Pensando ad Aleppo… e all’occidente che non c’è… chiedendosi perché le cronache intorno all’agonia, alla caduta e morte di una città dove oggi, qualcuno ha scritto, muore la civiltà, non ha portato in piazza persone, come per altre genti s’è pure fatto. Cos’è che ci muove, quando davanti al dolore degli altri… cos’è che non ci ha mosso… come se la gente di Aleppo fosse un po’ troppo più “altra”…
Come imbrigliati anche noi da geopolitiche, diplomazie e logiche di guerra, ibernati ad aspettare a distanza di sapere chi vince chi. Ma non sarà la sconfitta delle forze che abbiano deciso incarnare in questo momento “il male assoluto” a metterci l’animo in pace. Che ancora una volta, forse, non abbiamo scelto di scendere in campo in difesa dell’uomo…
E se volete davvero capire cosa significa essere in trappola, cos’è successo alla gente assediata d’Aleppo, appena possibile andate a vedere “Houses without Doors – Aleppo vista dal balcone di casa”, del giovane regista d’origine armena Avo Kaprealian, che nel novembre di quest’anno è stato premiato come miglior documentario internazionale al Torino film festival.
“Houses without Doors” è stato proiettato questa settimana, lunedì, a Roma, all’Apollo11. Un film, recitava l’invito, “importante e bello”.
Il film è bellissimo, se si può usare questo aggettivo quando si affondano le mani in tanto dolore…
Non vi aspettate trama, che il racconto
Genocidi….
Una dolcissima sorpresa…
Guardate questo lupetto… è un dono che ha ricevuto Daniela Domenici, da un suo studente nel carcere di Sollicciano, dove insegna… una sorpresa dolcissima, che Daniela racconta così…
“E’ iniziata la mia quarta settimana d’insegnamento nel carcere di Sollicciano e oggi emozione imprevista: un mio allievo di origine egiziana ma da anni residente in Italia prima di iniziare la lezione d’inglese mi ha fatto una sorpresa commovente: mi ha regalato il lupo che vedete nella foto che ha creato dal sapone, sì, un pezzo di sapone di Marsiglia che viene dato loro per lavare la biancheria ma che quasi nessuno usa preferendo un po’ di detersivo (me l’ha raccontato lui).
Dopo averlo scolpito con attrezzi artigianali da lui creati lo ha dipinto con le tempere, lo ha lasciato asciugare e me l’ha voluto regalare. Il mio sorriso e le mie parole spontanee sono state, per lui, una vera gioia, gli ho trasmesso quanto mi abbia fatto emozionare e l’altro allievo (oggi erano solo due perché c’erano i colloqui) ha aggiunto “prof, lei se lo merita perché con noi lei è così…” e non gli veniva un aggettivo appropriato per farmi capire quanto apprezzino il mio modo di rivolgermi a loro non solo quando insegno gocce d’inglese.
Gli ho promesso che gli regalerò “Il lupo e il filosofo” di Mark Rowlands perché il lupo che ha creato per me mi ha subito fatto venire in mente lo splendido protagonista di quel celebre libro.”
Daniela Domenici
Tutte le sue cronache, potete leggerle in Danielaedintorni,com…
Sul ponte….
Oggi voglio parlarvi di Mino, un ragazzino che vive con la nonna e passa molto del suo tempo sopra un ponte, lo attraversa camminando sul parapetto come un funambolo, e a guidarlo sono la voce della luna e delle stelle, quando più forti della sua rabbia. Mino, che salta fuori dalle pagine di un libro… Ma non pensate voglia trasformare questo spazio in una rubrica più o meno letteraria (ma poi, riflettendoci, perché no?)… è che la felice scrittura di Emanuela Nava, fa questo ragazzino tanto vivo e tanto denso, profondo e lieve al tempo stesso, che non posso che proporvi di attraversare insieme a lui quel ponte, giusto in questi giorni che ci avviamo tutti verso l’anno che verrà.
“E non hai visto ancora niente”, il titolo del libro ( editrice Tralerighe). Un racconto pieno della folla di persone e animali e cose delle fiabe, che delle fiabe ha la musica e i colori e il vento, e mille piani di lettura. Questi sono solo pochi, primi appunti, presi leggendo…
A Mino, una notte buia, “troppo buia anche nella mia testa perché potessi ricordare quello che tutti volevano ricordassi”, è accaduto qualcosa di molto grave. Non ha più i genitori, e intorno a lui arrivano spesso medici, “figure ombrose” che insieme a quei vicini che correvano alle sue grida “cercavano di fare luce dentro di me, e invece portavano solo l’oscurità che era dentro di loro”.
Ma più delle troppe parole aiutano gli sguardi, gli abbracci forti e il canto sommesso della nonna….
fili d’erba d’adottare…..
Ancora un bel progetto di Cascina Macondo…. l’inivto è a partecipare…. adottando fili d’erba…
Un filo d’erba è solo un filo d’erba. Sottile, fragile, delicato.
1.999 fili d’erba diventano trama e ordito, e s’intrecciano in tessuto .
ADOTTA UN FILO D’ERBA
per il progetto
OMNIA FABULA ET ARTI
INTRAMUROS / EXTRAMUROS
Ancora una volta chiediamo l’appoggio dei nostri amici
per il nuovo progetto rivolto a un gruppo di 20 detenuti del carcere Rodolfo Morandi di Saluzzo.
Un progetto che in origine era molto più ampio e articolato, ma non avendo ricevuto sostegno dalle Fondazioni e dagli Enti Istituzionali, prevede ora, ridimensionato, la realizzazione di:
– laborato rio sulle favole
– laboratorio di dizione della lingua italiana (caldeggiato dai detenuti)
– approfondimento della lettura ad alta voce
– good morning poesia
– realizzazione di un’ANTOLOGIA che raccoglierà le favole scritte dai detenuti, dai bambini delle scuole elementari, dagli adolescenti delle scuole medie, dagli studenti delle scuole superiori, dai ragazzi disabili con cui lavoriamo da anni, e da alcuni scrittori amici di Macondo.
diversamente….
Una nota molto personale, pensando al 3 dicembre, giornata internazionale delle persone con disabilità. Che randagiando randagiando, è capitato di occuparmene, di disabilità, nello spazio di una rubrica della radio… una piccola rubrica che, devo dirvi, mi ha fatto affacciare su un mondo vastissimo, e complesso, e che difficilmente avrei immaginato, impossibile da dimenticare… ora per me tutto raccolto in alcune scatole di cartone e tre cassetti dell’armadio-archivio, che a tratti, con piccoli tuffi al cuore, mi capita di riaprire…
E così ho fatto ieri, cercando, fra le tante, una storia da raccontarvi per ‘celebrare’ in qualche modo questa giornata. Scelta difficile, impossibile, che ognuna delle storie incontrate meriterebbe fiumi di parole…
Ma una persona, la voglio ricordare. Che ancora mi risuona nelle orecchie il tono caldo e sorridente della sua voce. Franco Bomprezzi, eccezionale collega, scrittore e poi blogger, che adesso non c’è più. Costretto per una malattia fin da piccolo su sedia a rotelle, per tutta la vita ha lottato contro i pregiudizi. Ne avrete letto in molti, fra le tante cose che ha fatto, nelle pagine dei suoi interventi sul Corriere…
Capace, anche, di grande ironia… “Ho anch’io il vizio di vivere”…
Caine….
Disperazione, di Fontana… che meglio non può illustrare questa storia che… avrei esitato a raccontare, che è difficile quando della persona si tocca l’intimo più intimo… ma dopo aver sentito delle parole del Papa in chiusura dell’anno della misericordia, quelle che spalancano al perdono dell’aborto…
Lei, chiamiamola Maria, l’avevo incontrata un’infinità d’anni fa, quando si aprivano i primi consultori e molto si discuteva di interruzione volontaria di gravidanza. E cercavo, alle prime armi, di raccontare… Mi aspettavo, come da altre, che pure molto mi avevano fatto capire, parole di diritti e rivendicazioni e “sono mia” eccetera eccetera… Ma Maria, che quando aveva dovuto interrompere la sua gravidanza ancora non c’era la legge che disciplinava l’aborto, mi parlò di smarrimento e di dolore… di dolore e di stupore, per qualcosa che a raccontarlo non trovava le parole… Quanti anni aveva? Ventitré? Forse “già” ventiquattro… pensai allora, che quando hai vent’anni anche un pugno di stagioni in più sembrano fare una gran differenza…
Non gliel’avevo chiesto, ma
Liberi dall’ergastolo…
ancora, un suggerimento… dal salotto di Daniela Domenici… che accolgo e vi invito a leggere…. ci parla del bel libro di Nicola Valentino “Liberi dall’ergastolo”, edito da Sensibili alle foglie…
“Questo libro racconta, in modo assolutamente suggestivo e commovente, l’esperienza che alcune persone, sempre di più dal 2011 a oggi, hanno fatto e continuano a fare andando al cimitero degli ergastolani nei pressi dell’antico carcere, dismesso nel 1965, nell’isola di Santo Stefano vicino a quella di Ventotene, le due isole ponziane, per portare un fiore e ridare un nome alle tombe delle persone morte all’ergastolo e dimenticate.
Queste persone che vengono da ogni parte d’Italia con le motivazioni più varie, con vissuti diversi, chi ha sperimentato la detenzione e chi invece è un/una artista o un/a volontario/a o un/a direttore/rice di carcere o studenti di diritto penitenziario con il loro docente; è stato un passaparola, un sasso gettato nello stagno dell’abbandono e del silenzio di questo “luogo simbolico che consente di vedere ciò che l’ergastolo, ancora oggi, sentenzia: la condanna di una persona a morire in carcere” che coinvolge ogni anno sempre più persone e che avviene “nel mese di giugno in relazione con la giornata mondiale dell’ONU contro la tortura nel mondo”.
Innesti…
“Prima che la notte sperperi inganni / d’ombre sulla mia sponda / mentre da ponente scroscia un tramonto / gonfio di bave rossigne / farò che un salmastro di malinconia segreti qui / Fra i concitati quattro angoli del foglio”
E’ la prima poesia della raccolta di Grazia Frisina, “Innesti”, che oggi vi regalo… che Grazia qualche notte fa l’ho sognata, pensandola Terra in un mare d’acqua. E non si può che su quella Terra stare… Chissà da dove nascono le immagini dei sogni… Forse questa anche le sue parole hanno portato, che tengo il libro sul comodino accanto a letto e a tratti la sera sfoglio… Le sue poesie, sono tutto uno scavare nell’anima e nel suo tempo… nella materia della terra “aspra e sconnessa. o distesa e pacificata”, nella quale Grazia mi ha detto, poi, sì, di riconoscersi. Terra che è isola, esposta ai venti… Soffia molto vento su queste poesie, che non c’è riparo sull’isola… dove a volte la via si smarrisce, ma dove pure. sempre, si ritrova la vita. Tanta… tutta… goccia a goccia. Ascoltare questo sospiro…. “a fare autunno / un tonfo di petali?/ sì, basterebbe”
Dettagli inutili…
Oggi vi voglio parlare di Alberto… Alberto Fragomeni, che poi “un giorno sono impazzito” …e da dieci anni attraversa il mondo della cura psichiatrica. Dieci anni tutti ora riassunti nei “dettagli inutili” che ha raccolto in un libro.
“Frustrazione, dolore, non so… Ero al limite…” racconta. “E così ho scritto. Quando scrivo divento una bestia… scrivo cose estreme…”. E davvero ho fatto fatica a crederci, che potesse scrivendo diventare ‘bestia’, incrociando dal riquadro del booktrailer del suo libro il suo sguardo dolcissimo.
Così, per capire, due giorni fa, in una mattina l’ho letto. “Inutili dettagli” (collana 180, archivio critico della salute mentale, edizioni alfa beta Verlag).
E sì, aveva proprio ragione Basaglia, a sostenere che dopo tanto parlare, tanto scrivere, tanto teorizzare, da parte degli psichiatri, è ora che a parlare siano loro, i “matti”…
Perché, a confronto, nessun trattato restituisce come le loro parole la carne viva del loro vivere… nessuno sguardo esterno può aprire squarci come quelli che solo la parola di chi attraversa la vita a braccetto del disturbo mentale può svelarci. Togliendoci da sotto i piedi la terra del nostro tranquillo camminare sul sentiero dei luoghi comuni.
“Inutili dettagli”, dunque. Appena t’inoltri nelle prime pagine, è subito un precipitare in una scrittura che procede dimenticando che dopo i punti, all’inizio della nuova frase, ci hanno insegnato a usare la lettera maiuscola. Al primo capoverso pensi sia un errore di stampa, un refuso… Al secondo ti inquieti un po’, al terzo pensi a una provocazione… Ma poi
condanne…
Un po’ di pazienza, ma anche oggi sono qui a parlarvi di carcerazioni. Perché sono tante le vite che si vorrebbe lasciar morire nel nulla, ma c’è chi da quel nulla si ostina a inviare richiami, che sono sussurri, che sono urla…
E come un urlo arriva dal carcere di Opera la terribile storia di Francesco. Mi arriva con la lettera del suo compagno di cella, Alfredo Sole, che qualcosa chiede si faccia per questo suo compagno, malato “anzi direi a pezzi, letteralmente”. Perché Francesco è affetto dal morbo di Burge. Patologia terribile, incurabile. Le arterie si atrofizzano, si seccano fino a morire. E piano piano si perdono parti del corpo, che la malattia porta alla necrosi. Prima le estremità, poi gli arti, su su fino ad attaccare gli organi interni e morirne. A Francesco è già stato amputato un pezzo di piede. Nulla da fare per lui se non cercare di rallentare il percorso di una malattia senza scampo.
Francesco è stato arrestato quando aveva poco più di diciotto anni, nel 1991. In carcere ne ha già passati ventisei, di anni. Ha fatto richiesta di arresti ospedalieri o domiciliari, per provare una cura sperimentale. Per illudersi di potersi curare… Ma la richiesta è stata respinta dal magistrato di sorveglianza, ed è stato respinto anche il ricorso che contro questa decisione Francesco ha fatto al Tribunale di sorveglianza . La motivazione, “come da prassi”: persona “pericolosa e evidente pericolo di fuga”.
Già, perché Francesco