“In un tempo non troppo lontano…., in un paese Qualunque viveva una mamma con la sua famiglia. La donna aveva un figlio di nome Pepe, che amava tanto e stava per dargli un bel fratellino. Era una mamma felice perché vedeva crescere ogni giorno di più il suo pancione. Il tempo passava e tutto sembrava procedere per il meglio. Si avvicinava il momento di dare alla luce il piccolo Duck”…. Duck nasce, ma ben presto di capisce che qualcosa non va… e la sua storia, la vita di un bambino con una malattia dal parolone difficile, tetra paresi spastica, diventa la “Favola di Duck”, edita da Arkadia, scritta da Bruno Furcas e Andrea Cossu. Questa fiaba , scritta per bambini, in realtà nasce da un altro libro: “Diversamente come te”, nato dall’amicizia di Bruno Furcas con Andrea Cossu, un giovane tetraplegico, che con molto coraggio ha raccontato la sua vita, il suo percorso… e dagli incontri fatti con le scuole per parlare di “Diversamente come te”, è nata l’idea di “tradurre” la storia in un linguaggio adatto ai più piccoli. La favola di Duck, dunque. Le immagini e i protagonisti sono quelli delle fiabe, lo stregone Tetrapà, che rappresenta la malattia, sua moglie la strega Ignoranza che, ci ricorda Furcas, incontriamo un po’ dappertutto, fra la gente, per la strada, nelle scuole, persino… E poi c’è una serie di spiritelli buoni che sempre accompagnano il piccolo Dusck, fatina Speranza, spiritello Sorriso, perché il sorriso, dice Furcas, è sempre sul volto di Andrea. (…)
La favola di Duck
La barca della Sirena
Questa mattina Daniela è arrivata in ritardo. Ma non poteva far altro. Che finire di scrivere per noi quello che la Sirena stanotte le ha raccontato. Un’altra storia, dunque, sussurrata dal mare…
“La Sirena delle Rocce, si sa, non sapeva nuotare. Da quando aveva perso le ali, aveva paura dell’acqua. Viveva sullo scoglio più alto, anche se le piaceva tanto quel blu che faceva rumore. Una sera scese in spiaggia, e vide che le onde avevano lasciato qualcosa di nuovo. Un regalo per lei? Era il relitto di un gozzo. I marinai, per ascoltare le sue compagne cantare, si erano avvicinati troppo alla riva, e avevano fatto naufragio. Se l’avesse aggiustato, quante cose avrebbe potuto fare! Allora raccolse i legni portati dalle onde e li sistemò sulla chiglia, con il corallo la dipinse di rosa e con il mare vi disegnò una riga celeste. La sirena che non sapeva nuotare aveva una barca! La spinse in acqua e quando fu un po’ al largo, si sdraiò sulla prua. Stava per addormentarsi quando, all’improvviso, mille braccia l’afferrarono per i capelli trascinandola sott’acqua. Era un Polpo: più che un polpo era una piovra! “Sei matto? Lasciami! Affogo! –urlava la Sirena. Il Polpo la rimise sulla barca senza parole: non aveva mai visto mai visto una sirena che non sapeva nuotare! Allora cominciò a remare con forza. “Vedi laggiù?” cercava di farle vedere, mentre lei tossiva e vomitava acqua salata. “Dove? Chi? Non vedo niente” brontolava strizzando gli occhi gonfi. “Laggiù (…)
La panchina
Andando e stando. Andando lontano dalla propria terra, attraversando altre terre e poi il mare. Stando, quindi. Per chiedersi infine, dopo anni e anni lontano da casa, se abbia avuto un senso il cammino di questo emigrare. Kilap Gueye, partito dal Senegal e approdato su quest’altra riva, in Sardegna, si interroga, seduto sulla sua panchina, in un angolo appartato, magari lontano dal rumore delle automobili. Una panchina, sì proprio quelle che qui e là dalle nostre parti ogni tanto qualcuno pensa di far scomparire… Luogo dello spazio pubblico che sa essere privatissimo, luogo sicuro per pregare e pensare in pace. La panchina, dunque, titolo e luogo di questo libro che ha la scrittura, e la voce, di un diario sommesso. Che l’editore Aipsa pubblica nella collana D’oltremare. Un libricino quasi sussurrato, di appunti, del viaggio che è stato e dello stare che è. Passato e presente si intrecciano per comporre la storia di Kilap, nato a Thies, e che dopo gli studi universitari lascia il suo paese perché, come si legge nella controcopertina, “ha poche speranze di trovare un lavoro che gli consenta di realizzare il suo più grande sogno: contribuire a sradicare la povertà in Africa”. Ma l’Italia che trova non è quella che aveva sognato. Lontana, lontanissima, da quella vista alla tivvù. La tivvù, questo grande imbroglio… E l’Italia diventa una spiaggia, da percorrere, avanti e indietro, avanti e indietro, per cercare di vendere qualcosa a qualcuno, e, appena, sopravvivere. E che senso hanno avuto i rischi e i pericoli corsi per arrivare fin qui, che senso hanno la tristezza e la solitudine… Un diario davvero fuori dal comune, questo di Kilap Gueye. Un distillato di pensieri e sentimenti. Di immagini, che corrono, senza ordine apparente, da un luogo all’altro, da un tempo all’altro. Covati sulla sua panchina. E lo vediamo benissimo, questo giovane uomo, il colore bruciato della sua terra, il borsone accanto, seduto a interrogarsi. A stupirsi ad esempio ( e vergognarsi un pò), di quella strana gente che siamo noi, che senza vergognarsi si espone al sole seminuda. Ah, il corpo… quale rispetto, quale pudore per il nostro povero corpo? Ed è forse la prima cosa che lo colpisce, e ferisce, del suo soggiorno italiano. Ma ci pensiamo mai? Ci abbiamo mai pensato? (…)
Storia di Maria…
Storia di Maria, che da due giorni non vive più. Nel ricordo, triste e dolorante, di Gabriella La Rovere.
Pavane for a dead princess è uno splendido brano composto da Maurice Ravel nel 1899. Da quando ero piccola, l’ho sempre associato ad uno stato malinconico e mi è capitato spesso di ascoltarlo seduta sul pavimento con le braccia a circondare le gambe. E’ la prima cosa che mi è venuta in mente quando ho saputo della morte di Maria. Una principessa, è vero! Ognuno di noi lo è, se con questo termine intendiamo affermare il diritto ad essere trattati con dignità, ad essere rispettati in quanto esseri umani! Sembra strano che nel terzo millennio, dopo una serie di battaglie ideologiche e sociali che hanno portato a un’umanizzazione degli ospedali psichiatrici, si debba ancora scoprire che per alcuni medici niente è cambiato. Sistemi di contenzione, abbandono del malato, terapie sconsiderate al solo scopo di mantenere buono il paziente, così non rompe le scatole; invece, seppur con ritardo mentale, il malato comunica il suo disagio, il dolore, la paura, la solitudine, la disperazione. Maria non ce l’ha fatta nonostante per 18 giorni sia stata circondata dall’amore e dal rispetto di tutti noi, anche di quelli che la società confina all’ultimo gradino: le persone con disabilità, quelle che un ministro della nostra Repubblica ha considerato come spesa improduttiva, zavorra sociale. Ieri ho avuto la fortuna di assistere a un esempio di vera com-passione. Mentre Maria veniva rimboccata per la cena, attorno a lei altri ragazzi con disabilità cantavano delle canzoni per rallegrarla e stimolarla a mangiare. Era tranquilla, ma il viso troppo scarno e i suoi occhi vuoti. Ascoltava, ma era sfinita, triste. Tra due settimane sarebbe finito questo paradiso. E dopo? Chissà…Forse sarebbe potuta tornare da dove era venuta, cioè dall’inferno. Maria lo sapeva, lo sentiva e non ha voluto più vivere. Il suo cuore ha smesso di battere subito dopo la cena festosa con Roberta, Marzio, Benedetta. Resta una grande tristezza per non essere riusciti a riportarla alla vita, a salvarla dall’indifferenza di chi si definisce normale. (…)
Il gatto che aveva perso la coda
C’era una volta un gatto. Un piccolo gatto tigrato che aveva perso la coda. “Senza coda non posso miagolare al chiaro di luna. Non posso arrabbiarmi e neppure innamorarmi” disse. “Andrò al negozio dove vendono code nuove”... Inizia così “Il gatto che aveva perso la coda”, un delizioso libricino edito da Carthusia, nato da un’idea di due tecnici di radioterapia pediatrica dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano, Gabriele Carabelli e Sara Frasca… che si sono detti: perché non aiutare i bambini in cura, raccontando loro il percorso della terapia con una fiaba? A scriverla ci ha pensato Emanuela Nava, che ha saputo tradurre nel linguaggio delle fiabe, il suggerimento di Carabelli e Frasca. Andando, ovviamente, innanzitutto a vedere i bambini, quei piccoli ammalati di tumore al cervello che, racconta, e ancora la voce emoziona, serissimi si avviano nella stanzetta della terapia, indossano una sorta di maschera-casco, che e’ stato fatto per ciascuno su misura, lo infilano sulla testa e si stendono sul lettino dove verranno “irradiati”… Forse nessuno sa che quel caso, ha due bulloni con i quali la testa del bambino viene fissata, immobile sul lettino… Attraverso un interfono, spiega Nava, le mamme parlano ai loro bambini, ma alcuni hanno tanta paura, alcuni, specie le prime volte, devono essere sedati… Ecco, sembra che questa fiaba abbia aiutato alcuni bambini a non aver paura e non e’ stato necessario sedarli… (…)
silenzi
“Forse scrivo semplicemente perche’ non vedo modo migliore di tacere” . Ilse Aichinger. Paradossi, di parole ribelli. Cosi’, per pensarci un po’ su….
Il tridente…
Quante storie avrebbe da raccontare, la Sirena delle Rocce… eccone un’altra, che l’altra notte ancora ha sussurrato a Daniela Morandini…
“Angelica, da qualche tempo, viveva in quella grotta dove, d’inverno, i marinai riparavano le barche. In cambio rammendava le reti, cuciva le vele, sbatteva i polpi sui sassi, affinchè diventassero teneri. Disponeva con cura i pesci nelle cassette, prima che le portassero al mercato. Non era più giovane, aveva il viso rigato, ma era ancora forte. La sera non vedeva nessuno. Solo la Sirena delle Rocce, qualche volta, andava a trovarla. Insieme parlavano, mangiavano, a volte cantavano. Quando la donna vide quella strana creatura per la prima volta, era poco più di una ragazzina. Fu quando Giorgione, quell’uomo pesante e bagnato le si schiacciò addosso. -Non finirà così, vedrai- le aveva promesso la Sirena. Ma poi fu proprio la madre di Angelica a venderla per pochi soldi a quel mostro. Furono anni di dolore e di silenzio. Una sera che il marito non c’era, la Sirena delle Rocce scese dal suo scoglio più alto, e bussò alla porta di Angelica: cosa voleva da lei quell’essere metà femmina e metà pesce, che si reggeva sulla punta della coda d’argento? “Tieni- le disse la Sirena, porgendole un tridente- me l’ha dato per te un amico che vive sotto al mare” .La donna la fece entrare. Si sedettero in cucina e non parlarono più. Quando Giorgione tornò a casa, la moglie lo guardò negli occhi e gli conficcò il tridente nel cuore. Poi tornò a sedersi vicino alla creatura e, insieme, aspettarono le guardie. I gendarmi arrivarono presto e la portarono in carcere, dove rimase per anni e anni. Quando uscì, davanti al portone, la Sirena delle Rocce era lì ad aspettarla.
Nota: La Sirena delle Rocce e’ una mia invenzione. Angelica -che non si chiama così- l’ho conosciuta veramente. Daniela Morandini
Profezie…
Oggi che i più, sembra, a Roma, fossero in attesa della “grande catastrofe”. Oggi che la metropolitana, alle 7 e 30 del mattino era piena di vuoti quasi come a ferragosto. Oggi che chissà dove sono andati a nascondersi in tanti… Tornando verso casa, nel pomeriggio, ascoltando un colloquio sommesso fra una bambina e la sua mamma, o un’amica della mamma, o la sua tata… insomma, qualcuno, amico, andato a prenderla all’uscita dalla scuola. Cosa avete fatto, chiede la donna. Tutto il giorno in giro per parchi e per giardini, risponde la bambina. Luoghi al sicuro, lontani dai palazzi che potrebbero cascare giù. Per via del terremoto, si capisce… Davvero? chiede la donna. Ebbene, dice, che cosa sciocca! E tutto per via di una previsione sbagliata… Sbagliata, sì, conviene seria la bambina. Si vede, conclude, che non hanno studiato, che non hanno fatto bene i compiti…
Senza risposta
Pensiero della domenica. Che invia Gabriella Larovere. Una riflessione di Ignazio Silone, termina con una domanda che, commenta Gabriella, rimane ancora senza risposta.
Sapevo che Tolstoj era celebrato come un grande scrittore, ma non avevo mai letto niente di lui. Cominciato a leggere, andai avanti dimenticando il tempo e l’appetito. Ero turbato e commosso. Mi colpì soprattutto la storia di Polikusc’ka, quel tragico destino di un servo deriso e disprezzato da tutti […]. Come doveva essere stato buono e coraggioso lo scrittore che aveva saputo ritrarre con tanta sincerità la sofferenza d’un servo. Quella triste lentezza del raccontare mi rivelava una compassione superiore all’ordinaria pietà dell’uomo che si commuove alle disgrazie del prossimo e ne distoglie lo sguardo per non soffrire. Di questa specie, pensavo, dev’essere la compassione divina, la compassione che non sottrae la creatura al dolore, ma non l’abbandona e l’assiste fino alla fine, anche senza mostrarsi. Mi pareva incomprensibile, anzi assurdo, di essere arrivato a conoscenza di una storia come quella soltanto per caso. Perché non veniva letta e commentata nelle scuole? (Ignazio Silone)
Olivella
La Sirena delle Rocce… ogni tanto ne combina una. Leggete un pò cosa è successo adesso, nel racconto di Daniela Morandini.
Olivella si chiamava così, perché, quando nacque, suo padre aveva piantato un magnifico ulivo. Quando la bimba diventò grande, incontrò Nicola: si sposarono e nacquero due bei fratellini. Furono felici per tanto tempo, ma un giorno, all’improvviso, il marito l’aggredì: “Tu mi hai mentito in tutti questi anni!” Olivella non capiva. Lui, la prese per un braccio e la scaraventò per terra. Lei non ebbe neanche la forza di piangere. Urlando, Nicola, le ricordò di quel ragazzino che abitava vicino alla casa di suo padre: Oliviero. “Tu l’amavi -inveiva il marito – e mi hai sempre tradito con lui!” “Ma come…?.era un bambino… –piangeva Olivella – Nicola non volle saper ragione. Folle di gelosia, giunse persino a cacciare i figli da casa, convinto che non fossero suoi. “Per questo ti chiami Olivella ! Per via di quell’uomo!” Bruciò tutte le olive del suo campo, e sradicò l’albero che aveva piantato il suocero. Disperata, ogni giorno la moglie pregava la Sirena delle Rocce, che viveva sul mare, sullo scoglio più alto. Una notte, la Sirena andò a trovarla. Faceva caldo, e si sedettero davanti alla porta a bere del vino fresco. Nicola dormiva, e le due donne si misero a parlare a lungo, sottovoce. La lunga coda di pesce, era appoggiata su due sedie di paglia…