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    comunicare il carcere e le pene…

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    ristIl 23 marzo a Bologna, il PRIMO FESTIVAL DELLA COMUNICAZIONE SUL CARCERE E SULLE PENE

    si tratterà di carcere, misure di Comunità, messa alla prova, mediazione penale…
    in esposizione giornali, siti, libri, blog, cortometraggi, documentari in esposizione
    l’ appuntamento dunque:
    BOLOGNA, 23 marzo 2017, ore 10 – 18
    Biblioteca SalaBorsa del Comune, Piazza Nettuno, 3

    Sono ormai molti anni che in tante carceri operano importanti realtà dell’informazione, che vedono lavorare insieme persone detenute e volontari esterni. Una redazione di un giornale non può essere un’attività ricreativa per detenuti autorizzata sotto stretto controllo, l’informazione dal carcere è un bene comune, una risorsa di civiltà utile soprattutto al territorio, che può così conoscere meglio qualcosa che gli appartiene. Un carcere dove volontari e detenuti fanno informazione ha molte più probabilità di diventare un carcere trasparente.
    La redazione di un giornale o di una attività di informazione in carcere, proiettata verso la società dove si devono inserire-reinserire le persone detenute, è importante e preziosa quanto qualsiasi altro giornale del territorio, e per questo invitiamo gli Ordini dei giornalisti e la Federazione della Stampa a tutelare queste realtà così fragili, ma anche così importanti. …

    Impazzire si può… in viaggio con Mario Arpaia

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    cavallo 3Entrare in quello straordinario laboratorio di idee e impegno che è il San Giovanni di Trieste ( l’ex manicomio da cui partì la rivoluzione di Basaglia) è possibile farlo in mille modi.. Perché serva a portarne fuori, per chi ancora non sa, un racconto che inviti ad avvicinarvisi, a cercare di capire qualcosa di più, sono sempre necessari sensibilità, passione, capacità d’incanto… Ed è quello che proprio sembra avere mosso il cammino di Mario Arpaia, che fra i padiglioni e il parco del san Giovanni si è aggirato armato della sua macchina fotografica…
    Il racconto che ne restituisce, ci accompagna per mano lungo viali e corridoi che tanta storia e tante storie hanno accolto, e ancora continuano ad accogliere. Perché il cammino sulla strada aperta da Basaglia è cammino senza soste, e mai come oggi ha bisogno di essere difeso perché, come denuncia Peppe dell’Acqua: “il rischio della prepotente occupazione del terreno da parte delle psichiatrie del cervello, dei farmaci, delle pericolosità, delle contenzioni è, quanto mai prima d’ora, una presenza inquietante…”
    Un racconto fra passato e presente. Con immagini che si schiudono sulle foto del bianco e nero del volto dolce, appassionato e a tratti quasi un po’ stupito di Franco Basaglia, che da quei ritratti ancora ci parla ed esorta.
    Bianco e nero è anche il colore dei laboratori dove nacque Marco Cavallo,

    Uccidersi a trent’anni

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    Leggendo la lettera di Michele, il trentenne di Udine che giorni fa si è tolto la vita… pur contraddicendomi, pensando che davanti a una cosa così tragica come il suicidio bisognerebbe anche saper tacere… . Ma se i suoi genitori, hanno deciso di renderla pubblica, leggerla e rileggerla e parlarne è anche accompagnarli nel solco del loro dolore che denuncia: “nostro figlio ucciso dal precariato… il suo grido è simile ad altri che migliaia di giovani probabilmente pensano ogni giorno di fronte a una realtà che distrugge i sogni”.
    Non sapendo nulla di Michele, se non le parole della madre: “Michele? Era bello. Siamo affranti… stanchi. Abbiamo solo voluto rendere onore a nostro figlio, che ha compiuto una scelta crudissima”.
    La lettera, dunque… Oggi che così poche ne scriviamo, chi si prende la briga di andare oltre il balbettio di sms, tweet, che tanto hanno reso balbettante anche il pensiero, sempre ha da offrirci parole di verità. Che forse non siamo più in grado di reggere. Perché non possiamo nasconderci che parole di verità chiedono risposte di verità. Quella di Michele è una lettera che meriterebbe riflessioni lunghe come un trattato. Ma una o due delle sue verità voglio riprenderle:

    Un invito, a passi di flamenco…

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    alexisAlexis Lefèvre, violino, e Michele Iaccarino, chitarra, in concerto l’11 febbraio al Mamocenter di Roma. Musiche dall’ ultimo album:“ Déjà vu”.
    Sulle loro note, i passi di flamenco di Felipe Mato. Sentite che ne dice Daniela Morandini…

    “ Déjà vu “: ma, già visto dove?
    Dove si erano già visti, Alexis Lefèvre e Michele Iaccarino?
    Quante volte quel violino e quella chitarra si erano sfiorati prima di incontrarsi?
    Lefèvre e Iaccarino, due musicisti cresciuti al Sud, a poca distanza l’uno dall’altro, partiti molto giovani per strade diverse, e che, un giorno, si sono trovati a Siviglia. Due stranieri che avevano squarciato un varco nel flamenco.
    Alexis Lefèvre nasce a Positano, sulla costiera amalfitana. Impara a conoscere il violino fin da piccolo. A diciotto anni,se ne va: Sudamerica, Europa, poi Siviglia. Le sue incursioni nel flamenco iniziano alla Carboneria, dove poeti, artisti e personaggi della notte avevano trovato rifugio nell’ultimo periodo franchista.
    Tra quei tavoli di legno si sarebbero visti anche Pete Seeger e Frank Zappa. In poco tempo, Lefèvre è al fianco di Vicente Amigo, di Juan Carlos Romero, di Tomatito.

    Alice…

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    gabripazzaQuando andai alla presentazione di uno dei suoi libri, ne rimasi piuttosto spiazzata. Gabriella La Rovere, che con “L’orologio di Benedetta” riusciva a sballottarti su e giù in quell’altalena che è la sua vita di madre di una ragazza autistica, quella sera riuscì a trasformare la sua emozione, il suo dolore, anche, in gesti che ti inchiodavano lo sguardo e l’anima. “Potresti fare l’attrice”, le dissi, le dicemmo anzi in molti, alla fine… “Forse sei un’attrice”. Ed eccola, ora, che la ritrovo a calpestare il palcoscenico di un teatro. Per un monologo, di cui è anche autrice, con il quale ci fa entrare nella mente di una “matta”. Quale pane per i denti di gatto randagio! Potete immaginare…
    “Alice”, il titolo, non è il nome della protagonista, ma il richiamo dell’eco di un mondo meraviglioso popolato di conigli senza tempo e trecce e cappellai che quella “matta” vorrebbe avere intorno a sé…
    Ma la scena è ben altra, e si apre sul buio di uno scambio di battute di voci maschili tratto, quello sì, proprio da un brano di “Alice nel paese delle meraviglie”, scomposto in un dialogo a tre. Voci che sembrano venire dal tetto. Con l’intento, spiega Gabriella, anche di sviare. “Queste voci sono un delirio della protagonista? Ci sono veramente delle persone sul tetto? Quello che racconta succede realmente? Ma, soprattutto, se dovesse mai capitare a me di avere un Tso, farò la sua stessa fine, verrò inserita in una lista di sorvegliati speciali ai quale non si perdona niente…?”

    Il vento e il mare

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    Il mare nel vento-1

     

     

     

     

    Un appuntamento, il 4 febbraio, per chi è di Pistoia e dintorni… con la poesia di Grazia Frisina, e la sua lettura della vita dei poeti… voci… che si rincorrono…

    Il cecchino innamorato…

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    sniper-smile-CVOPLa storia di un cecchino innamorato… mi fu raccontata da Ennio Remondino, inviato a Sarajevo, quasi un quarto di secolo fa… scrissi questo racconto, nato dalle suggestioni che lui mi diede……
    “Faceva dannatamente freddo nella stanza quella mattina. Eppure non era ancora autunno. O forse era già quasi inverno e Jovan aveva perso il conto del tempo. Nulla di grave, ne aveva perse molte di cose negli ultimi mesi. A cominciare dall’ombrello a larghi fiori comprato nella primavera dei suoi trentadue anni nel mercato di non ricordava più quale paese.
    Nei diciotto o venti o trenta mesi trascorsi da allora doveva aver lasciato da qualche parte anche il suo accendino a petrolio (impagabile ricordo dello zio paterno), la raccolta di poesie di Janic (autore assolutamente sconosciuto, ma per lui sublime, come sublimi erano rimasti nella memoria gli anni passati dietro lo stesso banco di scuola), il 33 giri dell’Orpheus di Stravinskj, rara incisione di metà secolo. E aveva perso anche lo steccato di un giardino, la finestra sul fiume della sua casa, il viso piantato di rughe della madre, forse anche il padre e tante altre cose di cui non ricordava il nome. Come se quei mesi avessero distrutto, insieme a strade, ponti e case, anche brani della sua vita… (…)

    Snipers

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    snLeggendo di un’inchiesta a proposito dell’aumento, nel nostro paese, del numero di persone che posseggono armi, che fra un po’ quasi l’America ci farà sorridere… Sbirciando i dati dell’ultima relazione annuale del governo sull’export militare italiano, che ci dicono quanto sono aumentati gli armamenti che forniamo a gente in guerra, anche in violazione, grazie a escamotage di cui sembra siamo maestri, di leggi e principi dichiarati… E la perdita della commessa per fornitura della Beretta all’esercito Usa certo non cambia il quadro.
    E cosa vi aspettate adesso? Una filippica accorata e sciorinar di numeri dolenti?
    “Qualche volta sii un po’ meno buonista!”. E’ stato il consiglio di un amico, che Gatto randagio questa volta ha accolto (passando sopra, per un attimo, al turbamento per la torsione di quell’aggettivo fino a ieri ‘buono’, appunto, come il pane, oggi deformato fino a suggerire qualcosa addirittura di spregevole… ma ne parleremo).
    Non mi è costato molto. Un gatto randagio, lo sapete, tanto buono non lo è mai… Così si è messo l’elmetto in testa ed è andato a sfogliare un libro che da un po’ lo guardava dal ripiano della scrivania. Un libro grondante di sangue fin dall’immagine di copertina. Titolo: Snipers (editore NPE). L’autore Roberto Ferraresi, che sulla cattiveria sembra interrogarsi da un po’, ha scritto fra l’altro un’ “Etica dell’omicidio e altre storie di ordinaria amministrazione”.
    Dove ci porta Snipers?

    Fra barbarie e civiltà…

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    dylannNon vi sarà sfuggita. La condanna morte di Dylann Storm Roof, il giovane bianco che nel giugno del 2015 compì una strage in una chiesa metodista di Charleston. Morirono nove persone, afroamericani. Roof oggi ha ventidue anni. Il suo crimine: l’odio. Il suo sogno: la supremazia bianca. Altri dettagli potete andare a leggerli, come il fatto che l’attacco era stato progettato da tempo, che sembra mai abbia dato segni di rimorso… e tutte le cose che, leggo, hanno fatto dire al familiare di una vittima: “la sentenza manda un messaggio forte, che i crimini d’odio non possono essere tollerati”. Una sentenza anticipata a suo tempo dalla dichiarazione della presidente del Nord Carolina: l’omicida deve morire.
    La notizia non sembra abbia suscitato grandi dibattiti dalle nostre parti… eppure tanto ci siamo stracciati le vesti intorno alla sentenza che aveva condannato a “solo” ventuno anni di carcere Anders Behring Breivik, responsabile della strage sull’isola di Utøya, in Norvegia. Scusate, ma il confronto viene automatico. Fra barbarie e civiltà…
    Guardando la foto di Roof…

    appuntamento a Rovereto…

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    rovereto