Per la cronaca. Sfuggiti al racconto dell’altra sera, altri due interventi. Non per distrazione o perché non interessanti, anzi. Rita Bernardini, deputato, Radicali-Pd, ha parlato della follia di leggi approvate sull’onda dell'”indignazione” nata per reati della cui “maggiore riprovevolezza” siamo stati tutti in qualche modo convinti….delle bugie del sistema che ci hanno in qualche modo convinti. Ha snocciolato una serie di testimonianze e “prove” di come le garanzie del sistema siano state sacrificate all’altare della “sicurezza” e della lotta alla mafia. E, superata l’angoscia che ne nasce, bisognerebbe scriverne con un approfondimento a parte. Sfuggito al racconto, anche il professor Carlo Fiorio, dell’Università di Perugia. Non per distrazione o per mancanza di interesse. Anzi. Con il professor Fiorio Carlo Musumeci discuterà, presto, la sua tesi. L’appuntamento, è al confronto di quel giorno…
Ombre
Tornando, venerdì sera dalla presentazione del libro di Carmelo Musumeci, “Gli uomini ombra”. A Roma, in via del Seminario… Strana sensazione, e non sono stata la sola a provarla. Presentare il libro di qualcuno che non c’è. Un’ombra, appunto, ben custodita nel carcere di Spoleto. Ma ha aleggiato, quest’ombra continuamente evocata da tutti, su tutti noi, nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati, una grande stanza rivestita di libri, trafitta dal sole che entrava obliquo dalle finestre, nella trasparenza delle tende… Ed erano tutti, lì, a parlare soprattutto di un amico, con il quale ciascuno dei presenti ha almeno scambiato lettere. A parlare di lui, del suo libro e della pena dell’ergastolo. In un tempo, questo dell’oggi, in cui, come ci ha fatto notare Susanna Marietti, di Antigone, sembra che nessuno più voglia mettere in dubbio la costituzionalità della pena dell’ergastolo. Eppure, ci ha ricordato, un tempo queste cose si potevano ben dire… solo ieri, quando di questi dubbi aveva parlato “persino” Aldo Moro. Solo ieri, il nostro ieri, ma sembrano passati duemila anni, oggi che “non si può più usare la ragione” e solo si urla e si minaccia e si creano paure e spavento. Tutti lì, a parlare “solo” di un amico, reintegrato e migliore di tanta parte della società, dice Russo Spena, a cui piace soprattutto la sua ( di Musumeci) sapienza narrativa, testimone della poesia “che si fa largo nella bulimia carceraria”, e chiede, e pretende un impegno per gli ospiti delle nostre galere etniche. Sì, ci avete mai pensato? Il nostro è uno Stato dove la povertà sta diventando, è diventata, reato in quanto tale, basta guardare i numeri e la geografia della popolazione carceraria del nostro bel paese. Un paese dove, l’abbiamo dimenticato? il reato di tortura non esiste… (…)
La sirena delle rocce
Un regalo per questo lunedi’ di Pasquetta, con un racconto fantastico di Daniela Morandini. A proposito di sirene, di rocce, di donne e madonne che non sanno nuotare….
Appena sveglia, la Sirena delle Rocce, si accorse di qualcosa di strano. Tentò di prendere il volo , ma non ci riuscì. Scese dal suo scoglio,il più alto, scivolando come un serpente. Arrivò al mare e, senza bagnarsi, guardò la sua immagine riflessa tra le onde. Come era cambiata! La sua schiena era bianca, liscia. Non aveva più le ali e al posto delle zampe, c’era una lunga coda d’argento, non aveva piu’ le piume. Guardò l’acqua e si rese conto di non saper nuotare. Ebbe paura. Si era trasformata così in fretta, in una notte. Respirò’ a fondo l’aria salata e si senti’ meglio. Uno schizzo improvviso le bagno’ la coda : rifletteva tutti i colori del mare. Diffidava dell’acqua e non si tuffò. Piano piano, si arrampicò sul suo scoglio e, dall’alto, chiamò le compagne. Laggiù, sulla riva , scorse Ligea, la più giovane. Anche lei era cambiata, non aveva più le ali, ma giocava con le onde, come se l’avesse fatto da sempre… “Ligea, Ligea, cosa fai in mezzo al mare? Sali!” . La sirena più giovane si scrollò le goccioline dai capelli: “Non posso, devo andare…..”. “ Cosa fai? Torna indietro! Annegherai!”.. Ma Ligea sollevò il braccio per salutarla e, folle d’amore, si allontanò come un pesce. La Sirena delle Rocce, rimase senza fiato. Come era possibile che una sirena potesse nuotare? (…)
… e buona Pasqua…
Salutando, questa mattina di Pasqua. Ascoltando, la cronaca della notte. Trascorsa dai rom “accampati”, a Roma, nella Basilica di San Paolo, dopo essere stati sgomberati dal loro campo. Sentendo, delle guardie vaticane che hanno impedito alle donne uscite dalla basilica, di rientrarvi. Guardando, le immagini sul limite della cancellata. Con le donne di qua, con i bambini di là, ancora dentro i confini della chiesa. E le guardie vaticane, sorridenti, con aria gentile, per carità, ma ferme e risolute, a fare da barriera, a chiudere le porte del Tempio di Dio. Leggendo, del disagio, dei due battesimi che per via del trambusto non è stato possibile celebrare all’ora stabilita. Rinviando di qualche ora (di qualche giorno?) l’ingresso ufficiale di nuovi arrivati, con le carte in regola, si immagina, nella Casa del Signore. Ma quale Casa e quale Signore? Ascoltando, le parole di un parroco, questa mattina alla radio, che si chiede e ci chiede, dopo questa vicenda, con grande imbarazzo, cosa mai racconterà ai suoi fedeli nel giorno della Pasqua. Di quale Chiesa, di quale Signore, di quale Pasqua?
Ultim’ora: leggo, comunque, che, per chi non è andato via, il Vaticano offre, per quest’altra notte, stanze…
Buon compleanno!
Una poesia. Arriva dal carcere di Spoleto e Carmelo Musumeci l’ha scritta per il compleanno di suo figlio. Nato in un giorno d’aprile, il 24 e quest’anno coincide con la Pasqua… L’affida, per lui, al vento sommesso di questa riva… che arrivino, queste parole, sussurrate, per lui, nel tempo della Pasqua d’aprile…
Ti amo figlio / tanto quante sono / le gocce nell’oceano / il tuo futuro / è pure il mio./// Ti amo figlio / tanto quanti sono / i granelli di sabbia nel deserto / il mio futuro / è pure il tuo./// Ti amo figlio / tanto quante sono / le stelle nell’universo / il tuo destino / è pure il mio./// Ti amo figlio / tanto quanti sono / sulla terra i chicchi di riso / il mio destino / è pure il tuo./// Ti amo figlio / tanto quante sono / le lacrime che ho versato / per averti lasciato / tutto questo tempo./// Ti amo figlio / tanto quanti sono / i fiori nel mondo / sei il mio sogno/ più bello./// Ti amo figlio / sei il mio sole / che riscalda / e illumina / la mia vita.
Buon Compleanno, tuo papà. Spoleto aprile 2011
Il quaderno di Eleonora
Questa mattina vogliamo sfogliare Il quaderno di Eleonora, … un libro dell’editrice Aipsa, tutto costruito intorno ai quaderni di scuola di una bambina down. E la storia di Eleonora Serci, che oggi è una ragazza di 26 anni, è diventata un libro, anche didattico, grazie alla madre, Annalisa Porru, che è un’insegnante. E che ha pazientemente raccolto e organizzato tutti i quaderni delle elementari della sua Eleonora, fino a comporre ben dieci volumi. Questo libro, per metà, mi è sembrato un po’ un fiaba, ricca fra l’altro di bellissimi colori e disegni, che sono quelli dei primi compiti di Eleonora. E ci sono proprio tutti i disegni di quella bambina che muoveva i primi passi incerti nel mondo, anche perché ogni cosa,ogni gesto, ogni segno di un bimbo, specie se ha una disabilità, anche se ad altri può sembrare insignificante, dice Annalisa Porru, è per i suoi genitori importantissima. C’è una pagina fra le altre, che mi ha colpita.“Disegna lo spazio che hai intorno”, detta il compito… ed Eleonora compone… due case, un albero…. tracciando i confini di uno spazio molto ampio… che dà il senso dell’aria, del respiro…di una grande serenità che comunque da bambina deve aver sempre avuto nell’animo. (…)
Frammenti
Un pensiero, anche per questa domenica, quasi una rubrica, inviato da Daniela Morandini. Anzi, più pensieri, rileggendo, e citando dunque, la “Dialettica dell’Illuminismo “ di Adorno e Horkheimer. Frammenti filosofici usciti in Olanda nel 1947 e scritti durante l’esilio. Alcune riflessioni, sulla manipolazione dell’uomo da parte dell’uomo, nei totalitarismi, come nell’altrettanto totalitaria società di massa.
(….i protagonisti dei media) … I talenti appartengono all’industria culturale assai prima che questa li presenti, o non si adatterebbero così prontamente.
La barbarie estetica realizza oggi la minaccia che pesa sulle creazioni spirituali, fin dal giorno in cui sono state raccolte e neutralizzate come cultura.
Il culto del fatto si limita a sollevare la cattiva realtà, mediante la rappresentazione più esatta possibile nel regno dei fatti. In questa trasposizione, la realtà stessa diventa un surrogato del senso e del diritto. Bello è tutto ciò che la camera produce.
La vita è un rito permanente di iniziazione. Ognuno deve mostrare che si identifica senza residui col potere da cui viene battuto. Ognuno può essere come la società onnipotente, ognuno può diventare felice, purchè si consegni senza riserve e rassegni la pretesa alla felicità. La sua passività lo qualifica come elemento sicuro.
In confronto a questa produzione di massa, i rimbrotti della megera, che almeno ha conservato il suo viso distinto, diventano un segno di umanità, la bruttezza una traccia di spirito.
Restiamo umani
Tremenda sensazione, ieri sera, vedendo il primo, solo fotogramma del video di Vittorio Arrigoni. Come se la sua morte, un attimo dopo, fosse già scritta… nel volto bendato e gonfio… in quella mano, soprattutto, che afferra e tiene sollevata in una morsa feroce la sua testa… come già il dolore avesse piegato la sua forza. Un pensiero, pieno di dolore, a Vittorio Arrigoni. Incontrato, una sola volta, al telefono, mentre su Gaza piovevano le bombe della terribile rappresaglia israeliana dopo i razzi lanciati da Hamas, nel dicembre del 2008. E per noi ( a Radio anch’io ), raccontò la cronaca di quei giorni. Come sempre, accorato, generoso, pieno dell’umanità che altrove, spesso, sembra smarrita. Vik Utopia, (così si chiamava, anche) che da tre anni, mai si era voluto allontanare, neanche nei momenti peggiori, dalla Striscia di Gaza, dai suoi pescatori, dai suoi contadini, dai suoi bambini. Era entrata, la voce di Arrigoni, anche nel racconto di una fiaba, la storia dei Tre anelli, parabola sulle tre religioni monoteistiche e l’essenza della verità… (C’era una volta e c’è ancora adesso…). Restiamo umani. Firmava così, Vittorio Arrigoni, Vik Utopia, le sue cronache, che puntuali sono sempre arrivate anche attraverso il suo blog, e ovunque la rete lo accogliesse. A testimoniare una guerra continua, uno stillicidio che noi troppo spesso dimentichiamo… L’ultima cronaca ripresa da questo sito, il 3 marzo scorso: “…i 300 metri di corsa piu’ disperati della mia vita, sotto caxxo di droni ed elicotteri apache. Energia tagliata su tutta Gaza city, sono riuscito a rifugiarmi in un appartamento dotato di generatore per l’ energia elettrica. Poco fa, elicotteri apache hanno lanciato una decina di missili nei pressi del porto. Bombardamenti a tappeto lungo tutta la Striscia. Bombardamenti nell’area residenziale di Sheikh Ejleen. Colpite la centrali elettrica di Gaza city. Siamo avvolti dall’oscurità, terrore fra la popolazione civile. Sembra di vivere la vigilia di un nuovo Piombo Fuso”. Ancora una volta, ostinatamente firmata con quel suo invito “restiamo umani”. Che avrebbe, sicuro, rinnovato… se fosse uscito, vivo, da questa vigliacca trappola… Troppo facile rapire e uccidere una persona come lui, armata solo della sua grande umanità…
Ancora morti
Mi arriva, ieri, e giro a voi… da Marco Bazzoni, operaio metalmeccanico, rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, Firenze.
“Oggi è morto un operaio alla Saras di Sarroch in provincia di Cagliari, la raffineria di proprietà dei Moratti.
Nel giro di 2 anni, sono morti ben 4 operai alla Saras (i primi tre operai sono morti il 26 maggio 2009).
Oggi, su praticamente tutti i mezzi d’informazione, dopo mesi che non se ne parlava più, si sono riaccesi i riflettori sulle stragi sul lavoro.
Ed ancora leggo, da più parti, di “morte bianca”, un eufemismo che andrebbe abolito, ma che purtroppo molti mezzi d’informazione usano ancora.
Leggo che il Governo, tramite il Ministro Sacconi, esprime solidarietà ai parenti, ai colleghi e agli amici dell’operaio deceduto alla Saras.
Io mi chiedo con quale coraggio, quando, non mi stancherò mai di ripeterlo, il Governo Berlusconi, con il il Dlgs 106 del 3 Agosto 2009 (decreto correttivo al Dlgs 81/08), ha completamente stravolto il testo unico per la sicurezza sul lavoro voluto dal Governo Prodi.
Un testo che ha dimezzato sanzioni ai datori di lavoro, dirigenti, preposti, e in alcuni casi ha sostituito anche l’arresto con l’ammenda.
La famosa “salvamanager”, c”è ancora: come si suol dire, è uscita dalla porta per rientrare dalla finestra.
E questo solo per citare alcune delle molte novità (in negativo) del Dlgs 106/09.
Io sono stanco e stufo, di vedere, che nonostante ci sia uno stillicidio quotidiano di lavoratori, che molte volte muoiono, perchè nei luoghi di lavoro non vengono rispettate neanche le minime norme di sicurezza, nessuno faccia qualcosa di concreto per fermarlo.
Ma la cosa che mi da molta più noia, è vedere, da più parti, le tante lacrime di coccodrillo, quando succedono queste stragi!!!
BASTA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Infine, una richiesta ai giornalisti: i riflettori sulle morti sul lavoro restino accesi.
Marco Bazzoni-Operaio metalmeccanico e Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza-Firenze”
Le mani di Dio…
“Sono nata il 23 aprile del 1970 e mi hanno chiamata Ajok, che vuol dire figlia dello spirito. Un nome swahili, perché sono nata in Uganda.” Inizia così il libro di cui vi vogliamo parlare questa mattina: “Con le mani di Dio”, edito da AeB editrice. Guglielmo Tocco è autore del libro, insieme ad Ajok che oggi vive in Italia e si chiama Emmanuela Cagnola. Quasi la storia di un miracolo, la storia di Ajok, di quei miracoli che anche gli uomini qualche volta sanno compiere. Perché Ajok, racconta Tocco, era nata priva degli arti superiori. La sua malformazione è chiamata con un nome dolce Amelia, ma non sarebbe stato affatto dolce il destino della bambina. Nata in un villaggio dell’Uganda, dove chi nasce deforme è destinato ad essere “soppresso”. Perché porta sciagure. O più semplicemente, più credibilmente, perché gli uomini sanno quanto sia difficile, come, a volte, impossibile, vivere senza essere in grado di badare a se stessi… Ma Ajok è stata salvata da una missionaria italiana, suor Silvia, che l’ha letteralmente strappata dalla mani del padre che già la stava immergendo in una tinozza d’acqua, per annegarla, così… come un gattino di troppo ( e chissà perché i cuccioli di troppo, tutti, possono essere annegati… ). Ma salvata, e battezzata, Ajok ha avuto un nuovo nome, Emanuela, poi una nuova famiglia, trovata in Italia, attraverso un tam tam, passato di rubrica in rubrica dei giornali ai quali suor Silvia si è rivolta. Così Ajok-Emanuela, anzi Emmanuela, è cresciuta in Italia, e ha affidato a un diario i pensieri della sua nuova vita. (…)