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    l’eterna pena…

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    Sì, Gatto Randagio è un RemoContro assoluto…   Ascoltate che ha scritto ieri… “Ond’io vivo ogni speranza è spenta, solo il tormento mi tiene compagnia, è una morte infausta, troppo lenta, il giorno è fatto solo d’agonia”, da “Il bene e il male”, di Giuseppe Zagari. Ergastolano. Ostativo.

    Quando ho saputo del suo trasferimento dal carcere di Padova, sono andata a cercare la lettera che mi aveva scritto, qualche tempo dopo averlo incontrato, nel corso di un seminario tenuto due anni fa lì dentro. L’ho ancora fisso nella mente. Quel suo viso sofferente, come corroso da un grande, impronunciabile tormento. Poche parole, durante l’incontro. Ma poi mi arriva una lettera, con i versi che ho citato, e il racconto dei motivi di quel grande tormento che gli si leggeva in faccia. Che non vi svelerò, perché di così intimi percorsi, che ancora mi chiedo perché abbia voluto affidarmeli…

    Il bene e il male, dunque. All’alba di un giorno di qualche settimana fa, gli è stato detto: prendi le tue cose che sei trasferito. Senza preavviso e senza far sapere la destinazione, come è uso normale. La sezione dell’Alta sicurezza di Padova viene smantellata e questo sarà il destino anche di altri. E i  detenuti che hanno passato anni della loro vita in regime di 41 bis e poi di Alta Sicurezza, ricorda Ristretti Orizzonti, “sanno bene che cosa sono i trasferimenti improvvisi che ti distruggono anche quel po’ di vita che ti eri costruito faticosamente in un carcere”. Ma a noi che importa?

    Penso invece che ci debba importare… Perché siamo tutti complici… Perché, come cantava de André, anche se ci sentiamo assolti siamo per sempre coinvolti.(…)

    una pagina a caso…

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    Seguendo il cammino del libro di Mario Trudu, “Tutta la verità, storia di un sequestro”, in attesa della presentazione, il 7 di maggio, all’Università di Siena, per parlare di carcere e scrittura, e parole di vita… aprendo, così, per distrarmi un po’, un libro di un poeta molto amato, Fernando Pessoa… ritrovando una pagina sottolineata tanto tanto tempo fa… “poter ridere, ridere, ridere traboccantemente,/ ridere come un bicchiere versato,/ assolutamente pazzo solo di sentire,/ assolutamente lacero dello strusciarmi contro le cose, / la bocca ferita a forza di mordere cose, / le unghia sanguinanti a forza di afferrarmi a cose,/ e poi datemi la cella che vorrete, che mi ricorderò della vita”. Le pagine, aperte a caso… che mai si aprono a caso…

    Le storie della Storia

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    Ieri, Gatto randagio, ha tirato fuori un appunto molto, molto personale…… Ricordando quando, esattamente un anno fa,  l’altro 25 aprile, mi sono svegliata con l’inderogabilità di una cosa da fare. Andare alle Fosse Ardeatine. Che poi si trovano a cinque minuti di autobus, nemmeno mezz’oretta, volendo, a piedi, da casa mia…

    Eppure in tutti questi decenni che abito a Roma, mai avevo osato. Perché la Storia è  Storia. Ma quando realizzi che in qualche pagina di quella Storia ci sono tracce del tuo sangue… bèh, allora è un’altra cosa, e far combaciare le due storie, quella pubblica e quella privata, è cosa che sempre un po’ sconvolge. Insomma, come appartenessero a due orizzonti diversi, ho sempre fatto una gran fatica a sovrapporre alle pagine dei libri, alle cronache delle celebrazioni con tanto di corone d’alloro e suoni di tromba e canti, la sommessa narrazione ascoltata in casa, fatta di cenni, commossi e gravi, al ricordo, ancora oggi pieno di tremore, di quei giorni già a lutto al pensiero di quel cugino del nonno prigioniero, e che poi morì fucilato in quel luogo tremendo e buio… Permettete, dunque, la nota personale… Ugo de Carolis, dunque, che era maresciallo dei carabinieri, e dopo l’8 settembre del 1943 venne a Roma, entrò in contatto con il Fronte Militare Clandestino, passò nella clandestinità e fu attivissimo nella resistenza romana. Su di lui pendeva una taglia di cinquantamila lire. Qualcuno lo tradì. Venne catturato dalla Gestapo. Finì prigioniero in via Tasso, prima di essere ucciso nell’eccidio delle Fosse Ardeatine, appunto.

    E quella visita tanto rimandata alla fine l’ho fatta. (…)

    Califfi d’altri tempi…

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    Il miagolio di domenica scorsa…Appunti bislacchi… dopo la conversazione con un amico, ancora stupito per essere sopravvissuto ad un viaggio sotterraneo per andare pochi quartieri più in là in metropolitana… a Roma, e certamente il mio amico non ha la mia “esperienza” in materia, che da anni ho scelto di non usare l’automobile. Pensando dunque, a tutte le persone che lì si incrociano, per le quali la giornata inizia partendo, ad esempio, dai paesi nei dintorni, perché costa meno abitarvi, alzandosi alle quattro del mattino, perché così è se vuoi arrivare in tempo al lavoro nella capitale e devi affidarti al disastro dei trasporti regionali… e arrivi allo scambio di Termini che già non hai la forza per farti largo nella calca inverosimile delle 8 del mattino… e già non sopporti più nessuno…

    Attraversati questi inferni all’andata e al ritorno, la sera torni comunque a casa soddisfatto di essere ancora vivo, e, soprattutto, con un enorme bagaglio di conoscenze, oltre che sulle tattiche di sopravvivenza metropolitana, su quel che non funziona, su quel che funziona… sui bisogni, sui desideri, della “gente comune”. (…)

    Zingari, fontanelle e gabbiette..

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    A proposito, oggi, della giornata dei Rom…. Un pensiero di Gatto randagio ( da Remo Contro)… pensando, alla Giornata Mondiale dell’Acqua, domenica appena passata… Leggendo, di un rubinetto che da qualche parte qualcuno ha chiuso…

    La denuncia viene ripresa da “Cronache di ordinario razzismo”, puntuale agenzia sul nostro razzismo quotidiano. Come ben racconta Sergio Bontempelli sul Corriere delle Migrazioni, mentre molte amministrazioni locali, in nome del principio che l’acqua è  bene pubblico, hanno aperto «fontanelle» di acqua potabile, a disposizione di tutti, a Pisa, invece di aprirne di nuove, “l’amministrazione ha addirittura provveduto a piombare le fontane, come si dice da queste parti: ha cioè tolto i rubinetti, e ha saldato – con il piombo, appunto – tutte le fessure, in modo da impedire l’erogazione di acqua”.

    Ma la notizia nella notizia fa sobbalzare. Nella motivazione data dai “tecnici” a un’interrogazione dei consiglieri di lista civica a un certo punto si legge: «quanto alla fontana di Via Putignano è stata richiesta la cessazione nel 2009 perché ci andavano a prendere l’acqua gli zingari». Avete letto bene: «perché ci andavano a prendere l’acqua gli zingari».(…)

    Catturando deserti…

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    Pensieri… a proposito della bella raccolta di poesie di Emidio Paolucci, “Senza speranza e sensa disperazione”, edito da Rupe Mutevole ( che bel nome intrigante…), nella collana Le due Anime curata da Enrico Nascimbeni… Ripropongo la prefazione che Emidio e Alessandra, Alessandra Lucini, mi hanno chiesto di scrivere. Magari qualcuno s’incuriosirà…  Ecco..

    “A cosa serve la poesia? A catturare i tuoi deserti… E’ la prima immagine  alla quale si rimane inchiodati sfogliando le pagine di questa raccolta, immagine fulminante di verità. Perché c’è un deserto grande quanto un oceano nel quale si prosciuga la vita di chi è in carcere, ed è il vuoto di vita affettiva e sessuale. Che è pena che si aggiunge a pena, che è punizione aggiuntiva di corpi. Cosa che in molti paesi in Europa e fuori dall’Europa è stata superata, ma in Italia ce la teniamo ben stretta, come struttura inconscia dell’apparato repressivo. Noi, di qua dalle mura, neppure pensiamo a quale grande tortura, che si aggiunge alla pena della detenzione, sia questa privazione, che è compressione violenta e devastante di pulsioni naturali, che porta malattie, che porta dolore. Una privazione che si traduce in negazione della persona, se nei tempi e nei modi della relazione anche affettiva e sessuale tutti noi costruiamo la nostra persona e la nostra vita, se noi siamo quello che vediamo nello sguardo dell’altro e in quello ci riconosciamo.(…)

    dalla parte degli agnelli… e di polli e polpi…

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    Gatto Randagio, domenica scorsa, ha scritto un pezzo apposta per rovinarvi il pranzo della Pasqua. Anche se vi può sembrare che la prenda da lontano… Lo riprendo, dunque, anche s ela pasqua è passata, per “rovinare” ogni pranzo celebrato sulla pelle di animali…

    Dunque. “In un racconto de Le mille e una notte’ si legge che la Terra e gli animali tremarono il giorno in cui Dio creò l’uomo. Questa folgorante visione degna di un poeta, assume al giorno d’oggi pieno significato, dal momento che sappiamo, ancora più del narratore arabo del Medioevo, a qual punto la terra e gli animali avessero ragione di tremare”. Lo scriveva Marguerite Yourcenar in un articolo che potete trovare ne ‘Il tempo, grande scultore’. Il cui titolo è un sospiro interrogativo: ‘Chi sa se lo spirito delle bestie scenda giù sotto terra’, che rimanda ai versi dell’Ecclesiaste…Chi sa se lo spirito dell’uomo salga in alto,/ e quello delle bestie scenda giù sotto terra?’

    Sappiamo? Pensando alla mala morte che, attraverso una ancora peggiore vita, porta a imbandire le nostre tavole. Mi è capitato di vedere (…)

    Rieccoci…

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    Rieccoci, Aprile… il più crudele dei mesi. Continuo ad essere d’accordo con il poeta, che immagino ne scoprì il segreto…

    l’ochino di dio

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    Le avevo appena scritto un biglietto con gli auguri per la Pasqua, e ho ripensato alla sua storia. La storia di Gianna Schiavetti… così Gatto Randagio nell’ultimo suo appunro per Remo Contro, ha parlato di lei. Ecco qua:

    “Il 21 marzo molti avranno ricordato l’anniversario della nascita di Alda Merini. “… ma non sapevo che nascere folle / aprire le zolle / potesse scatenar tempesta…”. Grande poetessa. Avida di vita. Di fumo e di fantasmi… Che per la prima volta finì in un manicomio che era giovanissima. Andata in escandescenze, esasperata, in un momento difficile della sua vita. Fu lì, ha raccontato un giorno, “che credetti di impazzire”.  Leggendo di lei non ho potuto non pensare a un’altra donna, meno nota, che pure tutta la vita ha avuto a che fare con quella che chiamiamo follia e con l’incubo del proprio tempo imprigionato in manicomi. E scrive parole, qua e là accese di poesia. Si chiama Gianna, Gianna Schiavetti. Conosciuta la prima volta attraverso le pagine di un suo libro: “La schizofrenia non esiste e se esistesse vorrei averla” ( la solita Stampa Alternativa, che tutto ciò che per altri è  marginale accoglie: matti, detenuti, border line… ). Il suo è un diario, anzi una scelta da pagine di diari infiniti, che testimonia gli anni trascorsi dentro e fuori gli ospedali psichiatrici, più di trenta trattamenti sanitari obbligatori, la paura che si ripetino, le terapie farmacologiche mai accettate.

    antidoti…

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    Così, sfogliando vecchi appunti. Ritrovo questa magica ricetta, che mi aveva mandato AnnaRita Persechino, simpaticissima amica… Un antidoto per le arteteche… Dunque:

    Ingredienti: Fiabe, un pizzico di fiori di camomilla, sette fiori di malva rosa, guscio di nocciola, guscio di mandorla, una mezza carruba, un cucchiaino di miele, un fico secco. Fare bollire una tazza d’acqua, calare il tutto e lasciare in infusione per sette minuti. Perché la pozione sia efficace è necessario attenersi scrupolosamente alla ricetta e ricordare che il racconto di una fiaba è l’unico ingrediente davvero indispensabile.

    Per chi non lo sapesse, le arteteche nella tradizione popolare indicano i momenti in cui i bambini sono particolarmente agitati e hanno bisogno di calma e attenzione. Buona domenica…