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    Home Blog Pagina 125

    Esperimenti…

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    Il 6 agosto 66 anni fa. La superfortezza volante B-29,  ‘Enola Gay’, sgancia il 6 agosto 1945 su Hiroshima la prima bomba atomica usata per fini bellici: 100 mila morti in pochi secondi. “L’esperimento” viene ripetuto il giorno 9 sulla cittadina di Nagasaki: altre 35 mila vittime.

    “A Hiroshima i volti che si disfanno, la set dei ciechi. Denti bianchi sporgenti in un volto sparito. Vie bordate di cadaveri. Su una bicicletta un morto. Stagni colmi di morti. Un medico con quranta ferite. “Siete vivo? Siete vivo?”. Quante volte deve udirlo. Visita illustre: l’Eccellenza. In suo onore egli si alza a sedere nel letto e pensa, va meglio. Di notte come unica luce i fuochi della città, cadaveri che bruciano. Odore come di sardine che bruciano. Quando accadde, la prima cosa che notò su di sé: era completamente nudo. Il silenio, tutte le figure si muovno senza rumore, come in un film muto. Le visite ai malati  nell’ospedale: primi rsoconti di ciò che è stato, l’annientamento di Hiroshima. La città dei quarantasette Ronin è stata scelta per questo?”

    Il diario del medico Michihiko Hachiya, da un testo di Elias Canetti, in “La coscienza delle parole“, Adelphi.

    Fughe…

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    “Tea morì in una calda giornata d’agosto del 1970, dopo una lunga reclusione manicominale. Aveva 34 anni. Della sua morte i medici non seppero trovare ragione. (…) Una morte un pò strana. Clinicamente si manifestò con un’alterazione temica dell’organismo, ch si scaldò rapidamente fino a toccare i 42 gradi centigradi. Questa febbre le durò due giorni finché il cuore cedette. Tea era sempre stata una donna fisicamente robusta. Morì perfettamente cosciente. Qalcuno disse che fu un miracolo che lei stesa si procurò. (…) Un giorno maturò la consapevolezza che non sarebbe mai uscita e forse quel giorno, per non morire nell’apatia, intravvide la possibilità di un ultimo, estremo passaggio: abbandonarsi alla sua febbre interiore e attraversare il fuoco”. (tratto da: “Nel bosco di Bistorco“, Renato Curcio, Nicola Valentino, Stefano Petrelli, ed Sensibili alle foglie)

    Pensiero d’inizio d’agosto. La libertà…

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    “Una società che pretende di assicurare agli uomini la libertà, deve cominciare col garantire loro l’esistenza”. Léon Blum, Nuove conversazioni di Goethe con Eckermann.

    Iniziando, questo mese, a riflettere sulla libertà… sulla libertà vera e quella presunta.. sulle, purtroppo vere, prigionie…  e guardandosi, come sempre, un pò intorno…

    buon agosto a tutti!

    Pensiero di fine luglio

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    Andando, e stando. E poi ancora ritornando. Per la razione di “tranquillità” che, almeno un pò, a tutti, si spera, spetta. Da cercare magari lontano dalla città del quotidiano, dove, si sa, mai si sfugge al frastuono. Magari mettendoci di mezzo un viaggio attraversando campagne, magari lasciando l’automobile, per non essere inseguiti dal rombo del motore, magari mettendoci di mezzo il mare, sognando di scivolare sulle onde, magari, trovando un posticino lassù, un pò più lontano dal vociare del porto… E perdere anche l’ultima illusione. Se rumore è sempre e ovunque. Insistente, martellante, senza tregua. E arrendersi infine, alla nostra più grande paura. Di restare anche appena un attimo da soli, nel vuoto del silenzio. Paura delle vertigini, del baratro che non può che aprirsi sotto i nostri piedi se dovesse venire a mancarci un grido, un ritmo, un urlo, un rombo, una canzonetta, un vociare a cui aggrapparsi. Paura di restare soli. Con il rischio di sentire la voce di qualche pensiero, che, biricchino!, certo ne approfitterebbe subito per balzare fuori dall’angolo buio nel quale l’abbiamo cacciato via. Magari approfittando del tempo distratto delle vacanze. Eppure, siamo così sicuri che abbiamo davvero tutti bisogno di tanto, costante frastuono? E’ bastato, ad esempio, in un ristorante, provare a chiedere se era possibile abbassare il volume della radio. E una frazione di secondo prima di vergognarsi di avere osato fare quella terribile domanda, vedere il sorriso del ristoratore che subito risponde: “Ma certo, anzi, la spegnamo del tutto, così si sta tutti un pò tranquilli!”… Come non aspettasse altro, che qualcuno gli facesse proprio quella terribile domanda. E allora, perché non cominciare da lì? Azzardando, dove e quando nessuno se lo aspetta, un “per favore, si può abbassare il volume della radio?” O , addirittura, “si può spegnere il televisore?”. Ritorna alla mente lo stupore di un’amica, alla quale tempo fa, parlando del più e del meno, e forse soprattutto del meno, avevo detto che no, che non avevo la tv in cucina, ( che forse una tv in cucina, a casa mia, proprio mai l’ho avuta) lì dove si pranza! Ma allora…, ricordo, esclamò stupita e forse anche un pò spaventata,… ma allora, a tavola,  parlate…!

    Una briciola e una damigiana

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    Un nuovo, delizioso incontro, a passeggio lungo la riva dove fioriscono i pensieri, che diventano racconti, che diventano poesia, di Piera Mattei. Nel suo curioso inarrestabile girovagare nella storia e fra le righe di versi dei poeti che lei, poetessa, ha amato, questa volta si ferma in casa Dickinson. La casa di Amerst, la cittadina del Massachusetts dove i Dickinson erano andati ad abitare nel 1858; la casa del nonno, dalle alte mura giallo pallido, dove Emily era nata e dove sarebbe poi morta. La casa dove Emily Dickinson impasta il pane e intesse raggi di sole nella sua poesia. Una casa dalla cucina ampia e luminosa, ci racconta Piera Mattei. Basta qualche lieve cenno, e ancora sembra percepire il morbido movimento di quel suo impastare… Una Emily Dickinson sorprendente e inusuale, questa raccontata nel nuovo libro di Piera Mattei, che spigola qua e là fra le tracce di un sensuale gusto per il cibo, parabola, suggerisce, “quasi ossessiva di più alto nutrimento”. E la lettura di questo banchetto che attraverso i versi della Dickinson Piera Mattei apparecchia per noi, sembra quasi lettura di passi di un breviario. “Una briciola e una damigiana“, il titolo. Il pane e il  vino, per la celebrazione del rito del nostro vivere quotidiano. Dove le briciole sono a volte fatte di sangue, dove le damigiane, a volte, dispensano sete…  Dove il trascendente trasmuta, a volte, in materia fatta di carne, e che carne… “Il mio cuore su un piattino/ per deliziare il tuo palato/ potrebbe essere una bacca, una ciambella/ oppure un’albicocca!” . Un invito dunque a fare un’incursione nella poesia della Dickinson, attraverso il sentiero tracciato da Piera Mattei, con questo libro che inaugura la collana Gattomerlino, della Superstripes press, che Piera Mattei dirige e cura. (…)

    Viaggiatori inattesi

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    Alla memoria di mio padre, dolce e coraggioso viaggiatore inatteso…. E’ la dedica del bel libro di Carlo Lepri, che è psicologo e da anni è impegnato sui temi dell’integrazione lavorativa e sociale delle persone disabili. Viaggiatori inattesi, appunto, edito da Franco Angeli. Un libro che ci porta per mano in un cammino nello spazio e nel tempo sulle tracce di quella che è stata e che è la storia di quei viaggiatori inattesi che sono le persone disabili. Perché viaggiatori inattesi? Per sottolineare, ci spiega Lepri, che intanto di viaggiatori come noi si tratta, nel viaggio esistenziale di questa che è la nostra vita; e la cui presenza mai, in un modo o nell’altro, ci lascia indifferenti. E la premessa da cui si parte è  l’esigenza di senso. L’impossibilità di prescindere dal rispondere a una domanda: chi sono io… citando anche Sartre: per ottenere una verità qualunque sul mio conto bisogna che la ricavi tramite l’altro… Già, perché dove possiamo trovare una risposta piena di noi, se non nell’immagine che di noi è riflessa negli occhi e nell’animo di chi è accanto, di chi abbiamo di fronte. E questo è tanto più vero per le persone che hanno una qualche fragilità. Le immagini e le spiegazioni nel libro si rincorrono ricche e affascinanti. L’effetto Pigmalione, ad esempio… (…)

    Marco Cavallo

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    Ricordate Marco Cavallo? Il gigante di cartapesta nato nel fantastico laboratorio dell’Ospedale psichiatrico di Trieste, simbolo della lotta contro tutti i manicomi. Era il 1973 e forse molti a Trieste ancora ricordano il giorno in cui Marco Cavallo attraversò le strade della città, in testa a un lungo corteo, accompagnato da tutti gli ospiti dell’ospedale psichiatrico… Ebbene, Marco Cavallo è ancora vivo. E ancora attraversa le strade delle nostre città, perché ancora c’è bisogno, e quanto!, del suo messaggio… perché se i manicomi non ci sono più, restano, e quante!, forme di oppressione e separazione, che nei manicomi hanno avuto una delle più brutali espressioni. E questa sera Marco Cavallo sarà a Roma, al Teatro Valle, storico teatro che i lavoratori dello spettacolo da metà giugno hanno occupato. Marco Cavallo, con il suo bel manto ancora brillante d’azzurro. Simbolo della lotta contro tutti i manicomi e della liberazione dell’immaginario. Marco Cavallo, si legge in un comunicato dei lavoratori dello spettacolo, va dove c’è bisogno, Marco Cavallo crea un teatro dove tutti sono attori di un evento collettivo, Marco Cavallo è una poesia scritta da tutti.(…)

    Panchine

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    Sembrava, chissà perché, forse, solo l’idea confinata in qualche cittadina del profondo nord. Invece… bastava guardarsi intorno. Ed eccola qui. La panchina dove è vietato, impossibile, sdraiarsi. La panchina… anti-barbone? anti-immigrato? … Comunque “anti”, che non accoglie ma espelle, e se pure concede che vi si possa fare una sosta, che si tratti, per carità, di un corpo a spalle erette, ben irrigidito nella postura dell’uomo seduto… Panchina, dove è possibile sentirsi soli, se non rattrappiti, anche se si è in due, così ben separati dal rigore del bracciolo centrale, perché non ci si mescoli, non si faccia confusione… che poi è forse l’immagine più vera di questi tempi tristi…. Una panchina, a Roma, in piazza Cola di Rienzo. A due passi dal busto, messo proprio lì dietro, di Totò. Il Principe, Antonio De Curtis… “ma mi faccia il piacere... !“… non lo sentite?, vergognandosi, di noi, sussurrare…

    La bella estate

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    Salutando luglio, ancora, con parole dal carcere. Provando a dare un briciolo di voce a chi ne ha talmente poca…

    “Dalla Rassegna Stampa di Ristretti Orizzonti: Bari, 27 giugno. D.S., persona detenuta di 28 anni, si è impiccato nel pomeriggio all’interno del bagno della sua cella. Teramo, 30 giugno: detenuto di 31 anni si impicca in cella: è il trentesimo suicidio del 2011 nelle carceri italiane.

    Uccidersi non è facile, ma vivere nelle patrie galere italiane è ancora più difficile. Per questo nelle carceri italiane si continua a morire. E nessuno fa nulla. Nelle carceri italiane c’è una vera e propria guerra fra la vita e la morte, ma i mass media preferiscono occuparsi delle guerre degli altri paesi. Ai nostri governanti i suicidi in carcere fanno paura per questo cercano di nasconderli. L’Assassino dei Sogni (come chiamo io il carcere) non vuole che fuori si sappia che suoi prigionieri hanno più paura di vivere che di morire. Più nessuno parla e scrive del  perché in carcere sono così in tanti a togliersi la vita. L’Italia spreca lacrime di coccodrillo per la pena di morte negli altri paesi, invece i suoi prigionieri li mura vivi senza la compassione di ammazzarli prima, perché vuole che i detenuti abbiano il coraggio di ammazzarsi da soli. I nostri governanti dovrebbero sapere che per rimanere in vita bisogna amare la vita, ma come si può amarla chiusi in una cella di cemento e ferro, giorno dopo giorno, notte dopo notte, un anno appresso all’altro a vegetare? I nostri politici dovrebbero sapere che in carcere in Italia si muore in tanti modi: di malattia, di solitudine, di sofferenza, di malinconia, di ottusa burocrazia e d’illegale legalità. E poi si muore perché per alcuni detenuti vivere nelle galere italiane è diventato un lusso che molti non si possono più permettere. Per questo ammazzarsi diventa una vera e propria necessità. (…)

    L’albero di Sara

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    “C’era una volta un grande acero che viveva in un bosco insieme a molti amici alberi e cespugli. Aveva un tronco forte e rami agili che in primavera si coloravano di foglie verdissime formando un grande ombrello ombroso. Durante le vacanze la piccola Sara sceglieva proprio l’ombra diquell’albero per leggere il suo libro preferito. Per questo gli abitanti del bosco lo chiamavano Albero di Sara…”.  Inizia così l’albero di Sara, una delle fiabe de “I sogni degli alberi”, nate da un laboratorio ideato in un campo estivo dell’Afadoc, l’associazione che si occupa dei problemi legati all’ormone della crescita, che ha invitato i suoi bambini ad esprimere le loro emozioni attraverso le fiabe. Gigliola Alvisi ha curato i testi di questa raccolta, e l’albero di Sara è diventato un libretto a parte, perché è una storia davvero preziosa. La storia. L’albero di Sara, questo grande acero, la notte sollevava le sue radici dal suolo per vagabondare e conoscere il mondo, ma per questo viene punito da una strega che gli taglia tutte le radici… l’albero perde la linfa, diventa piccolo piccolo quasi muore, ma Sara, lo salva. Come? Invasandolo e innaffinadolo, e curandolo. Come aveva visto fare alla sua mamma. Amandolo, insomma. C’è una evidente, forte identificazione della bambina che ha ideato il racconto con l’albero a cui hanno rubato la possibilità di crescere. Sara, una bambina di quinta elemtare… (…)