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    Se la povertà diventa miseria…

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    Uno spettro si aggira per l’Europa. Anzi , per il mondo. E, come nel manifesto di marxiana ed engeliana  memoria, annuncia l’impensabile. “Rendere illegale la povertà”. Dichiarazione d’intenti   che può suonare persino oscena ad orecchie benpensanti, come l’annuncio di una rivoluzione. “Dichiariamo illegale la povertà” è un’iniziativa internazionale, alla quale aderisce da due anni anche un comitato promotore del nostro paese. Per mettere fuori legge i fattori strutturali che sono all’origine della creazione e dell’alimentazione dei processi di ineguaglianza, di esclusione, che caratterizzano il processo di povertà. Ricordando che la povertà è un fatto sociale e non di natura…

    Sono andata a rileggere di quella iniziativa, dopo i due incontri fatti l’altra mattina, randagiando randagiando, nei dintorni di casa.

    Percependo il richiamo di una voce nascosta… “Ce l’avrebbe qualcosa per aiutarmi?”.  (…)

    Viaggiando verso Sud…

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    riprendendo come al solito dagli appunti del Gatto Randagio ( RemoContro)…

    “La commedia all’italiana è finita, quando i registi hanno smesso di prendere l’autobus”. Vero. Ho appuntato queste parole di Monicelli perché spesso, dopo aver cercato di intrattenermi a cinema con  commediole contemporanee, mi sono chiesta dove si sia mai smarrita l’eredità degli sceneggiatori che hanno fatto la storia del cinema italiano… Dialoghi improbabili, molte forzature, una grande noia… Già, evidentemente non prendono l’autobus. Ripensando dunque a Monicelli che, ricorda chi lo conosceva bene, “andava girando ovunque con mezzi pubblici perché era così che guardava in faccia le storie e poi le scriveva”…

    Proprio qualche settimana fa, in uno dei miei viaggetti in autobus, mi sono ritrovata nel mezzo di  una scenetta che mi ha regalato un tuffo nella freschezza e nella verità di quelle commedie.  Mannaggia… ci vorrebbe una grande penna! Riassumo e riporto come posso.

    Dunque. La linea è quella che da Roma raggiunge l’Irpinia. Sali su, a Tiburtina, e subito t’inonda l’eco del dialetto campano, (…)

    Maschere …

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    Condividendo da FB, il pensiero di uno degli scrittori che, letti nell’età dell’adolescenza, definitivamente chiarendomela, mi hanno “rovinato” la vita…. “Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai molte maschere poche persone”. Splendido, amatissimo, Pirandello…

    briganti, terroristi e “capuzzelle”

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    Riprendendo, come ogni lunedì, dagli appunti di Gatto Randagio ( dal sito di RemoContro)…

    La notizia è che bisognerà attendere ancora un anno e mezzo per liberare dal ‘museo degli orrori’  Giuseppe Villella. Non so se questo nome vi dice qualcosa… ma Villella è passato alla storia come “famoso brigante”. Ma, soprattutto, il suo cadavere fu il primo che Lombroso esaminò per i suoi esperimenti, e sul quale fece la “sensazionale scoperta” della fossetta occipitale mediana, di un cervelletto a tre lobi e non due, che sarebbe stata la prova “dell’atavismo criminale”. Nasceva così la teoria della predisposizione biologica al crimine…

    Quel che resta del povero Villella, come di tanti altri malcapitati, è esposto sotto il vetro delle bacheche del museo Lombroso a Torino, che appartiene all’Università, e intorno a quelle spoglie si sta combattendo una vera battaglia. Quei resti hanno un nome e un cognome, la terra d’origine li reclama, e chiede che abbiano degna sepoltura.(…)

    paure…

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    pensiero, forse stupido di metà settimana… ma quando leggo che la metà di un insieme fa compatto la stessa cosa ( ad esempio, ma senza voler giudicare nel merito, circa il 50 per cento dei telespettatori la sera a guardare san remo), c’è qualcosa che mi fa paura.. l’irreggimentazione… inquieta molto… e vale per tutto… uno spettacolo, una partita in tv, un’adunata sotto un balcone… Ma confesso che, dopo aver sbirciato qualche brano di quella trasmissione… entrando nel merito… mispavento ancora di più…  

    restituendo a Medea ciò che è di Medea..

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    Leggendo… stralci dalle motivazioni del tribunale del riesame che confermano l’arresto della giovane donna accusata di avere ucciso il figlio, laggiù in quel paesino siciliano, in provincia di Ragusa. Di cui non mi riesce di scrivere il nome, né di lei, né del bambino, né del paese… nomi già da troppe appropriazioni lacerati… Spaventandomi per il suono in qualche modo feroce anch’esso, di burocratica e “scientifica  freddezza”, di quegli stralci ripresi dalla stampa…  Chiedendomi, ancora una volta, da quanti punti di vista una storia può essere raccontata, quali voci indagare, anche quando non pronunciate, per non affogare nel pantano dei luoghi comuni.

    Pensando così a Medea, diventata nell’uso comune delle parole e dei pensieri “prototipo della madre assassina”… la maga della tragedia di Euripide che per vendicarsi del tradimento di Giasone uccide i figli avuti da lui ( così, molto sintetizzando e molto banalizzando).

    Ma c’è un racconto della vicenda di Medea che, scomposta in voci che si narrano come su facce diverse di uno stesso prisma, ci restituisce tutta un’altra storia.(…)

    Cantico di un pastore sardo….

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    Bel titolo, per un articolo su “IL Garantista”, ieri, che alla storia di Mario Trudu ha dedicato due intere pagine. Questo il mio contributo…

    ” Storia di Mario Trudu. “Due condanne per sequestro di persona. Del primo mi dichiaro innocente. Ma ritengo che le vittime di questa faccenda non siano soltanto i sequestrati. Pure io e i miei familiari siamo vittime di uno stato che dovrebbe fare giustizia e non vendetta. Da trentacinque anni anch’io sequestrato e senza alcuna prospettiva di uscirne vivo, vi racconto la mia tremenda storia”. Poche, forti parole, con  le quali Mario Trudu si presenta e presenta la sua autobiografia, sembrano mettere in guardia il lettore: lasciate ogni speranza o voi ch’entrate… E così è stato per me. Quando il testo di Mario Trudu mi è arrivato per posta, era già un volumetto stampato e rilegato, con cuciture a mano, come solo si può fare in carcere. Dal momento in cui l’ho aperto non me ne sono più staccata, dal testo e dal suo autore, finché l’autobiografia non è diventata il libro accolto ora da Stampa Alternativa.

    Trudu, pastore, di Arzana, nella provincia di Nuoro, fu condannato la prima volta per il sequestro Bussi, del quale da sempre si dichiara innocente. Durante una breve latitanza fu responsabile del sequestro Gazzotti. In “Totu sa beridadi” ripercorre il film della propria vita… Una “tremenda vicenda” (…)

    Cristi, Madonne, e piume d’oca…

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    Pensiero di Gatto randagio… Guardando l’immagine in contro-copertina di uno dei maggiori quotidiani nazionali…  avvertendo un certo crescente fastidio… cercando di capire perché… ben ricordando  che la contro – copertina è quando possibile venduta alla pubblicità, e che vale molto molto molto…

    Dunque. L’immagine è a piena pagina. Il piano americano di una giovane coppia. Bella, sì, ma questo sarebbe banale. Mediamente la pubblicità punta su gioventù e bellezza, per darci l’illusione che basti indossare, ad esempio, il profumo giusto, per trasformarsi in una riedizione di Marilyn… E magari ci crediamo pure. Ma quella coppia… più che bella ha un’aura sacrale… 

    Guardate bene anche voi. Questo giovane signore, il suo profilo, lo sguardo ispirato, dolce e severo a un tempo…

    Totu sa beridadi, infine

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    Sull’ultimo numero della rivista “Una città”, questa mi intervista a Mario Trudu. Pastore, nel 1979 viene arrestato con l’accusa di sequestro di persona a scopo di estorsione. Condannato per un delitto del quale da sempre si dichiara innocente, durante una breve latitanza è responsabile del sequestro dell’ingegner Gazzotti. Condannato all’ergastolo, ostativo ( fine pena mai effettivo). In carcere, a Spoleto, si diploma all’Istituto d’Arte. Attualmente è nel carcere di San Gimignano. La sua vicenda nell’autobiografia “Totu sa beridadi”, tutta la verità, pubblicata fuori dal circuito librario  da  Strade Bianche, ora in libreria  con Stampa Alternativa. Ascoltate…

    Lei è in carcere da 35 anni, come raccontarli?

    Questa carcerazione infinita… è impossibile raccontarla, anche se alle volte ci proviamo, e per quel poco che riusciamo a esprimere non è sempre facile trovare le parole giuste, adatte, a far capire ala gente cosa si pensa, cosa si è provato, cosa sono stati per me questi 35 anni di carcere; le parole alle volte sono limitanti, ci vorrebbero parole nuove e tanto forti che non esistono. E meglio così altrimenti le persone che leggessero la mia storia con tutte le sue ingiustizie, ne uscirebbero con il corpo ustionato.(…)

    Lo sterminio dimenticato…

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    Il gatto randagio di questa settimana… Cercando, fra gli appunti, ha ritrovato questi versi. “…Se fossi nata cinquant’anni prima / sarei la milionesima vittima: / anch’io sarei un mucchio di cenere / nella totale indifferenza, /  tranne qualche rara ricorrenza. //Sarei stata nel lager nazista / in attesa di essere gassata / come una bestia macellata. / O insieme ad altri portata, come una mandria,/ in una stanza a sentire l’aria portarmi via / insieme alla vita mia. // Tutto questo sarebbe successo / perché parlo in modo sconnesso, / cammino con grande fatica,/ e la mia testa è un po’ caotica / e spesso sembro sclerotica. //  Vorrei conoscere il mondo / ma questo mondo non mi piace / e non mi dà pace / tutto l’orrore del mondo”.

    L’autrice si chiama Nicoletta, ora avrà finito l’Università, ma aveva quattordici anni quando ha composto queste parole. Per la prima volta, ad una conferenza, Nicoletta sentiva parlare dello sterminio dei disabili nella Germania nazista e (…)