La tappa di oggi, sulla strada della ricerca… Con un libro che, dal titolo sembrerebbe non entrarci nulla. Con Gerhart Hauptmann, scoperto grazie al suggerimento di un caro amico e il suo “Il mostro marino“, impacchettato nei delizioni Divani della Sellerio. Ecco, a pagina 35: “… Il cambiamento del mio carattere doveva essere avvenuto in precedenza, ed era stato causato da un amore totalizzante, che non lasciava spazio a nient’altro. Tutti i mille disparati desideri della mia natura si erano come dissolti nella passione che provavo per la mia amante. Se lei non era mia, la vita non era più vita; se lei era mia, tutti gli altri beni perdevano il loro valore…”. Sarà questa la verità, vi prego, sull’amore? Per scoprire, con l’allucinato protagonista del racconto, che l’essere amato non è cosa umana, ma stregato essere marino, o Chimaera, e con lei (o con lui) per sempre dannarsi…
La verità… 3
Riprendendo, dunque la ricerca. Giocando in un sussulto di leggerezza. Con le pagine di una vecchia raccolta di Topolino. Una deliziosa parodia dell’incontro di Nausicaa e Ulisse. E del loro addio. Dove papera-Nausicaa, rassegnata alla partenza del suo Papero-Ulisse, lo saluta, chiedendo, fra le lacrime, di non dimenticare, con il suo amore, la sua isola, il suo sole, il suo mare… di portare con sé il ricordo del suo popolo, della calda accoglienza… “E soprattutto” conclude fissando negli occhi il suo Ulisse ora sì davvero sgomento, “ricordati di pagare il conto di tutto quello che ti sei sbafato!”. Sarà anche questa una verità sull’amore?
Eppure…
Eppure. Un pensiero continuo, assillante. Interrompe la ricerca della verità, vi prego, sull’amore. Una sensazione grave, nel senso di pesantezza, gonfia, quasi gravida, direi, di non amore. Leggendo le cronache puntuali della morte negata. Pensado alla ragazza inchiodata da sedici anni allo strazio della sua non vita, e al dolore di chi le è intorno. Quanta assurda violenza sta partorendo questo cinico decidere della vita altrui. Questo invadere osceno un corpo che non può difendersi. Questo ipocrita discutere davanti al dolore degli altri…
La verità…2
Dunque, proseguendo. “Sto aspettando un arrivo, un ritorno, un segnale promesso. Ciò può essere futile o infinitamente patetico: in Erwartung (attesa), una donna aspetta, nella foresta, di notte, il suo amante; io sto aspettando solamente una telefonata, ma è la stessa angoscia. Tutto è solenne: non ho il senso delle proporzioni“. Da Barthes, che richiama Schonberg. Tumulti d’angoscia. E non è ancora neppure un inizio.
La verità, infine…
“Mirra e delizia della vita m’è il ricordo delle ore/ in cui trovai la voluttà come la desideravo/ e la trattenni forte. Mirra e delizia e della vita / a me che disdegnavo ogni piacere dei consueti amori”. Pescando fra le “Settantacinque poesie” di Kavafis (Einaudi). Ripensando a un viaggio in Grecia. Alla ricerca dunque della verità, sull’amore. Che sarà, ora capisco, fingendo di giocare, il pensiero non più nascosto del mese che arriva. Chissà, se frugando, e rubando, e ancora cercando, in autunno, magari, la verità, infine, sull’amore…
Paura, paure…
Che dire? Perfetto. Un risultato pressoché perfetto. Eccola qua, la Paura, signora infine delle nostre menti. E’ entrata da conquistatrice le nostre città, ha invaso le strade, come fumo dalle fessure e gli interstizi di porte e finestre è penetrata fin dentro casa, e ci insegue in ogni anfratto. Senza darci tregua. Più che paura ci sarebbe da parlare di vero terrore visto che, dall’elenco delle cose che secondo l’ultimo sondaggio ci spaventano, sembra non salvarsi nulla: paura della criminalità, paura degli altri, paura degli stranieri. L’elenco è lungo: paura della povertà, del domani, di incidenti e delle malattie. Di guerre e terrorismo, dell’ambiente. Paura del mondo. A nulla varrebbe obiettare, sempre che ancora non si sia terrorizzati dalle proprie parole, che qua e là, di questo o di quello forse motivo per aver tanta paura non ce ne è. Neppure mostrando e confutando dati. La paura che conta, quella vera, rassegnamoci, è quella percepita… il resto frottole, favole per bambini… e lasciateci lavorare.
L’ultima emergenza
A proposito d’immigrati. Da oggi è stato d’emergenza nazionale. Per potenziare le attività di contrasto e di gestione del fenomeno, si comunica. E c’è da vergognarsi, leggendo l’ultimo bollettino migranti di peace reporter, che ricorda che nel mese scorso lungo le frontiere europee sono morti almeno 185 migranti. Di questi 173 soltanto nel canale di Sicilia. E sono solo quelli di cui si sa. Ma il mare è vasto e le rotte incerte. Questa, magari, la vera emergenza. Ma si sa, i tempi sono duri, il futuro incerto, l’amoralità tanta. Non c’è mai stato nulla di meglio che inventarsi fantasmi d’emergenze, che gonfino paure, che soggioghino le menti…
C’è qualcosa che non va…
… e quindi, seguendo un filo lontano, e riprendendo in mano un libro di più di qualche anno fa. “L’olivo e l’olivastro”, di Vincenzo Consolo, appunto. Che ricordavo d’avere letto ma delle cui pagine la memoria era andata via. Dimenticanza, come tante altre, imperdonabile, se non venissero in soccorso dai tempi del liceo le parole del vecchio professore di italiano. “La cultura, disse a noi studenti, è quello che rimane dopo che si è dimenticato tutto”. E quindi, questa frase, da sempre la tengo d’acconto. Dal vuoto del tutto di quel libro era rimasto il senso del sapore di pietre arse, acqua salata e malinconie di lune. Che ho ritrovato, nel racconto del viaggio del ritorno in Sicilia, insieme alle immagini che compongono, quanto mai attuale, una metafora dell’Italia. Una sola frase, lasciando i dettagli del libro a chi volesse riprenderlo: “C’è qualcosa che non va. E’ come una musica stonata, come se le onde del mare facessero il rumore di un metallo che stride”. Era tanto tempo, ma davvero tanto, che terminate le pagine, non iniziasse il pianto.
(L’olivo e l’olivastro, Vincenzo Consolo, Mondadori 1994)
La verità, vi prego sull’amore
Domanda stravagante, eppure insistente, di una serata di mezza estate. Respinta, quasi d’istinto riaffiora, affidata a una poesia. Ancora una volta. Dunque, W.H. Auden: “…I manuali di storia ce ne parlano/ in qualche noticina misteriosa,/ ma è un argomento assai comune / a bordo delle navi da crociera; / ho trovato che vi si accenna nelle / cronache dei suicidi, / e l’ho visto persino scribacchiato / sul retro degli orari ferroviari. // Ha il latrato di un alsaziano a dieta, / o il bum-bum di una banda militare? / Si può farne una buona imitazione / su una sega o uno Steinway da concerto? / Quando canta alle feste, è un finimondo? / Apprezzerà soltanto roba classica? / Smetterà se si vuole un pò di pace? / La verità, vi prego, sull’amore”…
Ancora una volta versi di poeti. Che ritornano. Soppiantando ogni prosa. E viene da chiedersi perché. Una risposta, ritrovata con Vincenzo Consolo: essendo caduta la fiducia nella comunicazione “…non rimane che la ritrazione, non rimane che l’urlo o il pianto, o l’unica forza oppositiva, alla dura e sorda notte, la forza della poesia, della tragedia…” (da Fuga dall’Etna, Donzelli 1993) .
Nemici alle porte
A proposito di nemici alle porte. Riprendo, dal sito di Repubblica, una notizia di oggi, ennesima replica di una notizia di ieri, l’altro ieri, e ieri l’altro ancora…: “Tre cadaveri sono stati recuperati a largo di Lampedusa dalla nave “Fenice” della Marina Militare. Il gommone su cui viaggiavano si sarebbe ribaltato a causa dell’agitazione scoppiata tra i passeggeri che hanno visto avvicinarsi l’unità militare. Sul natante c’erano almeno 76 persone, di cui 48 tratte in salvo. Intanto proseguono le operazioni di soccorso per raggiungere gli altri dispersi: sarebbero almeno 25 le persone ancora non individuate”. Da cercare, magari, in fondo al mare. Così affollato, si immagina, di morti. Quasi a consolarsi, per cancellare il pensiero del dolore di fame, sete, e del sale arso che corrode il corpo, la dolcezza dondolante di un verso: “… e gli spolpò le ossa in sussurri”. La morte per acqua. Dal solito Eliot.