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    Terremoti

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    Pensando ad Haiti, e a questo nostro fragile, terribile mondo. Rileggendo della prima reazione di Voltaire, alle spaventose notizie da Lisbona, dove la terra ha tremato, annientando la città, all’alba del novembre del 1755. “Ecco una fisica ben crudele. Grande sarà l’imbarazzo di chi vorrà capire come le leggi del movimento producano disastri così spaventosi nel migliore dei mondi possibili. Centomila formiche, il nostro prossimo, schiacciate in un colpo solo nel nostro formicaio: metà di esse periscono probabilmente fra angosce inesprimibili in mezzo a macerie da cui non le si è potute liberare, famiglie rovinate a un capo dell’Europa, le fortune di cento commercianti della vostra patria inabissatesi nelle rovine di Lisbona. Che razza di triste gioco d’azzardo è la vita umana? Che dirano i predicatori, soprattutto se il palazzo dell’Inquisizione è rimasto in piedi? (…)”. Reazione ‘a caldo’, come si dice. Prima delle riflessioni che comporranno il Poème sur le désastre de Lisbonne. …. / Credetemi, quando la terra spalanca i suoi abissi/ il mio lamento è innocente e le mie grida legittime/…/ Questo mondo, questo teatro di orgoglio e di errore/ è pieno di sventurati che parlano di felicità/…

    Studenti provvisori…

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    Ricevo, e volentieri pubblico, questa inchiesta. E’ stata realizzata dagli studenti del corso di giornalismo radiotelevisivo dell’Università Carlo Bo, di Urbino. E sembra di vederli, questi studenti, cittadini provvisori, in giro a far domande… ai pochi abitanti e ai molti studenti. Studenti provvisori, dicono, di una città “di passaggio”, dove qua e là, a volte, si affacciano fantasmi… Lo studente provvisorio, dunque…

    Urbino e gli studenti. Ma dove sono e chi sono gli altri? E come vivono insieme?

    Da generazioni, la gente di qui se ne va. Gli universitari sono diventati una parte importante dell’economia del Montefeltro. Ma per loro è difficile incontrare le persone del posto che sono rimaste. E non è neanche facile riuscire a parlarsi: ci sono tanti gruppi che non sempre riescono a comunicare.

    Qui si vive bene ma alla domanda “sei cittadino o di passaggio?”, tutti rispondono di sentirsi provvisori. Non progetteranno la loro vita qui. “Per adesso sono un cittadino, ma so che devo andare via, quindi sono anche un turista”.

    Eppure l’influenza degli studenti potrebbe arrivare anche all’ambito politico.

    “Uno studente in Consiglio comunale”: è questa la proposta di Alberto Sofia, presidente dell’Associazione Universitaria Fuorikorso Urbino. Chiede che uno di loro entri in Comune. L’idea appoggiata, tra gli altri, dal nuovo rettore Stefano Pivato, non ha ancora avuto risposta dal sindaco Corbucci. Se l’ipotesi non passasse, si potrebbe pensare a incontri tra il Municipio e gli universitari. “Abbiamo organizzato varie conferenze, aperte a tutti” – ci spiega Sofia - “molto seguite sono state le ultime due iniziative – prosegue - Abbiamo parlato di libertà d'informazione e di omofobia. Un discorso che non deve finire qui”. Perché anche la questione dei diritti civili è un nodo centrale del rapporto tra chi studia e che è nato qui.

    cronache d’oggi

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    Pensando alle cronache d’oggi, rileggendo alcuni versi dell’Ecclesiaste. “Ogni violenza compiuta sotto il sole/ La vidi // E lacrime di oppressi / Nessuno le addolciva // E  violenza di oppressori / Nessuno la frenava // I morti perché morti io lodo / I vivi no, perché vivi // E più di loro il felice / Che ancora non è stato // E il male non ha veduto / Che sotto il sole facciamo …”. Solo alcuni versi, perché non ci sono parole. Pensando alle cronache d’oggi, a Rosarno e giù, o su di lì. Dal Qohélet, nella versione di Guido Ceronetti (Einaudi 1997)

    Invito alla lettura

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    Un invito alla lettura, per questo inizio d’anno. Per tutti noi, gente del 2000, travolti come siamo dall’incessante “comunicare”, nostro e altrui. Come fosse cosa necessaria e sufficiente al nostro esistere. Poche righe, per cominciare con l’accendere un lumino, nel buio di tutta la confusione nella quale siamo immersi. La comunicazione messamediatica, dunque: “… è la bacchetta magica che sembra trasformare l’inconcludenza, la ritrattazione e la confusione da fattori di debolezza in prova di forza e che sostituisce l’educazione e l’istruzione con l’edutainment, la politica e l’informazione con l’infotainment, l’arte e la cultura con l’entertainment. Nel suo rivolgersi direttamente al pubblico il tutto ha del resto una parvenza assai democratica: non a caso per designare questo fenomeno, è stato coniato il termine democratainment“. Solo un assaggio, da “Contro la comunicazione” di Mario Perniola (Einaudi). Per pensarci un pò, guardandosi intorno…

    Sirene

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    Ancora una Sirena. Questa, sembra, rappresa su una parete. Ma, a ben guardare, è respiro che riaffiora da uno squarcio d’intonaco, per affacciarsi sul nostro mondo.

    Evocazione di Sirena, che Emanuela Bussolati ha saputo cogliere, a sorpresa su un muro, vicino casa. Convinta, ci ricorda, “che Chimere e Sirene siano ancora negli occhi di tutti noi”. Il mondo sta nello sguardo, dice. E chi meglio di un “architetto di sogni” può saperlo.

    Sirens

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    Sirene. Ancora. Ringraziando Cristiano Morandini. Che mi permette di aprire l’anno su questo sguardo. Che, scrutando nel buio, accende occhi di brace. Ancora Chimaera. Forse, la luce di un dubbio. Vorrà un giorno essere umana?

    Sirens

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    Chiudendo l’anno, con il passaggio della sirena del racconto che, chissà, verrà.

    “Poi lei si è alzata. Diritta in piedi sulla riva del torrente, che adesso era diventato largo quanto un fiume. Fiume nero. L’ho vista sfilare dal dito l’anello dalla perla rosa. Che ha lanciato nell’acqua.Non sono riuscito a fermarla. Non sono riuscito neanche a impedire che si lanciasse anche lei, sulla scia dell’anello, nella corrente de fiume. E quando il suo bel corpo arcuato nel tuffo ha toccato l’acqua, e già vi affondava le braccia e la testa e le spalle, prima che vi sprofondasse del tutto, ho visto i suoi piedi giunti diventare pinne e solo allora mi sono reso conto che le sue gambe non erano più due gambe, ma una sola bellissima coda di pesce, e le squame erano lamelle color smeraldo. Che prima di affondare nell’acqua hanno mandato un baluginio che quasi mi accecava. E nello stordimento non ho potuto che seguirla”. (da Sogno, forse, di una notte di mezza estate)

    Ancora, per immergersi nel buio, immagini da Sirens, nel disegno di Cristiano Morandini

    Sirens

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    Un pensiero. A un passo dalla fine dell’anno. All’urlo di Chimaera, la gatta dalle sembianze umane. Stupefacente sirena che Hauptmann fa irrompere, stravolgendola, nella vita del capitano Cardenio. “Non voglio diventare umana!”, dice. Un urlo. Che è desiderio, profondo. Dall’isola delle nostre prigioni.

    Un pensiero alle sirene. Con questo frame, blu abisso, dal video Sirens, di Cristiano Morandini e Sebastian Bartmann.

    Il pesciolino nero

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    Leggendo delle terribili cronache dall’Iran. Invito alla lettura di una fiaba che viene da quel paese. Il pesciolino nero, storia di migrazione, ma soprattutto storia sul valore del coraggio. E’ la fiaba più famosa dell’Iran moderno. Non c’è bambino iraniano che non la conosca. Fu scritta da Samad Behrangi, che era maestro di scuola elementare, e morì annegato, giovanissimo, a 29 anni. Una morte su cui ci sono molti sospetti. Per molti, la certezza di una morte ‘politica’. La storia di un pesciolino che non vuole vivere nel piccolo specchio d’acqua dove è nato e parte, sfidando tutto e tutti, insegnando cos’è il coraggio, sacrificando la sua vita, anche, per gli altri… “Non importa se un giorno non vivrò più. Quello che importa sono le tracce che avrò lasciato nella vita degli altri”. Parole del pesciolino nero, prima dell’incontro che gli sarà fatale… Pensando, ai ragazzi di oggi, nelle strade di Teheran.  La fiaba è stata tradotta e pubblicata in Italia da Donzelli. Bellissimi i disegni che l’accompagnano, di Farshid Mesqali.

    Akram e gli altri

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    Leggendo, degli ultimi morti in Palestina. Ricordando la morte di 5 bambini del campo di Yan Kounis, saltati su una mina mentre andavano a scuola. Il racconto che allora, non ricordo più quando, ne è nato… Arbitrario, forse, come tutti i punti di vista. Ma non per questo meno vero. Come il nome di quei bambni, che si chiamavano Akram, Mohammed, Amr, Anis e Mohammed Sultan.

    “Vieni, Akram! Vieni! E’ l’alba. La finestra è aperta. Fra poco si affaccerà e la potrai vedere…”

    Akram sollevò appena la testa. Vide che accanto a Mohammed c’erano Amr e Anis. Mohammed Sultan li stava raggiungendo, più svogliato del solito.

    “Vieni Akram, non restare lì rincantucciato. Vieni, sarai contento!”

    Mohammed era molto gentile e paziente con lui. Lo era sempre stato. E Akram si era sempre sentito al sicuro accanto a Mohammed, suo fratello maggiore. Quando doveva avventurarsi lungo la strada che portava alla scuola, si assicurava sempre che insieme agli altri compagni ci fosse anche lui: sei anni sono tanti, ma tredici sono ancora di più e Mohammed, oltre a essere alto e forte, aveva sempre una risposta a ogni sua domanda. Con lui sarebbe andato ovunque. Ma Akram adesso si sentiva proprio stanco. E poi aveva voglia di piangere.