irrefrenabile di uscire? Pensate, suggerisce Giuliano, a chi sta peggio di noi… ed elenca “gli anziani, i medici e gli infermieri, anche le forze dell’ordine, e a chi magari, anche se per colpa sua, si trova a scontare una pena in carcere e non ha la percezione di quello che accade fuori, ma sa più di chiunque altro quanto sia difficile accettare il “distacco sociale” del quale siamo un po’ tutti più consapevoli, oggi che lo viviamo sulla nostra pelle”.

    Sulle orme di Bashò

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    In quanti modi si può viaggiare? “Ulisse che torna a Itaca, Sindbad il marinaio… sono viaggi fin troppo evidenti”. Da Cascina Macondo, arriva un racconto pieno di poesia e della magia, nel bene e nel male, del nostro andare nella vita. Un bel regalo in questi tempi di reclusione collettiva

    Immaginate un pezzetto di terra, ai piedi di un grande rovere. Tutto lì, in un quadrato di cinque metri per cinque, i lati tracciati col gesso a delimitarne lo spazio. “Una sorta di cella all’aperto, ma anche una sorta di fortezza inaccessibile a chiunque” dove Ah-Che-Waga-Chun decide di rinchiudersi per un tempo indefinito.
    Ah-Che-Waga-Chun, “colui che s’arrampicò sull’albero”, è il nome indiano di Pietro Tartamella. Il nome di quando, con la moglie Anna, Anna Maria Verrastro, attraversava l’Italia, per piantare nelle piazze di paesi e città una grande tenda indiana, dove accogliere a decine bambini, per raccontare loro bellissime storie… Affascinante vita di artisti di strada…

    A proposito di ordine e disordine…

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    A proposito di quanto avviene nelle carceri, a proposito di quel che sta accadendo intorno a noi, Vittorio da Rios… assolutamente da leggere:

    “Ieri al telefono con un caro amico docente universitario di sociologia del diritto e grande esperto delle questioni economiche e con una vasta formazione filosofica. Tutto è “filosofia” quando è concreta operativa, gli ho posto questa domanda: “Te lo saresti immaginato che un virus che chiamiamo “corona” in poco tempo mettesse in evidenza la tragica fragilità del nostro sistema culturale-produttivo-consumistico-, le nostre quotidiane abitudini?”. La sua risposta articolata e razionale, ma è stata: “Certo che no! Ma i profeti, I veri grandi pensatori, i veri filosofi positivi ci avevano da tempo ammoniti: questo ORDINE CREA TRAGICO DISORDINE”.

    L’ordine che produce disordine

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    L’ordine regna a Varsavia. Mi è subito venuta in mente la frase del generale Sebastiani che, nel settembre del 1831, annunciava la caduta di Varsavia sotto l’assalto delle truppe dello zar Nicola, ascoltando la chiusura di un servizio con il quale non so quale rete televisiva dava conto della situazione delle carceri italiane, dopo la rivolta di cui sapete. La frase, certo era più morbida. “E’ tornata la calma”, mi sembra… D’altra parte sembra anche che la frase pronunciata da Sebastiani fosse, più diplomaticamente, “la tranquillità regna a Varsavia”.
    E visto che noi fuori siamo agitatissimi per tutt’altro, ora se ne parla davvero poco, o non se ne parla affatto, di quel che accade nelle carceri, se non per aggiornare sulla ricerca dei “mostri” che sono fuggiti… Ed è questa forse la cosa più sconvolgente…
    Ma se 13 morti vi sembran pochi… A me sembra piuttosto una strage. Permettete qualche riflessione…

    Bonaventura…

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    Un anno fa, oggi, Bonaventura se n’è andato.
    Questi sono due dei 21 capitoli di un libro, numero 13 e 14. Il libro, un romanzo, si chiama ‘Toda la muerte’ e lo scrisse una ventina di anni fa Horácio Verzi, scrittore, giornalista, uruguagio. Quasi tutto lì dentro succede nel Nicaragua dell’86. Horácio era lì a lavorare all’agenzia Nueva Nicaragua, quella dei sandinisti, dove da prima di lui lavorava Bonaventura. Divennero amici e lo sono rimasti fino all’ultimo. Anni fa, Horácio gli aveva chiesto, ritrovandolo dopo molto tempo, il permesso di esporre il suo nome in chiaro nel libro, dove già si parlava diffusamente di lui. Così, Bonaventura de Carolis è l’unico nome “vero” che compare in ‘Toda la muerte’.
    ‘Toda la muerte’ è un racconto di oltre 400 pagine, complesso, con vari piani narrativi e di lettura, come anche questi due capitoli lasciano intuire… Non ce la siamo sentita di farlo tradurre tutto. Questi due capitoli sì, però. Ci restituiscono un po’ di Bonaventura, nella percezione dell’autore e del suo avatar narrativo, e ci è parso bello proporveli, a tutti/e voi che lo avete in qualche sua vita conosciuto. 
    Nei due capitoli i compari sono 5, più gli incontri che faranno. Tutti giornalisti presso Nueva Nicaragua. Sono in viaggio, vi spiegheranno loro perché. Oltre a Bonaventura ci sono Vicente, uruguagio (come l’autore…), mattatore assoluto del racconto e di questo estratto; Alexandra, californiana, non sempre occupata a rendersi simpatica, e con cui Vicente ha lungo tutta la storia una tormentata relazione; Susan, che di Alexandra è più che amica, californiana come lei; e Beatrice, italiana, cui l’autore associa, altrove nel romanzo, soprattutto un fisico “bestiale”, alla Alba Parietti.
    La prima cosa che leggete è una lunga tirata di Alexandra: non odiatela troppo, o comunque non subito, e… buona lettura!