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    A proposito di angeli caduti…

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    A proposito di angeli caduti, Paolo Rausa invita a rinsavire… “Il vero Don Chisciotte, un insuperabile pazzo, sarebbe chi combattesse con parole, con nude parole contro il piacere di una donna… Senza parole egli avrebbe sempre potuto sistemare tutto. Scrive Elias Canetti. (La provincia dell’uomo) Il piacere inteso come sentimento di benessere contrapposto alle brame distruttive di guerra. Abbiamo iniziato dalla sfida nel Paradiso terrestre? Fu da allora che sfidammo la divinità che c’è fuori di noi, increduli che potessimo dipendere da altri. Assumere il potere sui nostri fratelli fu un tutt’uno. Possiamo invertire la tendenza, gli stili di vita? Moriamo di guerre, non solo i soldati ma anche i bambini, il nostro futuro sacrificato alla furia sacrilega. Siamo demoni, diceva Plutarco a proposito di Socrate, che vivono ad un livello intermedio fra la terra e il cielo, che tendono ad elevarsi per cercare di raggiungere invano le posizioni perdute. La nostra storia, che non ha futuro se lasciamo che si ammazzino i bambini, giunge al capolinea se non salviamo il futuro di noi stessi, dei nostri bambini e della madre terra: tutto sacrificato sull’altare della demenza illusoria del potere e dell’accaparramento di beni e di ricchezze, mentre ci allontaniamo sempre di più dalla felicità perduta. Forse non abbiamo neppure il tempo per rinsavire, ma dobbiamo tentarci, restituire la parola ai bambini è un dovere morale e civile. Se non vogliamo tradire quell’artista che nelle grotte preistoriche ha lasciato l’impronta delle sue mani per confrontarle con quelli che sarebbero venuti, fino a noi e a quelli che verranno dopo di noi.” Paolo Rausa

    Schiere di angeli caduti

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    “Siamo schiere di angeli caduti
    a terra nella polvere, perché il paradiso non ci ha voluti.
    Siamo appesi a questa vita come il filo agli aquiloni che facciamo volare”
    Il primo appunto di quest’anno… le parole di Wali, Walimohammad Atai (ne abbiamo parlato https://www.remocontro.it/2018/04/08/wali-e-lafghanistan-talebano-dove-ora-volano-i-bambini-bomba/), poco più che ventenne, venuto cinque anni fa da un villaggio dell’Afghanistan, che ancora racconta e denuncia la terribile vita dei bambini del suo paese, di cui ci siamo già dimenticati…
    E come non pensare, in questi giorni di stucchevole retorica a proposito di feste, fuochi e regali per bambini nostrani, a tutti quegli altri i cui cieli sono squarciati, tutto l’anno, da bagliori di morte…

    Il tragico ottimismo di Vittorio da Rios

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    Bellissimo il ricordo che ci regala Vittorio da Rios… insieme a una lezione di storia tutta da leggere: 

    “Come sempre Francesca ci dona perle preziose di poesia,di storia, e di filosofia, che ci devono far riflettere tutti indistintamente quale sia la nostra storia, e da quali paradigmi abbiamo attinto per la nostra costruzione intellettuale ed umana. Questo suo bellissimo racconto che narra di un violino, di musicisti nell’orrore del genocidio nazifascista, mi ha fatto rammentare ricordi antichi ma sempre latenti e che se stimolati come in questo caso riaffiorano prepotentemente nella memoria. Di cosa si tratta? Mio padre da giovanissimo aveva preso lezioni di musica e era un virtuoso suonatore della chitarra…

    “Siegfriedsdorf dixieland Band” Uno swing per sopravvivere

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    La Shoah, tre quarti di secolo fa, appena ieri, mille volte narrata e che mai si finirà di narrare, e ogni volta sembra sorprenderci.
    La sorpresa, questa volta, l’ho avuta doppia, andando a vedere un film che ancora aggiunge storia alla Storia. Stupita soprattutto per la giovane età del regista. Cesare Mangiocavallo, che di anni ne ha 19 e ha iniziato a girare il suo film a 17 anni, dando vita a un progetto che accarezzava da tempo.
    “Siegfriedsdorf dixieland Band”, l’“impronunciabile” titolo. Liberamente ispirato a quanto accadde a Theresienstadt, Terezín, il ghetto ebreo affollato di artisti e musicisti, che furono utilizzati dalla propaganda nazista per offrire al mondo la menzogna di un ghetto “modello”. Ma dove, come in altri lager, la musica era marcia macabra, ad accompagnare il ritmo dei lavori forzati, a seguire il tempo delle esecuzioni…
    Ve ne voglio parlare oggi anche se il film non è ancora nelle sale (ma ho avuto il piacere di assistere a una proiezione privata) per chiudere l’anno con l’eco impronunciabile di una storia che vorremmo per sempre lasciare al passato (mentre ancora qua e là c’è chi imbratta memorie) grazie a un racconto che nasce da una voce tanto giovane, che fa ben guardare al futuro…

    LA LEZIONE DI UN ERGASTOLANO

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    autoritrattoLa sera di due mesi fa (era il 24 ottobre) la morte ha liberato dall’ergastolo Mario Trudu. Un uomo, uno scrittore, lo dipinge Maria Rosa Tabellini, che lo ha conosciuto a San Gimignano, suo “studente” nel laboratorio di scrittura del carcere, e ha dedicato a lui questo intenso scritto, bellissimo racconto. Con il quale vogliamo ricordarlo questa sera di Natale, che tutti speravamo Mario potesse trascorrere nella sua casa…

    “Era un uomo che assomigliava a un albero: la stessa scorza ruvida a ricoprire un interno più tenero e chiaro, dove i cerchi concentrici segnano gli anni. Un uomo simile a un albero della sua Sardegna: uno di quegli alberi che, spinti dalla forza inesausta del vento, si abbassano verso il suolo, e continuano, pur così affaticati all’apparenza, a portare foglie e rami, e a sprigionare i profumi aspri della natura, talvolta coi rami feriti o bruciati dagli incendi originati dalla calura implacabile o più spesso dalle faide interminabili. Era un uomo che nutriva per la natura un amore primordiale, radicato attraverso chissà quanti strati di esistenze passate sulla sua isola. Era un uomo che coltivava l’arte antica dell’intaglio nel legno, creando piccole figure di animali in cui racchiudeva la sua vita; un uomo che aveva imparato il disegno dal tratto sottile: incisioni nette che tuttavia non ferivano il foglio, ma lo accarezzavano con la bellezza delle figurine precise e al contempo delicate: un cavallo fatto di piccoli punti che si staglia sul foglio, un paesaggio depositato nella memoria, un volto, il proprio volto come era, o forse come sarebbe stato se la strada della vita non fosse diventata a un tratto così stretta e chiusa e tortuosa. Un uomo, infine, che aveva il dono della scrittura: aspra e vigorosa e fiera anche di quel suo stile, non sempre canonico (ma non c’era niente di canonico in lui), che – diceva – lo rappresentava nel suo essere autentico.

    L’epoca degli abusi…

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    salute-mentale-chagallE a proposito di Basaglia e della straordinaria attualità del suo pensiero, Vittorio da Rios ci regala una lezione che è un excursus attraverso la storia del secolo breve… Tutto da leggere…
    “Ci ricorda Hans Georg Gadamer tra i più grandi pensatori e filosofi contemporanei, che già il grande sociologo Max Weber aveva definito la nostra epoca come l’epoca della burocratizzazione, e degli abusi di potere da essa derivati.La nostra epoca è l’epoca dell’apogeo della rivoluzione industriale,delle straordinarie scoperte scientifiche che partendo da Galilei, Leonardo da Vinci e altri dettero un fondamentale impulso al progredire delle acquisizioni umane. Ma la scienza e le sue applicazioni tecnologiche hanno determinato nella storia recente immani cataclismi. Il secolo breve ne è stato tragico esempio di quante scellerate e criminogene deviazioni l’ominide si è macchiato nel gestione a fini criminali di massa le scoperte scientifiche. Le bombe atomiche…

    La vera storia di un’impensabile liberazione…

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    libro tra parentesi“Dev’essere il più bel Natale mai visto prima. Non più bello di un qualsiasi Natale in un collegio, o in un carcere, o in un ospedale, ma il più bello in assoluto. Perché qualunque idea ti fai venire, in un centro di salute mentale, in un carcere, in una casa di riposo, il Natale sarà sempre più triste di tutti i natali tristi che possiate immaginare. Tristi come quelle domeniche in manicomio, ricordate?”.
    Il racconto di Natale che vi regalo quest’anno, l’ho rubato a Peppe dell’Acqua. Che narra il primo Natale nel Centro di Salute mentale aperto a Barcola, quartiere del comune di Trieste, dopo che erano state “aperte” le porte del San Giovanni.
    Dunque… “Così lavoriamo sodo fino a che il 24 dicembre la sala del centro è quasi irriconoscibile. E’ tutto buio, sono accese solo le candele sui tavoli, c’è un albero addobbato e pieno di regali, e ci sono tre ragazze catalane che sono una bomba, vestite da angelo con le alette di piume bianche. Pensa, hanno impacchettato un regalo per tutte le cinquanta persone, tutte sedute al tavolo…”
    Un canto di Natale, che è una pagina dello spettacolo teatrale che ripercorre l’esperienza umana e professionale di Franco Basaglia, dagli anni di Gorizia all’ “apertura” delle porte del manicomio di Trieste, attraverso la narrazione del suo allievo e collaboratore, Peppe dell’Acqua, “imbottigliato” fra la regia di Erika Rossi, e l’incalzare di Massimo Cirri. Lo spettacolo è ora diventato un libro, e mi arriva oggi come una strenna: “(tra parentesi). Storia di un’impensabile liberazione” (edizioni AlphaBeta Verlag).
    Perché queste parentesi? Ho incautamente chiesto…

    a proposito del Paradiso…

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    aaa-èpresepeUn accenno al presepe è per Vittorio da Rios spunto per una riflessione, che parte dal dolce ricordo del tempo in cui allestire il presepe era rito immancabile… per arrivare alla riflessione sull’oggi, per ribadire, seguendo l’insegnamento di Turoldo, Marotta, Rodotà, la necessità di “agire subito”… Insomma, da leggere…
    “Negli anni cinquanta, sessanta e in parte settanta il presepio era sentito dalle mie parti, “ma credo un po’ ovunque” dove la tradizione cattolica era radicata, in modo molto profondo, e in ogni casa, pur modesta, ma dignitosa dove mancava il “bagno” e i servizi igienici erano fuori in una apposita piccola struttura, ovviamente senza catinella e relativa acqua, la preparazione del presepio era una ritualità primaria e immancabile. Ricordo, io ero di gran lunga il più piccolo della famiglia, che il presepio era costruito sotto l’albero che era un “dernever”, in dialetto sinistra Piave, Ginepro che si raccoglieva all’interno dell’alveo del Piave dove in alcune aree ghiaiose-sabbiose cresceva. Veniva messo in un capace vaso di terracotta, riempito di terra, e addobbato a dovere, con le modeste cose di cui si disponeva. Filamenti, palline colorate, cioccolata fatta di omini e Re magi.

    Il paradiso può attendere….

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    aaa-èpresepeAl cinema, a vedere “Il Paradiso, probabilmente”, film del regista palestinese Elia Suleiman che punta il suo sguardo stupito e muto sulla nostra follia…

    Scivolano, a un tratto, i suoi occhi, su quella che a prima vista sembra una scena d’ordinaria vita quotidiana (tutto nel suo film appare di una stravolta e stravolgente ordinarietà): c’è gente che fa la spesa in un supermercato, cammina per strada, la solita accurata fretta… Subito percepisci qualcosa di strano, anche se non capisci immediatamente di cosa si tratti (gli occhi tendono a vedere solo quello che ci si aspetta di vedere). E un istante dopo ti rendi conto che tutti, ma proprio tutti, hanno in spalla un fucile, una carabina, una pistola, come quella ben assicurata fra fondina e bretelle alla spalla di una bambina che scende, con papà e mamma, da un tassì… armi “indossate” con serena disinvoltura, come fossero zainetti o tracolle per signore… per un mondo, immagini, dove il pericolo è incombente…
    Surreale, pensi, sorridendone. Eppure, eppure… I poeti leggono e svelano molto meglio di chiunque altro la realtà, e Suleiman (che fino a ieri non conoscevo e ringrazio per questo regalo il mio amico Danilo che mi ha portato al cinema) proprio lo è. Per questo, come i poeti, ha lo sguardo così attonito.

    A proposito del sogno che non è la vita…

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    NONèSOGNO-_3-768x432“Non è sogno” diventa per Vittorio da Rios, lo spunto per parlare di Pasolini. Del suo genio poetico, della sua vita, della sua forza di intellettuale… Un bellissimo intervento, tutto da leggere.

    “In un paese orribilmente sporco…” Frase di Pier Paolo Pasolini. Si legge nella copertina di un libro voluto da Laura Betti, PASOLINI: CRONACA GIUDIZIARIA, PERSECUZIONE, MORTE, Garzanti editore 1977. Pasolini era stato assassinato sul finire del 1975. In maggio sempre del 75 erano stati pubblicati Scritti Corsari. e poi lettere Luterane. Ora tutto il corpus dell’opera pasoliniana in 10 volumi ha trovato degnissima collocazione nel Panteon prestigioso della collana i Meridiani. “Ricordo e so di un giorno molto lontano in cui, tra tanta gente di cui non ricordo e non so, entrò nella mia casa un uomo pallido, tirato, chiuso, in un dolore misterioso, antico; le labbra sottili sbarrate ad allontanare le parole, il sorriso; le mani pazienti d’artigiano. Sapeva di pane e di primola.