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    Cent’anni di memoria…

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    trud2014Questa settimana Gatto Randagio è in Sardegna, per portare in giro il libro di Mario Trudu, che vive, per sequestro di persona, un durissimo, lunghissimo ergastolo, che neppure chi ha avuto condanna per feroci stragi in Italia… ma va bèh, di questo ne riparlerò…
    Mi sono piuttosto chiesta, quando l’ho incontrato la prima volta, ormai anni fa, come si fa a sopravvivere a tanti anni di prigione, che ora sono 37. La risposta è nei suoi racconti, nei bellissimi disegni che li accompagnano, come in questo suo ultimo “Cent’anni di memoria, omaggio ai miei vecchi”, che è il racconto del ricordo della sua terra, del suo paese, Arzana. Ma non vi dirò del libro che se vorrete lo potete trovare ( editore Stampa Alternativa). Lascio la parola a Mario, facendovi leggere piuttosto la lettera che ha scritto all’editore. Marcello Baraghini, prima della pubblicazione. Una sorta di ‘manifesto’ letterario che non posso che condividere. Ascoltate…
    “Al gentilissimo signor Marcello.
    Eccomi di nuovo a scrivergli, spero di trovarla in buona forma, perché deve esserlo per forza per riuscire a seguire i miei discorsi (…).

    Soldatini….

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    La sicurezza è madre del pericolo e nonna della distruzione. L’aveva scritto a suo tempo lo storico inglese Thomas Fuller. Siamo in pieno Seicento, ma come tutte le verità di profonda saggezza, è pensiero che attraversa i secoli, e arriva fino a noi, che meglio non può spiegare la sottile inquietudine che mi prende alle caviglie passando ogni mattina davanti a due soldati, piantati con l’arma in pugno, a vigilare sulla nostra sicurezza.
    All’inizio erano all’ingresso della metropolitana, sulla strada. Adesso, scendi nell’imbocco della stazione, giri a destra, passi i tornelli, e te li trovi lì, davanti alla scala mobile.
    Qualche volta non li vedi e tiri un sospiro di sollievo “è finita questa storia…”, ma poi ti sobbalza il cuore che sbucano all’improvviso al piano di sotto, lungo i binari, e vanno avanti e indietro, avanti e indietro…
    L’impressione, a uno sguardo forse superficiale, è che forse pochi, ormai, ci facciano più caso. Le persone arrivano, strisciano il biglietto, passano ai varchi e corrono via, per lo più con gli occhi a telefonini, tablet e simili, tutti presi da quello che riserva la giornata. Come se quei soldati facessero ormai definitivamente parte dell’arredo dei luoghi del nostro vagare quotidiano…

    Ti ucciderò e poi t’amerò

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    locandinaRileggendo, dell’omicidio di Sara a Roma, e solo l’altro ieri della morte di Michela a Pordenone… ma anche dell’omicidio, che era maggio, di Deborah a Milano, e quello di Assunta, nel mese di aprile, ancora a Roma, e di tutte quelle che magari sono state solo un trafiletto, o un articolo di cronaca locale… che mica si può star dietro a tutte. Terribile, l’omicidio di Sara, per una così giovane vita bruciata, come su rogo di strega… Ma non meno terribile la morte di Assunta, che neppure ce ne siamo accorti, che non più giovane, che aveva appena lasciato il marito.
    Mi ero messa, tempo fa, a raccoglierne quante possibili, di notizie di quelle morti, che ce ne è una ogni due o tre giorni. Per cercare le differenze per cui qualcuna occupa le prime pagine per giorni, trascinando nella scia d’emozione le morti dei giorni a ridosso, mentre per altre poco più che un take d’agenzia. Perché presto l’emozione si acquieta. Ne ho un pacco di brani d’agenzia che non sono arrivati all’onore delle prime pagine.
    Prendo un vecchio appunto, a caso, della primavera del 2008. Tutto era avvenuto al sicuro, al riparo delle mura di una casa. A Taranto. Dove un marito ha ucciso la moglie e le due figlie. A martellate. Un massacro. E guarda, tutto si ripete, giusto martedì scorso, sempre a Taranto, uccide moglie e figlio, e poi si uccide… Strage familiare, si dice, anche. Con quell’aggettivo, (…)

    Ho vissuto un periodo con molta rabbia

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    fine-pena-maiNell’ultimo numero della rivista “Una città”. la lettera di Angelo Meneghetti, dal carcere di Padova. Ascoltate…

    “Ho raggiunto la soglia dei cinquant’anni, e la metà della mia vita l’ho trascorsa in diversi carceri d’Italia. Nei primi anni di carcere, proprio nel periodo della conclusione dei processi, avevo dentro di me “rabbia e rancore”.
    Ho trascorso diversi anni con rabbia e tanto rancore, contro quei conoscenti che mi avevano accusato ingiustamente. In quegli anni ho conosciuto anche “l’odio”, ho cominciato a odiare quelle persone e non solo loro. Quell’odio, mi ha portato anche a detestare i giudici che mi avevano condannato. Ho subito processi poco chiari, processi non trasparenti.
    Ormai, sono trascorsi molti anni da allora, sto scontando una pena interminabile, quella dell’ergastolo (fine pena 31.12.9999).
    Non so se sia l’età raggiunta, ma da diversi anni la mia filosofia è vivere “giorno dopo giorno”, con serenità e sempre con il sorriso sulle labbra. Sì, c’è qualche giorno che non ho neanche la voglia di (…)

    Othello, o della verità…

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    locandinaOthello o della verità. Uno spettacolo che nasce dopo un anno di laboratorio che Giancarlo Capozzoli ha tenuto nel carcere romano di Rebibbia con un gruppo di persone recluse , e alcuni studenti di drammaturgia antica dell’Universita’ di Tor Vergata. Nel lavoro, sorprendente, per molti aspetti. E’ stato messo in scena nel teatro di Rebibbia lunedì scorso. Daniela Morandini ha mandato questo suo pensiero,. Ascoltate…

    “Othello o della verita’ “ in scena nel carcere di romano di Rebibbia. Ma quale verità attraverso il teatro (finzione per eccellenza ), sul palcoscenico (partenza per l’immaginario) di un luogo recluso?
    La fisarmonica di “ Besame mucho” introduce subito allo stravolgimento del luogo
    shakesperiano. La Venezia dei Dogi diventa Sud: una parlata partenopea trasporta altrove la tragedia : forse a Secondigliano, forse a Rosarno, forse.
    Il Moro e’ un uomo bianco, e gli basta un turbante appena accennato, per rimarcare il potere, piu’ che rimandare all’Oriente.
    In fila, Brabanzio, Graziano, Lodovico, Cassio, Iago, Rodrigo che, come per giocare a ruba bandiera, con due dita, tengono sollevato un fazzoletto bianco . (…)

    La voce dei muri…

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    merinTornando ad annotare pensieri, a proposito di muri che parlano…
    Leggendo del muro di Alda. Il brano della parete, sulla testata del letto, sul quale Alda Merini prendeva appunti. Nomi, numeri di telefono, schizzi… Il muro degli angeli, come lei lo chiamava. E cosa meglio, per scriverci sopra, del suo rossetto, rosso come il fuoco delle sue passioni… La vediamo, la poetessa, lì a comporre gesti, provocanti, di bambina. Pensando (l’abbiamo dimenticato?) alla voglia matta che tutti avevamo, da bambini, di scrivere sui muri, per lasciare le prime nostre tracce sul mondo.
    I matti e i bambini… Peccato che i matti venivano poi imprigionati, e i bambini, ahinoi, educati. Per fortuna ricorda un proverbio napoletano che “a pazze e a peccerille dio l’aiuta”… pazzi e bimbi li aiuta dio, che qualcosa infine ha fatto, se ora almeno sappiamo che i manicomi non devono esistere più. Rimangono, ancora prigionieri forse di troppa malintesa educazione, i bambini, che guai a loro se imbrattano pareti…
    Una domanda:

    … o dell’indifferenza

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    La gente, diceva Bukowski, è lo spettacolo più bello del mondo. Concordo da sempre. Passerei giornate intere al limite di una piazza, a vedere passare persone. Era anche uno dei passatempi preferiti di Sartre e della sua amata Simone. Immagino quanto sul mondo abbiano ragionato guardandosi intorno, affacciati su strade e piazze, dal tavolino di un bar…
    Domenica scorsa qualcosa sul mondo ho potuto registrare anch’io, che ferma col marito all’angolo di una piazza m’è capitato di dover aspettare per circa due ore. Bèh questa ve la voglio raccontare…
    Dunque. Puntatina al mare di Ostia, pranzettino in trattoria, e in assoluta satolla calma si risale in macchina per ritornare verso Roma. Si riparte, ma… due secondi dopo l’urto contro lo spigolo del marciapiede un fischio sinistro dà un brivido allo stomaco. Sembra una ruota che si sgonfia. E’ una ruota, bucata, che si sgonfia.
    Va bèh, c’è quella di scorta, che vuoi che sia… ma ahimè l’operazione non riesce. La botta deve aver incastrato qualcosa, e la ruota bucata rimane bella infissa al suo posto. Sono le tre del pomeriggio, giornata di caldo…

    La voce delle pietre

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    il cielo fr ale sbarreCon la voce delle pietre parla l’anima della Terra… lo raccontava Pinuccio Sciola, lo scultore sardo che tutti ricorderanno come il grande artista che con le sue pietre sonore ha dato forma al linguaggio della materia. E forse solo dalla Sardegna poteva venire il suo dono. Dal suono dei suoi monti aspri, dalla luce delle sue lune, dalla potenza inebriante delle sue primavere… E mi è sembrato che proprio l’anima della Sardegna, con la forza dei suoi miti antichi, abbia attraversato il mare per colpire diritto al cuore Emanuela Nava, una delle più belle voci della letteratura per ragazzi italiana, e suggerirle il suo ultimo racconto, “Il cielo fra le sbarre” (Raffaello l’editore). Che si apre proprio con l’immagine di un bellissimo uomo, un gigante agli occhi del bambino al quale racconta che le pietre sono vive, “sono acqua fuoco e stelle, sono il seme del mondo”. Mentre incidendole le fa suonare come arpe, e getta dietro di sé sassi, perché nei campi generino draghi e giganti…
    E pietre, che risuonano del canto della terra, (…)

    Gerardo Marotta, la filosofia, i giovani…

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    marottaA proposito di Gerardo Marotta, la sua biblioteca, la sua filosofia… ecco cosa scrive Vittorio da Rios. Ascoltate…

    “Mi pare importante riportare Ciò che scrisse e disse il Maestro Gerardo a riguardo della filosofia e del pensiero filosofico.
    –La battaglia per la filosofia—
    Benedetto Croce rileva il presidente dell’istituto italiano per gli studi filosofici sottolineava l’universalità della filosofia dichiarando che la filosofia è sempre presente nell’agire umano e che dove essa è grande e benefica i Paesi prosperano, mentre le filosofie deteriori portano alla rovina gli Stati e le comunità e pertanto i veri filosofi hanno il dovere di combattere le filosofie deteriori.
    André Malraux, negli anni trenta del novecento, ha scritto che –il nostro secolo sarà il secolo della filosofia o non sarà secolo–. Quest’ultima citazione sta a significare l’urgenza della riflessione e dell’autoconsapevolezza in un’epoca contraddistinta da una crisi di proporzioni talmente vaste da risultare incomprensibile ad una visione meramente pragmatica, empirica, appiattita sul quotidiano, sull’inessenziale, sull’accidentale.
    Viviamo oggi in un mondo in cui la pace tra gli uomini diventa sempre più un fatto lontano e le guerre non hanno mai sosta e gli Stati decadono (…)

    Il Maestro e il libraio

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    marottaPrendendo appunti, a proposito di libri, librerie e biblioteche… Due foto che arrivano da Napoli.
    Dal centro dell’inquadratura ci guardano due persone. Dalla prima un ragazzo, dallo sguardo garbato, e un cenno timido delle labbra. Giancarlo Di Maio, 27 anni. Sullo sfondo una parete di libri. Che è lo sfondo del suo sogno: essere libraio per sempre. Impresa difficile nel centro storico di una città dove negli ultimi tempi decine di librerie hanno chiuso i battenti e ora anche la sua Dante&Descartes, che pure ha una storia antica che vanta anche un’attività editoriale, rischia di dover andare via. I proprietari hanno messo in vendita il locale, al numero 14 di piazza del Gesù Nuovo.
    Dalla seconda foto ci guarda un uomo dallo sguardo acuto e a un tempo lontano di chi ha attraversato tante stagioni. Alle spalle, la libreria del suo studio che si percepisce immensa, e libri, uno sull’altro, in pile. accanto e dietro di lui… si immaginano ovunque. E così è la casa di