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    Oltre i silenzi…

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    Un libro che arriva dalla Sicilia…A proposito di quest’Italia, tanto migliore della rappresentazione che in genere se ne fa…  “Un muro alto, grande immenso. Si perde oltre l’orizzonte. Un uomo, in piedi davanti al muro, prende una pietruzza e la tira contro il muro. Un uomo vuole abbattere il muro. La gente lo guarda e ride.

    Passano i giorni e le notti. Quell’uomo è sempre davanti al muro e continua a turargli la pietruzza contro. Passano gli anni e la gente ignora quell’uomo che resta sempre e poi sempre davanti al muro.

    Un giorno un bimbo si sveglia. C’è qualcosa di diverso attorno. Finalmente è entrato il sole. Quell’uomo ha abbattuto il muro.

    Una Lira.

    Inizia con questa pagina, scritta a mano, in esile stampatello, a esergo, “Oltre i silenzi del vuoto”, e sicuramente vuole essere una di quelle pietruzze, che lanciate giorno dopo giorno, finiscono con l’abbattere muri, nonostante l’indifferenza e la derisione, a volte, di quel gesto...

    Appena un anno fa, mi era arrivata la telefonata di Nella Leone, che questo libro ha curato. Docente di lingue e letterature straniere, che ha insegnato e insegna nelle scuole e nelle carceri, a Siracusa e Noto. Che è stata giudice popolare, che svolge attività di volontariato e altre cose ancora… Con il suo accento del sud, accalorata a parlarmi del suo progetto: un libro, un libro per raccogliere saperi su argomenti di cui troppo poco si vuole sapere fuori dai circuiti degli addetti ai lavori e di chi, ahi loro, ahinoi, vi finisce imbrigliato.(…)

    C’era e non c’era…

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    Dal sito Remo COntro, gatto Randagio oggi in Armenia….  la storia di un centenario tondo. 1915, guerra mondiale, Impero Ottomano multietnico e le bramosie degli Czar russi sui Dardanelli. Il rapporto tra il popolo armeno e la Russia visto come tradimento. Fu tragedia…

     

    “Quest’anno, cent’anni fa, iniziò il genocidio del popolo armeno. Precisamente tutto ebbe inizio con i primi arresti tra l’élite armena di Costantinopoli, nella notte fra il 23 e il 24 dell’aprile del 1915. Fu il primo genocidio del ‘900. “Metz Yeghern”, il Grande Male… Quasi due milioni di morti, e quel che colpisce, è l’ostinazione con la quale la Turchia non vuole sentirne parlare. Ancora oggi in Turchia parlare del genocidio degli Armeni è considerato un reato, un attentato all’unità nazionale…

    “C’era e non c’era”… che strano… iniziano così, le fiabe armene, collocandosi nel tempo e nel luogo dell’indefinito, come indefinita si vorrebbe la sua immane tragedia.

    Ma se quello che il genocidio ha voluto distruggere in Anatolia è stata la cultura del popolo armeno, c’è chi è riuscito, con ostinazione e pazienza, a riannodare le fila di un discorso che si voleva muto per sempre. Donne, soprattutto, che hanno combattuto per conservare e preservare il proprio passato e le proprie radici. E chi meglio di loro in grado di tessere ricordi e storie, riallacciando frammenti  di un discorso amoroso…

    Delle donne che hanno svolto questo prezioso compito, di cercare, scavare, comporre, raccontare, quella che ho incontrato sulla mia strada mi ha stregato dal primo istante…  (…)

    e una poesia…

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    e un pensiero e una poesia arriva da Grazia Frisina… che scrive:

    “ovunque (non solo a Roma) è un abbattere e un recidere, uno sradicare e uno strappare… per fare spazio al  nostro vuoto. e intanto gli angeli, stanchi e mutilati, hanno smesso di farci visita, di custodirci. Ci hanno lasciato alla nostra stupida onnipotenza. A proposito di Palestina, questa è una folata che ho scritto tempo fa..

    Bambini a Gaza
    Ci sarà ancora domani

    Ecco
    ancora uno spiazzo libero
    per una buona novella

    una trottola una corsa un pallone

    Il gelsomino da innaffiare
    Un’epifania
    in cui credere

    Con questo anche il mio augurio per un anno con platani, ulivi e … angeli

    Grazia

    Alberi e angeli…

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    Il mio augurio per l’anno che verrà… con le parole di Gatto Randagio ( da Remo Contro), che mai smette, randagiando qua e là, di prendere appunti…

    Un desiderio, per l’anno che verrà, sogno di un gatto randagio… Che ritornino gli alberi. Tutti gli alberi tagliati estirpati uccisi. Immolati, per un verso o per l’altro, all’uomo che si autoproclama dio e alla sua cattiveria. Necessario atto di giustizia riparativa, se è vero, come credo sia vero, che “gli alberi, sono angeli feriti”. Me ne ha convinto il “filosofo ignoto” citato da Guido Ceronetti in una delle sue più belle raccolte di versi e pensieri, le ‘Ballate dell’Angelo Ferito’, appunto. Angeli caduti, questi alberi, rimasti in terra, c’è da pensare, per tentare di aiutarci a comunicare con qualcosa di più alto. Rimasti, nonostante nella caduta feriti, ostinatamente cercando di tessere ponti impossibili fra il “diabolico” e il “simbolico”… Fuor di metafora, due appunti, guardandoci intorno, dietro l’angolo di casa… guardando lontano, dove si annida il cuore della storia del mondo… (…)

    Santo Stefano…

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    Un appunto. Ieri, Santo Stefano, la sera ho visto Il sale della terra… bellissimo documentario di Wenders su Sebastiao Salgado… lo straordinario percorso della sua vita… il lirismo delle sue fotografie… potenti… l’impegno di tutta un’esistenza tesa a raccontare l’uomo e la terra… a cercare l’uomo sulla terra…  la filosofia di un interrogare e interrogarsi continuo… sull’uomo, capace delle cose più terribili, capace, pure, di sollevarsi su se stesso… Insomma, l’uomo, il sale della terra…, che poi “Il sale della terra” è il titolo del documentario.

    La mattina, nella chiesa dell’Ara Coeli, a Roma, avevo assistito al concerto di Santo Stefano… bellissimo, emozionante, anche questo… sound mediterraneo folle di contaminazioni… Luigi Cinque, Fausto Mesolella, Daniele Sepe, Rais, Carlos Denia, Francesco Loccisano, Gabriele Coen,  De Sio… Titolo, che coincidenza!, Il rumore del sale… E che bel rumore riesce a fare questo sale della terra… strazia le viscere… scende fin dentro il cuore della terra e pure sale sale … sfonda la cupola per salire ancora… fino a dove dio c’è, o non c’è, che fa lo stesso…

    ah, questo maledetto, benedetto uomo…

    L’ultima notte dell’anno a Cascina Macondo…

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    Un’indicazione… un invito, per una notte di capodanno su al nord, sulla rotta del vascello di Macondo… Ricordate? La cascina di Anna e Pietro… sul limite della campagna, fra Torino e Asti,  dove nascono consulenze e laboratori di manipolazione dell’argilla, affabulazione, scrittura creativa, lettura sinestetica ad alta voce, dizione, danza e percussioni, poesìa, voce, ascolto, per  persone con handicap e disabilità lieve, per bambini, adolescènti, adulti, famiglie. La casa dove, anche, nascono pensieri e parole ( ma non solo quelle) per chi sta in carcere… E dunque l’invito è a raccogliere l’invito dei padroni di casa per una fine dell’anno 2014 “tranquillo, informale, sereno, con la tua famiglia, i tuoi figli, i tuoi amici, in compagnia del buon fuoco del camino, di belle storie, e del buon cibo che avrai portato e avrai condiviso, e un po’ di musica”.
    Soprattutto una notte con i racconti della tombola, per contribuire al progetto “parol -scrittura e arti nelle carceri, oltre i confini, oltre le mura”.

    Mi era tanto piaciuta la filosofia di questa casa, (…)

    Canto sotterraneo…

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    Pensiero di Natale, sotto le mentite spoglie di Gatto Randagio, dal sito Remocontro… ” Visto che siamo lì lì che è quasi Natale, e un  po’ di commozione fa bene a tutti… una piccola storia che ha il sapore di un Canto di Natale, come me l’ha raccontata in una sua lettera Giovanni Farina, ergastolano nel carcere di Catanzaro ( forse l’ho già accennato, da qualche tempo scambio parole, e con interesse e piacere, con persone “molto ma molto cattive”…) . E’ la storia di un altro Giovanni, reduce di guerra, che aiutava nei lavori di campagna, e che della guerra continuamente ricordava episodi…

    Ecco: “Una notte eravamo in trincea, splendeva nel cielo una luna piena che si vedeva oltre il filo spinato, e anche il volo di un piccolo uccello notturno. Avevamo paura a sporgerci per non rischiare di fare da bersaglio a qualche cecchino. Mentre regnava il silenzio più assoluto, sentimmo il pianto di un bimbo. Quel pianto delicato come un piccolo lamento in quel luogo di guerra ruppe il silenzio e nelle nostre orecchie fece più rumore di cento cannonate. Un mio compagno dopo un po’ si trascinò fuori dalla trincea, carponi sotto i reticolati, per raggiungere il luogo dal quale quel pianto proveniva. Dopo circa un’ora lo vedemmo tornare con una bambina in fasce, di pochi giorni. Ci disse che la madre morta la teneva ancora stretta nelle sue braccia. Non avevamo latte, provammo a farle inghiottire dell’acqua zuccherata. Durante la notte la bimba morì. Sulla tomba scrivemmo ‘Volevamo chiamarti Angelita’ ”. (…)

    Ombre…

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    Questa mattina, all’incontro con Papa Francesco, in Vaticano…. e va bene… pensavamo che un ergastolano potesse avere il permesso di andare in udienza dal Papa. E perché no? La Papa Giovanni XXIII aveva dato disponibilità per l’accompagnamento e il tutoraggio… E invece no…Grande delusione e grande vuoto. Il tribunale di sorveglianza, non ha neanche risposto alla sua domanda… Le amare riflessioni di Carmelo, uomo che si vuole per sempre “ombra”, ci arrivano con questa lettera.

    “Papa Francesco, non mi è neanche arrivata la risposta della magistratura di sorveglianza. Mi sento zuppo di tristezza. E di malinconia. Non mi hanno dato dignità per una risposta. Il che è anche peggio di un no. Di un altro di no. Persino per incontrare te. Credo di essere il primo nella storia a cui è stato rifiutato un incontro con un Pontefice. Forse perché avevano paura che chiedessi asilo politico nella Città del Vaticano, dove hai abolito la pena dell’ergastolo.(…)

    Caro Carmelo, mi chiamo Giulia…

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    gQuesta dovete proprio legerla. E’ la lettera scritta a Carmelo Musumeci da Giulia Duca, studentessa universitaria che qualche settimana fa ha incontrato Cramelo nel carcere du Padova.

    Caro Carmelo,

    mi chiamo Giulia, se ti ricordi ci siamo incontrati la settimana scorsa, quando sono venuta in visita al Polo Universitario per il mio progetto di tesi. È’ difficile spiegare cosa ho provato a conoscerti e a conoscervi. Credevo di arrivare libera da ogni pregiudizio, invece mi sono stupita del clima che ho trovato, delle piacevoli conversazioni che ho avuto, dell’acutezza e profondità delle cose che mi avete raccontato. Ti assicuro che il 70% delle conversazioni che ho qui fuori è di un livello nettamente più basso. Mentre guidavo per tornare a casa ho capito che questo mio stupore era figlio di un pregiudizio che non sapevo di avere. Non mi stupirei di passare un pomeriggio piacevole al bar con persone qualunque, perché mi devo stupire del tempo ricco e arricchente che ho passato con voi? Quindi (…)

    Frecce e bus

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    pensiero della domenica dal sito di Ennio remondino, che ancora mi ospita sotto le mentite spoglie di un gatto randagio…

    GATTO RANDAGIO Il popolo pendolare delle lunghe tratte

    “Correndo, su e giù per l’Italia a bordo di Frecce… Freccia rossa, o bianca, non saprei… dettagli, che, se sfuggono, tanto importanti non devono essere. Infatti, colore a parte, il concetto è lo stesso. Fatto sta che sei appena riuscito a fare entrare il tuo borsone nello striminzito portabagagli lì sulla testa, pensato, è chiaro, solo per esclusive 24 ore, 48 al massimo…, ti sei appena appena accomodato per goderti lo scorrere dello spazio e del tempo fuori dal finestrino, che una voce sorridente e un po’ meccanica annuncia (badate bene in  tutti i vagoni!) che ai clienti, ma solo a quelli di prima classe, è riservato “uno speciale benvenuto con snack, bibite, piccoli omaggi e degustazioni esclusive”. Forse ci avrete fatto l’abitudine, ma io ogni volta mi chiedo: e tutti gli altri in seconda? (…)