Quando andai alla presentazione di uno dei suoi libri, ne rimasi piuttosto spiazzata. Gabriella La Rovere, che con “L’orologio di Benedetta” riusciva a sballottarti su e giù in quell’altalena che è la sua vita di madre di una ragazza autistica, quella sera riuscì a trasformare la sua emozione, il suo dolore, anche, in gesti che ti inchiodavano lo sguardo e l’anima. “Potresti fare l’attrice”, le dissi, le dicemmo anzi in molti, alla fine… “Forse sei un’attrice”. Ed eccola, ora, che la ritrovo a calpestare il palcoscenico di un teatro. Per un monologo, di cui è anche autrice, con il quale ci fa entrare nella mente di una “matta”. Quale pane per i denti di gatto randagio! Potete immaginare…
“Alice”, il titolo, non è il nome della protagonista, ma il richiamo dell’eco di un mondo meraviglioso popolato di conigli senza tempo e trecce e cappellai che quella “matta” vorrebbe avere intorno a sé…
Ma la scena è ben altra, e si apre sul buio di uno scambio di battute di voci maschili tratto, quello sì, proprio da un brano di “Alice nel paese delle meraviglie”, scomposto in un dialogo a tre. Voci che sembrano venire dal tetto. Con l’intento, spiega Gabriella, anche di sviare. “Queste voci sono un delirio della protagonista? Ci sono veramente delle persone sul tetto? Quello che racconta succede realmente? Ma, soprattutto, se dovesse mai capitare a me di avere un Tso, farò la sua stessa fine, verrò inserita in una lista di sorvegliati speciali ai quale non si perdona niente…?”
Alice…
Il vento e il mare

Un appuntamento, il 4 febbraio, per chi è di Pistoia e dintorni… con la poesia di Grazia Frisina, e la sua lettura della vita dei poeti… voci… che si rincorrono…
Il cecchino innamorato…
La storia di un cecchino innamorato… mi fu raccontata da Ennio Remondino, inviato a Sarajevo, quasi un quarto di secolo fa… scrissi questo racconto, nato dalle suggestioni che lui mi diede……
“Faceva dannatamente freddo nella stanza quella mattina. Eppure non era ancora autunno. O forse era già quasi inverno e Jovan aveva perso il conto del tempo. Nulla di grave, ne aveva perse molte di cose negli ultimi mesi. A cominciare dall’ombrello a larghi fiori comprato nella primavera dei suoi trentadue anni nel mercato di non ricordava più quale paese.
Nei diciotto o venti o trenta mesi trascorsi da allora doveva aver lasciato da qualche parte anche il suo accendino a petrolio (impagabile ricordo dello zio paterno), la raccolta di poesie di Janic (autore assolutamente sconosciuto, ma per lui sublime, come sublimi erano rimasti nella memoria gli anni passati dietro lo stesso banco di scuola), il 33 giri dell’Orpheus di Stravinskj, rara incisione di metà secolo. E aveva perso anche lo steccato di un giardino, la finestra sul fiume della sua casa, il viso piantato di rughe della madre, forse anche il padre e tante altre cose di cui non ricordava il nome. Come se quei mesi avessero distrutto, insieme a strade, ponti e case, anche brani della sua vita… (…)
Snipers
Leggendo di un’inchiesta a proposito dell’aumento, nel nostro paese, del numero di persone che posseggono armi, che fra un po’ quasi l’America ci farà sorridere… Sbirciando i dati dell’ultima relazione annuale del governo sull’export militare italiano, che ci dicono quanto sono aumentati gli armamenti che forniamo a gente in guerra, anche in violazione, grazie a escamotage di cui sembra siamo maestri, di leggi e principi dichiarati… E la perdita della commessa per fornitura della Beretta all’esercito Usa certo non cambia il quadro.
E cosa vi aspettate adesso? Una filippica accorata e sciorinar di numeri dolenti?
“Qualche volta sii un po’ meno buonista!”. E’ stato il consiglio di un amico, che Gatto randagio questa volta ha accolto (passando sopra, per un attimo, al turbamento per la torsione di quell’aggettivo fino a ieri ‘buono’, appunto, come il pane, oggi deformato fino a suggerire qualcosa addirittura di spregevole… ma ne parleremo).
Non mi è costato molto. Un gatto randagio, lo sapete, tanto buono non lo è mai… Così si è messo l’elmetto in testa ed è andato a sfogliare un libro che da un po’ lo guardava dal ripiano della scrivania. Un libro grondante di sangue fin dall’immagine di copertina. Titolo: Snipers (editore NPE). L’autore Roberto Ferraresi, che sulla cattiveria sembra interrogarsi da un po’, ha scritto fra l’altro un’ “Etica dell’omicidio e altre storie di ordinaria amministrazione”.
Dove ci porta Snipers?
Sogni infranti…
Accidenti…, vi avevo lasciato con la speranza fiduciosa che i desideri messi nella pancia di Marco Cavallo si avverassero, ma dopo appena qualche giorno già qualcuno quella speranza sembra vederla morta… Così, spero di non infastidire, ma sono ancora qui a parlarvi dei ragazzi della scuola del Centro per richiedenti asilo di san Nicola.
Lunedì scorso sono stati trasferiti. Una trentina di loro, così, all’improvviso. Sparpagliati fra Tiburtina, Aurelia, Tivoli. Via Staderini… ricordate lo scandalo di qualche tempo fa? In posti affollati, dove già sono in trecento, quattrocento… dove non c’è wi-fi… e come telefonare a casa… Non più bigliettini di desideri, ma messaggi per dire che non stanno bene, che non capiscono il perché di questo trasferimento. Qualcuno, spedito a Tivoli, rassicura che lì non si starebbe poi male… Ma l’aula della scuola di san Nicola oggi è vuota. Rimangono questi disegni, che sono il compito che la maestra aveva lasciato per le vacanze: disegnare la casa. Quella che hanno dovuto abbandonare, quella dei sogni che hanno lasciato alle spalle per immaginarne una nuova, più avanti …
E viene quasi da piangere se conosci il volto e la storia del ragazzo del Mali, che sperava in un lavoro, per affittare una casa, per metterci dentro una donna da amare… e che con tratto bellissimo fa rivivere il suo villaggio, le case, la gente, gli animali, e quei rami che si inerpicano verso il cielo carichi di frutti d’oro… così pieni del colore del sole da riscaldare l’intero bianco e nero del disegno…
Imbrattarsi di libertà
Il più bravo pittore del paese… la sua smania d’arte, amore e libertà… arriva con la poesia di Francesca Cannavò… un respiro di passione… che, questo è l’augurio che faccio ringraziando per questi versi, ci accompagni tutto l’anno..
“Inutile il chiodo
Era il più bravo pittore del suo paese
sapeva dipingere con maestria
il profumo di ogni petalo di rosa,
l’olezzo del tiglio nel vento caldo di giugno.
Le sue tele raccoglievano il canto allegro
di catenelle d’acqua alla fontana,
sullo sfondo, il rigurgito schiumoso del mare
placava l’arsura agli assetati. (…)
Tante cose belle….
Le cose belle… Questo inizio dell’anno nuovo, l’eco di un augurio delle nostre parti, di noi nati a sud del Garigliano, per intenderci… “Tante belle cose…”, si dice congedandosi. Che è augurio, accorato, di chi sa che tutte quelle cattive non ti saranno risparmiate. Ma che almeno, sul tuo cammino, possano le cose belle essere tante…
Tante e belle come i desideri che, al tempo di Basaglia, gli ospiti dell’allora manicomio di Trieste scrissero su bigliettini da imbucare nella pancia di Marco Cavallo, il grande cavallo azzurro di cartapesta nato nel laboratorio messo in piedi da un gruppo di artisti. I desideri dei ‘folli’… a ben leggerli, riassumono la sostanza dei desideri di chiunque voglia riprendersi la vita, in qualunque parte del tempo e del mondo l’abbia dovuta lasciare.
Così, rovistando nella pancia di Marco Cavallo, ancora si trovano la sciarpa rossa, da mangiare buono, un fiore…
Capanne vuote….
Avrei voluto raccontarvi una favola di Natale… ma Gatto Randagio non ha fatto altro che girare intorno a capanne e mangiatoie vuote, e vuota, la mangiatoia, l’ha trovata anche questa mattina… che la realtà è ancora la stessa, quella così crudamente rappresentata nel presepe allestito lo scorso anno (ricordate?) nel carcere di Catanzaro… Dove non c’è natività, nessun bambinello sulla paglia, ma più in là, accanto al mare, dove si allunga l’ombra funerea di grattacieli, in uno scenario stranito, c’è il corpo riverso del piccolo Aylan, che tutti i bambini della Siria, anzi tutti i bambini vittime della violenza adulta, ha rappresentato e ancora rappresenta. Perché la realtà è ancora questa. Abbiamo annegato il bambinello, scriveva allora Claudio Conte, che quel presepe aveva creato. Lo abbiamo annegato e poi massacrato, in scenari degni della strage di Erode…
E oggi non se ne è trovato un altro da mettere nel presepe…
Perché in troppi affannati, i bambini, a fuggire per scampare a bombe, assedi, e violenze d’ogni genere… perché in troppi sono morti, dopo aver visto e subito l’insostenibile. Sono volati via, vuole credere il gatto randagio, perché hanno un messaggio urgente da portare a chi li possa ascoltare.
“Dirò cosa mi hanno fatto a Dio. Dirò tutto…”. Ricordate?
Non vi sarà sfuggita. La condanna morte di Dylann Storm Roof, il giovane bianco che nel giugno del 2015 compì una strage in una chiesa metodista di Charleston. Morirono nove persone, afroamericani. Roof oggi ha ventidue anni. Il suo crimine: l’odio. Il suo sogno: la supremazia bianca. Altri dettagli potete andare a leggerli, come il fatto che l’attacco era stato progettato da tempo, che sembra mai abbia dato segni di rimorso… e tutte le cose che, leggo, hanno fatto dire al familiare di una vittima: “la sentenza manda un messaggio forte, che i crimini d’odio non possono essere tollerati”. Una sentenza anticipata a suo tempo dalla dichiarazione della presidente del Nord Carolina: l’omicida deve morire.