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    “In carcere serve relazione non forza”

    Intervista a Nicola d’Amore, Sovrintendente capo della Polizia Penitenziaria in servizio presso la Casa Circondariale di Bologna “Dozza” e rappresentante della CISL FNS, col il ruolo di vice-coordinatore regionale per l’Emilia-Romagna, è da sempre impegnato nel dibattito sulle condizioni carcerarie. Una voce controcorrente.

    Qualche volta me lo risparmio. Ché a scorrere le notizie che riguardano il carcere (il mio primo sguardo quotidiano su quel mondo e dintorni è la rassegna stampa di Ristretti orizzonti), c’è da chiedersi davvero in che paese viviamo, se ogni giorno sembra aggiunge un tassello in più all’indecenza, alla violenza, allo spregio per la persona di un quadro fatto di disumanità e degrado. Ai 27 suicidi di persone detenute dall’inizio dell’anno si è aggiunto, a fine aprile, il secondo suicidio di un agente di polizia penitenziaria. Numeri, che sono persone, che sono storie, che la dicono lunga su un sistema al collasso, un sistema che, scusate non riesco ad avere mezzi termini, consuma vite, produce morte. Mentre, di decreto in decreto, di circolare in circolare, in nome di una presunta sicurezza, il sistema delle pene si allontana sempre di più dai principi indicati dalla nostra Costituzione. E diventa solo afflizione.

    Nicola d’Amore, Sovrintendente capo della Polizia Penitenziaria in servizio presso la Casa Circondariale di Bologna “Dozza” e rappresentante della CISL FNS, col il ruolo di vice-coordinatore regionale per l’Emilia-Romagna, è da sempre impegnato nel dibattito sulle condizioni carcerarie. Una voce controcorrente. Che denuncia…

    Siamo tornati indietro di più di un quarto di secolo… Concordo con quanto mi disse in un incontro Mauro Palma, già Garante nazionale delle persone private della libertà. E’ in atto un pericoloso cambiamento culturale e quel poco che si è riuscito a fare è stato demolito. Negli ultimi tre anni questo cambiamento è stato velocissimo.
    E’ un momento buio. In trent’anni non avevo mai visto momenti come questo, pur essendo “figlio d’arte”, con un padre che ha vissuto le stagioni del terrorismo, della criminalità organizzata (in parte anch’io negli anni Novanta). Diverse erano allora le dinamiche sociali, oggi, in una società dove aumentano le differenze, si vuole nascondere la povertà, contrastarla con l’utilizzo della forza.
    E si è arrivati addirittura a un decreto legge che ha messo sotto attacco la libertà di dissenso e di protesta”.

    La parola “sicurezza” sbandierata per giustificare il superamento di ogni limite... a volte al limite del grottesco. Penso al recente divieto di utilizzare i frigoriferi, cosa su cui si è in parte fatta marcia indietro, ma molto dice del sistema.

    “Una decisione quantomeno discutibile e potenzialmente dannosa. La stagione estiva nelle carceri, già strutturalmente fragili, è il periodo più difficile dell’anno per tanti motivi. Quando si arriva a togliere anche i frigoriferi dalle celle (dove ci sono, qui a Bologna non ci sono) l’acqua corrente diventa spesso l’unico mezzo per cercare di refrigerare le bevande.
    C’è un evidente costo in termini di spreco d’acqua, e nello stesso tempo diventa quasi impossibile garantire una doccia regolare ai detenuti dei piani superiori dei padiglioni, dove la pressione dell’acqua è insufficiente se non assente.
    Le cose sono due: o non si conosce la realtà del carcere, oppure si adottano decisioni che finiscono per esasperare ulteriormente una situazione già critica…”

    Protestano, per questo e altro, anche i dirigenti penitenziari. Sembra ci sia proprio una volontà di esasperare gli animi, cosa che si può immaginare bene a cosa può portare…
    D’Amore, lei denuncia una situazione pesante di contrapposizione con i detenuti, e parliamo della Dozza, dove non c’è più l’Alta sicurezza, e dove, lei sottolinea, la popolazione carceraria è composta da persone povere, non criminali…

    Una parte della polizia penitenziaria non conosce il carcere, non ci lavora, soprattutto la dirigenza. Chi è ai vertici ha una visione che appartiene al passato remoto e, così calata nella situazione sociale attuale, è inefficace per una realtà fatta di povertà, dipendenze, problemi legati all’immigrazione… Il problema viene semplicemente nascosto, la società lo rimuove e sposta al carcere, il carcere chiude…

    Lei parla di persone viste come una pratica burocratica. E fa l’esempio, a proposito del dramma dei suicidi, del protocollo del rischio suicidario.

    “Il protocollo del rischio suicidario in carcere quasi sempre si traduce in “burocrazia”. Prevede che l’agente di sezione controlli ogni 15 minuti la persona a rischio, compili un modulo, e qualsiasi cosa accada ricade su di lui. Quando invece, per una condizione così complessa, servirebbero interventi di psicoperapia, attività ludiche, sport e molto più personale sanitario. A questo si lega anche il problema delle dipendenze: il carcere non è impermeabile allo smercio di droghe contrabbandate illecitamente, come la cronaca spesso ci ricorda. Mentre chi non ha potere d’acquisto cerca di spegnere la sofferenza con l’uso “ludico” dei farmaci, inalando il gas delle bombolette utilizzate per cucinare (e qui l’amministrazione ha delle responsabilità, perché dovrebbe installare piastre a induzione, naturalmente prima adeguando gli impianti elettrici e le strutture) oppure attraverso distillati alcolici autoprodotti in cella, come la famigerata “grappa”. La polizia penitenziaria, soprattutto quella di prossimità, povera di strumenti, lavora con la relazione. Ma la capacità di relazione non è attitudine di tutti. E qui emerge un ulteriore problema, quello culturale: c’è chi, tra i poliziotti, considera giusto un carcere meramente retributivo. Cosa che è inutile e dannoso nascondere”

    .
    Il mese scorso, in diversi penitenziari della Francia, dove l’affollamento delle carceri è altissimo, ci sono state manifestazioni di blocco delle guardie carcerari
    e nel quadro del movimento di protesta dei sindacati Ufap-Unsa. Si chiedono misure d’urgenza contro sovraffollamento e scarsità di personale. Da noi, nessuna presa di posizione così forte.
    La sua denuncia è chiara. Smettere di pensare e obbedire: è qui che nasce il rischio più serio.

    Non servono scenari estremi per capirlo. La “banalità del male” non è confinata solo nella Storia. Può entrare nelle cose di ogni giorno, nei meccanismi della vita e delle burocrazie, quando si smette di ragionare e si va avanti solo per pericolosi automatismi…
    Succede, ad esempio, quando una persona diventa una pratica. Quando una situazione diventa solo un numero, una procedura, un timbro da mettere. Quando resta l’obbedienza e sparisce la riflessione.
    È qui che bisogna stare attenti. Il rischio non è solo la rigidità delle decisioni, ma anche il fatto che dentro quelle decisioni non ci sia più consapevolezza.
    In questi contesti, dove la responsabilità si esercita con la forza, tenere viva la coscienza non è un dettaglio. È ciò che fa la differenza.
    La vera deriva non è la regola. È quando la regola non passa più dalla coscienza e diventa obbedienza cieca”.

    Per queste sue posizioni lei ha subito anche intimidazioni… ma è persona che non si ferma. Il suo pensiero è ai colleghi in difficoltà, alle prese con stress e burn out. Molti, per questioni psicologiche sono al CMO, l’ospedale militare, gli eventi critici sono tanti…

    C’è una violenza sottile, che investe tutti. Recentemente ho ricevuto segnalazioni da parte di poliziotti in convalescenza per infortuni sul lavoro, a volte riconducibili ad aggressioni subite in servizio, riguardo pressioni esercitate dall’amministrazione per un più veloce rientro in servizio, cosa che rischia di alimentare il clima di già forte tensione e disagio, oltre a pesare su persone che già si trovano in condizione di fragilità e che invece andrebbero tutelate. Ne ho informato naturalmente il Provveditorato, perché sono comportamenti inaccettabili.
    Come FNS Cisl abbiamo recentemente denunciato la situazione di grave difficoltà gestionale della Casa circondariale di Bologna, carenze d’organico, pressione lavorativa, il sovraffollamento aggravato dalle differenze culturali, linguistiche e religiose delle persone detenute, la mancanza di reali proposte educative, ludiche e sportive. E se la risposta è solo l’aumento del controllo e della pressione sul personale, tutto ricade su agenti sovrintendenti e ispettori, che rischiano di diventare capri espiatori dell’inefficienza della macchina organizzativa”.

    Non è facile contrastare tutto questo…

    A volte ci si sente soli… ma io vado avanti… C’è una rete costruita in tutto questo tempo sul territorio che mi tutela. Ma il problema è anche che dal mondo giuridico e politico, anche di certa sinistra, trovo poca attenzione sui temi del carcere, perché parlare del carcere spaventa e allontana anche l’elettorato di sinistra”.

    Cosa produce sicurezza? La sua risposta, confortata dalla sua lunga esperienza, è chiara: il lavoro produce sicurezza e riduce la recidiva. E se guardiamo ai tassi di recidiva non si può concludere che constatando il fallimento del carcere nel suo complesso.

    Guardiamo alla situazione dell’istituto nel quale lavoro. Qui a Bologna, ad esempio, la palestra è attualmente destinata esclusivamente alla squadra di rugby, nonostante la presenza di una significativa utenza giovane che potrebbe beneficiarne in modo più ampio. Non può essere sempre la chimica degli psicofarmaci a risolvere i problemi. Dopo molte sollecitazioni, sono stati finalmente introdotti i lettori MP3, un piccolo ma importante passo verso una gestione più attenta del quotidiano detentivo. Si potrebbe inoltre attivare un corso di formazione professionale in ambito alberghiero, con la creazione di una classe di istituto professionale, tenendo conto dell’offerta lavorativa presente sul territorio. Se ne parla da anni, ma la sua concreta realizzazione tarda ad arrivare. Io da tempo insisto sull’importanza del contributo del territorio. Senza questo il carcere è povero. Il territorio, in particolare a Bologna, supplisce alle mancanze dell’istituzione. Il territorio merita considerazione e rispetto, perché può soddisfare bisogni e quindi fare sicurezza.
    Ripeto, il carcere, nel suo complesso, ha bisogno di una profonda rivisitazione, perché la società è cambiata radicalmente e, con essa, anche la popolazione detenuta e i suoi bisogni. Anche per noi poliziotti penitenziari, la condizione di lavoro sarebbe meno gravosa”.

    Il carcere non deve essere solo un luogo di detenzione, ma anche di ricostruzione, e noi abbiamo sempre lavorato perché lo sia davvero”, sono parole del Sottosegretario Andrea Ostellari che ha partecipato ad aprile a un incontro presso il carcere romano di Rebibbia. L’incontro era dedicato al progetto “Laboratorio di poesia e arte in carcere e a scuola… belle parole…

    Fa riflettere che alcune di queste visite avvengano in istituti finiti sulle cronache per presunti episodi gravi. Dopo tanti anni di servizio, continuo a osservare con attenzione, ma anche con un forte e legittimo scetticismo.
    Iniziative come questa sembrano indicare la volontà di avviare un passaggio da un carcere ipersecuritario, a tratti persino persecutorio, a un modello più orientato al trattamento. Ma, per chi il carcere lo vive quotidianamente, la realtà appare ben diversa. I problemi di un sistema al collasso, fra sovraffollamento, carenze di organico, strutture inadeguate e una gestione spesso emergenziale (basti pensare al decreto Caivano), difficilmente possono essere superati con visite istituzionali o annunci”.

    Lei denuncia che alla prova dei fatti, si continua a premiare e valorizzare solo l’intervento ipersecuritario, il mito del “super poliziotto”…

    “E’ così. Mentre manca qualsiasi riconoscimento per chi lavora ogni giorno sulla prevenzione, sulla relazione, sulla gestione umana delle persone detenute. Personalmente, delle lodi non mi interessa nulla; ma il messaggio che passa è profondamente sbagliato.
    Non è stato bello vedere colleghi incappucciati, come a voler mostrare un’immagine esclusivamente muscolare del Corpo. Questa non è l’unica identità della Polizia Penitenziaria, e ridurla a questo rischia di impoverirne profondamente il ruolo. La nostra forza non sta solo nelle armi o nella disciplina, sta nella capacità di costruire sicurezza attraverso la relazione, la fiducia e la gestione attenta delle persone.
    A Bologna, città in cui si sviluppa anche il dibattito politico nazionale ( e ritorno sull’importanza del territorio), la Polizia Penitenziaria avrebbe l’opportunità di inserirsi in modo costruttivo nei confronti pubblici, nei dibattiti e nei luoghi di riflessione. Eppure, troppo spesso, questa voce rimane assente.
    Ed è proprio lì che si gioca una partita decisiva: far comprendere davvero cosa significa lavorare in carcere, al di là delle semplificazioni e delle narrazioni di comodo, mostrando che la vera sicurezza nasce dall’equilibrio tra rigore e umanità.

    (scritto per il numero di giugno di Voci di Dentro)


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