Il 6 agosto 66 anni fa. La superfortezza volante B-29, ‘Enola Gay’, sgancia il 6 agosto 1945 su Hiroshima la prima bomba atomica usata per fini bellici: 100 mila morti in pochi secondi. “L’esperimento” viene ripetuto il giorno 9 sulla cittadina di Nagasaki: altre 35 mila vittime.
“A Hiroshima i volti che si disfanno, la set dei ciechi. Denti bianchi sporgenti in un volto sparito. Vie bordate di cadaveri. Su una bicicletta un morto. Stagni colmi di morti. Un medico con quranta ferite. “Siete vivo? Siete vivo?”. Quante volte deve udirlo. Visita illustre: l’Eccellenza. In suo onore egli si alza a sedere nel letto e pensa, va meglio. Di notte come unica luce i fuochi della città, cadaveri che bruciano. Odore come di sardine che bruciano. Quando accadde, la prima cosa che notò su di sé: era completamente nudo. Il silenio, tutte le figure si muovno senza rumore, come in un film muto. Le visite ai malati nell’ospedale: primi rsoconti di ciò che è stato, l’annientamento di Hiroshima. La città dei quarantasette Ronin è stata scelta per questo?”
Il diario del medico Michihiko Hachiya, da un testo di Elias Canetti, in “La coscienza delle parole“, Adelphi.
Un nuovo, delizioso incontro, a passeggio lungo la riva dove fioriscono i pensieri, che diventano racconti, che diventano poesia, di Piera Mattei. Nel suo curioso inarrestabile girovagare nella storia e fra le righe di versi dei poeti che lei, poetessa, ha amato, questa volta si ferma in casa Dickinson. La casa di Amerst, la cittadina del Massachusetts dove i Dickinson erano andati ad abitare nel 1858; la casa del nonno, dalle alte mura giallo pallido, dove Emily era nata e dove sarebbe poi morta. La casa dove Emily Dickinson impasta il pane e intesse raggi di sole nella sua poesia. Una casa dalla cucina ampia e luminosa, ci racconta Piera Mattei. Basta qualche lieve cenno, e ancora sembra percepire il morbido movimento di quel suo impastare… Una Emily Dickinson sorprendente e inusuale, questa raccontata nel nuovo libro di Piera Mattei, che spigola qua e là fra le tracce di un sensuale gusto per il cibo, parabola, suggerisce, “quasi ossessiva di più alto nutrimento”. E la lettura di questo banchetto che attraverso i versi della Dickinson Piera Mattei apparecchia per noi, sembra quasi lettura di passi di un breviario. “Una briciola e una damigiana“, il titolo. Il pane e il vino, per la celebrazione del rito del nostro vivere quotidiano. Dove le briciole sono a volte fatte di sangue, dove le damigiane, a volte, dispensano sete… Dove il trascendente trasmuta, a volte, in materia fatta di carne, e che carne… “Il mio cuore su un piattino/ per deliziare il tuo palato/ potrebbe essere una bacca, una ciambella/ oppure un’albicocca!” . Un invito dunque a fare un’incursione nella poesia della Dickinson, attraverso il sentiero tracciato da Piera Mattei, con questo libro che inaugura la collana Gattomerlino, della Superstripes press, che Piera Mattei dirige e cura. (…)
Alla memoria di mio padre, dolce e coraggioso viaggiatore inatteso…. E’ la dedica del bel libro di Carlo Lepri, che è psicologo e da anni è impegnato sui temi dell’integrazione lavorativa e sociale delle persone disabili. Viaggiatori inattesi, appunto, edito da Franco Angeli. Un libro che ci porta per mano in un cammino nello spazio e nel tempo sulle tracce di quella che è stata e che è la storia di quei viaggiatori inattesi che sono le persone disabili. Perché viaggiatori inattesi? Per sottolineare, ci spiega Lepri, che intanto di viaggiatori come noi si tratta, nel viaggio esistenziale di questa che è la nostra vita; e la cui presenza mai, in un modo o nell’altro, ci lascia indifferenti. E la premessa da cui si parte è l’esigenza di senso. L’impossibilità di prescindere dal rispondere a una domanda: chi sono io… citando anche Sartre: per ottenere una verità qualunque sul mio conto bisogna che la ricavi tramite l’altro… Già, perché dove possiamo trovare una risposta piena di noi, se non nell’immagine che di noi è riflessa negli occhi e nell’animo di chi è accanto, di chi abbiamo di fronte. E questo è tanto più vero per le persone che hanno una qualche fragilità. Le immagini e le spiegazioni nel libro si rincorrono ricche e affascinanti. L’effetto Pigmalione, ad esempio… (…)
Ricordate Marco Cavallo? Il gigante di cartapesta nato nel fantastico laboratorio dell’Ospedale psichiatrico di Trieste, simbolo della lotta contro tutti i manicomi. Era il 1973 e forse molti a Trieste ancora ricordano il giorno in cui Marco Cavallo attraversò le strade della città, in testa a un lungo corteo, accompagnato da tutti gli ospiti dell’ospedale psichiatrico… Ebbene, Marco Cavallo è ancora vivo. E ancora attraversa le strade delle nostre città, perché ancora c’è bisogno, e quanto!, del suo messaggio… perché se i manicomi non ci sono più, restano, e quante!, forme di oppressione e separazione, che nei manicomi hanno avuto una delle più brutali espressioni. E questa sera Marco Cavallo sarà a Roma, al Teatro Valle, storico teatro che i lavoratori dello spettacolo da metà giugno hanno occupato. Marco Cavallo, con il suo bel manto ancora brillante d’azzurro. Simbolo della lotta contro tutti i manicomi e della liberazione dell’immaginario. Marco Cavallo, si legge in un comunicato dei lavoratori dello spettacolo, va dove c’è bisogno, Marco Cavallo crea un teatro dove tutti sono attori di un evento collettivo, Marco Cavallo è una poesia scritta da tutti.(…)
Sembrava, chissà perché, forse, solo l’idea confinata in qualche cittadina del profondo nord. Invece… bastava guardarsi intorno. Ed eccola qui. La panchina dove è vietato, impossibile, sdraiarsi. La panchina… anti-barbone? anti-immigrato? … Comunque “anti”, che non accoglie ma espelle, e se pure concede che vi si possa fare una sosta, che si tratti, per carità, di un corpo a spalle erette, ben irrigidito nella postura dell’uomo seduto… Panchina, dove è possibile sentirsi soli, se non rattrappiti, anche se si è in due, così ben separati dal rigore del bracciolo centrale, perché non ci si mescoli, non si faccia confusione… che poi è forse l’immagine più vera di questi tempi tristi…. Una panchina, a Roma, in piazza Cola di Rienzo. A due passi dal busto, messo proprio lì dietro, di Totò. Il Principe, Antonio De Curtis… “ma mi faccia il piacere... !“… non lo sentite?, vergognandosi, di noi, sussurrare…
“C’era una volta un grande acero che viveva in un bosco insieme a molti amici alberi e cespugli. Aveva un tronco forte e rami agili che in primavera si coloravano di foglie verdissime formando un grande ombrello ombroso. Durante le vacanze la piccola Sara sceglieva proprio l’ombra diquell’albero per leggere il suo libro preferito. Per questo gli abitanti del bosco lo chiamavano Albero di Sara…”. Inizia così l’albero di Sara, una delle fiabe de “I sogni degli alberi”, nate da un laboratorio ideato in un campo estivo dell’Afadoc, l’associazione che si occupa dei problemi legati all’ormone della crescita, che ha invitato i suoi bambini ad esprimere le loro emozioni attraverso le fiabe. Gigliola Alvisi ha curato i testi di questa raccolta, e l’albero di Sara è diventato un libretto a parte, perché è una storia davvero preziosa. La storia. L’albero di Sara, questo grande acero, la notte sollevava le sue radici dal suolo per vagabondare e conoscere il mondo, ma per questo viene punito da una strega che gli taglia tutte le radici… l’albero perde la linfa, diventa piccolo piccolo quasi muore, ma Sara, lo salva. Come? Invasandolo e innaffinadolo, e curandolo. Come aveva visto fare alla sua mamma. Amandolo, insomma. C’è una evidente, forte identificazione della bambina che ha ideato il racconto con l’albero a cui hanno rubato la possibilità di crescere. Sara, una bambina di quinta elemtare… (…)